sabato 31 gennaio 2015

Il "desiderio" è già un "segno" di vocazione?

Cari amici in cammino e in ricerca vocazionale, il Signore vi dia pace. Il recente post, in cui narravo le vocazioni "fin dal seno della madre" di p. Alessandro e don Stefano, ha suscitato molto interesse e curiosità. Mi scrive al riguardo un ragazzo di 15 anni, Luca, ponendomi un quesito interessante per tutti: "Che significa provare un "desiderio" per la vita dei frati?". Riporto di seguito la lettera di Luca con la mia risposta, invitando ciascuno ad essere attenti nel cogliere il desiderio più profondo nascosto nel proprio cuore, perché lì vi è una indicazione da non sottovalutare per la vostra vita. Vi affido al Signore Gesù. A Lui sempre la nostra Lode. 
Fra Alberto (fra.alberto@davide.it)

I desideri: segnavia e frecce per la nostra vita
Quesito di Luca
Caro fra Alberto, sono Luca, un ragazzo di 15 anni che segue sempre il suo bellissimo blog. Mi è molto piaciuto l'ultimo argomento in cui parlava della vocazione di P. Alessandro Brentari (mi piacerebbe tanto conoscerlo di persona !). Ho per lei alcune domande che mi tormentano da un pò di tempo. Ho fatto un recente viaggio ad Assisi con i miei genitori e sono tornato diverso e strano. Mi capita spesso di immaginarmi come frate francescano, vestito col saio e di desiderare di seguire san Francesco e di diventare un poco come lui così come tanti giovani frati che lì ho potuto vedere. Ma se una persona "desidera" la Vocazione, che cosa significa? Provare questo grande desiderio, vuol dire che ho già ricevuto una chiamata o che forse la riceverò più avanti? Oppure sono solo mie fantasie e sogni e suggestioni? Che cosa mi consiglia di fare poi per capire la mia strada?
Grazie per la sua risposta. Luca

Risposta di fra Alberto
Caro Luca, grazie a te, prima di tutto per la fiducia e perché apprezzi il blog "vocazione francescana". Non sai quanto mi incoraggi questo nel mio servizio!!!! Mi parli poi di un viaggio in Assisi e di come abbia inciso su di te quell'esperienza tanto da immaginarti e desiderare di diventare frate, di seguire san Francesco. La cosa, per certi aspetti, non mi stupisce: sempre Assisi sa toccare il cuore e affascinare! Non è però da tutti i ragazzi, dopo Assisi, desiderare una consacrazione, immaginarsi di vestire un saio e pensare di diventare un figlio di Francesco!!! Mi colpisce dunque molto questo "desiderio" così particolare, per quanto in embrione... Certo, sei giovane e tutto può mutare e cambiare, ma non puoi immaginare quanti religiosi sono tali perché hanno sentito fin da ragazzi questa chiamata e attrazione come te!!!
La vocazione (chiamata), infatti, in genere non avviene attraverso vie straordinarie né attraverso “voci” che si sentono sensibilmente, ma si manifesta proprio attraverso un desiderio, un’attrazione, un'ispirazione intuita nel profondo del cuore. 
Questa e' del resto la stessa esperienza di Francesco! All'inizio della sua ricerca, infatti, egli non sa bene cosa fare né dove andare, ha però nel cuore un grande "desiderio" di servire il Signore e fare la sua volontà. Famosa è la sua espressione davanti al Crocifisso di san Damiano: "Signore cosa vuoi che io faccia?".  Questo "desiderio" sarà per lui, come una freccia, una sorta di indicazione stradale che lo porterà via via a fidarsi sempre di più e a comprendere sempre meglio cosa il Signore gli stesse chiedendo per la sua vita. Senza questo "desiderio" interiore non si sarebbe mai mosso, né interrogato, né messo in discussione!!
Il "desiderio" dunque è già un buon segno, una buona indicazione, ma non basta. Quando si tratta infatti di vocazione al sacerdozio o alla vita consacrata, è sempre necessario anche un cammino di discernimento e verifica. Questo va fatto sempre, in dialogo con persone prudenti ed esperte, le quali, insieme al desiderio, possano prendere in considerazione anche le capacità intellettuali e morali del soggetto, le sue attitudini, lo stile e l'impegno nella vita cristiana, ecc... Al riguardo, ti sarebbe davvero utile poter parlare di tutto questo con qualche bravo sacerdote e religioso di tua fiducia che ti faccia da padre spirituale. Avrai visto che sempre insisto molto su questa figura fondamentale per un giovane. Se vuoi posso anch'io suggerirti qualche saggio frate che ti accompagni. 
Un'altra indicazione che mi pare importante per te ora è che tu faccia davvero bene quanto sei chiamato a svolgere ogni giorno: dalla scuola, alle relazioni, alla vita e agli impegni quotidiani, insieme alla preghiera e all'ascolto fedele di questo desiderio che è germinato nel tuo cuore. 
Ti consiglio anche, caro Luca, di pregare sempre con fiducia e disponibilità, come S. Francesco: "Signore cosa vuoi che io faccia?".  Il Signore, certo, saprà anche a te mostrare la via della tua vita, illuminando e portando a maturazione questo desiderio che ora è appena sbocciato. 
Ti benedico. fra Alberto




venerdì 30 gennaio 2015

Quando chiama il Signore?

Basilica del Santo (Pd): Gruppo dei Novizi con il P. Maestro e il Vice Maestro
Pace e bene cari amici in cammino e in ricerca. 
La settimana scorsa, ho fatto visita, con i Novizi, ad un anziano e santo frate, fra Alessandro Brentari che ha speso tanti anni della sua vita per le vocazioni sacerdotali e religiose. Un impegno che continua anche oggi con grande fedeltà, nonostante la malattia e l'età avanzata (è in una casa di riposo dei frati), sempre pregando, in ogni momento, per tutti quei giovani che percepiscono tale chiamata "divina" nel loro cuore. (Siete dunque tutti, statene certi, in buone mani!!!!). E' stato bello ascoltare anche la sua testimonianza vocazionale e scoprire come già da bambino avesse pensato di diventare prete e frate, entrando pertanto a 10 anni nel nostro seminario minore (il seminario dei cosi detti "fratini" che ora non c'è più) di Camposampiero. Il fascino per questa vita era nato dal racconto di alcuni frati compaesani giunti dalla missione e dall'evento straordinario per la sua piccola parrocchia di montagna, della celebrazione di una "Prima Messa" da parte di un giovane sacerdote appena ordinato. Ricordava p. Alessandro, come da allora per gioco amasse ripetere i gesti e i riti del sacerdote, soprattutto imitandolo nella celebrazione della messa, che ben conosceva facendo il chierichetto. Mentre parlava, i suoi occhi brillavano e si commuovevano nel riconoscere la fedeltà e l'amore di Dio percepito in quegli eventi lontani, ma ancora così presenti e significativi nella sua vita!! Già altre volte, per la verità, mi era capitato di ascoltare racconti di vocazione di frati anziani, e per molti vi era un'intuizione alla vita consacrata fra i 10 - 12 anni, quando poi era normale entrare in seminario così piccoli. "Cose d'altri temi, potreste pensare, per quanto edificanti, ma che ora non sarebbero più possibili !! In realtà, non è così !!

P. Alessandro (prima della malattia) con P. Alberto
Domenica, infatti, ho avuto l'opportunità di ascoltare un'altra bella e gioiosa testimonianza di un giovane prete della diocesi di Padova, Don Stefano (33 anni) che parlava della sua vocazione. Mi ha ovviamente molto colpito sentire come la prima intuizione, il primo richiamo al sacerdozio, fosse anche per lui quando ancora era un bambino di 10 anni, età in cui decise di entrare in seminario. E' stato interessante udire il maturare di questo primo germe, attraverso tante esperienze poi vissute (affettive, umane, relazionali..) dove non è mancata la fuga e la ribellione fino a giungere, attraverso un lungo cammino di necessaria rielaborazione (specie nell'adolescenza e prima giovinezza) ad una scelta definitiva di vita come prete. Si è trattato di un percorso certo meno lineare e piano rispetto a quello di P. Alessandro, eppure segnato anch'esso dalla fedeltà del Signore e da un Suo sguardo d'amore grande a cui don Stefano non ha potuto e voluto sottrarsi. Anche in tale racconto è emerso il fascino provato fin da bambino per il sacerdote, dal desiderio di ripeterne i gesti e i riti, sia pure nel gioco e nel fare il chierichetto (insieme poi al calcio... e a quanto un ragazzino normalmente fa).

" se non ritornerete come bambini..."
Questi due racconti ravvicinati, così simili eppure così distanti fra loro, insieme a tante altre diverse storie vocazionali di giovani in cammino, di religiosi e frati e preti ascoltati in questi anni, mi rivelano prima di tutto come il Signore sia ogni volta mosso da una grande fantasia e libertà, nel chiamare chi Lui vuole alla sua sequela. Vi è chi riconosce questa luce fin da bambino (come fra Alessandro o don Stefano) : vedi al riguardo un post molto bello e simpatico in "Cantuale Antonianum". Vi è invece chi ode la chiamata solo nella giovinezza, sovente durante o al termine delle superiori o dell'università (magari poi spesso scappando... e poi tornando); chi vi giunge in piena maturità ormai superati i 30 anni... e oltre; chi dopo lunghi e contorti percorsi vita; chi anche da esperienze di lontananza e rifiuto dalla fede; chi da cammini forti di conversione; chi da profonde domande di senso e interrogativi su come spendere al meglio la propria vita e chi vi resta affascinato per l'esempio di qualche santo frate o prete... Tante storie dunque, molto diverse, ma anche molto simili, accomunate da una fiamma d'amore, da un fuoco che ad un certo punto accende il cuore e lo fa palpitare forte forte; da uno sguardo privilegiato di bontà e di bene; da una Voce che da sempre chiama per nome e forse troppe volte non si  voluto o potuto ascoltare....


