Incastonata come una gemma di rara bellezza tra gli ulivi e le dolci colline fuori dalle mura di Assisi, c’è un’oasi di pace come se ne possono trovare poche. È un convento piccolo, dall’aspetto spoglio ma che emana una strana aura, dominata da un silenzio e una tranquillità molto suggestive, vista anche la sua non particolare lontananza dalle principali vie di accesso alla città francescana per eccellenza.
Le origini del luogo
È il convento/santuario di san Damiano ad Assisi, che deve il suo nome ad un santo nato in Arabia e che fu, con il fratello Cosma, medico e missionario in Medio Oriente, dove fu martirizzato con il fratello nel 303 per ordine dell’imperatore Diocleziano.
Della struttura dell’antica chiesetta in sé non conosciamo molto, sappiamo solo essere stata edificata tra VII e IX sec., e che fu dedicata a san Damiano, medico, perché probabilmente frequentata dai malati di lebbra che occupavano i vicini lebbrosari.
Sappiamo però che verso il 1030 era un importante priorato benedettino che fu via via lasciato in stato di abbandono. Nel XIII secolo figurava come di proprietà del Vescovo di Assisi, nonostante fosse più che altro un rudere scalcinato affidato ad un prete molto anziano.

L’incontro di Francesco con il Crocifisso
E probabilmente fu proprio quel suo aspetto spettrale, praticamente in rovina, che nel 1205 attirò l’attenzione di un giovane e inquieto Francesco, ormai inconsapevolmente in procinto di iniziare la sua vita nuova.
Proprio in quei mesi stava infatti Francesco attraversando un periodo confuso segnato da una profonda inquietudine, come molti di noi oggi, metaforicamente rappresentato dalle mura di quel piccolo rudere di chiesa attraversata da crepe profonde come i pensieri del suo animo: l’animo di un ragazzo deluso dai suoi trascorsi militari, che lo avevano portato a vivere solo la sconfitta e la prigionia nell’unica battaglia a cui prese parte, che aveva visto andare completamente falliti i tentativi di essere un mercante di stoffe come suo padre e che ora non sapeva più cosa fare della sua vita.
E fu proprio in una chiesa che Francesco andò a rifugiarsi dall’ira di suo padre e dalla confusione che attanagliava la sua vita in quei giorni: la sua ricerca di un’oasi di pace lo condusse in quello che tuttora è un luogo silenzioso e tranquillo, lontano dai rumori e dalla frenesia, dove Francesco sì riuscì a trovare un po’ di quella pace tanto agognata, ma anche qualcosa in più che forse non si aspettava:
“Mentre pregava inginocchiato davanti all’immagine del Crocifisso, si sentì invadere da una grande consolazione spirituale e, fissando gli occhi pieni di lacrime nella croce del Signore, udì con gli orecchi del corpo una voce scendere verso di lui dalla croce e dirgli per tre volte: «Francesco, va’ e ripara la mia casa che, come vedi, è tutta in rovina!». All’udire quella voce così meravigliosa, Francesco rimane stupito e tutto tremante, perché nella chiesa è solo, e, percependo nel cuore la forza del linguaggio divino, si sente rapito fuori dei sensi” (Legenda Maggiore 2,1; FF 1038)
Così, in queste poche righe, San Bonaventura ci riassume questo primo vero incontro di Francesco con il Signore: è un incontro segnato dall’angoscia, dal pianto, ma anche da una “grande consolazione”, una immensa estasi riempie il suo cuore nel momento in cui il Crocifisso gli parla e gli fornisce, guarda caso, un nuovo immenso scopo nella vita: va’ e ripara la mia casa.

E Francesco lo prende sul serio, alla lettera. Era un giovane molto pratico, figlio di un benestante commerciante e lui stesso ex commerciante ed ex militare, e non capì quello che realmente Gesù gli stava chiedendo: sul momento male interpretò le sue parole come può capitare a tutti dopotutto.
Perciò si mise di buona lena e con maniche rimboccate e olio di gomito si mise a spaccare pietre e impastare malta per ricostruire la chiesa di san Damiano, con la compagnia del solo Crocifisso. Che sciocco sei stato Francesco! Quando il Crocifisso ti chiese di ricostruire la sua casa, non si riferiva proprio alla chiesa di San Damiano!

