domenica 18 febbraio 2018

LINGUA DEL SANTO, IL RICHIAMO DI UN "SEGNO"

Il ritrovamento della lingua incorrotta di sant’Antonio nel 1263, e quello dell’intatto apparato vocale nel 1981, furono frutto di «un caso»? Nasciamo, viviamo, moriamo «per caso» ? Oppure… 


Basilica di S. Antonio (Pd): Giovani e frati in preghiera alla tomba del Santo
Cari amici, il Signore vi dia pace.
Come più volte ho scritto, io appartengo alla comunità di frati che vive presso la Basilica e la tomba del Santo di Padova. Non dimentichiamo, che S. Antonio era frate francescano, contemporaneo e amico dello stesso S. Francesco.
Ebbene, nel cuore di febbraio, giovedì 15 e domenica 18 (vedi programma), si celebra in Basilica la «Festa della traslazione delle reliquie del Santo», popolarmente detta «Festa della lingua».
È il ricordo di un evento prodigioso avvenuto nel 1263 quando san Bonaventura, nella ricognizione dei resti mortali di Sant’Antonio, a 32 anni dalla morte, ne ritrovò la lingua incorrotta.
Mostrandola ai fedeli stupiti e attoniti, esclamò: «O lingua benedetta, che hai sempre benedetto il Signore e lo hai fatto benedire dagli altri, ora appare a tutti quanto grande è stato il tuo valore presso Dio».
La preziosa reliquia, custodita in un artistico reliquiario e visibile nella cappella del tesoro dietro l’abside, è ancora motivo di lode e meraviglia, ma talvolta, anche di dubbi e perplessità. Non posso non citare al riguardo, il commento simpatico e ironico di un pellegrino che giustificava il tutto con la furbizia dei frati che, a suo dire, «avevano intinto secoli fa la lingua in qualche prodotto segreto per meglio conservarla». Confesso di essere stato, sorridendo, possibilista al riguardo, ricordando i frati da sempre esperti in farmacia ed erboristeria!!
In realtà, al di là delle battute, si è aggiunto in anni recenti un altro fatto misterioso e intrigante, subito interpretato dai devoti come un «segno» di Dio a conferma del miracolo della lingua e delle parole potenti che sant’Antonio con essa pronunciava.
Nel 1981, infatti, in un’ultima ricognizione dei resti mortali del Santo, gli studiosi dell’università di Padova hanno rinvenuto fra le ceneri anche il fragile apparato vocale di sant’Antonio (laringe, faringe, corde vocali...), pure perfettamente e inspiegabilmente conservato dopo ottocento anni.
Anche tale dato mi è stato però contestato in un recente dialogo con un turista. Questi, con molto scetticismo, commentava e riduceva il tutto ad un puro fatto casuale, ad un’accidentale coincidenza! Altro che «segno» dall’alto, altro che «conferma» divina! Solo ed esclusivamente «un caso».
In effetti, la teoria del «caso» non è poi così fuori moda e secondo alcune ipotesi scientifiche sarebbe all’origine persino del mondo, dell’universo, dell’uomo.
Confesso di non trovarmi per niente a mio agio in tale lettura e interpretazione della vita che vedo minimalista e parziale e soprattutto alquanto triste, priva di ogni speranza e orizzonte di senso.
«Per caso»
 nasciamo? Siamo «gettati nel mondo» per banale accidente? «Per caso» ci ritroviamo in una famiglia, dei genitori..? «Per caso» cresciamo e studiamo? «Per caso» ci innamoriamo, soffriamo o gioiamo? «Per caso» ci ammaliamo e invecchiamo? «Per caso» moriamo? Una prospettiva davvero agghiacciante!
Che bello invece e confortante avere la certezza e la fede che la nostra vita scaturisca dal cuore di Dio e che tutto sia frutto di un disegno più grande! Bello intravedere «i segni» della sua presenza nel nostro cammino quotidiano come nelle vicende dell’umanità e credere dunque che sia Lui ad indicarci una strada, un progetto da scoprire, una vocazione da realizzare!
In altre parole: siamo pensati, siamo amati per sempre e da sempre! Siamo unici e irripetibili! Non siamo frutto del «caso», ma «figli di Dio»! Solo in Lui tutto acquista un senso, direzione, redenzione: anche il dolore, anche la morte, anche la sofferenza.
Cari amici «in ricerca», con questa consapevolezza nel cuore, niente vi è allora di più commovente che lasciarsi sorprendere e interpellare dal Signore e dal suo invito: «Vieni e seguimi». Nulla di più alto che accogliere la sua chiamata, per appartenergli e testimoniarlo con l’intera vita.
Certo, così avvenne, anche per il giovane S. Antonio!
Al Signore Gesù sempre la nostra lode.
frate Alberto
(fra.alberto@davide.it)

