Entriamo nella logica della Pasqua attraverso la porta del Giovedì Santo che stravolge le nostre prospettive donandoci la prospettiva di Dio: dal basso in alto e di un amore che ci precede.
Questa sera inizia il Triduo pasquale. Iniziano i tre giorni santi in cui viviamo il mistero centrale della nostra fede e tutto comincia con questo versetto dell’evangelista Giovanni: «Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine» (Gv 13,1).
In ogni Giovedì Santo la messa vespertina ci regala questo incipit che già, in una riga, ci proietta al compimento. Sì, perché «li amò sino alla fine» (Gv 13,1) significa indubbiamente “fino in fondo”, “fino all’estremo”, “totalmente”, “senza risparmiare nulla di sé”; ma indica anche “fino al fine”, “fino al compimento”, “fino alla fine della vita”, e rimanda alle ultime parole di Gesù, quelle sulla croce, a cui segue immediatamente la morte: «è compiuto!» (Gv 19,30). La parola greca è la stessa (telos), cambia solo che si tratta di un verbo (telein).
Ѐ la fine, dunque. È arrivata l’«ora di passare (…) al Padre». Sono gli ultimi istanti di Gesù, il tempo in cui verrà condannato a morte e in cui l’esperienza di Gesù con i discepoli terminerà. Ѐ il momento in cui si desidera restare con le persone più care, il tempo rimasto per consegnare ciò che di più prezioso si ha e gli insegnamenti che stanno più a cuore. In queste ultime ore, Gesù desidera ardentemente vivere la Pasqua con i suoi discepoli (cf. Lc 22,15) donando loro sé stesso nel pane e nel vino, corpo e sangue, che realizzano quanto di lì a poco avverrà concretamente sulla croce. Il Figlio di Dio però si preoccupa di consegnare un altro gesto che ribadisce lo stile con cui ha sempre vissuto tra i suoi e che anticipa la radicalità di questo suo modo di vivere: lava i piedi… più precisamente, si alza, depone le vesti, prende un asciugamano, se lo cinge ai fianchi, versa l’acqua in un catino, si china, lava e asciuga i piedi di ciascun discepolo. L’evangelista non si preoccupa di risparmiare parole, non elimina dettagli, ma presenta la scena con una ricchezza tale da sembrare un reel in slow motion che mette in luce ogni piccolo aspetto di quanto accade. Nulla deve andare perduto, perché gli ultimi istanti vissuti con una persona cara sono quelli che rimangono più impressi, perché ci parlano di chi è veramente e ci ricordano cosa ci ha lasciato.

Sappiamo bene come lavare i piedi fosse un’azione riservata agli schiavi incaricati di pulire i piedi dell’ospite dalla polvere delle strade sterrate d’Israele. Entrando in casa, l’ospite poteva così essere accolto con la dignità che gli apparteneva e ricevere questo gesto di cura. Anche oggi, quando accogliamo qualcuno in casa per un pranzo o una cena, oltre a salutare calorosamente la persona attesa, offriamo la possibilità di lavarsi le mani, prepariamo un asciugamano pulito, la mettiamo nelle condizioni di essere a suo agio per potersi sentire accolta nel migliore dei modi. Come oggi, così allora. Eppure allora era lo schiavo a fare questo … e la reazione di Pietro parla chiaro: il Figlio di Dio, il Maestro, non può, non deve, lavare i piedi!
Dallo scambio di battute con Gesù, emerge come sia necessario accogliere quanto lui sta facendo. La prima ragione è esplicitata nell’ultima parte del brano:
«Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi» (Gv 13,12-15).
Il gesto di Gesù è finalizzato a rompere una logica di potere per veicolarne un’altra! L’immagine che abbiamo dei ruoli di guida all’interno della comunità ecclesiale, lavorativa, sociale, relazionale, è spesso uguale a quella di Pietro e non è quella secondo la quale chi sta a capo è chiamato a mettersi a servizio, a disposizione verso ciò che nessuno ha veramente voglia di fare nei confronti degli altri. Gesù sembra chiedere di non rimanere avvinghiati a logiche di potere che alimentano e mantengono una struttura piramidale e abusante, ma di usare quel potere come condizione di possibilità per un agire diverso. La parola stessa “potere” indica capacità d’azione. Tutto sta nel come si mette in gioco questa capacità: secondo la logica di Gesù o secondo una logica che non gli appartiene; secondo una logica che dà la vita o secondo una logica che toglie la vita; secondo la logica che arriva alla croce o secondo la logica che fugge la croce… «se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna» (Gv 12,24-25) e «nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici» (Gv 15,13). L’invito a fare la stessa cosa, quindi, è un invito non tanto a compiere letteralmente lo stesso gesto, ma a copiarne lo spirito e il senso più profondo: quello della carità reciproca in una logica di potere che si rende responsabile della vita del prossimo.
Tuttavia potremmo intravvedere anche un altro significato, più implicito, e legato al nostro personale rapporto con il Signore Gesù. Questo significato ovviamente non esclude il primo, ma ne dà una sfumatura differente.
Appena prima di dire che Gesù si alza da tavola, l’evangelista Giovanni sottolinea la profonda consapevolezza di Gesù: «sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava» (Gv 13,3). Lui sa, è consapevole di essere figlio, di avere una libertà di azione in virtù della sua profonda unione al Padre, di essere talmente unito a Lui da poter agire per manifestare pienamente chi è il Padre e quale amore lo spinge a donare il Figlio per ogni uomo e donna. Questa consapevolezza emerge anche poco prima, con l’episodio della risurrezione di Lazzaro (cf. Gv 12,42). Gesù sa di avere tutto nelle sue mani e, un istante dopo, tra le sue mani ha i piedi dei discepoli. Tra le mani ha quella parte del corpo che si riempie di polvere, che permette di camminare, sì, ma che si ferisce camminando tra le strade polverose della vita e che ha bisogno di cura. Non è facile accettare di essere oggetto di cura di qualcun altro senza poter ricambiare. Quando ci ammaliamo, non è facile lasciare che un’altra persona faccia quello che potremmo fare noi se stessimo meglio. Quanto spesso pensiamo che Dio vorrebbe da noi qualcosa di più, a cui corrispondere, provando ad essere noi a dare il meglio di noi stessi piuttosto che trovarci a chiedere a Lui qualcosa! È bene, invece, lasciar fare Gesù; accoglierlo e lasciare che Lui ci accolga come siamo; far sì che prenda in mano le nostre ferite, le parti più polverose, e che se ne prenda cura; permettere a Dio di accoglierci nelle nostre fragilità e nei lati che meno accettiamo di noi stessi e così concedergli di agire in noi; permettere al Figlio di manifestarsi per chi è veramente nella nostra vita accettando di essere oggetto del suo amore. Lui ci ha amati ancor prima che lo amassimo, sapendo che lo avremo tradito. Gesù lava i piedi a Pietro, lava i piedi a Giuda. «In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi» (1Gv 4,10). Solo così potremo in futuro amarci gli uni gli altri come Lui ci ha amati.
Buon santo Triduo!
fra Damiano – fradamiano@vocazionefrancescana.org



