Finora abbiamo parlato di due luoghi molto cari a san Francesco, San Damiano e l’Eremo delle Carceri, entrambi luoghi di pace e silenzio, che ancora conservano una impressionante carica spirituale fatta di suggestione e bellezza, ma l’esperienza del nostro Santo non si esaurì nell’estasi della meditazione e della preghiera.
Dobbiamo ricordare infatti che prima di diventare “san Francesco”, Francesco di Bernardone era “solo” un’aitante rampollo dell’alta borghesia assisana ricco, riverito e pieno di amici con i quali viveva nell’agio perfettamente inserito nel ricco e tumultuante Comune di Assisi.
Per questo oggi parleremo non di silenzio e raccoglimento, bensì di ricchezza, rumore e stupore: questo capitolo è dedicato infatti alla chiesa di “Santa Maria Maggiore” in Assisi, oggi abitata dai francescani cappuccini.
Questo antico Duomo dalla facciata splendidamente romanica, sito in piazza del Vescovado, fu il fulcro del potere religioso vescovile di Assisi fino al 1035 quando, per ordine del vescovo Ugone, cedette titolo e cattedra alla attuale cattedrale di San Rufino (ricostruita poi da zero a partire dal 1140 e terminata nel 1253, ventisette anni dopo la morte di San Francesco).
Secondo la tradizione Santa Maria Maggiore fu fondata dal vescovo Savinio nel IV sec. sopra un tempio romano intitolato al dio Giano, a sua volta (si scoprì con gli scavi archeologici del 1864 e 1954) costruito sui resti di una domus romana del I sec. che fu identificata come la casa del poeta Properzio, originario proprio di Assisi e vissuto presso la corte dell’Imperatore Ottaviano Augusto.

Il battesimo di Francesco
Quando il neonato Francesco fu battezzato proprio in questo luogo, dobbiamo immaginarci una chiesa non troppo diversa da come appare ora, ma di certo ricoperta di affreschi ora scomparsi e opulente nella sua qualifica di Cattedra vescovile.
Con uno sforzo maggiore possiamo anche immaginarci il giovanissimo Francesco e la sua famiglia che in qualità di influenti e ricchi borghesi vengono qui a messa ospiti del vescovo stesso (che nonostante avesse spostato la cattedrale a San Rufino, in quel momento tra le altre cose ancora in fase di ricostruzione, manteneva ancora il suo palazzo presso Santa Maria Maggiore): magari a Francesco nemmeno interessava molto la messa del vescovo Guido, preferiva bisbigliare con i suoi compari e perdersi a guardare, illuminati dalle molte candele, gli splendidi affreschi di cui certamente erano tappezzate le navate.
Un sogno…
Ma perché tutto ad un tratto questo luogo divenne così fondamentale per la sua storia? Tutto iniziò come sappiamo tra 1204 e 1206, quando il giovane Francesco si arruolò per la seconda volta (la prima volta infatti gli era andata male, e durante la disastrosa battaglia di Collestrada era stato preso prigioniero e incarcerato per mesi a Perugia) sotto i vessilli di un non meglio precisato nobile assisano che voleva dirigersi verso le Puglie per dare man forte alle brigate di Gualtieri di Brienne e papa Innocenzo III.
Giunti presso Spoleto però una notte Francesco fu visitato in sogno dal Signore, evento che segnò così profondamente il giovane che lo convinse definitivamente a desistere la carriera delle armi e lo fece dirigere in tutta fretta a Foligno a vendere le sue vesti e il suo cavallo, e a donare il ricavato alla chiesetta quasi in rovina di San Damiano. Ma di questo già abbiamo parlato…
In breve, Fra Tommaso da Celano nella sua Vita Prima ci dice che Francesco, partito da Assisi in armatura e a cavallo, ci tornò in saio e a piedi: la gente che lo riconobbe e che già da qualche settimana sapeva delle sue nuove “strane inclinazioni” (ancora non avevano compreso la portata del meraviglioso dono che Dio aveva fatto al Santo!) lo rincorreva gridando sberleffi, tanto che suo padre quando lo vide si adirò così tanto che:
“…Come il lupo assale la pecora, fissandolo con lo sguardo truce e minaccioso, lo afferrò e brutalmente, senza più alcun ritegno, lo trascinò a casa. E, inaccessibile a ogni senso di pietà, lo tenne prigioniero per più giorni in un ambiente oscuro, credendo di piegarlo alla sua volontà, prima con parole, poi con percosse e catene.” (1Cel 12)
Di certo la sensibilità di oggi non definirebbe Pietro di Bernardone “un padre modello”, ma anche se umiliato in questo modo Francesco resistette ai soprusi dettati dall’orgoglio e dalla rabbia del padre pregando intensamente e confidando sempre in quello stesso Dio che lo aveva chiamato per nome e che intervenne per mano di sua madre, che di nascosto lo liberò dai ceppi e lo lasciò, compreso ormai che nulla gli avrebbe fatto cambiare idea, ritornare a San Damiano.