www.santantonio.org 

BASILICA DEL SANTO (PD)

venerdì 16 febbraio 2018

LA QUARESIMA DI SAN FRANCESCO



Come santo Francesco fece una Quaresima
in un’isola del lago di Perugia,
dove digiunò quaranta dì e quaranta notti
e non mangiò più che un mezzo pane.

(DAI FIORETTI DI SAN FRANCESCO, CAPITOLO VII: FF 1835)

Il verace servo di Cristo santo Francesco, però che in certe cose fu quasi un altro Cristo, dato al mondo per salute della gente, Iddio Padre il volle fare in molti atti conforme e simile al suo figliuolo Gesù Cristo , siccome ci dimostra nel venerabile collegio de’dodici compagni e nel mirabile misterio delle sacrate Istimmate e nel continuato digiuno della santa Quaresima, la qual’egli sì fece in questo modo.

Essendo una volta santo Francesco il dì del carnasciale allato al lago di Perugia, in casa d’un suo divoto col quale era la notte albergato, fu ispirato da Dio ch’egli andasse a fare quella Quaresima in una isola del lago (Trasimeno).

Di che santo Francesco pregò questo suo divoto, che per amor di Cristo lo portasse colla sua navicella in un’isola del lago dove non abitasse persona, e questo facesse la notte del dì della Cenere, sì che persona non se ne avvedesse. E costui, per l’amore della grande divozione ch’aveva a santo Francesco, sollecitamente adempiette il suo priego e portollo alla detta isola, e santo Francesco non portò seco se non due panetti.

Ed essendo giunto nell’isola, e l’amico partendosi per tornare a casa, santo Francesco il pregò caramente che non rivelasse a persona come fosse ivi, ed egli non venisse per lui se non il Giovedì santo. E così si partì colui; e santo Francesco rimase solo. E non essendovi nessuna abitazione nella quale si potesse riducere, entrò in una siepe molto folta, la quale molti pruni e arbuscelli aveano acconcio a modo d’uno covacciolo ovvero d’una capannetta; e in questo cotale luogo si puose in orazione e a contemplare le cose celestiali.

E ivi stette tutta la Quaresima sanza mangiare e sanza bere, altro che la metà d’uno di quelli panetti, secondo che trovò il suo divoto il Giovedì santo, quando tornò a lui; il quale trovò di due panetti uno intero e mezzo; e l’altro mezzo si crede che santo Francesco mangiasse per reverenza del digiuno di Cristo benedetto, il quale digiunò quaranta dì e quaranta notti sanza pigliare nessuno cibo materiale.

E così con quel mezzo pane cacciò da sé il veleno della vanagloria, e ad esempio di Cristo digiunò quaranta dì e quaranta notti. Poi in quello luogo, ove santo Francesco avea fatta così maravigliosa astinenza, fece Iddio molti miracoli per li suoi meriti; per la qual cosa cominciarono gli uomini a edificarvi delle case e abitarvi; e in poco tempo si fece un castello buono e grande, ed èvvi il luogo de’frati, che si chiama il luogo dell’Isola; e ancora gli uomini e le donne di quello castello hanno grande reverenza e devozione in quello luogo dove santo Francesco fece la detta Quaresima.

A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.


I FIORETTI DI SAN FRANCESCO

I FIORETTI di san Francesco costituiscono una meravigliosa e inimitabile raccolta di «miracoli ed esempli devoti», concernenti la vita del Poverello, volgarizzati nell’ultimo quarto del Trecento da un ignoto toscano.

Essi offrono – senza alcuna pretesa cronologica, senza un ordine prestabilito –, le conversazioni di Francesco con alcuni dei suoi più noti compagni (Bernardo, Elia, Egidio, Leone, Masseo, Chiara, Rufino, Silvestro ecc.), da cui sgorgarono i più alti insegnamenti francescani (la perfetta letizia, la povertà, l’amore per le creature, la predica agli uccelli, il lupo di Gubbio ecc.).