Come sono belle e vere allora le parole del profeta Isaia (49,1):  "il Signore dal seno materno mi ha chiamato, fin dal grembo di mia madre ha pronunziato il mio nome".
Se dunque caro amico anche in te qualche volta è risuonato l'invito dolce e segreto del Signore -"seguimi"- mettiti in ascolto.....Ciascuno senta vero il richiamo della Scrittura "Oggi, se udite la sua voce, non indurite i vostri cuori " (Eb 3,7-8). Vi incoraggio!

Al Signore Gesù sempre la nostra lode. 
fra Alberto (fra.alberto@davide.it)

giovedì 29 gennaio 2015

"Solo l'amore crea" - P. Kolbe


  1. Campo di concentramento di Auschwitz, Oświęcim, Polonia
  2. S. Massimiliano Maria Kolbe, frate francescano minore conventuale. 




Qui trovi altri articoli e post sulla figura di questo frate francescano, martire per amore. 

mercoledì 28 gennaio 2015

Una Grande Bellezza



Ti ho amato di un amore eterno 
(Ger 31,3)


Il chiamato 
non segue una vocazione
solo perchè Dio lo chiama, 
ma perchè vi scopre dentro
 una Grande Bellezza 
che lo attrae

(Amedeo Cencini)

martedì 27 gennaio 2015

Giornata della memoria - Padre Placido Cortese, martire del silenzio

Cari amici, in cammino e in ricerca vocazionale, il Signore vi dia pace. Si celebra oggi (27 gennaio) la "Giornata della memoria" con l'invito a riandare ai tragici avvenimenti della seconda guerra mondiale e in particolare all'odio cieco che portò ai campi di concentramento e allo stermino di milioni di persone (ebrei, prigionieri politici, soldati, profughi, migliaia di preti e religiosi e anche nostri frati...). Ma in un tempo in cui il male sembrava assoluto, non mancarono però tante testimonianze di bontà e generosità, di aiuto disinteressato, di gesti nobili e puri in nome dell'umanità, della giustizia e di un Bene che nonostante tutto, riuscì a mostrare la sua bellezza e grandezza e superiorità. Molti uomini e donne, spesso sconosciuti e anonimi si prodigarono infatti, per tendere una mano, prestare aiuto, dare un tozzo di pane per amor di Dio e dell'uomo, senza timore di mettersi in pericolo e perdere talvolta la loro stessa vita. 
Fra questi, certo tutti conoscerete la vicenda di san Massimiliano Kolbe, frate minore conventuale (della mia famiglia francescana), martire ad Auschwitz per aver chiesto di morire al posto di un padre di famiglia.  Mi piace però ricordare oggi, in particolare, la figura di P. Placido Cortese, un frate della mia comunità, presso la Basilica del Santo (Padova) che negli anni della guerra, silenziosamente, tanto operò in favore dei perseguitati: una scelta che gli costerà l'arresto e la tortura e la morte. Di seguito riporto la sua vicenda nella certezza che l'esempio di questo frate umile e coraggioso vi sproni sulla via del bene, rafforzi la vostra vocazione, vi spinga a donarvi con gioia al Signore, senza mai fingere di non vedere o non sapere di fronte al male. Al Signore Gesù sempre la nostra lode.
fra Alberto (fra.alberto@davide.it)

P. Placido Cortese nel chiostro del Santo
Chi è p. Placido Cortese? E perché viene arrestato e ucciso?
Padre Placido Cortese è un frate della comunità francescana del Santo di Padova. Scompare senza lasciare traccia (8 ottobre 1944- ha 37 anni). L'allora Rettore della Basilica, nel denunciare al questore di Padova l'assenza inspiegabile dal convento di padre Placido (era stato sequestrato dalle SS naziste), lo descriveva così: "È una persona di media statura, corporatura piuttosto gracile e snella, storto negli arti inferiori, viso oblungo, capigliatura bionda, occhi celesti con occhiali a stanghetta, dall'incedere claudicante. Devo precisare che verso le ore 13 di ieri (domenica) due sconosciuti chiesero del suddetto padre con rozza insistenza. Uno era di media statura, faccia piena, carnagione bruna e giacca marrone scuro. L'altro, che si teneva in disparte, slanciato, magro e senza il braccio destro, con un impermeabile".
L'infanzia e la vocazione
Nasce nell’isola bellissima di Cherso (in Istria) il 7 marzo 1907, una terra passata dopo la guerra, dall'Austria all'Italia (1918). Fin da bambino conosce i frati conventuali che a Cherso hanno un convento. A 13 anni decide di entrare in seminario affascinato dalla vita dei francescani !!! Parte da casa (un viaggio lunghissimo) per arrivare al seminario minore di Camposampiero (Pd) che accoglie i ragazzi che aspirano alla vita religiosa. Qui studia, gioca, prega…cresce.. e si conferma nel suo desiderio: diventare frate francescano!
Novizio al Santo di Padova
La sua vocazione francescana cresce e si rafforza tanto che a 16 anni (ottobre del 1923), entrando in Noviziato, veste per la prima volta l’abito religioso e l’anno dopo, a 17 anni, diventa frate ufficialmente professando i voti di povertà, castità, obbedienza. E'davvero splendida la lettera che in tale occasione scrive ai famigliari:
Carissimi (...)venerdì 10 ottobre è la data tanto desiderata e ormai raggiunta. Alla tomba di S. Antonio di Padova giurerò di osservare la Regola di San Francesco, coi tre voti: di Obbedienza, Povertà e Castità. Potete credere quanto sia contento!! Ho sempre pensato a questo giorno che credevo lontano, ma con grande gioia è arrivato. La vita da frate francescano è impegnativa , ma è un peso che non ci si stanca mai di portare, ma che sempre innamora l’anima verso maggiori sacrifici, fino anche a dare la vita per la difesa della fede e della religione cristiana, fino a morire fra i tormenti come i martiri del cristianesimo in terre lontane e straniere (Padova 7 ottobre 1924)
Incredibile e profetico!! A 17 anni si consacra al Signore con tanto fervore da scrivere di essere pronto "a dare la vita" per la fede, “fino morire fra i tormenti come i martiri”.
In un’altra lettera scriverà alla sorella di pregare per lui perché "diventi buono, ma buono sul serio". Colpisce questa determinazione in un ragazzo e spero provochi anche voi che leggete queste righe!!
Roma - Milano - Padova
A Roma si reca per proseguire gli studi. Il 6 giugno del 1930 diventa sacerdote (ha soli 23 anni). Ritorna quindi al Nord Italia dove si impegna fra i giovani come cappellano dell'Oratorio/patronato in una nostra parrocchia di Milano in viale Corsica. Di quella prima esperienza pastorale e di vita in comunità, così scrive: “sono contentissimo; qui ho due compagni d’oro. Ci divertiamo, non ci offendiamo mai!
Nel 1937 torna a Padova come direttore del Messaggero di S. Antonio, la storica rivista dei frati della basilica. Sono anni di grande impegno, in cui con grande abilità (è un uomo molto intelligente e preparato) fa arrivare il giornale ad un numero incredibile di copie (800.000).

