L’ultima cena del Lorenzetti raffigura anche un particolare domestico: la cucina. Senza cucina, senza servizio, quale cena sarebbe possibile? La cucina e il servizio ai tavoli, allora, può essere quell’angolazione privilegiata per comprendere la logica stessa di Gesù e del ministero dell’ordine!
Come il mio confratello fra Andrea qualche mese fa, ora anche per me è giunto il momento di ricevere in dono il diaconato, mentre lui diventa presbitero. Per cercare di parlare di questo ministero senza ripetere nei modi e nei contenuti quanto già detto nella precedente testimonianza di fra Andrea, cercherò di utilizzare l’immagine che insieme abbiamo scelto per le nostre ordinazioni diaconale e presbiterale. Si tratta di una dell’ultima cena di Pietro Lorenzetti affrescata sulla volta del transetto di sinistra della Basilica inferiore di san Francesco in Assisi. Quando fra Andrea mi ha proposto alcune immagini, molto velocemente abbiamo pensato che questa potesse essere quella più adatta per descrivere quello che abbiamo vissuto lo scorso 9 maggio e che ora siamo chiamati a vivere nel quotidiano.

Gesù prende posto a tavola
Il riquadro rappresenta Gesù seduto a tavola con gli apostoli mentre condivide con loro la cena pasquale. Il nostro sguardo vola subito su Gesù, al centro della tavola, intorno alla quale sono disposti i discepoli. Il padiglione esagonale in cui è inserita è tutto illuminato. Le travi rischiarate dall’interno danno luce alla scena e attirano immediatamente la nostra attenzione verso il centro dell’affresco. La scena interna, ricca di luce, contrasta con la notte che ormai fuori è calata (proprio come sottolinea il Vangelo di Giovanni). Dove c’è Gesù, c’è la luce che illumina ogni uomo; fuori, dove ormai è stato deciso di ucciderlo, c’è la notte che regna con le sue tenebre.
Gesù “prende posto” (cf. Lc 22,14) e si siede a tavola. Lì spezza il pane e condivide il vino, gesti che il sacerdote ripete nella celebrazione eucaristica rispondendo al comando di Gesù stesso di “fate questo in memoria di me” (cf. Lc 22,19). Gesù una volta e per sempre prende posto tra di noi, si dona a noi nel pane e nel vino, offre la sua vita sulla croce, muore, e risorge.

Una parte necessaria che sfugge
Se quanto detto finora ha un evidente rimando all’ordinazione presbiterale, vi è una parte di questa scena che non dà molto nell’occhio, ma che non può essere in alcun modo tralasciata! È un particolare che occupa quasi un terzo dell’affresco ma che spesso, ad un primo sguardo, non notiamo: la cucina!
Molto raramente nelle pitture sull’ultima cena compare la cucina. Senza di essa però, non ci può essere una cena! Senza qualcuno che si preoccupi di allestire la sala, di preparare il cibo, di portarlo a tavola, di raccogliere i piatti e di servire gli ospiti… che cena sarebbe? Questo servizio nascosto e poco visibile, ma necessario per la buona riuscita di un pasto, può essere una buona metafora per descrivere il diaconato.
Quando si va al ristorante, solitamente la cucina non è la prima parte visibile di un locale. La qualità del lavoro che si svolge lì è misurata dal prodotto finale: il cibo che esce e viene posato sui tavoli. Senza dubbio, tante cose fanno sì che un ristorante venga apprezzato (l’ambiente, l’accoglienza, il servizio, la pulizia, …), ma se il cibo non è buono, non c’è nulla da fare! Così è anche per la vita cristiana: “se anche il sale perde il sapore, con che cosa verrà salato?” (Lc 14,34). Se la vita di un ministro ordinato non presenta lo stesso stile di Gesù, non sarà capace di dare sapore autentico all’esistenza e risulterà essere simile a quel sale incapace di dare sapore, ad una cucina che non sforna portate capaci di essere gustose per chi le assapora.
Attraverso le due mense della Parola e dell’Eucaristia, noi tutti riceviamo nutrimento per la nostra vita. Il diacono è colui che proclama il Vangelo, può fare l’omelia, e aiuta nella distribuzione dell’Eucaristia. Come segno esplicativo di questo, il rito prevede la consegna del Vangelo nelle mani del nuovo diacono.

Il diacono è come se stesse lì, a servizio della cucina e della tavola. È a servizio perché le persone possano ricevere il nutrimento necessario che non è lui a preparare. Non è colui che nutre, non è colui che prepara il piatto, ma è colui che rende disponibile quanto è stato preparato e lo porta a chi lo desidera ricevere. È a servizio come la cucina e come un cameriere attento che agevola l’incontro.
Il servizio
Nell’immagine del Lorenzetti si notano tre inservienti. Uno è in ascolto delle indicazioni di quello che parrebbe essere il gestore della locanda, un altro in cucina intento a liberare i piatti dagli avanzi mentre ascolta il terzo che gli comunica qualcosa indicando la sala al di là della parete. È una scena domestica, quotidiana, di vita comune, incastonata nell’eccezionalità dell’evento che si svolge accanto.
Ecco che il servizio prende forma. Prende la forma dell’ascolto della realtà e dell’incontro con le esigenze che si manifestano. L’ordine del diaconato nasce infatti per rispondere alle nuove necessità che si palesano nella vita della prima comunità cristiana. Gli atti degli apostoli, al capitolo 6, raccontano che il numero dei discepoli ormai era cresciuto al punto tale che prendersi cura delle vedove e di chi aveva bisogno non era più sostenibile dal piccolo gruppo di apostoli. Dalla necessità di un servizio per la comunità cristiana, nasce quindi la risposta di scegliere tra i membri della stessa alcuni che si dedicassero prevalentemente all’assistenza quotidiana delle vedove.
Allo stesso modo, anche oggi, il diacono è chiamato all’accoglienza, alla cura, a restare in dialogo con la realtà che si incontra, a cogliere le esigenze delle persone a cui si fa prossimo… proprio come un cameriere con gli invitati alla festa!

Una logica diversa di potere
Nel Vangelo di Luca, durante la cena, i discepoli discutono su chi è il più grande tra loro (Lc 22,24). Gesù interviene nel dibattito sottolineando come la logica di potere da imparare sia radicalmente diversa: “chi tra voi è più grande diventi come il più giovane, e chi governa come colui che serve” (Lc 22,26) perché Gesù stesso è strato tra i suoi come colui che serve. Sul tema del potere, qualcosa è già stato detto in un altro articolo del blog, qui mi preme sottolineare come il diacono sia chiamato a far propria la logica di Gesù, perché, se poi verrà ordinato presbitero, la possa mantenere nella gestione del potere che volente o nolente gli verrà consegnato.
In fondo, questa logica diversa, è la logica propria di Cristo e, perciò, a cui ogni cristiano è chiamato a conformarsi. È la logica della cucina: del lavoro fatto senza dare nell’occhio, senza aspettarsi applausi o visibilità, ma per nutrire chi riceverà quanto è stato preparato. Senza cucina, nessuna cena è possibile! Così come senza il servizio, non esiste un’autentica Chiesa di Cristo!

Concludo condividendo con voi la grande gioia e gratitudine che accompagna il passo vissuto sabato scorso, unite a un senso di responsabilità per quanto mi è stato donato. Chiedo di accompagnarmi nella preghiera perché quanto scritto non rimangano solo parole, ma perché possa lentamente prendere forma nella mia vita.
Al Signore sempre la nostra lode!
fra Damiano – fradamiano@vocazionefrancescana.org


