sabato 28 febbraio 2009

Egli si alzò e lo seguì

Dopo ciò egli uscì e vide un pubblicano di nome Levi seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi!». Egli, lasciando tutto, si alzò e lo seguì. Poi Levi gli preparò un grande banchetto nella sua casa. C'era una folla di pubblicani e d'altra gente seduta con loro a tavola. I farisei e i loro scribi mormoravano e dicevano ai suoi discepoli: «Perché mangiate e bevete con i pubblicani e i peccatori?». Gesù rispose: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori a convertirsi»
(Lc 5,27-32). .

« Egli si alzò e lo seguì »
Quanto sei buono, mio Dio, e con quanta cura ti applichi a rialzare i peccatori, a gridare « Speranza » ai colpevoli. Con quanta premura ti mostri, fin dalle prime righe del Vangelo, come il Buon Pastore, il Padre del Figlio prodigo, il divino medico venuto per i malati. Sembra che ti sia preso l'impegno fin dalle prime righe del Vangelo di ripeterci : « Non godo della morte dell'empio, ma che l'empio desista dalla sua condotta e viva » (Ez 33,11).
O Dio, Padre di misericordia, vuoi dirci che ci sono speranza e grazia, anche per i colpevoli, anche per i più decaduti, per i più macchiati.
Coloro che, agli occhi degli uomini sono irrimediabilmente avviliti e caduti sono ancora nobili e belli ai tuoi occhi. Che si pentano, che dicano come Davide : « Ho peccato » (2 Sam 12,13), e tu spalanchi per queste anime che il mondo riteneva perdute e che tu hai così pienamente ritrovate, rialzate, purificate, abbellite, tu spalanchi in tale misura il tesoro dei tuoi favori da non rifiutare nessuna grazia a queste anime alle quali nessuna grandezza è ormai inaccessibile. Per quanto fossimo caduti in basso, non disperiamo mai. La bontà di Dio è al di là di ogni male possibile. « Anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, diventeranno come lana » (Is 1,18). Non c'è nessun momento della nostra vita che non possa diventarel'inizio di un'esistenza nuova,... separata dalle nostre infedeltà passate, come da un muro. (commento di Charles de Foucauld)
PREGHIERA DAVANTI AL CROCIFISSO
« O alto e glorioso Dio, illumina le tenebre del cuore mio. Dammi una fede retta, speranza certa, carità perfetta e umiltà profonda. Dammi, Signore, senno e discernimento per compiere la tua vera e santa volontà. Amen. »(San Francesco)

venerdì 27 febbraio 2009

Talenti e vocazione


14Avverrà infatti come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. 15A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì. Subito 16colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. 17Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. 18Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. 19Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro. 20Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. 21“Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. 22Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: “Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due”. 23“Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. 24Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. 25Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”. 26Il padrone gli rispose: “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; 27avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. 28Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. 29Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. 30E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”.Talenti e vocazione la strana contabilità di Dio (Matteo 25,14-30)

La parabola dei talenti (Mt 25,14-30) è un altro dei brani classici vocazionali, molto sfruttato nella prospettiva della chiamata. Per indicare chi la chiamata l’accoglie investendo in essa, ma anche chi se ne difende e la manda a vuoto, o forse anche chi fa entrambe le cose: un po’ la riconosce e un po’ la rifiuta. In effetti il racconto di Gesù ci mette spalle al muro, come al solito, poiché ci svela, in realtà, che quel terzo servo, “malvagio e infingardo”, è un po’ ciascuno di noi, nell’interpretazione distorta del gesto dell’uomo che, prima di partire per un lungo viaggio.

“…consegnò loro i suoi beni”
Il Vangelo è pieno di immagini o definizioni della vocazione, questa è una delle tante, e senz’altro tra le più suggestive: la chiamata come consegna che il Padre fa a ciascun figlio suo dei “suoi beni”. Non un semplice incarico da portare a termine, nemmeno una pista per la promozione del chiamato o la soluzione di qualche crisi ecclesiale (vocazionale)…; troppo poco e troppo estrinseco al rapporto Creatore-creatura. Il Padre chiamandoci ci affida i suoi beni, ciò che ha di più prezioso, ci affida se stesso, si consegna a noi. È come se nel compimento della vocazione noi non realizzassimo semplicemente la nostra identità, ma quella di Dio in noi. Mistero grande!