Prendiamo ora un minuto per riflettere su noi stessi: quante volte ci siamo trovati di fronte a una scelta di radicale rinuncia? Come abbiamo affrontato quella scelta? Come ci siamo sentiti a prendere quella decisione giunti al bivio della strada, nel sapere che l’altra opzione è andata perduta forse per sempre?
Molti hanno contato sul supporto degli amici, dei parenti e dei propri cari, ma non sempre e non per tutti è stato così facile: lo stesso San Francesco ha scelto il Signore invece della gloria e delle ricchezze, ed è stato messo in catene da suo padre!
Ma la preghiera e il sorriso, uniti a una buona dose di speranza, alla fine hanno sempre ripagato: se non avessimo rinunciato a quella cosa, quel giorno, quante cose splendide avremmo perduto!
L’epilogo… la spogliazione
In tutto questo, Pietro di Bernardone non reagì affatto bene alla notizia della fuga di suo figlio, tanto che una volta andato a riprenderlo a San Damiano e avergli imposto di ridargli i soldi ricavati dalla vendita del cavallo e delle armi di ritorno da Spoleto (che qualche mese prima Francesco aveva coscienziosamente fatto volare fuori da una delle finestre della chiesetta) lo trascinò per giunta proprio a Santa Maria Maggiore, di fronte al vescovo Guido, dove lo costrinse a rinunciare a tutte le sue sostanze e i suoi averi, essenzialmente diseredandolo in pubblica piazza di fronte a tutta la “Assisi per bene”.
A questo punto fra Tommaso da Celano ci giunge nuovamente in aiuto, narrandoci di come
“…Comparso davanti al vescovo, Francesco non esita né indugia sotto nessun pretesto, anzi, senza dire o aspettare parole, si toglie tutte le vesti e le getta a terra, rendendole al padre. Non ritiene nemmeno le mutande, restando nudo di fronte a tutti. Il vescovo, compresa la sua intenzione e ammirandone il fervore e la risolutezza d’animo, immediatamente si alza, lo abbraccia e lo copre con il suo stesso manto.” (1Cel 15)

Uno spartiacque di salvezza
Potrei anche fermarmi qui, è già tutto detto. Francesco non ebbe paura di affrontare gli sguardi della gente o la rabbia di suo padre: si spogliò di ogni cosa e abbracciò definitivamente la nuova vita che il Signore gli aveva dato in dono, e che vita meravigliosa sarebbe stata!
Liberarci di ciò che ci tarpa le ali, renderci più leggeri per poter spiccare meglio il volo, questo ci insegna Francesco: non dobbiamo avere paura di lasciare andare il passato, perché il futuro ci riserva sempre splendide cose nuove…
Un bel parallelismo lo possiamo fare con il sacramento della Confessione, a volte messo in secondo piano rispetto agli altri: spogliarci, metterci a nudo di fronte a Dio, consegnare nelle Sue mani tutte le nostre bassezze e i nostri dolori e pregare per il Suo perdono, che non ci farà mai mancare!
Santa Maria Maggiore diventa per San Francesco luogo di passaggio, lo spartiacque tra il prima e il dopo, e per noi deve essere monito di una semplice cosa: per raggiungere il più alto dei cieli, dobbiamo farci leggeri come piume.
Il Signore ci benedica.
Giulio, 20 anni, Padova – info@vocazionefrancescana.org