Frati al lavoro in tipografia
La guerra - Il campo di Chiesanuova
Il 1 settembre del 1939, Hitler invade la Polonia dando così inizio alla seconda guerra mondiale e ad anni terribili per l'intera Europa. Anche l’Italia fascista di Mussolini, il 10 giugno 1940, dichiara guerra agli alleati: é  il conflitto totale, una guerra che causerà circa 50 milioni di morti.
A Padova arrivano migliaia di prigionieri (di guerra, prigionieri politici, soldati alleati catturati dai nazifascisti..) Molti sono Sloveni e Croati dopo che Hitler e Mussolini hanno invaso quei territori.
In località Chiesanuova (ex caserma Romagnoli) vi era un enorme campo per questi prigionieri (3000-3500). Tra questi, ben presto p. Placido diventa conosciuto e ricercato: P. Placido li visita spesso con la sua bicicletta.., parla la loro lingua (molti provengono dalla sua terra, l’Istria); porta indumenti, cibo , pane.. lettere e pacchi dei famigliari, nascondendo tutto sotto la tonaca.
La svolta dell’armistizio
L'8 settembre 1943, l'Italia si ritira dal patto con la Germania e firma l'armistizio con gli anglo americani. E’ un' Italia divisa e in preda del caos. Due i governi, la Repubblica sociale di Salò al Nord (con i fascisti e i tedeschi), e il governo di unità nazionale (Roma era stata liberata) al Centro Sud. Due eserciti in lotta fra loro, tedeschi e fascisti contro gli alleati e i partigiani. Inevitabile la lacerazione del tessuto civile. Ci fu chi combatté a fianco degli alleati, chi scelse la montagna come partigiano, e chi preferì continuare a credere al duce. La maggioranza degli italiani fu attendista, zona grigia: stette, cioè, a guardare, atterrita dall'orrore nazista e dal furore partigiano.
Padre Cortese, anche come direttore del Messaggero di sant'Antonio non si allineò mai con i più forti (tutti i giornali erano invece schierati!). Non era un rivoluzionario, ma nemmeno neutrale. Segue semplicemente il Vangelo condividendo la sorte di sbandati, ricercati e perseguitati: non può far finta di niente!!
Cosa fa P. Placido?
In modo assolutamente SEGRETO (anche molti frati non sapevano della sua azione) si dedica a salvare Ebrei (Hitler ne voleva lo sterminio); fa fuggire i soldati che lasciano l’esercito per non essere catturati dai nazisti; soccorre i civili prigionieri di guerra e i militari alleati evasi dai campi di prigionia, protegge i rifugiati sloveni, croati... che i tedeschi consideravano partigiani comunisti.
Fra tutti i perseguitati dai nazisti di Padova ormai si è sparsa la voce che una via di salvezza è possibile grazie a P. Cortese della Basilica del Santo (zona relativamente protetta perchè considerata extraterritoriale e territorio vaticano). P. Placido (grazie a S. Antonio!!) sa come recuperare i soldi per dare un aiuto a queste persone, sa come trovare e falsificare i documenti, sa come ottenere i timbri della questura, sa farsi aiutare da collaboratori e collaboratrici spesso giovanissimi (le sorelle Martini) che accompagnano questi prigionieri (per non dare sospetti) alla stazione e nel viaggio in treno sulla linea Verona, Milano, verso la Svizzera. E’ in contatto per questo con la Resistenza, in particolare con un’organizzazione partigiana detta FRA-MA (Franceschini- Marchesi), dal nome di due illustri professori universitari antifascisti che l’avevano fondata.
Il tutto si svolge con la massima segretezza: p. Placido sa di correre enormi rischi! Sa di rischiare ogni giorno di essere catturato e ucciso. Le autorità religiose e alcuni confratelli gli consigliano di andarsene, lontano da Padova. Ma la coscienza lo spinge ad affrontare anche questi rischi: non può tirarsi indietro!! Così dal convento, continua nella sua opera, nonostante alcuni fra i più stretti collaboratori siano stati arrestati, mentre altri, per paura l’abbiano abbandonato .

P. Placido con alcuni giovani collaboratori
Una rete segreta
Alcuni testimoni suoi collaboratori, in particolare le sorelle Martini ( Lidia e Carla, Liliana e Teresa, queste due saranno poi arrestate e portate in campo di concentramento a Mathausen) hanno raccontato (salvatesi dalla guerra) gli stratagemmi, e i trucchi che con tanta intelligenza e furbizia p. Placido sapeva ideare. L’appuntamento era in basilica al confessionale dove Placido stava in alcune ore fisse. Fingendo dunque la confessione, comunicavano in codice.: "padre…ci sono 12 scope, oppure padre avrei bisogno di cinque uova, o tre chili di farina e altre frasi simili". E p. Placido capiva che c’erano 12 prigionieri, oppure 5 o 3 persone da accompagnare in Svizzera e che dunque servivano per loro denaro, vestiti, ma soprattutto documenti.
Ma come provvedere a tutto questo, specie ai documenti?
S. Antonio e la Provvidenza divina davvero facevano miracoli: le offerte in basilica servivano per avere dei soldi da dare; qualche abito si rimediava, ma soprattutto grazie ai macchinari grafici con cui si stampava il Messaggero di S. Antonio (di cui era il direttore) ecco che p. Placido riusciva a riprodurre perfettamente passaporti falsi, carte d’identità, permessi. I timbri giungevano dalla questura dove aveva amici segreti. Ma per le fotografie? Sapete che alla tomba del Santo anche oggi molti fedeli mettono la foto dei propri cari! Già allora era così (la gente portava una candela, la foto di un famigliare, una piccola offerta). Ebbene succedeva che andando alla tomba di s. Antonio, con le sorelle Martini e altri collaboratori, che già avevano incontrato questi prigionieri da far fuggire, P. Placido cercava fra le tante fotografie (in bianco e nero) quelle che più si potevano avvicinare al volto di quei poveretti e così i documenti risultavano completi e quasi perfetti. Ed allora, ecco che le scope, o le uova o i tre chili di farina, diventavano dei volti concreti di persone da portare in salvo. Con i documenti falsi poi organizzava per essi un viaggio verso Milano e poi dal lago di Como ( grazie all’aiuto dei contrabbandieri, ben pagati per questo), attraversavano le Alpi verso la Svizzera. Queste sorelle Martini, allora ragazze giovanissime, e altri della sua rete di amici (fingendosi ora mogli, o sorelle o figlie o figli), con tanto coraggio accompagnavano i fuggiaschi cercando di tutelarli e aiutarli il più possibile (questi prigionieri infatti spesso non parlavano italiano, erano americani o canadesi o sloveni…). Un rischio enorme!!!
I sospetti dei tedeschi e il rapimento
Per molti mesi le cose filano lisce e centinaia sono i prigionieri fatti fuggire. I tedeschi però, scoprono e arrestano due delle sorelle Martini (prima condannate a morte e poi inviate in Germania in campo di concentramento) e ormai hanno capito che p. Cortese è la mente di questa organizzazione segreta. La sorte di p. Placido, soprannominato dalle SS con disprezzo "frate zoppino", per una disabilità che lo rendeva un poco claudicante, è ormai segnata: è un traditore del Reich e va eliminato e tutti i suoi collaboratori vanno scoperti e puniti. E così domenica 8 ottobre, verso le ore 13,00, si presentano al convento del Santo, due persone misteriose, soprabito scuro, cappello, occhiali neri. A consegnarlo alle SS, che attendevano oltre il sagrato della basilica (territorio pontificio), era stato un amico, che gli aveva teso una trappola facendolo chiamare dal portinaio del convento per prestare un soccorso d'urgenza ad alcuni rifugiati.

Le torture,  il silenzio, il martirio
Trieste, Piazza Oberdan: Sede della Gestapo

Tra l'8 ottobre e il 15 di novembre di quell'anno (1944), si consuma il dramma di padre Placido, martirizzato nella tristemente famosa sede della Gestapo di piazza Oberdan, a Trieste. Interrogato, torturato, non svelò i nomi dei suoi collaboratori, pur sapendo che ciò gli sarebbe costato la vita.
Janez Ivo Gregorc prigioniero, compagno di cella e testimone dell'agonia di padre Cortese, scrive: "Padre Placido era terribilmente malridotto: l'avevano bastonato, picchiato; il vestito lacerato e la faccia rigata di sangue. Ho ancora presenti le sue mani deformate e giunte in preghiera. Ci siamo riconosciuti. Mi incoraggiava a rimanere fedele, a confidare in Dio, a non tradire nessuno". Il celebre pittore sloveno Anton Zoran Music, per un mese prigioniero nelle celle delle torture della Gestapo a Trieste, poi deportato nel campo di concentramento di Dachau, rievocando la figura del Cortese, confidò al compagno di campo Janez Ivo Gregorc: "Mi ricordo che nel bunker di piazza Oberdan c'era un sacerdote, un certo padre Cortese. Erano visibili sul suo corpo i segni delle torture. Lo vidi per la prima volta quando ci portarono tutti in Questura per le fotografie di rito. Sulla giacca era vistosa una grande macchia di sangue. L'avevano picchiato duramente. Era una persona squisita. Teneva un comportamento da mite e pieno di speranza. Pregava sempre, a mezza voce. Gli avevano spezzato le dita. Mi colpiva la sua tenace volontà di resistere. La fermezza e la fede di quel piccolo e fragile padre, che non si arrese e non tradì nulla". Anche il noto scrittore Boris Pahor ha ricordato la figura di padre Placido in un brano nel suo ultimo libro edito in Italia: "Piazza Oberdan", (Nuova Dimensione, 2010).
P. Placido, da giovane novizio, aveva scritto ai genitori: "Il cristianesimo e la vita francescana sono un peso che non ci si stanca mai di portare, che sempre più innamora l'anima verso maggiori sacrifici, fino a morire tra i tormenti come i martiri". Era stato profeta! Infatti, così riferisce Vladimir Vauhnik, colonnello sloveno, capo della rete informativa pro-alleati: "Al religioso Placido Cortese la Gestapo cavò gli occhi, tagliò la lingua e lo seppellì vivo". Aveva 37 anni e otto mesi!
Servo di Dio
I frati del Santo, dopo la guerra, per vario tempo non seppero più nulla di questo loro confratello scomparso misteriosamente, così come era loro pressoché ignota l'opera segreta da lui compiuta. Interpellarono al riguardo persino san Pio da Pietralcina; questi tramite un'amica suora padovana, suor Giustina Fasan così rispose profeticamente: "Dica ai padri del Santo che non facciano ricerche su padre Cortese, perché è in paradiso per la sua grande carità". E infatti, la Provvidenza volle che senza particolari indagini, via via giungessero e fossero raccolte negli anni seguenti innumerevoli e incredibili testimonianze sul suo operato di carità, rendendo così possibile uno squarcio sul silenzio e sul "segreto" che aveva accompagnato da sempre la vicenda di questo frate umile e coraggioso, vero testimone dell'amore a Dio e al prossimo. Da allora la sua figura è sempre più studiata e conosciuta ed anche la causa di beatificazione iniziata nel 2002 ha terminato la fase diocesana che ha riconosciuto p. Cortese "Servo di Dio", ed ora sta velocemente proseguendo il suo iter a Roma.
Per tenere viva la sua memoria in Basilica del Santo è stato da alcuni mesi restaurato il confessionale di P. Placido, visitato con devozione da molti fedeli. 
Basilica del Santo: confessionale di P. Placido Cortese
Vedi altri post su P. Placido:

lunedì 26 gennaio 2015

A due a due

A due a due....
Dal Vangelo del giorno - Luca 10,1-9
Lunedì 26 gennaio 2015
In quel tempo, il Signore designò altri settantadue discepoli e li inviò a due a due avanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. 
Diceva loro: «La messe è molta, ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il padrone della messe perché mandi operai per la sua messe. Andate: ecco io vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né bisaccia, né sandali e non salutate nessuno lungo la strada. In qualunque casa entriate, prima dite: Pace a questa casa. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché l'operaio è degno della sua mercede. Non passate di casa in casa. Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà messo dinanzi, curate i malati che vi si trovano, e dite loro: Si è avvicinato a voi il regno di Dio». 
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Cari amici in cammino e in ricerca vocazionale il Signore vi dia pace. I Vangeli di questi giorni, come certo avrete notato, continuano da aver una forte accentuazione vocazionale. Anche il testo propostoci oggi dalla liturgia, narra della chiamata dei primi discepoli e del loro invio in missione. Si tratta di un brano che ispirerà fortemente l'esperienza di san Francesco e che connoterà per sempre l'Ordine francescano e i frati, anche nel loro modo di porsi e vestire e andare e stare nel mondo e fra la gente, annunciando il Vangelo. Mi piace di seguito ricordare brevemente cosa successe a san Francesco dopo l'ascolto di questa Parola. Che questa, ancora possa provocare e ispirare anche ciascuno di voi, nel seguire con gioia il Signore Gesù sulle strade del mondo. Vi incoraggio. A Lui sempre la nostra Lode. 
fra Alberto (fra.alberto@davide.it)

Curate i malati - Vietnam: frati nel lebbrosario 
L'esperienza di san Francesco
Era l'anno 1208. Dal giorno in cui Francesco aveva cominciato a seguire il comando impartitogli dal crocifisso di San Damiano ( "Francesco, va e ripara la mia casa") erano passati circa tre anni. In tutto questo tempo, oltre a restaurare chiese e servire i lebbrosi, aveva molto pregato, molto meditato sul Vangelo. Al cuore grande di quell'uomo inquieto non bastava però ciò che stava facendo e si chiedeva continuamente quale fosse la sua strada. Un giorno (forse nella festa di san Luca -18 ottobre), nella chiesetta della Porziuncola, durante la messa sentì leggere il brano relativo alla missione di predicare affidata da Cristo agli apostoli. Il testo evangelico era quello di Lc 10,1-9: Gesù manda a due a due i discepoli ad annunziare il Regno, con mansuetudine di agnelli, senza provviste di viaggio, senza borsa, portando il saluto di pace, mangiando quello che sarà loro messo dinanzi, curando i malati... Finita la messa Francesco, si fece spiegare dal sacerdote quel Vangelo. Fu come lo spuntare di un giorno radioso dopo una lunga notte: «Di scatto, esultante di divino fervore, disse - Questo è ciò che voglio, questo è ciò che chiedo, questo bramo di fare con tutto il cuore!» (cf. Fonti Francescane 354-358; 261-274).
Senza indugio abbandonò il suo abbigliamento da eremita, che fino a quel momento era stato il segno pubblico della sua «vita di penitenza», indossò una tunica semplice, da lui stesso ideata, stretta ai fianchi da una funicella e, a piedi nudi, si mise a predicare annunciando il regno di Dio e invitando alla conversione. Questo accadeva «nel terzo anno della sua conversione».
Ecco il primo effetto della scoperta della sua vocazione evangelica: Francesco sente come un bisogno vitale di portare agli uomini tutto quello che il Signore gli viene comunicando nel segreto della contemplazione; è un messaggio che lui annuncia «con grande fervore ed esultanza», come chi ha una «buona novella» che interessa tutti, un "tesoro" da comunicare a tutti i costi.
Adesso, inoltre, ha finalmente anche una vita da vivere e da condividere con altri. Infatti, pochi giorni dopo cominciano a raggrupparsi attorno a lui i primi discepoli, adottando lo stesso modo «di vestire e di vivere». E si trovò fondatore senza averlo previsto. Non si ritrasse davanti a questo nuovo segno della Volontà divina. Accolse, infatti, il primo arrivato, l'amico Bernardo da Quintavalle, con un abbraccio: sarà il primo di una schiera innumerevoli di fratelli che si uniranno a lui. Tommaso da Celano, suo primo cronista, così scrive al riguardo: «La venuta e la conversione di un tale uomo, riempirono Francesco di una gioia straordinaria: gli parve che il Signore avesse cura di lui, donandogli il compagno di cui ognuno ha bisogno e un amico fedele» (FF 361).
Francesco, aveva dovuto accettare fino ad allora una lunga solitudine, lui così portato per natura all'amicizia, così socievole! Ora il Signore gli donava dei fratelli con cui condividere l'ideale evangelico. Ancora dettando il Testamento alla fine della vita, ricorderà il dono grande della fraternità: «Il Signore mi donò dei fratelli».

Portate la Pace: Roma-Evangelizzazione di strada
Ecco io vi mando....

domenica 25 gennaio 2015

Dietro a me

Cari amici in cammino e in ricerca, il Signore vi dia pace.
Anche il vangelo di questa domenica ha una connotazione fortemente vocazionale.
Il Signore ci invita ad accogliere il suo invito e seguirlo senza indugi: venite dietro a me... vi farò diventare... Gli chiediamo la grazia d rispondere con prontezza e gioia...
Carissimi, suggerendovi di sostare in preghiera su questa Parola, vi propongo anche un bel commento video al vangelo (vedi i sottotitoli in italiano). Si tratta di una nuova iniziativa del gruppo di evangelizzazione di strada, Sveglia Francescana, dei giovani frati minori conventuali di Roma. Auguro a ciascuno una bella e serena domenica. Al Signore Gesù sempre la nostra lode. fra Alberto (fra.alberto@davide.it)


Terza domenica del tempo ordinario
Marco 1,14-20
"Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».
Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: «Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini». E subito lasciarono le reti e lo seguirono.
Andando un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, mentre anch’essi nella barca riparavano le reti. E subito li chiamò. Ed essi lasciarono il loro padre Zebedèo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui."


sabato 24 gennaio 2015

Castità e celibato. Un cammino d'alta quota!

Cari amici in cammino  e in ricerca della vocazione divina, il Signore vi dia pace. Oggi riporto la corrispondenza con Luca, un giovane (25 anni) angustiato da tentazioni circa la castità e interrogativi inerenti la vocazione sacerdotale e il celibato. Come sempre, spero che quanto scritto possa essere utile a tutti. Vi chiedo una preghiera per Luca e...anche per me. Al Signore Gesù la nostra lode.
fra Alberto (fra.alberto@davide.it)


Lettera di Luca
Caro P. Alberto, mi chiamo Luca (25 anni). Finalmente mi decido a scriverle anche per ringraziarla del suo blog e delle sue risposte sempre cosi utili e incoraggianti. Spero abbia una risposta anche ad un quesito che mi assilla da tempo. Durante l’anno passato ho seguito con grande entusiasmo e serietà un corso di discernimento vocazionale nella Diocesi di (...). Nel mio cuore credo di avere intravisto la strada del sacerdozio e vorrei rispondere sinceramente a questa chiamata. Nel frattempo, ho pure concluso l'università e mi pare sia giunto il tempo per una decisione verso il seminario. "Ma"....., c' è ogni volta un "ma" che si ripresenta e mi frena: ho avuto in passato una lunga relazione affettiva (terminata due anni fa), ma vivo e sento in me ancora grande attrazione per le ragazze anche se poi concretamente non ho più voluto cercare un legame avendo la prospettiva della consacrazione. La "castità personale" non è però ancora una meta che posso dire di avere raggiunto, anzi vivo momenti di forte pulsionalità in cui mi trovo senza alcuna difesa e cado miseramente non riuscendo a controllarmi (...) Pensando al celibato, mi chiedo spesso se sarei in grado di sostenerlo con rettitudine. Quando mi scopro debole e peccatore su questi aspetti, mi scoraggio moltissimo e così temo per il mio futuro come seminarista ancor prima che da sacerdote e mi viene da rimettere tutto in discussione. Poi però, ogni volta ripenso al mio cammino di conversione (dopo un pellegrinaggio a Medjugorie) e al cammino di fede e vocazionale di questi anni e vi scopro anche tanti segni del Signore che mi indicano questa direzione ed è la preghiera a donarmi l'unico conforto possibile e ancora a suggerirmi il desiderio di continuare.  Però intanto resto fermo e non mi decido a far nulla! Cosa ne pensa? Cosa mi può aiutare? Grazie di tutto. Luca

