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Vocazione Francescana
Home ascoltare e pregare

Sabato Santo: la notte che sa

Terza meditazione in compagnia di don Primo Mazzolari

Vocazione Francescana di Vocazione Francescana
16 Aprile 2022
in ascoltare e pregare, essere chiesa
0

Sabato Santo, giorno di silenzio, giorno di attesa… in questo clima aspettiamo la notte. Nel terzo giorno di questo itinerario insieme (qui il Giovedì Santo e qui il Venerdì Santo) non pensiamo di essere già arrivati alla meta, che tutto sia già compiuto, non pensiamo che l’alleluia rimbombi già nelle volte delle nostre chiese.

Bisogna aspettare, attendere. Bisogna tendere l’orecchio, scrutare l’orizzonte, in questo sussurro di voce di silenzio che anticipa la notte della risurrezione. Scorgere l’arrivo del Vivente è dono suo.

Buona preghiera.

Leonardo Mattuzzi – postulante a Brescia

La notte che sa di don Primo Mazzolari

O notte veramente beata, che sola meritò di conoscere il tempo e l’ora in cui Cristo risuscitò dagli inferi (dal Preconio Pasquale).

Per i discepoli, la notte del Sabato, fu la notte più spenta, anche se il plenilunio continuava. Quella del Venerdì, subito dopo la sepoltura, aveva ancora qualche chiarezza, e i loro occhi ancora bagnati di «pianto amaro», riuscivano a scorgere dietro la pietra grossa del Sepolcro, imprestato all’ultimo momento da Giuseppe d’Arimatea, un volto e una speranza.

«Speravamo: ma adesso è già il terzo giorno che queste cose sono accadute» (Lc 24,21).

Dopo la giornata del Sabato, eguale e interminabile come le giornate che seguono le sepolture, la notte fu veramente la fine per dei cuori che avevano osato collocare una speranza immortale sovra un uomo mortale. Chi non sa vincere la morte è un pover’uomo come noi.

Sulla strada della Pasqua, non un passo, non un cuore: il sepolcro senza gloria aveva tutto inghiottito. Solo un gruppo di donne sospirava «verso l’alba del primo giorno della settimana per andare al sepolcro ad imbalsamare Gesù»: omaggio pietoso di una fede perduta, che la tomba aveva composto per la religione dei ricordi. Nessuna di esse avrebbe portato con gli aromi, sia pur ben celato, l’alleluia.

Se si chiedevano chi le avrebbe aiutate a rimuovere la pietra, non era certo con l’intenzione di “far strada alla vita”, ma per un’ultima devozione alla morte. Di qua, nessuno chiamava, neppur la Maddalena, che pure non poteva aver dimenticato certe parole del Signore sulla tomba di Lazzaro.

Tutti avevano bisogno di vita e nessuno chiamava il Vivente; tutti avevano bisogno che Egli vincesse la morte e nessuno osava immaginarlo trionfante.

L’alleluia è nato unicamente dall’infinita carità del Signore, che dal sepolcro non guardò se di qua c’erano cuori consapevoli e vigilanti. L’uomo non sapeva, ma la notte sapeva: “aveva meritato di sapere il tempo e l’ora in cui il Cristo sarebbe risorto” (dal Preconio Pasquale). Nel mistero, affermato dalla liturgia, l’accento inconfondibile della più alta poesia.

Che può aver fatto questa notte di marzo avanzato o sui primi d’aprile per meritare d’accompagnare il Risorgente?

«Mentre tutte le cose tacevano e la notte era al colmo del suo andare, dalle sedi regali discese la sua Parola onnipotente».

In Betlem, prima dei Pastori, accanto alla Vergine e a Giuseppe, vigilarono i silenzi della notte, colmi di stelle e di preghiere pronunciate col cuore genuflesso da tutte le creature.

Nella notte la creazione si purifica da ogni contagio e ritrova quelle limpide confidenze tra cielo e terra, che l’uomo troppo spesso impedisce con la sua presenza piena d’orgoglio e di frastuono.

Quando è notte, la terra può ascoltare e seguire tutti i movimenti misteriosi del suo grembo perennemente fecondo: il seme che rompe l’involucro, il germe che spunta, la linfa che sale, le acque che scorrono nelle sue viscere, dopo aver dolcemente baciato ogni granello di sabbia.

Quanta fedeltà nella terra! Quanto cuore nella notte! Per questa fedeltà e per questo cuore, la notte «ha meritato» di conoscere l’ora della rigerminazione del Corpo del Salvatore, affidato alla terra con la stessa umiltà con cui un giorno era stato affidato al seno della Purissima.

La divina avventura del Risorto non poteva avere a testimonio che i puri adoranti silenzi della notte, l’ineffabile sinfonia delle creature che riposano nella grande pace delle chiarità lunari, gli occhi delle stelle che vedono gli angeli trasvolare di cielo in cielo e scendere sulla terra a guardia di un sepolcro vuoto.

È la notte di cui sta scritto: «e la notte sarà illuminata come il giorno». Ed è la santità di questa notte che sa, «la quale fuga i delitti, lava le colpe, ridona l’innocenza ai colpevoli e la letizia ai mesti. Fuga gli odi, ritorna la concordia e sottomette gli imperi».

Il Mistero della Pasqua si ripete. La notte sa ed è col suo cuore adorante sulla strada del Cristo che ritorna vincitore della morte.

Ma l’uomo dov’è col suo povero cuore? Chi di noi crede veramente a Colui che, risorgendo, suggella «l’eccesso inestimabile di quella divina carità che per redimere il servo consegna alla croce il figlio?».

Quanti, tra i molti che affolleranno domani le chiese per i riti pasquali «sentiranno» il Risorto negli avvenimenti che si preparano? Chi vuole «la Pasqua» come un impegno di servire la giustizia e la pace?

Come le donne ci metteremo in cammino all’alba per recarci nelle nostre Chiese, giacché non riusciamo a sottrarci all’ingiunzione di certi segreti richiami, le braccia ingombre d’aromi per imbalsamare ancora una volta il Signore.

Così, purtroppo è la nostra Pasqua: un omaggio di pietà, come se il Cristo, in questo momento, avesse bisogno della nostra piccola pietà. I morti hanno bisogno di pietà: il Vivente di audacia.

Non vi spaventate – parlano gli angeli – Voi cercate Gesù. Non è qui. Ecco il luogo dove l’avevano posto. Il passato, le civiltà, le culture, le nostre stesse basiliche, le nostre stesse più care tradizioni possono essere i luoghi ove l’avevano posto gli uomini di un tempo.

«Andate e dite ai discepoli e a Pietro, ch’Egli vi precede». Dove? Dappertutto. In Galilea e sul monte; nel Cenacolo e lungo la strada di Emmaus; sul mare e nei deserti, ovunque l’uomo pianta la sua tenda, spezza il suo pane, costruisce le sue città, piangendo, sospirando, cantando, imprecando.

Egli vi precede. Ecco la consegna di questa Pasqua. Se alzandoci dalla Tavola eucaristica saremo disposti a seguirlo ovunque, «ovunque lo vedremo, com’Egli ha detto».

don Primo Mazzolari – info@vocazionefrancescana.org

PS: qui la meditazione del Giovedì Santo; qui la meditazione del Venerdì Santo.

Tags: anno liturgicoParola e vocazionepreghierasanti
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