La tendenza al perfezionismo sta prendendo sempre più piede nelle nostre vite. La nostra cultura attuale è dominata dall’ossessione per l’apparenza e dalla spinta a raggiungere uno status sociale elevato o la fama.
San Francesco e le persone del suo tempo hanno sentito l’attrazione verso questo modo di vivere. San Francesco cercò di diventare cavaliere per elevarsi al ceto sociale dei nobili, ma a un certo punto della sua vita, il Signore gli fece capire, attraverso alcuni avvenimenti, che quella non era la strada giusta per trovare senso e pienezza. In realtà, non è necessario essere migliori in tutto per sentirsi amati e rispettati; ciò che conta è saper riconoscere i doni presenti in ciascuno di noi, i nostri pregi, i nostri lati positivi.

Chi pensa alla vita di consacrazione, a volte può essere scoraggiato da un’idea sbagliata di perfezione del religioso o della religiosa. Ma qual è la perfezione a cui sono chiamati i frati, i consacrati e le suore? Quella di chi non sbaglia mai? L’essere senza difetti? Persone moralmente ineccepibili? Quella di san Francesco o di santa Chiara? Per provare a rispondere in modo sintetico a queste domande, facciamo riferimento a un testo (Specchio di perfezione, FF 1782), nel quale si racconta che un giorno san Francesco, parlando con i suoi compagni, descrisse loro il frate perfetto:
Francesco, immedesimato in certo modo nei suoi fratelli per l’ardente amore e il fervido zelo che aveva per la loro perfezione, spesso pensava tra sé quelle qualità e virtù di cui doveva essere ornato un autentico frate minore . E diceva che sarebbe buon frate minore colui che riunisse in sé la vita e le attitudini dei seguenti santi frati: la fede di Bernardo, che la ebbe perfetta insieme con l’amore della povertà; la semplicità e la purità di Leone, che rifulse veramente di santissima purità, la cortesia di Angelo, che fu il primo cavaliere entrato nell’Ordine e fu adorno di ogni gentilezza e bontà, l’aspetto attraente e il buon senso di Masseo, con il suo parlare bello e devoto; la mente elevata nella contemplazione che ebbe Egidio fino alla più alta perfezione; la virtuosa incessante orazione di Rufino, che pregava anche dormendo e in qualunque occupazione aveva incessantemente lo spirito unito al Signore; la pazienza di Ginepro, che giunse a uno stato di pazienza perfetto con la rinunzia alla propria volontà e con l’ardente desiderio d’imitare Cristo seguendo la via della croce; la robustezza fisica e spirituale di Giovanni delle Lodi, che a quel tempo sorpassò per vigoria tutti gli uomini; la carità di Ruggero, la cui vita e comportamento erano ardenti di amore, la santa inquietudine di Lucido, che, sempre all’erta, quasi non voleva dimorare in un luogo più di un mese, ma quando vi si stava affezionando, subito se ne allontanava, dicendo: Non abbiamo dimora stabile quaggiù, ma in cielo (Eb 13,14).
Il brano delle fonti ci mostra con semplicità che non è necessario essere “perfetti”, ma è sufficiente che ognuno metta a disposizione il proprio piccolo dono, nel luogo in cui si trova e con le persone che frequenta; al resto ci penserà il Signore, che lo farà crescere e lo moltiplicherà, come nell’episodio della moltiplicazione dei pani e dei pesci.
Quindi, più che cercare di essere “perfetti”, è importante cercare e riconoscere il dono personale che solo io possiedo! Per questo è prezioso: è unico e le molte unicità possono creare opere meravigliose.
San Francesco è diventato il santo che conosciamo non da solo, ma grazie a Chiara, Bernardo, Leone, Masseo, Angelo, Rufino, Egidio, Ginepro, Giovanni, Ruggero e Lucido. Senza di loro, non avrebbe potuto vivere ciò che ha vissuto né fare ciò che ha fatto. Il “poco” di ciascuno può diventare una ricchezza per tutti: se donato e condiviso in un progetto più grande, diventa un tesoro inestimabile. San Francesco, senza l’aiuto, il sostegno e l’esempio di questi primi fratelli, non avrebbe potuto scoprire i doni che il Signore gli aveva fatto e capire in quali ambiti era chiamato a crescere.
Dobbiamo quindi cambiare il nostro modo di vedere e valutare noi stessi e gli altri, e cercare di circondarci di persone che non siano interessate al raggiungimento di status sociali elevati, al denaro e al successo, ma che apprezzino l’amicizia, la famiglia e le imperfezioni. Si tratta di cambiare il nostro modo di guardare noi stessi e gli altri. Come diceva Antoine de Saint-Exupéry nel Piccolo principe: “Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi”.
Con questo articolo introduttivo inizia una serie in cui verranno presentati i primi compagni di Francesco e il dono unico che hanno portato nella fraternità francescana, contribuendo così a definirne una parte del carisma.
fra Alessandro – fraalessandro@vocazionefrancescana.org
PS: a questo link troverai gli altri articoli di questa serie!