Risposta di Fra Alberto
Caro Luca, grazie per la fiducia e per avermi raccontato almeno in parte la tua storia e le tue fatiche: un bel dono per me. (...)  Riguardo alle preoccupazioni di natura affettiva e sessuale che ti angustiano, ti rinnovo sopra ogni cosa l'invito ad un dialogo schietto con il tuo padre spirituale; solo nella relazione personale si possono, infatti, affrontare serenamente temi così delicati e intimi. Nella tua lettera non parli di questa figura di riferimento che spero però tu abbia. Non illuderti di camminare da solo!!!
Mi permetto in ogni caso qualche breve considerazione. Circa le difficoltà (pulsionalità) in ordine alla "castità personale" di cui mi scrivi, da un lato, queste non vanno enfatizzate né super demonizzate: si tratta di un cammino di crescita e di auto dominio di sé che non è per nulla scontato o automatico in un giovane (specie in questa società iper sessualizzata)! Dall'altra, queste non vanno neppure sottovalutate, sostenendoti al riguardo sempre con la preghiera e una vita sacramentale assidua (confessione, eucarestia) e..tanta pazienza e umiltà. In esse andrebbe però colto anche il malessere che esprimono, il bisogno e il richiamo profondo che in qualche modo manifestano sia pure in modo disordinato. Si tratta dunque di andare all'origine di questo disagio, di questa pulsionalità irrazionale e senza confini che pare ogni tanto destabilizzarti. Vanno al riguardo evitati volontarismi e spiritualismi depistanti, scoprendo invece ciò che genera e favorisce in te certi comportamenti che poi ti addolorano e scoraggiano. La gioia sarà il primo segnale di questo cammino di conversione che per altro ti sarà molto utile anche se sceglierai di fidanzarti e farti una famiglia: la castità infatti non è solo prerogativa dei consacrati!!
Circa l'attrazione per le ragazze, ringrazia il Signore per la tua normalità! In questa tendenza infatti non c’è nulla di straordinario o di terribilmente peccaminoso. Questa tendenza, inoltre, non illuderti, anche se diventerai prete, non verrà mai meno e non è che scomparirà con la tua consacrazione. Non sta dunque qui la questione seria dove capire se potrai diventare o meno prete o religioso. I consacrati, infatti, scelgono il celibato, non perché non attratti o incapaci di amare una donna, ma nella consapevolezza che il loro cuore, la loro persona, la loro affettività e fisicità, ha già un'appartenenza, ha già nel Signore un amore ancora più grande e assoluto, così che tutta la loro vita è per Dio e per il Regno. 
Per diventare prete, devi dunque chiederti cosa significhi il Signore per te, che spazio abbia nella tua vita, che forza di seduzione eserciti su ti te. Sarà solo, infatti, una vocazione "divina" a consentirti una fedeltà nel celibato e conseguentemente una grande apertura di cuore e insieme la sua custodia; a permetterti una capacità di relazione e di dono verso ogni persona (donne o uomini) senza alcuna pretesa di possessività o esclusività. La castità e il celibato, nella consacrazione religiosa, dunque come via di libertà e di amore gratuito verso chiunque e ovunque. 
La castità e il celibato del sacerdote come "un cammino d'alta quota"; un cammino certo per "iniziati" (la vocazione religiosa non è per tutti!) esigente e affascinante, prossimo al Cielo, ma anche ben ancorato alla Terra, alla Vita dell'uomo... Qui sta il vero discernimento da operare...!!
Carissimo Luca, non ti conosco personalmente e quindi mi scuso se le mie parole sono state un poco generiche. Posso però dirti che da quanto scrivi, emerge la figura di un giovane retto e sincero; in te, mi pare sia presente un genuino desiderio di seguire il Signore e fare la sua volontà ( che tu diventi prete o no). Sono sicuro che questo tempo di prova e fatica saprà mostrati la strada che Lui ha in serbo per te. Ti sono vicino e ti ricordo nella preghiera. Al Signore Gesù sempre la nostra Lode.
Fra Alberto
Vite donate
Vietnam: frate con i lebbrosi
Vite donate
Assisi: frati e giovani ai campi estivi di spiritualità



venerdì 23 gennaio 2015

Proprio me?



Dal Vangelo del Giorno - Marco 3,13-19. 
Venerdì 23 gennaio 2015

In quel tempo, Gesù salì sul monte, chiamò a sé quelli che egli volle ed essi andarono da lui. Ne costituì Dodici che stessero con lui e anche per mandarli a predicare e perché avessero il potere di scacciare i demòni. Costituì dunque i Dodici: Simone, al quale impose il nome di Pietro; poi Giacomo di Zebedèo e Giovanni fratello di Giacomo, ai quali diede il nome di Boanèrghes, cioè figli del tuono; e Andrea, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso, Giacomo di Alfeo, Taddeo, Simone il Cananèo e Giuda Iscariota, quello che poi lo tradì. 


Cari amici in cammino e in ricerca, il Signore vi dia pace.
Il vangelo di oggi ci presenta la vocazione e la chiamata dei 12 apostoli, che l'evangelista con precisione nomina uno per uno; un elenco puntiglioso che un poco sorprende!
Se infatti prestiamo attenzione al nome, che apre l’elenco dei chiamati: Simone, subito ci viene in mente, che giungerà a rinnegare, Colui che lo aveva chiamato.

Se pure guardiamo al nome, che chiude l’elenco: Giuda Iscariota, ecco che gli troviamo assegnata la qualifica di futuro traditore. Gli altri nomi poi, che sono citati in mezzo, non segnalano virtù e valori particolari, ma appartengono a persone qualsiasi non particolarmente emergenti o speciali per doti o qualità. Anzi, nei vangeli li scopriremo via via, deboli, egoisti, increduli… Nasce allora una domanda sulla chiamata di Gesù: “Ma come ha fatto a chiamare questi qua?”.

Un interrogativo che forse riguarda e interpella anche ciascuno di noi a proposito della nostra personale chiamata: “Ma come fa il Signore a voler chiamare proprio me? Ma davvero Signore hai detto anche il mio nome?”.

L’evangelista Marco a proposito della chiamata dei Dodici come per la nostra, propone una pista di interpretazione che ci consola e incoraggia oltre ogni nostra perplessità e consapevolezza di inadeguatezza. L’evangelista Marco, infatti, situa il verbo "chiamò" tra due altre azioni di Gesù: “salì sul monte” da un lato e “quelli che voleva” dall’altro. 

Solo se letta tra questi due argini, la chiamata, la vocazione, perde ogni carattere di superficialità, di improvvisazione, di sprovvedutezza e invece si riempie di altissimo valore.

La chiamata nasce sul monte: il monte era uno dei luoghi privilegiati, nei quali Gesù si ritirava per immergersi nella comunione col Padre, e poi lì, da quell’oceano di amore, raccoglieva la volontà, il piano, il progetto che doveva servire e realizzare.
Sempre le chiamate di Gesù, anche le nostre chiamate personali, nascono da questa sua immersione nell’amore del Padre .
Sempre le chiamate di Gesù recano dentro di sé come impronta qualificante la tensione dialettica dell’amore: lo sporgersi oltre di sé per andare verso la persona amata in nome del desiderio dell’averlo con sé in una intensa comunione di amore. Se siamo chiamati dunque è perchè siamo amati e così coinvolti in una storia più grande di noi, che trova la sua sorgente nel cuore di Gesù e nella sua relazione col Padre
Ugualmente chi è chiamato a stare con Gesù in profonda comunione di amore, si troverà a sua volta a condividere la stessa tensione dialettica dell’amore: lo sporgersi oltre se stesso, l’andare agli altri per includere anche loro nella comunione d’amore… Da quella chiamata scaturita sul monte, parte dunque un fiume d'amore, che attraversa la storia e la vita di tante persone, per ancora continuare a diffondersi e irradiarsi a tutti.

La volontà di Gesù è l'altro argine, in mezzo al quale nasce la chiamata. La chiamata non è pertanto frutto di casualità, non è dettata dal capriccio di un attimo o da una emozione passeggera di scarsa consistenza e di esiguo spessore, ma nasce dalla volontà del Figlio, che raccoglie con totale dedizione di amore la volontà del Padre. Nella chiamata di Gesù ci raggiunge e ci viene proposto il disegno e il progetto, con cui siamo stati pensati, voluti e amati e scelti da sempre. La chiamata di Gesù, quindi, ci orienta verso la verità di noi stessi.

Noi siamo dunque sorpresi che Gesù ci chiami, visto quel che siamo, visto quel che conosciamo noi di noi stessi. Invece, visto il valore, che indiscutibilmente reca in sé la chiamata di Gesù, dovremmo rimanere stupiti nello scorgere chi siamo, che cosa siamo chiamati a essere, secondo la verità di Dio.

Vi incoraggio e prego per ciascuno di voi. Al Signore Gesù sempre la nostra lode.
fra Alberto (fra.alberto@davide.it)

domenica 18 gennaio 2015

Che cosa cercate?