Vi ritroviamo senza dubbio gesti e parole di Francesco che, nella sostanza, possono considerarsi storici o di seria tradizione orale anche se non mancano fioriture leggendarie e soprattutto una visione e una rilettura altamente idealista e candida e beata del Santo, ben lontana dalla complessità che in realtà contrassegnava la sua figura . 

Questo però nulla toglie ai Fioretti il fascino che da sempre li accompagna. Certamente più di altri testi biografici, sanno trasmetterci i motivi più puri del francescanesimo, il candore del sentimento religioso di Francesco, la semplicità, lo slancio e la schiettezza dei primi passi, costituendo pertanto un richiamo quotidiano ai frati  verso ciò che è più essenziale e necessario.  

mercoledì 14 febbraio 2018

QUARESIMA, TEMPO PER RICOMINCIARE, TEMPO DI VERITA'


Quaresima, tempo per ricominciare.
La chiesa ci fa entrare con il mercoledì delle ceneri, nei quaranta giorni della Quaresima. Nella nostra fragile umanità, in questa società piena di rumori invadenti e alienanti, ecco un tempo propizio in cui "esercitarci" con più intensità nella dimensione spirituale così spesso trascurata. Un tempo in cui riorientare i nostri desideri e la volontà ed ogni scelta al Signore, dunque, ritornare più decisamente a Cristo che ci attende e ci parla nell'intimo.

Quaresima, tempo di verità.
Quanto l’uomo vale davanti a Dio, tanto vale e non di più”. Ci è richiesto però il coraggio della verità, con noi stessi e con Dio e nei riguardi del prossimo; il coraggio di guardarci dentro, senza bugie e senza finzioni, poiché “l’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore” (1Sam 16, 7).
Solo in Lui e nella sua Parola potremo ritrovare pienamente noi stessi!!
Solo così la Quaresima si rivelerà un autentico tempo di conversione e di nuova vita.

martedì 13 febbraio 2018

SIAMO QUI SULLA TERRA PER....


"Noi uomini siamo qui sulla terra per portare avanti il grano,
per far ascendere in ritmi sempre più intensi la luce e la vita,
senza interessarci delle tenebre e delle opposizioni alla vita"

(Giovanni Vannucci)

domenica 11 febbraio 2018

L'INCONTRO COL LEBBROSO - LA CONVERSIONE DI FRANCESCO



11 Febbraio 2018
VI Domenica del tempo Ordinario - Anno B
Dal Vangelo di Marco ( 1,40-45)
40Venne da lui un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!». 
41Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». 
42E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato. 43E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito 44e gli disse: 
«Guarda di non dire niente a nessuno; va', invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro». 
45Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte.

 
Colombia - giovane frate: a braccia aperte sul mondo

L'INCONTRO COL LEBBROSO - LA CONVERSIONE DI FRANCESCO

"Il Signore dette a me, frate Francesco, d'incominciare a fare penitenza così: quando ero nei peccati mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. E allontanandomi da essi, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza d'animo e di corpo. E di poi, stetti un poco e uscii dal mondo". 
(dal Testamento di san Francesco - n. 110) 

Giovane simpatico, ambizioso e benestante, Francesco  vuole a tutti i costi essere qualcuno nella sua vita; coltiva sogni di gloria e fama e autorealizzazione. Parte persino in guerra pur di guadagnarsi un titolo nobiliare, aspirando a diventare cavaliere!! Ma durante una cruenta battaglia contro Perugia è fatto prigioniero. Privato della libertà e di ogni bene, rientra però finalmente in sè stesso.... senza più evadere o scappare!  Inizia così a riflettere sul senso piuù vero della sua esistenza e delle sue scelte. 

Scopre e incontra per la prima volta il Signore, come persona viva accanto a Lui, come unico bene che mai viene meno! 
Da allora, una volta ritornato ad Assisi, ama ritirarsi nelle grotte per pregare e comprendere la volontà di Dio. "Signore, cosa vuoi che io faccia?": è l'invocazione che continuamente gli ritornanel cuore! Ma il suo cammino è ancora incerto....e nebuloso. 