In un periodo buio come furono i secoli XIII/XIV in cui le eresie, i movimenti pauperistici e la corruzione dilagavano in seno alla Chiesa Cattolica, il Crocifisso di San Damiano chiese a Francesco di riparare la casa di Dio non con malta e mattoni, ma con quello spirito rinnovatore, umile e gaio che fin dall’inizio caratterizzò la predicazione di Francesco e dei suoi poveri compagni.
Questo lui ancora non lo aveva capito, ma forse con il passare del tempo comprese. Chissà come si deve essere sentito nel capire finalmente cosa davvero gli aveva chiesto il Signore in quella chiesetta di campagna diroccata, quel lontano giorno del 1205.
E così, presso san Damiano Francesco visse per almeno tre mesi, restaurando la chiesa e vivendo di elemosina aiutato solo da pochissimi dei suoi vecchi compari di baldorie, nascondendosi dal suo arrabbiatissimo padre Pietro di Bernardone che non aveva proprio intenzione di accettare la conversione di quel suo figlio che ormai in città si mormorava fosse impazzito.
L’arrivo di santa Chiara e il Cantico delle Creature
Ma la chiesa di san Damiano non è conosciuta esclusivamente per il miracolo della chiamata di Francesco, poiché è stata teatro di un’altra tappa fondamentale per la nascita del suo Ordine: qui infatti, nel 1211 lo stesso Francesco diede il complesso alle Povere dame di San Damiano, le future monache Clarisse, cioè alla sua amica Chiara che, con la sorella Agnese e altre giovani assisane, avevano deciso di seguire il suo modello di vita e di spiritualità in maniera ancora più radicale, facendosi monache di clausura.

E fu proprio a San Damiano che Francesco ritornò nel 1225, quando all’età di quarantaquattro anni (una bella cifra rispetto alla media dell’epoca) ormai malato, praticamente cieco e benedetto dal dono delle stigmate fu ospitato per cinquanta giorni dalle consorelle e compose il suo famoso “Cantico delle Creature”.
Le monache rimasero a San Damiano per più di quarant’anni: dopo la morte di Chiara, l’11 agosto 1253, si trasferirono nel convento attiguo alla chiesa che fu poi dedicata proprio a Santa Chiara, dove conservano il corpo della Santa e l’originale crocifisso di san Damiano che tanti anni prima aveva parlato a san Francesco.
San Damiano oggi
San Damiano ora è abitata dei frati Minori, che sono riusciti nei secoli a mantenere inalterato il senso di pace che si respirava nell’aria già nel 1205. Arrivando al piccolo santuario si possono visitare i luoghi dell’antico monastero di santa Chiara e fermarsi in preghiera nella piccola e raccolta chiesetta.
In questo luogo tutto parla ancora dell’esperienza di Francesco, che molto ha ancora da dirci… San Francesco qui ci insegna che sentirci perduti come una nave nella tempesta della vita è più che normale: è successo anche a lui dopotutto!
Spesso possiamo sentirci persi, abbattuti o scossi per i motivi più vari: un grave lutto, il fallimento di un importante esame, la fine di una relazione. Forse talvolta non abbiamo neanche più la forza di rialzarci con le nostre forze.
È allora necessario capire quando arriva il momento di chiedere aiuto. Ammettere a se stessi, prima ancora che agli altri, che non abbiamo le forze per superare quel lutto, per riprenderci dal fallimento, per ricominciare una nuova relazione e che abbiamo bisogno di aiuto, è una delle più grandi prove di forza con cui l’uomo deve cimentarsi, e non dobbiamo averne necessariamente paura.
Francesco (ma anche noi!) ebbe la grande fortuna di avere dalla sua parte il Signore, che addirittura lo chiamò per nome e gli diede nuovamente una via da percorrere: una via che lo portò alla Santità. E noi quante volte siamo stati chiamati dal Signore, e non lo abbiamo sentito? Quante volte ci è stata indicata la strada giusta, e noi per orgoglio o testardaggine non l’abbiamo presa?
Impariamo a sentire la voce del Signore in tutte le meraviglie del Creato, proprio come disse Francesco nel suo Cantico e forse ci renderemo conto che, dopotutto, nel nostro futuro brilla ancora la speranza.
Il Signore ci benedica.
Giulio, 20 anni, Padova – info@vocazionefrancescana.org
