Cari amici in cammino e in ricerca vocazionale, il Signore vi dia pace.
Credo che tutti oggi, dopo aver ascoltato il Vangelo abbiamo sentito questa Parola come significativa per la nostra vita, per il nostro cammino di discernimento. Gesù si pone sulla nostra strada e ci interpella e interroga (che cercate?) e invita (venite e vedrete!) e ci guarda... A noi decidere di seguirlo, a noi lasciarci sedurre, a noi fidarci. Questo passo può essere non facile, ma abbiamo un buon motivo per farlo: Lui è l'agnello che ha sacrificato la vita per noi; per la Sua Croce siamo stati acquistati a caro prezzo; Lui è il Messia e Cristo, il figlio di Dio che con la Sua potenza è più forte di ogni limite e morte!! (cfr anche la seconda lettura). Con Lui, in Lui e per Lui di nulla possiamo temere; in Gesù finalmente ogni nostra inquietudine e ricerca e anelito può trovare pace e significato e riposo. Da 2000 anni, tantissimi hanno creduto e scommesso su questo invito di Gesù, rinnovando in tal modo la loro vita e la vita del mondo!
Carissimi, suggerendovi di sostare in preghiera su questa Parola, vi propongo anche il bel commento video di un caro confratello, fra Andrew. Si tratta di una nuova iniziativa del gruppo di evangelizzazione di strada, Sveglia Francescana, dei giovani frati minori conventuali di Roma. Auguro a ciascuno una bella e serena domenica. Al Signore Gesù sempre la nostra lode. 
fra Alberto (fra.alberto@davide.it)

Venite e Vedrete!
Seconda domenica del tempo Ordinario
Dal vangelo di Giovanni (1,35-42).

In quel tempo, Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l'agnello di Dio!». E i due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, vedendo che lo seguivano, disse: «Che cercate?». Gli risposero: «Rabbì (che significa maestro), dove abiti?». Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove abitava e quel giorno si fermarono presso di lui; erano circa le quattro del pomeriggio.
Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone, e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia (che significa il Cristo)» e lo condusse da Gesù. Gesù, fissando lo sguardo su di lui, disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; ti chiamerai Cefa (che vuol dire Pietro)». 

 

venerdì 16 gennaio 2015

Martirio e Vocazione


I Protomartiri francescani
Pace a voi, cari amici in cammino e in ricerca della vocazione divina per la vostra vita.
Oggi nel "mondo" francescano si ricordano i primi martiri dell'Ordine, uccisi in Marocco (il 16 gennaio 1220) dal Sultano in persona a causa della loro predicazione in terra islamica e per la tenace fede in Gesù Cristo, mai venuta meno, nonostante le atroci torture che dovettero subire. Si chiamano Berardo, Pietro, Ottone, Accursio e Adiuto e sono tra i primi giovani che vollero unirsi a Francesco d'Assisi. Da questi, avevano ottenuto di poter andare a predicare il Vangelo fra i saraceni, in Marocco, dove erano giunti dopo un lungo viaggio attraverso l'Italia, la Francia, Spagna e Portogallo. La loro missione in terra d'Africa durò purtroppo, ben poco. Lo stesso Francesco quando apprese la notizia del loro martirio poté esclamare che da quel momento poteva veramente dire "di avere cinque Frati Minori". Ma la morte tragica dei 5 fraticelli non fu senza frutti...

La vocazione di S. Antonio di Padova
Queste primizie di testimonianza dell’Ordine Minoritico conquistarono, infatti, al francescanesimo un giovane e brillante portoghese, Ferdinando di Buglione, noto poi come S. Antonio di Padova. Egli aveva, infatti, visto giungere a Coimbra le reliquie dei religiosi uccisi restandone profondamente scosso. Il desiderio di una vita più evangelica e l'anelito al martirio per Cristo, lo spingono ad accogliere la vocazione francescana e ad imbarcarsi egli pure per il Marocco, rivestito di un povero saio. Ma nei suoi riguardi la Provvidenza ha già in serbo ben altri progetti per i quali, fra Antonio, giunge prima naufrago in Sicilia e poi ad Assisi e a Roma, in Francia... e a Padova secondo un itinerario di vita che certo mai avrebbe ipotizzato.
La chiesa di Santo Antonio dos Olivais a Coimbra, dove sostarono i protomartiri prima di partire per il loro destino finale, è abitata tuttora dai noi francescani conventuali, gli stessi frati del Santo di Padova che venne accolto nell'Ordine proprio in quella chiesetta.

Martirio e vocazione
Cari amici in ricerca, come avrete dunque potuto constatare dalle vicende dei Protomartiri e di Sant' Antonio, martirio e vocazione si richiamano e interpellano reciprocamente. Ma badate bene, l'abbinamento non riguarda straordinariamente solo i personaggi di cui abbiamo appena narrato e non è relegato a qualche episodio analogo particolarmente cruento!!! In realtà non c'è autentica chiamata alla consacrazione religiosa se manca la spinta e l'audacia mite e forte nello stesso tempo della testimonianza ("marturia"); se non si è guidati da un desiderio di consegna di sé al Signore e al Suo progetto. Al frate, come ad ogni religioso, è richiesto sempre, infatti, "di dare la vita" per Gesù, "di morire a sé stesso" per spendersi interamente per Lui, per gettarsi in Lui senza reticenze e confini.
Se dunque caro fratello, forse stai pensano a questa nostra strada francescana, chiediti se anche tu come S. Antonio o i 5 giovani frati Protomartiri, sei davvero disposto a rimettere in Gesù tutto di te: il tuo spirito, la tua intelligenza e volontà, i tuoi sogni, i tuoi desideri, il tuo corpo, persino i tuoi limiti e peccati per seguirLo dove Lui vorrà condurti... Se non è così, sarai soprattutto preoccupato di te e del tuo orticello, più che del Vangelo e del Regno di Dio! Se non è così, il convento si trasformerà presto in un accomodante rifugio; l'abito in un "soprabito" protettivo; i voti in una pennellata di vernice superficiale! Se non è così...lascia perdere!

Al Signore Gesù sempre la nostra Lode.
fra Alberto (fra.alberto@davide.it)


Ecco qui un bel documentario trasmesso dalla RAI sulla vocazione francescana e sui primi cinque frati martiri dell'Ordine Francescano degli inizi.

Qui sotto, invece, vi riporto la seconda lettura dell'Ufficio divino dal Breviario Francescano per la memoria del 16 gennaio. Si tratta di un resoconto della missione e della passione (con dovizia di particolari raccapriccianti) dei Protomartiri, comprese le lusinghe a cui furono soggetti i santi e il loro rifiuto di ogni compromesso. I santi missionari proclamano: "Gesù Cristo unico Salvatore universale e assoluto" - con qualche secolo di anticipo su "Dominus Iesus".

Dalla Cronaca dei Ministri Generali dell’Ordine dei Frati Minori 
(Analecta Franciscana, 111, pp. 15-19)
Il beato Francesco, per ispirazione divina, inviò nel Marocco sei degnissimi Frati perché predicassero coraggiosamente la fede cattolica agli infedeli.
Giunti nel regno d’Aragona, frate Vitale si ammalò gravemente e poiché tardava a rimettersi, non volendo che l’opera di Dio fosse ostacolata per motivo della sua infermità, ordinò agli altri cinque di adempiere il comando di Dio e del Serafico Padre. I santi Frati dunque obbedirono e, lasciato frate Vitale, proseguirono per Coimbra.
Continuando il viaggio giunsero travestiti a Siviglia, allora occupata dai Saraceni. Un giorno, animati da fervore, si spinsero fino alla moschea principale e volevano entrarvi; ma furono impediti dai Saraceni che fecero irruzione su di loro con grida, spinte e percosse Infine, avvicinatisi al portone del palazzo del sovrano dei Mori, cominciarono a dire che essi erano stati mandati al re come ambasciatori del Re dei re, cioè Gesù Cristo Signore.
Dopo che ebbero esposto al re molte cose intorno alla fede cattolica per indurlo alla conversione e a ricevere il battesimo, questi, pieno di furore, ordinò che venisse loro amputata la testa; ma poi sentito il parere degli anziani, li fece imbarcare per il Marocco come era loro desiderio.
Entrati nella capitale, cominciarono immediatamente a predicare il Vangelo alla gente che stava nelle piazze della città. Ma avendo il sultano risaputo la cosa, ordinò che venissero messi in prigione, dove restarono per venti giorni senza cibo e bevanda, nutriti solo delle consolazioni divine.
Poi il sovrano li fece convocare dinanzi a sé. Ma avendoli trovati fermissimi nella professione della fede cattolica, acceso di sdegno, ordinò che venissero torturati in vari modi e, in luoghi separati, sottoposti ai flagelli. Allora gli sgherri, legatili mani e piedi e con le funi al collo, cominciarono a trascinarli per terra con tanta violenza, che quasi ne apparivano al di fuori le viscere. Sulle loro ferite versarono aceto e olio bollente e infine li gettarono sui loro giacigli ricoperti di frammenti e di rottami, seguitando a tormentarli per tutta la notte.
Dopo di ciò il re del Marocco, pieno di furore, ordinò che venissero ricondotti davanti a lui.
Incatenati e seminudi furono condotti alla presenza del re. Questi, avendoli trovati ancora saldissimi nella fede, allontanate le altre persone, fece entrare alcune donne e cominciò a dire: «Frati, convertitevi alla nostra fede, vi darò queste donne per mogli e molto denaro, e sarete onorati nel mio regno». Ma i beati Martiri risposero: «Non vogliamo né le tue donne né il tuo denaro, ma tutto questo disprezziamo per amore di Cristo». Allora il sultano montò in furore e, afferrata una scimitarra e separati uno dall’altro i santi Frati, spaccò loro la testa, vibrando tre colpi sulla loro fronte: li uccise così di propria mano.