Un fatto però si rivela centrale, portandolo ad una svolta radicale: l'incontro con un lebbroso che misteriosamente sente di dover abbracciare e baciare vincendo il suo naturale orrore e ribrezzo. Questo gesto folle eppure di grande umanità e compassione, innesca in Francesco un profondo mutamento interiore conducendolo dal rifiuto e dalla distanza e dall'autosufficienza, alla fiducia e all'amore, alla misericordia: verso il prossimo, verso Dio, come pure nei riguardi di se stesso! 

Dopo quell'abbraccio e quel bacio, Francesco è un uomo nuovo
E' ormai un UOMO LIBERO, le cui braccia sono aperte e spalancate su tutto e tutti, senza riserve o paure.

Un orizzonte inedito, appassionante ed amante si è definitavamente aperto davanti a Lui.... 
Le strade del mondo ormai sono sue e le vuole percorrere, ovunque portando la pace, la gioia, l'amore!


venerdì 9 febbraio 2018

IO... PER CHI SONO?

Frate Francesco, giovane studente in teologia a Padova
Una delle cose più inutili - in un cammino vocazionale -  è fare discernimento per arrivare a capire "CHI SONO" , ma la vera domanda è: "IO... PER CHI SONO?" 

Essere contento di me stesso – per me stesso e basta – sarà il mio orrore. Se alla fine non mi apro a nessuno, neanche io sono nessuno.

Ecco l’esercizio per arrivare al bersaglio:
farsi inchiodare dalla domanda "IO... PER CHI SONO?" 

Guardarsi intorno, e iniziare a rispondere.
(Don Fabio Rosini)

giovedì 8 febbraio 2018

DISCERNIMENTO ... CHE ROBA E?

Cari amici
in cammino e in ricerca, il Signore vi dia pace.

Fra le tante parole normalmente usate in ambito vocazionale, vi è il termine DISCERNIMENTO. 
Di seguito vi propongo un bella riflessione (di Don Paolo Rosini) alla scoperta del suo più vero significato, così importante per la vita di ogni giovane.

Al Signore Gesù sempre la nostra lode.
Fra Alberto (fra.alberto@davide.it)
 

PER DISCERNIMENTO... CHE COSA SI INTENDE?

«Per discernimento non si intende prima di tutto capire se uno si deve "sposare o fare prete", per carità di Dio. Quella è una "fase seconda" di una esistenza che è già impastata nella comunione con Dio. Che disastro che stiamo facendo a non fare questa distinzione!».
In "L'arte di ricominciare" (San Paolo edizioni), don Fabio Rosini offre una riflessione teologica su cosa è realmente il discernimento, termine spesso utilizzato nel pontificato di Papa Francesco.
Una dinamica che guida l’uomo
Per discernimento intendiamo quella dinamica che guida interiormente colui che vive al cospetto del Signore, come il Signore Gesù sta al cospetto del Padre. È l’orientamento profondo dell’essere. Non è una scelta singola, sussiste in tutte le scelte. È la pasta della vita nuova che il Signore Gesù ha inaugurato nella carne umana.

