Oggi, 3 marzo, noi frati francescani ricordiamo una figura sconosciuta ai più, il beato Innocenzo da Berzo. Scopriamo insieme questo santo frate.
Infanzia e giovinezza
Innocenzo Scalvinoni nacque il 19 marzo del 1844 a Niardo in Valle Camonica diocesi di Brescia, un paese che diede i natali anche ad altre figure religiose come S. Costanzo e S. Obidio che ispirarono lo stesso Innocenzo nella sua vita spirituale.
Poco dopo la nascita si trasferì e visse con i genitori nel vicino paese di Berzo Inferiore, dal carattere schivo e timido, già in giovane età “si occupava di altarini, crocifissi e altre cose sante” e dopo i primi studi elementari frequentò il collegio di Lovere dove cominciò a maturare la vocazione.
Spesso era vittima di ragazzi e attaccabrighe che ne provocavano l’animo tranquillo ma rimetteva i torti subiti nella mani del Signore e non si vendicava, sopportando silenziosamente le avversità come Gesù e mostrando un animo buono e tendente al perdono.
Seminario e inizio delle diverse esperienze
Terminato il collegio iniziò gli studi al seminario di Brescia, dove erano già molto apprezzate la sua umiltà e la sua rispettosità e molte altre virtù mostrate nella vita comune, venne ordinato sacerdote e della sua prima messa si dice “lo vidi con gli occhi bassi calati su un’anima a nascondere il mistero di Dio”.
Come sacerdote la sua prima destinazione fu Cevo, sempre in Valle Camonica, dove la sua giornata era scandita, oltre che dalle diverse opere del ministero, dalla devozione eucaristica, dalla devozione alla Madonna, dalla pratica della meditazione e dall’assistenza religiosa ai malati.
Di fronte al tabernacolo e al crocifisso veniva come rapito in contemplazione e come scriveva nei suoi diari “la maggior necessità che noi abbiamo è il tacere davanti a questo nostro Gran Dio… quella ch’egli ascolta volentieri è parola silenziosa d’amore”.
Molto dedito al suo ministero fu richiesto come vicerettore al seminario Cristo Re in Brescia, ma la sua natura timida e introversa lo portava a non riuscire ad esercitare autorità e ad imporsi ai chierici, per quanto fosse un esempio di disciplina, pietà ardente e umiltà profonda, forse che il Signore lo voleva più vicino a sé nel silenzio, nella preghiera, nella contemplazione e nell’amore in una forma di vita differente.
Il rettore lo esonerò, invitandolo a passare qualche mese nel suo paese natio a Berzo, dove passò un periodo intenso di preghiera, visite e sostegno agli ammalati e gli fu assegnato un posto come insegnante alle scuole elementari comunali.

In convento come frate
Faceva spesso visita al convento dei padri Cappuccini dell’Annunciata, non molto distante da Berzo, per ritiri mensili o esercizi spirituali e cominciava a percepire forte il desiderio di dedicarsi interamente al Signore uscendo dal mondo facendosi frate, la sola vita da sacerdote non appagava questo sentire crescente, ma il voler scegliere questa nuova direzione spirituale e la paura di sbagliare strada, generava in lui una lotta interiore che gettava il suo spirito nell’afflizione e nella pena, “ma un giorno venne la luce: divina e obbligante”.
Questo desiderio di donarsi interamente al Signore trovava però degli ostacoli legati agli affetti, la mamma ormai anziana e l’opposizione del suo parroco che non era d’accordo con questa decisione, ma prevalse la scelta e Innocenzo entrò nel convento come novizio divenendo subito un modello da ammirare per la sua umiltà, la sua disciplina e per lo spirito di penitenza.
Il 29 aprile del 1875 fra Innocenzo, col consenso della famiglia religiosa, giunge alla professione semplice, inizialmente destinato al convento di Albino dove stette per qualche tempo, tornò successivamente al convento dell’Annunciata dove divenne vice maestro dei novizi.
Un novizio disse di lui: “La sua umiltà era così profonda da non veder difetti che in se stesso e la sua bontà di cuore era così aliena da ogni cosa che potesse molestare altrui, che per lui era impossibile alzare la voce e riprendere”.
Successivamente il noviziato venne spostato a Lovere e Innocenzo rimase senza ufficio, venne quindi spostato nel 1880 al convento di Milano-Monforte come addetto alla redazione degli Annali Francescani, ma non era uomo da scrivania e spesso, nel momento di redarre il materiale per la tipografia, si immergeva nella preghiera per chiedere ispirazione e “la sua anima si elevava e perdeva in lunghi colloqui”, lasciando in bianco i fogli da lavoro.
Il padre provinciale, convintosi che il Signore volesse tutto per sé Innocenzo, lo sollevò dall’incarico e lo trasferì per motivi di supplenza in un altro convento di Crema dove, a seguito delle pratiche di penitenza e digiuno a cui si sottoponeva, fu trovato in un confessionale quasi fuori dai sensi e privo di forze.
Il sacro ritiro del suo cuore
Dopo queste due esperienze di Milano e di Crema venne deciso di rimandarlo all’Annunciata così che potesse “tornare al sacro ritiro del suo cuore, dal quale non discenderà che per l’ultima obbedienza e morire”, qui fu nominato per un periodo di due anni insegnante dei postulanti che frequentavano le prime classi del ginnasio e successivamente fu esentato da qualsiasi ufficio.
Innocenzo si dedicò quindi completamente alla penitenza e alla preghiera, con umiltà e carità, meditava incessantemente i dolori di Gesù alimentati da quelli che riteneva fossero i suoi peccati, praticava mortificazioni e riduceva il sonno passando le notti in orazione e contemplazione.
Disse un giorno ad un altro padre che insisteva perché fosse meno rigido nelle pratiche della penitenza “Mi dica un po’: quando un padre di famiglia ha tanti figlioli da mantenere e debiti da pagare che cosa deve fare?” rispose “deve fare risparmi” e lui riprese “Ebbene è il caso mio, io ho tanti debiti col Signore”.
Le penitenze lo portavano a custodire i sensi e lo conducevano alla serenità dello spirito, vestiva poveramente con la tonaca rappezzata e l’obbedienza ai superiori era per lui un’ulteriore modo di unirsi al Signore compiendo la sua volontà, si riteneva il più grande peccatore e si raccomandava alle preghiere di tutti, invocava grazie e pregava per molte anime, la sua fama di santità si diffuse presto nella valle e nel corso del tempo giungeranno a lui molti pellegrini.
“Quando il Beato usciva per la questua era per tutti l’angelo della consolazione. A chi gli dava pane e uova rispondeva ringraziando e promettendo preghiere”, operava i suoi doveri in maniera assidua e fervorosa, così come vigilava su stesso costantemente rimanendo durante la giornata in uno stato di preghiera e contemplazione.
Passava lunghi momenti davanti al SS. Sacramento, era un assiduo frequentatore della Via Crucis, molto devoto a Maria e praticava ulteriori devozioni a diversi santi.
Quando giunse vicino all’ora della sua morte, percependo l’imminenza del momento chiese di poter ricevere l’olio santo, le benedizioni, le indulgenze e l’eucarestia, spirò nella notte del 3 marzo 1890.
O Beato Innocente da Berzo, che nella la tua vita povera e umile risplendette la luce del Signore, intercedi per noi presso il Padre perché possiamo giungere alla sincera contrizione del cuore e a un’ardente trasporto nel seguirlo.
