giovedì 15 gennaio 2015

I Francescani tra i "saraceni"

Je suis franciscain
Cari amici in cammino e in ricerca vocazionale, il Signore vi dia pace.
Siamo tutti sgomenti di fronte alle tristi notizie di questi giorni con i tragici attentati di Parigi e le atrocità perpetuate in Nigeria dai fondamentalisti islamici. Senza addentrarmi in riflessioni complesse (di natura politica, economica, culturale..) di cui già si è parlato molto su tutti i mass-media, non posso non pensare come da secoli noi frati francescani ci troviamo a vivere una vicinanza e un confronto mai scontato col mondo musulmano. E' san Francesco stesso, infatti, che da subito ha a cuore la missione fra "i saraceni e gli infedeli" inviando i suoi frati ad annunciare il Vangelo in terre soggette all'Islam e andando lui stesso in Terra Santa (al seguito di una Crociata) dove ha il coraggio di incontrare il Sultano. Questa presenza francescana, si rivela presto pericolosa e difficile. Il 16 gennaio 1220 infatti 5 fraticelli inviati in Marocco subiscono il martirio a causa della loro predicazione evangelica. Francesco, all'annuncio dell'uccisione dei suoi frati esclama: «Ora posso dire con sicurezza di avere cinque Frati minori». Le salme vengono trasferite a Coimbra, in Portogallo. E' in tale contesto che sant'Antonio di Padova che aveva conosciuto in precedenza i martiri al loro passaggio in Portogallo diretti in Marocco, ha la vocazione ad entrare nell'Ordine francescano. Ma non posso non ricordare ancora la secolare e travagliata eppur tenace presenza francescana nella terra di Gesù con la Custodia dei luoghi santi. Non posso non pensare agli amici frati che anche oggi, con coraggio e mitezza, continuano a testimoniare il Vangelo in Palestina, Libano, Giordania, Siria, Turchia e in tutto il Medio Oriente.... 
Riporto di seguito alcune indicazioni dello stesso Francesco, sul modo di rapportarsi e relazionarsi dei frati con "i saraceni": un modo controcorrente e scomodo, un modo assolutamente e radicalmente evangelico! Vi invito cari fratelli in questi giorni a pregare per tutte le vittime del terrorismo così come per i persecutori, vi invito a pregare per i frati in terre islamiche, vi invito a pregare per la pace e la riconciliazione e il dialogo fra i popoli e le culture.
Che san Francesco ci guidi ancora in questo difficile, ma necessario cammino e compito a noi francescani particolarmente affidato.

Al Signore Gesù sempre la nostra lode.
fra Alberto (fra.alberto@davide.it)

Francesco illustra il Vangelo al Sultano - mosaico di M. Rupnik S.J.
"San Francesco esortava così i suoi frati"
Il capitolo XXII della Regola non bollata di San Francesco d'Assisi inizia con la seguente esortazione ai frati. Mi pare quanto mai attuale, pur essendo stata scritta nel 1220, dopo la permanenza del Santo in Egitto tra i crociati e i musulmani, dove ebbe il coraggio di andare ad annunciare il Vangelo al Sultano: O frati tutti, riflettiamo attentamente che il Signore dice: "Amate i vostri nemici e fate del bene a quelli che vi odiano" (Mt 5,44), poiché il Signore nostro Gesù Cristo, di cui dobbiamo seguire le orme (Cfr. 1Pt 2,21), chiamò amico (Cfr. Mt 26,50) il suo traditore e si offrì spontaneamente ai suoi crocifissori. Sono, dunque, nostri amici tutti coloro che ingiustamente ci infliggono tribolazioni e angustie, ignominie e ingiurie, dolori e sofferenze, martirio e morte, e li dobbiamo amare molto poiché, a motivo di ciò che essi ci infliggono, abbiamo la vita eterna.

Al capitolo XVI della stessa Regola, Francesco dava anche le sue dettagliate istruzioni per i religiosi che intendevano andare missionari "tra i Saraceni e gli altri infedeli". La memoria del santo Poverello recupera tutte le citazioni evangeliche necessarie per sostenere i suoi fratelli nell'intento di portare Cristo a coloro che ne sono privi, anche a costo della vita. Portare a tutti il regalo del Vangelo è il primo scopo della vita francescana: per questo lo si deve vivere, perché altrimenti non si sarebbe nemmeno credibili.

Cap. XVI: Dl COLORO CHE VANNO TRA I SARACENI E GLI ALTRI INFEDELI
1 Dice il Signore: "Ecco, io vi mando come pecore in mezzo ai lupi. 2 Siate dunque prudenti come serpenti e semplici come colombe" (Mt 10,16). 3 Perciò qualsiasi frate che vorrà andare tra i Saraceni e altri infedeli, vada con il permesso del suo ministro e servo. 4 Il ministro poi dia loro il permesso e non li ostacoli se vedrà che sono idonei ad essere mandati; infatti dovrà rendere ragione al Signore (Cfr. Lc 16,2), se in queste come in altre cose avrà proceduto senza discrezione.

5 I frati poi che vanno fra gli infedeli, possono comportarsi spiritualmente in mezzo a loro in due modi. 6 Un modo è che non facciano liti o dispute, ma siano soggetti ad ogni creatura umana per amore di Dio (1Pt 2,13) a e confessino di essere cristiani. 7 L'altro modo è che quando vedranno che piace al Signore, annunzino la parola di Dio perché essi credano in Dio onnipotente Padre e Figlio e Spirito Santo, Creatore di tutte le cose, e nel Figlio Redentore e Salvatore, e siano battezzati, e si facciano cristiani, poiché, se uno non sarà rinato per acqua e Spirito Santo non può entrare nel regno di Dio (Gv 3,5).

8 Queste ed altre cose che piaceranno al Signore, possono dire ad essi e ad altri; poiché dice il Signore nel Vangelo: "Chi mi riconoscerà davanti agli uomini, io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli" (Mt 10,32); 9 e: "Chiunque si vergognerà di me e delle mie parole, il Figlio dell'uomo si vergognerà di lui, quando tornerà nella gloria sua e del Padre e degli angeli" (Lc 9,26). 10 E tutti i frati, ovunque sono, si ricordino che si sono donati e hanno abbandonato i loro corpi al Signore nostro Gesù Cristo. 11 E per il suo amore devono esporsi ai nemici sia visibili che invisibili, poiché dice il Signore: "Colui che perderà l'anima sua per causa mia la salverà per la vita eterna" (Cfr. Lc 9,24.; Mt 25,46). 12 "Beati quelli che sono perseguitati a causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli (Mt 5,10). 13 Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi" (Gv 15,20). 14 E: "Se poi vi perseguitano in una città fuggite in un'altra (Cfr. Mt 10,23).

15 Beati sarete, quando gli uomini vi odieranno e vi malediranno e vi perseguiteranno e vi bandiranno e vi insulteranno e il vostro nome sarà proscritto come infame e falsamente diranno di voi ogni male per causa mia (Cfr. Mt 5,11 e 12); 16 rallegratevi in quel giorno ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli (Lc 6,23; Mt 5,12). 17 E io dico a voi, miei amici: non lasciatevi spaventare da loro (Cfr. Lc 12,4) 18 e non temete coloro che uccidono il corpo e dopo di ciò non possono far niente di più (Mt 10,28; Lc 12,4). 19 Guardatevi di non turbarvi (Mt 24,6). 20 Con la vostra pazienza infatti salverete le vostre anime (Lc 21, 19). 21 E chi persevererà sino alla fine, questi sarà salvo" (Mt 10,22; 24,13).

mercoledì 14 gennaio 2015

Odorico: santo fino agli estremi confini della terra

Arca del Beato Odorico a Udine

Cari amici in ricerca,
pace e bene!

Oggi nelle nostre fraternità dell'Italia settentrionale celebriamo la memoria del beato Odorico da Pordenone. Si tratta di una figura affascinante: agli inizi del XIV secolo parte alla volta della Cina per annunciare il Vangelo. Un viaggio che ha quasi dell'incredibile ai nostri occhi, facilitati come siamo a percorrere grandi distanze in tempi brevissimi.

Vi lascio alla lettura di questi tratti della sua vita, un avventura bella e difficile per annunciare Cristo e diffondere la sua Parola e i suoi doni di salvezza. Ogni vocazione è missionario, nei modi più diversi. Ma confido che stimoli chi è chiamato dal Signore a donarsi per annunciare Cristo dove non è conosciuto: in terre lontane e... qui, appena fuori di casa.

Frati in Cina
Vi chiedo una preghiera per i nostri frati, che ultimamente stanno con fatica riavviando la presenza e il servizio apostolico dell'Ordine nel cuore della grande Cina, per riprendere l'opera a cui Odorico e tanti altri, prima e dopo, sono stati chiamati.
Infine vi prego di prestare attenzione alle parole con cui p. Vitale A. B., già Ministro generale dell'Ordine e Arcivescovo di Gorizia, conclude questa pagina. È di grande attualità la sua sottolineatura: conoscere bene l'altro, la sua lingua, il suo tessuto culturale. Per poterlo davvero incontrare, per dialogare, per dirgli e chiederli qualsiasi cosa, occorre capirlo in profondità... Tanto più per annunciargli Cristo nostra salvezza.