“Fiutando” la presenza di Dio Padre
Un gatto è sempre un latente predatore, e quando svolge l’attività predatoria è semplicemente se stesso; un cane è un latente segugio, e quando fiuta e punta non è un’attività “speciale”, è la sua propria attività.
Allo stesso modo, un figlio di Dio non ha discernimento sulla volontà di Dio perché ha letto un libro o perché si è sentito centinaia di catechesi, ma perché “fiuta” il Padre nelle cose, visto che lo conosce. Il discernimento non è una abilità. È un’identità redenta messa in atto, è la relazione da figli con il Padre che diventa sensibilità, occhio acuto, orecchio intonato. Il discernimento, anche quello iniziale, ripetiamolo, si fa in dialogo con il Signore, perché il discernimento non è un’abilità, è una relazione.
Una relazione che non si improvvisa!
Quando si parte senza luce si pensa di poter improvvisare il discernimento, e senza disciplina, ed è frequente a questo punto pensare di guardare alle cose e saper distinguere, e suddividere a senso, a impressione, a istinto. Senza alcun addestramento. Non funziona così! Perlomeno ci vuole uno zero ortogonale. Ci vuole un parametro. Altrimenti ogni valutazione ha le gambe corte, è occasionale, ormonale, metereopatica. Non si può campare così. E non si può ricominciare a casaccio.
La vita benedetta
Il discernimento sulla propria vocazione, cioè in questa relazione quotidiana con il Signore, non finisce con la gioventù, ma si dovrà affrontare in tutta l’esistenza! Ogni giornata dobbiamo capire a cosa ci chiama Dio. Capire la vocazione della vecchiaia, della maturità, la vocazione del lavoro, dell’amicizia. E si tratta di non stare in una progettualità sterile, in utopie piccole e grandi, ma nella realtà, nell’obbedienza alla vita. Ossia? Assecondare la vita per come Dio l’ha stabilita. Bisogna entrare nelle venature della vita, saperla assecondare per come è. Ci è consegnata la vita benedetta. Questo è comando di Dio. La sua volontà è: obbedienza a questa benedizione. È vitale rinvenire, accogliere e assecondare la benedizione di Dio nella nostra esistenza.
“Dio come mi salva?”
C’è, nella prassi del discernimento, una legge della continuità: c’è un modo che Dio ha per salvarmi che ha la sua coerenza. Mi prende in genere per una linea di grazia, per una chiave di salvezza. Eterna è la sua misericordia, e la via del Signore è diritta, non è contraddittoria. Voglio costruire il bene? Voglio ricominciare? Questa è una delle cose principali: focalizzare come Dio salva proprio me.
I luoghi del Padre
Qualcuno ha detto che Dio si avvicina con passi di persona conosciuta, si muove in un modo che è percepito come riconoscibile. Lo Spirito del Signore ha il suo modo di entrare nel cuore di ognuno.
Mille volte mi è servito tornare sui passi delle mie grazie, rintracciare la tana del bene nel mio territorio, ricordare i luoghi abituali del mio lasciarmi ritrovare dal Padre. So che ci sono cose che se le faccio, mi fanno bene, mi hanno sempre fatto bene.
Generare vita!
Lo stadio ultimo del discernimento di primo livello è generare vita. Il parametro estremo di tutto questo percorso è la vita altrui. Ogni cosa è un cammino dalla solitudine alla relazione. Ogni cosa che farai, per ricominciare, ha un termine che valuta tutto: controllare se ti porta a generare la vita.
Un movimento d’amore
L’amore è la luce che guida nel riconoscere le prime evidenze, e l’amore è la vera priorità. Ogni ispirazione è un movimento d’amore, perché viene dallo Spirito Santo che è amore; le umiliazioni, se accolte, rendono capaci di atti pasquali, che sono atti d’amore; le proprie benedizioni si identificano mettendosi sulle tracce della manifestazione dell’amore nella nostra vita. Insomma: il parametro di tutto è la vita altrui. È la fecondità.
Se sto facendo un buon percorso non lo dico io, lo dicono quelli che stanno dalle mie parti. È a loro che va chiesto. Perché la mia essenza di uomo è la mia capacità di generare vita.
“Per chi sono?”
Dunque la fecondità è il più nitido dei principi di discernimento.
Una delle cose più inutili è fare discernimento per arrivare a capire chi sono, ma la vera domanda è: per chi sono? Essere contento di me stesso – per me stesso e basta – sarà il mio orrore. Se alla fine non mi apro a nessuno, neanche io sono nessuno.
Ecco l’esercizio per arrivare al bersaglio: farsi inchiodare dalla domanda io per chi sono? Guardarsi intorno, e iniziare a rispondere.
Don Fabio Rosini
da Aleteia

mercoledì 7 febbraio 2018

ECCOMI, MANDA ME !

Assisi: Giovane frate novizio
Udii
la VOCE del Signore
che diceva:
"Chi manderò e chi andrà per noi? ".
E IO risposi:
"Eccomi, manda me !"

Profeta Isaia 6,8

martedì 6 febbraio 2018

FRA ANDREA - UN GIOVANE FRATE TRA I MALATI

Cari amici in cammino e in ricerca vocazionale, il Signore vi dia pace.

Più volte ho scritto dei "giovani frati" che si preparano alla vita religiosa e al ministero studiando teologia nelle case formative di Padova, Assisi e Roma. Accanto allo studio, che in questa fase è per essi l'impegno prevalente, vivono anche molte esperienze di servizio e volontariato.
Oggi vi propongo la testimonianza di fra Andrea, che nei fine settimana, è impegnato nel vicino ospedale (di Padova)  per visitare i malati e portare una semplice presenza, una parola di vicinanza e umanità anche là dove spesso dolore e sofferenza sembrano alzare muri "di ghiaccio" e silenzio ostile e impenetrabile . 

