Come vivere il tempo di attesa? Oggi ci racconta la sua esperienza Giosuè, un giovane studente universitario, alle prese con le scelte che la vita mette davanti. Lo ringraziamo per questa condivisione e testimonianza e gli assicuriamo la nostra preghiera per il suo cammino!
Sopra la scrivania della mia stanza c’è una mensola dove ho alcuni dei libri a me più cari. Tra di questi c’è un piccolo libricino con la copertina rigida di una settantina di pagine: è il progetto educativo che mi hanno consegnato l’8 dicembre 2016 al mio ingresso ufficiale in Seminario Minore. La settimana scorsa per caso ho preso in mano.
Ho trovato con curiosità un paragrafo riguardante la teologia della Vocazione, volevo condividere con voi un concetto che ho trovato interessante. Si può vedere la propria vocazione come strutturata in diversi strati: sicuramente ce n’è uno più specifico (“vocazione al ministero e alla sequela radicale di Cristo […]”, quando “Dio chiama alcuni a un compito particolare”) che richiede discernimento e riguarda “ciò che faremo da grandi”, ma anche uno più immediato, che viene presentato come “vocazione alla fede”.
Riguardo a questa, in particolare, viene detto: “La vocazione alla fede si realizza nel riconoscere, nell’accogliere e nel seguire Cristo, conformando tutta la propria vita a lui. È vocazione che domanda il discepolato, comune a tutti i battezzati” … e poi … “è una chiamata che domanda sequela – e non discernimento – per cui non lascia spazio al dubbio nella risposta”.
Perché vi dico questo…? Perché pensando alla domanda che fa da titolo a questa condivisione, mi è venuto il dubbio che fosse mal posta. Infatti, questa domanda ha il sapore di una logica che mi ha accompagnato durante i miei ultimi anni in Seminario ma che ora sto provando ad abbandonare. Una logica che divide la linea del tempo della mia vita in due: un momento in cui Dio finalmente svela e compie i suoi piani; un tempo di paziente attesa che precede questo momento dall’altro. Ma Dio non sta già forse compiendo i suoi piani per me, oggi stesso?
“Ma prima devo capire se Dio vuole che mi faccia prete o che mi sposi…” e poi una volta uscito dal Seminario era “ma prima devo capire quale sarà la mia carriera e che ragazza Dio mi mette accanto… poi così posso fare sul serio…”. Ammesso che una Vocazione possa piombarmi in testa da un momento all’altro, io ora credo tuttavia molto di più al simbolo del seme che cresce. Come e quando è in mano di Dio, io posso solo aver fiducia che nel momento opportuno sbucherà dal terreno.
Qualche mese fa, durante un pellegrinaggio, un giovane frate francescano mi ha raccontato della sua chiamata. In quel momento mi ha fatto una confidenza molto preziosa: “arriva un certo momento nella vita in cui la tua storia converge in maniera così chiara con ciò che leggi nella Parola. Lì, dentro di te, capisci benissimo cosa Dio ti sta chiedendo”.
Da questo punto inizia la mia risposta alla domanda. Affinché la storia e la Parola ad un certo punto combacino a perfezione, io devo essere presente alla mia storia. La verità è che già ciò che sto vivendo in questo momento è preziosissimo, è affar serio, degno del mio massimo impegno. Nello stesso modo in cui sto vivendo questo tempo di “attesa” vivrò anche il pieno compimento della mia Vocazione.
È vero, a volte mi pesano gli impegni o le situazioni quotidiane che vivo, e penso che non sia il luogo giusto, cosa che mi spinge a lasciar perdere o a procedere “in risparmio energetico”. Proprio per questo voglio citare Viktor Frankl… lui sicuramente non era nel luogo giusto (nel libro “L’uomo in cerca di senso. Uno psicologo nei Lager” racconta della sua esperienza di reclusione dal 42’ al 45’), eppure scrive questo:
«[…] non importa affatto che cosa possiamo attenderci noi dalla vita, ma importa, in definitiva, solo ciò che la vita attende “da noi”! [In linguaggio filosofico si potrebbe anche dire: si tratta quasi di una rivoluzione copernicana;] non chiediamo infatti più il senso della vita, ma sentiamo di essere sempre interrogati, come gente alla quale la vita pone in continuazione delle domande, ogni giorno e ogni ora, domande alle quali ci tocca di rispondere, dando una risposta esatta, non solo in meditazioni oppure a parole, ma con un’azione, un comportamento corretto. Vivere, in ultima analisi, non significa altro che avere la responsabilità di rispondere esattamente ai problemi vitali, di adempiere i compiti che la vita pone a ogni singolo, di far fronte all’esigenza dell’ora»
È quindi proprio con le mie azioni, che svolgo durante ogni giornata, che glorifico Dio e santifico la mia vita. A concetti pare così semplice, tradurlo in realtà diventa certamente la sfida più grande.
Tornando alla logica del seme, per quanto mi impegni nel vivere ciò che mi è dato vivere, non è in mio controllo come il seme cresca. Posso tuttavia avere cura del terreno: dissodarlo, irrigarlo, proteggerlo. In quest’ottica ho compreso la stringente necessità di fare spazio al silenzio. Mettere la modalità “eliminazione del suono ambientale” almeno per un po’. Il silenzio è vitale per ascoltare Dio, per ascoltare me stesso, e per fare una costante revisione di ciò che vivo: se Dio parla attraverso la mia storia, forse trovare il momento per rileggerla è una buona idea.
Fare silenzio poi ha un effetto collaterale che ho scoperto con piacere. Dopo anni in cui mi sentivo anestetizzato, il silenzio mi ha reso di nuovo vulnerabile al bello. Stupirsi è addentare le esperienze che vivo (un libro letto, un dialogo con un amico, una scena di un film, …), masticarle – anzi ruminarle – per un po’ di tempo, poi mandarle giù per custodirle e assimilarle. Perché sono sicuro che il Signore mi tocca proprio attraverso il bello.
Concludo dicendo che tutto questo non è altro che un atteggiamento dello stare al mondo, il “vegliare delle Vergini”. Solo così, nell’attesa dei piani di Dio, posso scrivere pagine di una storia vissuta, attraverso le quali Dio può far crescere il seme della Vocazione specifica. Nel mentre, non c’è la fretta ansiosa di capire cosa Dio stia serbando per me, semmai un sano senso di curiosità: “Dio, io sto vivendo alla tua sequela, ti lascio cucinare, fammi qualcosa di buono”. Questa curiosità è fiduciosa, è speranza perché so che ciò che Dio sta preparando è il pieno compimento della mia vita. Ogni ansia è, invece, paura di non poter avere il controllo, un sintomo tanto umano quanto diabolico.
Giosuè, 23 anni – info@vocazionefrancescana.org
