Il Signore vi doni pace e luce!

frateFrancesco

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BEATO ODORICO DA PORDENONE
Sacerdote francescano, missionario in Oriente, apostolo dei cinesi
Pordenone 1285 ca. – Udine 1331

ODORICO fu uno dei più grandi missionari, tutto intento a «guadagnare anime a Cristo». Nasce, secondo la tradizione, a Villanova presso Pordenone attorno l’anno 1285. Nulla si conosce della sua infanzia. Entra, sembra all’età di quindici anni, tra i frati minori del convento di San Francesco in Udine. Trascorre del tempo come eremita. E’ ordinato sacerdote. Insigne per spirito di penitenza, porta il cilicio e le catene di ferro alle braccia. Profonda è la sua umiltà: rifiuta incarichi nel convento e nella provincia dell’ordine. Fruttuosa è la sua predicazione; opera anche miracoli. A un certo momento, «frate Odorico di Friuli, d’una terra chiamata Porto di Naone» (come si definisce lui stesso) chiede di partire per il leggendario Catai, l’attuale Cina, allora sotto il dominio dei Mongoli. Non è il primo europeo a raggiungere quel lontano paese (il veneziano Marco Polo era salpato per la Cina nel 1271) e neppure il primo missionario. Il francescano Giovanni da Montecorvino vi era stato inviato dal papa Niccolò IV: era arrivato a Khanbaliq (la «città del re», attuale Pechino) nel 1294 e probabilmente nel 1313 era stato consacrato vescovo (patriarca di tutto l’Oriente). Giovanni aveva fondato poi diverse diocesi e in Cina erano giunti altri missionari

IN VIAGGIO VERSO LA CINA
Odorico arriva in Cina dopo un lunghissimo viaggio da lui descritto nell’Itinerarium. Imbarcatosi a Venezia nel 1318 insieme a frate Giacomo d’Irlanda e a Michele da Venezia, approda a Trebisonda (sul Mar Nero). Attraversa quindi via terra l’Armenia e la Persia salito su una nave ad Hormuz (Golfo Persico), sbarca alle foci dell’Indo, a Tana, nei pressi dell’odierna Bombay. Lì accoglie le ossa dei beati martiri francescani Tommaso da Tolentinoo, Jacopo da Padova, Pietro da Siena e Demetrio da Tiflis e le porta con sé a rischio della vita. Continua il viaggio lungo la costa occidentale dell’India, raggiunge Ceylon e quindi le isole Nicobre, Andamane, Sumatra e Giava. E’ il primo occidentale a mettere piede sul Borneo. Pare sia stato il primo sacerdote a toccare l’arcipelago filippino. Finalmente da Canton entra in Cina: prosegue per Zaiton, dove depone le reliquie dei martiri di Tana. Raggiunge Nanchino e, proseguendo verso Pechino, fonda una comunità cristiana nello Shandong, segno evidente che, durante il cammino, egli predica, battezza, organizza delle comunità: gli viene attribuita l’amministrazione di ventimila battesimi. Pericoli, torture e rischi di ogni genere costellano il suo procedere verso la meta.

IL RITORNO E LA MORTE 
Fra il 1325 e il 1328 è a Khanbaliq, sede di Giovanni da Montecorvino e capitale dell’impero, conquistando anche la simpatia del Gran Khan. Dopo tre anni di permanenza e apostolato, l’arcivescovo ordina a Odorico di tornare in Europa con il mandato di chiedere al papa l’invio di almeno cinquanta missionari. Frate Odorico percorre questa vota la via di terra: passa per la regione del Tibet, per il Turkestan, Pamir, Afghanistan, Persia settentrionale, Armenia, fino nuovamente a Trebisonda. Da qui, con una nave, giunge a Venezia nel 1330 e subito si dispone a proseguire per Avignone, dove risiede il papa. Giunto però a Pisa, si ammala: la tradizione riferisce di un’apparizione di San Francesco, che gli ordina di tornare al suo «piccolo nido», il convento di Udine, mentre avrebbe pensato lui ad avvertire il papa della richiesta di nuovi missionari. Il Beato Odorico, stanchissimo, si ferma a Padova, nel Convento del Santo: i cinquantamila chilometri percorsi pesano sul suo fisico. Il ministro provinciale frate Guidotto lo prega più volte e poi gli dà l’obbedienza di scrivere i ricordi del suo incredibile viaggio. Odorico, nel mese di maggio 1330, detta allora la confratello Guglielmo da Solagna l’Itinerarium o Relatio, che sarà noto poi, in diversi codici, anche con i titoli di De mirabilibus mundi, De Rebus incognitis, Novitates. Il beato arriva infine al convento della sua giovinezza, professione religiosa, studi e primo apostolato a Udine. Irriconoscibile per le fatiche e tribolazioni, muore poco dopo, il 14 gennaio 1331.

IL CULTO COME BEATO 
La salma rimane esposta per giorni nella chiesa di San Francesco e numerosi sono i miracoli attribuiti alla sua intercessione: il patriarca di Aquileia Pagano della Torre dispone che siano raccolti a annotati. Tutti ormai chiamano Odorico «beato». Il patriarca si adopera subito anche per la canonizzazione, ma – non giunta al papa o dispersa la documentazione – si deve attendere fino al 2 luglio 1755 per il riconoscimento, da parte di Benedetto XIV, del culto sempre tributatogli lungo i secoli e in particolare presso la stupenda arca marmorea voluta subito dal patriarca per la custodia del corpo e scolpita già l’anno seguente la morte (1332) da Filippo de Sanctis. Dal 1771 essa è conservata nella chiesa della Beata Vergine del Carmine, sempre a Udine. Sull’altare maggiore della chiesa di Villanova di Pordenone una statua, opera del 1520 del Pilacorte, mostra il beato nella iconografia tradizionale con il libro dei Vangeli nella mano sinistra e il crocifisso nella destra. Così pure lo raffigura Francesco Grillo in una tela del 1790 al Carmine di Udine, mentre nel santuario antoniano di Camposampiero Odorico è raffigurato nell’atto di battezzare. A Pordenone è intitolata a lui una chiesa parrocchiale, opera dell’architetto Mario Botta, consacrata nel 1998. Ancora nella città natale, un altare con statua del 1923 si trova nel santuario della Beata Vergine delle Grazie e un reliquiario è conservato nel duomo concattedrale. La causa di canonizzazione del Beato Odorico è ripresa nell’anno 2002, postulata dai Frati Minori Conventuali. Nel luglio 2002 si è proceduto alla ricognizione medico-canonica del corpo, parzialmente incorrotto. Conclusa a Udine l’inchiesta diocesana per la canonizzazione, gli atti sono stati trasmessi alla Congregazione delle cause dei Santi nell’aprile 2006. Le iniziative a sostegno della causa, di culto e divulgazione della figura del Beato Odorico, sono seguite da una commissione rappresentativa delle diocesi di Udine e Concordia-Pordenone e della Provincia del Nord Italia dei Francescani Conventuali.
don Giancarlo Stival

PERCHE’ SANTO?
Ogni grande figura della storia, nel cammino del tempo, riemerge e acquista attualità perché viene a rispondere a nuove problematiche ed esigenze. Nell’urgente e sempre vivo problema di portare il Vangelo a tutte le genti, constatiamo che nel continente asiatico, il più popolato, il cristianesimo è al livello più basso e la sua diffusione incontra notevoli difficoltà presso popoli di antiche religioni e di raffinate culture millenarie. Basti pensare ai milioni di cinesi, indiani, giapponesi, ecc. che non conoscono ancora il Vangelo di Cristo! Nell’affrontare l’immenso problema dell’evangelizzazione dell’Estremo Oriente, ci viene incontro un missionario che si è inserito in quel grande ed evoluto mondo cinese ben seicentottanta anni fa. Il francescano Odorico da Pordenone, forte dello spirito di apertura di Francesco d’Assisi, intraprese il cammino verso l’Oriente con il desiderio di conoscere ed immedesimarsi nella cultura di quei popoli, per meglio portare a loro il messaggio di fraternità e di pace di Cristo. Perché, dopo sette secoli, oggi sentiamo il bisogno che questa grande figura di esploratore della fede venga riproposta con l’aureola della santità alla venerazione dei seguaci di Cristo? Penso che oggi, per essere accolti dai popoli di antiche tradizioni, abbiamo bisogno di imitare Odorico da Pordenone, studiando lingue, culture, usi e costumi, valorizzando ciò che il Signore dell’Universo ha seminato di buono nella mente e nel cuore degli uomini: troveremo poi la strada più aperta alla penetrazione del messaggio evangelico in Cristo. La nostra ansia missionaria ha bisogno di ripercorrere la via tracciata da questo figlio di San Francesco e per questo domandiamo alla Chiesa di ripresentarlo come esempio da imitare sulla strada verso l’Oriente.
P. Antonio Vitale Bommarco ofm conv
Primo presidente della Commissione Beato Odorico per la canonizzazione e il culto


Testo tratto da qui.
Informazioni sui festeggiamenti 2015.
Un altro nostro post sul beato.