Lo ricordiamo nella preghiera con i suoi malati!
Al Signore Gesù sempre la nostra lode

fra Alberto (fra.alberto@davide.it)

Giovani frati (del nord Italia) in visita ad Assisi

Giovani frati "rompono il ghiaccio"  

«…perché …ero …malato» [Mt 25,35-36]
Padova. Domenica 10 ottobre. Ore 10.30. Ospedale Civile. Dipartimento di pediatria. Secondo Piano. Stanza 13. Entro. Tre letti, due vuoti. Nel letto di mezzo, una giovane madre, forse neanche trentenne, stringe al seno la sua creatura di pochi mesi. Mi presento. Le chiedo il suo nome. “Chiara” risponde. Mi guarda perplessa. Le spiego: “sto facendo il giro dei reparti per visitare i malati e portare l’eucarestia”. Mi fissa e tagliente replica “No! è tanto che non mi confesso…” e continua a guardarmi gelida. Le propongo di dire una preghiera. “Va bene…” mi risponde più seccata che entusiasta, come nella speranza di liberarsi il prima possibile di una presenza sgradita. Comincio il Padre Nostro. Mentre prego, La guardo negli occhi. Cerco di far passare non solo sulle labbra ma anche nel cuore le Parole che sto dicendo. Lei intanto mi scruta, in silenzio, con distacco, glaciale. Il suo volto è duro, contratto, scostante. Poi, man mano io prego e la guardo, si fa perplesso, meno rigido. Di colpo… crack…, come una pietra che si spezza, un sussulto la attraversa.

«…e mi avete visitato…» [Mt 25,36]
Il viso da bianco si fa roseo e si imporpora tutto: piange. Piange, come un ghiacciaio, che finito l’inverno si scioglie dolcemente al sole.  Piange… piange in uno sguardo di tenerezza e di amore. La benedico. “Grazie” mi risponde. Ora non mi guarda più: i suoi occhi sono tutti per il figlio che porta in seno e lo stringe rigandolo di lacrime di affetto e dolcezza.

«…in verità vi dico… l’avete fatto a Me…» [Mt 25,40]
È vero! L’ho fatto a Lui, perché, in quelle lacrime ed in quello sguardo d’amore, ho visto il Volto di Cristo. Lì ho capito, che solo nella preghiera profonda, che scende nel cuore, l’immagine di Dio, che ho dentro di me, si trasforma come il volto di quella madre: da glaciale e duro e distaccato sguardo di un Dio impassibile e giudicante a quello di un tenero Padre, che guardandomi e prendendomi tra le sue braccia, piange di tristezza e di gioia per me. Lui, lì, in quella Madre, guardava me…

«…venite benedetti dal Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi 
fin dalla creazione del mondo» [Mt 25,34]
fr. Andrea
tratto da Bibbia francescana


Padova - Frati in preghiera nella cappella del Convento "S. Antonio dottore"
(qui i giovani frati, del nord Italia, vivono alcuni anni di formazione e di studio)

lunedì 5 febbraio 2018

PLACIDO CORTESE , frate francescano del Santo, medaglia d’oro al merito civile

Basilica del Santo (Pd) - Confessionale/memoriale di P. Placido

Sergio Mattarella, Presidente della Repubblica italiana, conosce bene il frate del Convento del Santo (Pd),  Placido Cortese

Tre anni fa lo ricordò a Milano nella cerimonia celebrativa del 70° Anniversario della Liberazione, quale eroe animatore di giovani donne padovane, come le sorelle Lidia, Teresa e Liliana Martini, che hanno affrontato a testa alta il rischio più alto e la prigionia (…) che guidarono la fuga dai campi di concentramento di decine e decine di prigionieri alleati, prima dando loro il pane e un nascondiglio, poi instradandoli nottetempo verso la Svizzera, attraverso la rete costruita da padre Placido Cortese e da Ezio Franceschini, dell’Università Cattolica e da Concetto Marchesi, in seguito rettore dell’Ateneo di Padova”. 


