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Vocazione Francescana
Home vita da frati

Cosa fanno i frati? Missione in Ghana

fra Alberto Tortelli di fra Alberto Tortelli
14 Settembre 2010
in testimonianze, vita da frati
0

Molti, a volte con domande anche piuttosto curiose se non bizzarre, mi scrivono desiderosi di conoscere la vita dei frati. Ebbene, oggi vi presento la vita e l’esperienza di un francescano missionario in Ghana: P. Arcadio Sicher. Ne ha parlato recentemente anche il “Corriere della sera” nel suo sito. Una storia di donazione quotidiana e silenziosa che ogni tanto riesce ad emergere anche nei nostri mass-media.

fra Alberto – fraalberto@vocazionefrancescana.org

arcadio sicher
padre Arcadio Sicher
Una scuola a Sodoma e Gomorra dal Corriere della Sera

Accra (Ghana) – La chiamano “Sodoma e Gomorra” perché dicono che anche Dio si sia rassegnato al suo destino di corruzione e violenza. Ma in questa grande baraccopoli di Accra, dove vivono oltre 60mila persone, da qualche anno la speranza è tornata: ha il volto magro e profetico di Arcadio Sicher, padre francescano cinquantenne, originario di Coredo, piccolo villaggio in provincia di Trento.

Sei anni fa il missionario decise di stabilirsi in questo immenso slum nel centro della capitale ghanese, a pochi passi dal mercato di Agbogbloshie, diventando il primo e unico bianco della comunità. Nel corso del tempo, e con l’aiuto di alcuni volontari locali, è riuscito a costruire una piccola scuola nel cuore dello slum. Ogni sera, per circa due ore, insegna ai giovani che lavorano nella baraccopoli la grammatica e la lingua inglese, idioma ufficiale del Ghana.

“Sodoma e Gomorra” è un inferno di fumo e di metallo. Migliaia di giovani, molti minorenni, lavorano allo smaltimento di ex prodotti industriali proveniente da ogni angolo della Terra: frigoriferi, computer e macchine di ogni specie sono bruciati in questa mega-discarica a cielo aperto.

Una volta che il fuoco è spento e le sostanze cancerogene si sono ormai diffuse nell’atmosfera, i ragazzi recuperano il metallo che sarà poi rivenduto alle vicine fonderie. I compensi sono davvero miseri e spesso i ragazzi non riescono ad assicurarsi neppure un letto per la notte. L’inverno scorso il settimanale tedesco Der Spiegel ha denunciato in una lunga inchiesta il flusso enorme di prodotti elettronici che arrivano dall’Europa e dagli Usa e che sono smaltiti nella bidonville africana.

Nonostante le convenzioni internazionali vietino l’esportazione e lo smaltimento di rifiuti elettronici nei Paesi del sud del mondo, ogni anno partono dalle coste del Vecchio Continente vascelli carichi di veleni destinati a inquinare l’aria e le acque della Korle Lagoon, la laguna che circonda Sodoma e Gomorra.

Lo spettacolo della discarica è desolante. Oltre alle migliaia di ragazzi che lavorano decine di ore al recupero e alla lavorazione dei metalli, non mancano i bambini che brancolano tra la massa di rifiuti, che sommerge il centro della discarica, alla ricerca di qualche pezzo grezzo da rivendere. La miseria e l’assenza d’igiene la fanno da padrone e per tutto il giorno un odore acre si diffonde all’interno della bidonville.

Più volte il governo ha minacciato di smantellare la baraccopoli, ma, non sapendo dove poi dislocare i tanti abitanti, ha preferito non intervenire. Uno studio di Greenpeace ha dimostrato che l’aria respirata a “Sodoma e Gomorra” è profondamente avvelenata. Stessa storia per il Densu River, il corso d’acqua che passa nella baraccopoli, denso di piombo, diossina e arsenico. Non esistono studi sui tassi di mortalità a “Sodoma e Gomorra”, ma la presenza di così tanti veleni non fa ben sperare: «La maggior parte della gente che vive qui è giovane – spiega con amarezza padre Sicher -. Temo che fra qualche anno gli abitanti capiranno quanto questi veleni siano dannosi».

L’idea di creare una scuola in questa terra devastata dal fuoco e dalla miseria, dove non vi è neppure un’organizzazione non governativa internazionale, è stata suggerita a padre Sicher da Monica, una giovane ghanese che da sempre vive a “Sodoma e Gomorra” e che ancora oggi sogna di iscriversi alle scuole superiori: «È stata lei a dirmi che c’era bisogno di una scuola – conferma il padre francescano -. Da allora non è mai mancata a una lezione e quest’anno tenterà di superare l’esame per poter entrare al liceo».

Padre Sicher non ama chiamare la baraccopoli “Sodoma e Gomorra”. Per lui questo quartiere continua a chiamarsi “Kumba market”, nome usato dalla popolazione locale prima che la zona divenisse una baraccopoli: «All’inizio non è stato facile farmi accettare dalla comunità – ricorda padre Sicher -. Ero l’unico bianco tra decine di migliaia di neri e la diffidenza era forte. Pensavano che fossi legato al mondo della prostituzione o della droga. I primi ad avvicinarsi sono stati i musulmani della comunità.

Più tardi ho costruito un solido rapporto con i giovani. Tra i ragazzi c’è molta partecipazione alle attività della scuola, anche se è difficile restare attenti dopo un’intera giornata di lavoro». Tra i più appassionati studenti vi è Joseph che commenta: «Qualche anno fa ho saputo da un amico che era nata una scuola nella baraccopoli. Ho pensato che imparare a leggere e a scrivere mi avrebbe aiutato a trovare un lavoro migliore. Non ci ho pensato due volte e ho cominciato a seguire le lezioni. Non me ne sono pentito».

Alle 20 di ogni sera circa un’ottantina di ragazzi si presentano alla Pas (Peace adult school) per seguire le lezioni di grammatica. La maggioranza ha tra i 20 e i 30 anni, ma non mancano gli adolescenti. Un paio di ragazzi del posto aiutano il padre francescano nella gestione della scuola: «Sembrerà strano, ma non abbiamo bisogno di aiuti economici – rivela padre Sicher -. Ci farebbero comodo nuovi volontari pronti a collaborare per migliorare e ampliare le lezioni. Da qualche mese stiamo portando avanti un progetto per insegnare alle ragazze la lavorazione delle perline. Ogni ragazza che viene a scuola è una donna sottratta alla strada».

Le tante giovani che vivono nello slum sono una delle più grosse preoccupazione di padre Sicher. «In un territorio afflitto dalla miseria e dalla violenza, sono sempre i più deboli ad avere la peggio. Le donne purtroppo fanno parte di questa schiera. Molte si sposano giovani, ma presto sono abbandonate dai loro compagni. Per sfuggire alla miseria non resta altra strada che la prostituzione.

Fino a qualche anno fa nella società fortemente tradizionalista ghanese la famiglia aveva un grande ruolo. Purtroppo adesso, con l’eccessiva urbanizzazione e la povertà dilagante, ogni legame si è spezzato e i giovani sembrano incapaci di sostenere una relazione. Il vero dramma è che ogni notte tra queste baracche si assiste a una guerra tra poveri».

Corriere della Sera, 04 settembre 2010 (qui l’articolo – qui le foto)

Tags: Frati Minori Conventualimissione francescanatestimonianza vocazionale
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