Il nostro Presidente con decreto del 5 giugno 2017 ha conferito l’onorificenza della Medaglia d’oro al Merito Civile della Repubblica italiana al nostro confratello p. Placido Cortese. La consegna del riconoscimento avverrà a Padova l’8 febbraio prossimo. La città ha già più volte manifestato di onorare il suo concittadino, definendolo il “Kolbe patavino”, inserendolo nel Giardino dei Giusti, dedicandogli una via, celebrando ogni anno l’anniversario della sua orribile morte nella sede della Gestapo a Trieste. 


Suona alta onorificenza la motivazione del riconoscimento: “(Placido Cortese) Direttore del Messaggero di S. Antonio, durante la seconda guerra mondiale e nel periodo della Resistenza si prodigò, con straordinario impegno caritatevole e nonostante i notevoli rischi personali, in favore di prigionieri internati in un vicino campo di concentramento, fornendo loro viveri, indumenti e denaro. Dopo l’8 settembre 1943 entrò a far parte di un gruppo clandestino legato alla Resistenza, riuscendo a far fuggire all’estero numerosi cittadini ebrei e soldati alleati, procurando loro documenti falsi. Per tale attività nel 1944 fu arrestato e trasferito nel carcere di Trieste, dal quale non fece più ritorno. Fulgido esempio di alti valori cristiani e di dedizione al servizio della società civile. 1942-1944 – Padova”. 


Ora padre Placido Cortese viene annoverato tra i poco più di 800 soggetti (persone o enti) a cui lo Stato ha conferito questa altissima onorificenza. Come dire che un cristiano non può essere né indifferente né neutrale. Il volto di frate Placido non era clericale. Lo aveva forgiato alla scuola di S. Antonio e dei poveri che in quel tempo avevano fame e paura. Gli associati al periodico di S. Antonio, di cui era Direttore, gli volevano un gran bene. Crebbero fino a oltrepassare il milione. Erano la sua famiglia. Non l’ avrebbe abbandonata mai. “Padre, voli via al più presto, se vuole salva la vita”, gli aveva raccomandato il vescovo di Padova, Carlo Agostini. “Non posso lasciarli a rischio. Meglio donare la mia vita piuttosto che venga tolta la loro”. 


Non tutti i suoi confratelli gli furono benigni. Troppo scomodo per comprendere il suo passo lungo. È la sorte dei profeti, disse Paolo VI, riferendosi a don Primo Mazzolari. Placido in  ginocchio sull’ultimo banco della cappella conventuale si sentiva un leone. Lo trafissero quando furono imprigionate le collaboratrici più assidue, disposte a morire piuttosto che tradire. 


Placido dal fisico gracile, claudicante, era dotato di un animo forte e generoso. Con il sorriso spontaneo abbracciava soprattutto i poveri. Colto e umile si rendeva gradito a tutti. Scriveva dopo aver pregato. Ciò che diceva  diventava carità. La gente con lui si sentiva cercata e amata, accontentata da ciò che poteva ricevere. Non faceva il partigiano in armi, ma nemmeno il neutrale. Tanto gli imponeva l’amore cristiano e appassionato. Non attendeva che si muovessero gli altri né si dilettava di criticare gli errori della chiesa o di quanti si trinceravano nella religione, nelle devozioni e lasciavano le miserie e le ingiustizie senza Vangelo, che attrae sempre come Dio. Anche il denaro che passava per le sue mani andava dove doveva andare. Un'autentica vita da frate francescano!!


La medaglia d’oro è certo una gradita onorificenza, ma la sua eredità  spirituale, religiosa e civile, è molto di più. Vale quanto un martire che non si è tenuto per sé nemmeno una goccia di sangue.

Luigi Francesco Ruffato, frate del Santo



sabato 3 febbraio 2018

FESTA DELLA VITA CONSACRATA - FESTA DEI FRATI FRANCESCANI


Simeone,… un vecchio uomo presente al Tempio e che attendeva Gesù, come leggiamo nel Vangelo: « lo Spirito Santo che era sopra di lui, gli aveva preannunziato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Messia del Signore».
Riusciamo ad immaginarcelo questo anziano, che attendeva da tanti anni senza scoraggiarsi, la venuta del Messia ??  Egli aspettava, attendeva.. Questo significa che egli era attento ai segni che il Signore gli indirizzava. La sua attesa non era dunque passiva o sterile come del resto il Vangelo bene illustra :

« Mosso dunque dallo Spirito, si recò al tempio» (Lc 2, 27)

Simeone era abituato ad ascoltare la voce del Signore, a riconoscerla fra tutte le altre e ad obbedirgli.  E' così che si ritrova al tempio nello stesso momento in cui Maria e Giuseppe vi conducono il Bambino Gesù. Ma possiamo dire la stessa cosa di Anna, una donna molto anziana, come Simeone, che da sempre si era messa in ascolto e a servizio del Signore nel tempio.

«Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere» (Lc2, 37)

Simeone e Anna, due persone avanzate negli anni!! Ma ancor più, due persone molto avanti nel cammino del Signore, che hanno affrontato nella loro vita molte difficoltà ed ostacoli e che ancora ci provocano dopo 2000 anni con la loro speranza e fedeltà, con il loro affidarsi !!


MA TU, COME ATTENDI IL SIGNORE? DESIDERI INCONTRARLO E SEGUIRLO? SEI ATTENTO AI SUOI SEGNI, ALLA SUA VOCE?


La festa della Presentazione di Gesù al tempio è anche, ogni anno, la Giornata mondiale della Vita consacrata. Vale a dire, la festa di quanti hanno deciso di seguire più da vicino l'unico maestro, il Signore Gesù! E' la FESTA dunque anche di noi FRATI FRANCESCANI! Come Simeone ed Anna, noi l'abbiamo incontrato e desideriamo e cerchiamo di annunciarlo e testimoniarlo nella nostra vita seguendo i passi di san Francesco d'Assisi. 
La vocazione è una risposta d'amore a un 'Amore più grande che ti chiama e interpella!! 
E  TU? SAPRAI ASCOLTARE ED ACCOGLIERE L'INVITO CHE IL SIGNORE TI RIVOLGE? TI LASCERAI SEDURRE E CONQUISTARE?

E per finire , qualche momento di vita francescana dal nostro Convento di Narbonne (Francia)


venerdì 2 febbraio 2018

CONSACRATI PERCHE' "GUARDATI" E "ILLUMINATI" DA GESU'

Assisi - Campo di fine anno
Fra Giambo, Suor Marita, Fra Fabio

Pace e bene cari amici, in cammino e in ricerca vocazionale.

Si celebra oggi, nella festa della Presentazione del Signore al tempio, la Giornata della vita Consacrata. Si prega pertanto e si ricordano oggi tutti i religiosi (frati, suore , monaci.., monache..) che nelle diverse Congregazioni e nei diversi Ordini e secondo i differenti carismi esprimono nella Chiesa un desiderio e un impegno di sequela radicale all'invito del Signore.

Mi piace definire il consacrato come una persona "guardata", "illuminata", "invitata" in modo privilegiato da parte di Gesù per pura Sua gratuità, oltre ogni presunto merito. Si tratta di una chiamata d'amore che, quotidianamente, attende dal religioso una risposta libera e  generosa, in una gioiosa restituzione al Signore e ad ogni fratello. 

Gesù, infatti, lo si incontra e lo si riceve nell'amore, per riamarlo e seguirlo e insieme donarlo. Abbiamo Gesù nella misura in cui lo doniamo! Questa è anche la lezione della festa odierna della Presentazione del Signore. Non a caso, come “candelora” viene associata alla luce. Proprio come la luce, che per sua natura è tale nella misura in cui illumina, così è anche del consacrato, di chi ha incontrato il Signore, come unica vera luce personale e del mondo. La prova del "possesso" di Gesù è dunque non possederlo, ma donarlo, testimoniarlo, presentarlo al Padre e presentarsi con Lui come offerta Santa e gradita.

Carissimi, preghiamo dunque oggi perchè nella Chiesa e per il mondo i religiosi possano testimoniare con la vita la Luce di Gesù: religiosi, frati, suore.. dunque radiosi, raggianti, appassionati in Cristo.

Preghiamo per tutti quei giovani, ancora in ricerca,  che intuiscono un essere "guardati" e "visitati" e "invitati" da questa Luce. 

Al Signore Gesù, unica Luce vera, sempre la nostra lode. 
fra Alberto (fra.alberto@davide.it)


giovedì 1 febbraio 2018

METTERSI IN CAMMINO


"IL SOLE

NON E' MAI

COSI' BELLO

QUANTO

NEL GIORNO

CHE CI

SI METTE

IN CAMMINO"



( Jean Giono - autore di "l'uomo che piantava gli alberi" )