“…a ciascuno secondo le sue capacità”
Al tempo stesso tale consegna è su misura del singolo chiamato; ed è altra delicatezza divina, o è il bello della vocazione cristiana: il tutto (di Dio) nel frammento (dell’uomo), il progetto illimitato divino che si compie nelle piccole e incerte trame umane, o l’impossibile umano divenuto possibile in Dio. Nel mistero della vocazione esplode il paradosso cristiano: da un lato il Creatore si piega, adattando il suo disegno alla misura della creatura, dall’altro eleva a sé quest’ultima moltiplicando le sue capacità, la rende bella e vera, facendo della storia umana una parabola del mistero divino, proprio come la parabola che stiamo commentando, ove i talenti raddoppiano.
Per questo la vocazione non può essere intesa e decisa solo a partire da quel che uno è capace o si sente di fare, ma è la scommessa che Dio per primo fa sull’uomo, e il rischio che l’uomo intelligente è disponibile a correre fidandosi di Dio, per ritrovarsi poi come solo Dio lo può sognare. E non correre il rischio opposto: vivere una vita non più moltiplicata, ma mortificata, appiattita sulla misura delle proprie doti, che si riducono a ben poca cosa quando l’uomo pauroso e stolto vi si attacca così tanto da non permettere a Dio di scommettere su di esse.

“Prendi parte alla gioia del tuo padrone”
Se la vocazione nasce come consegna che Dio fa a noi di sé, essa si compie quando l’uomo chiamato si consegna a Dio, o si mette nelle sue mani, provocando la sua gioia. Il Padre gode, non può che godere quando un figlio accoglie il suo progetto e lo realizza, gode perché allora può manifestare pienamente il suo essere padre, perché può effondere totalmente la propria benevolenza, e fare grandi cose perché finalmente ha trovato chi si è fidato di lui. Che bello pensare che Dio è gioia! Ma non solo: se Dio è comunione, non può tenere per sé la propria gioia (che a questo punto non sarebbe più tale), anzi, non è proprio capace di godere da solo, e allora condivide la sua felicità, ne fa partecipe chi è stato “fedele nel poco”, nel piccolo della sua esistenza. Donandogli “molto”. E siamo di nuovo nella logica della moltiplicazione, del centuplo che Gesù promette proprio a chi lo segue, un molto qualitativo, che trasforma la fatica umana della risposta alla chiamata divina in gioia, la rinuncia in libertà, la solitudine del cuore in capacità di amare tanti.
Ogni vocazione è alla fine una chiamata alla gioia, quella vera, quella di Dio. Mentre non esiste che un’unica tristezza, quella di chi non risponde alla chiamata.

“…una buca nel terreno”
Costui nella parabola è rappresentato, con altra immagine espressiva, da chi il talento lo nasconde in una buca in terra. Chi nasconde o si nasconde fugge per paura da Dio, come Adamo ed Eva dopo il peccato, i primi a non fidarsi del Dio-che-chiama, a pensare che sia tipo “duro” che pretende raccogliere ove non ha seminato; ma fuggendo da Dio in realtà scappano disperati da se stessi. Fa la stessa cosa chi nasconde il dono ricevuto di fronte agli altri sperando forse di nasconderlo anche ai suoi occhi, chi se ne vergogna, chi teme di non essere capace, chi pensa che quel dono lo renderà infelice… E lo nasconde in una buca. Fa persino mestamente sorridere: quale buca potrà mai nascondere il dono del Dio-che-chiama e consegna “i suoi beni”? Quanti giovani in quella maledetta buca, semmai, hanno perso per sempre la loro felicità?!

“A chi ha sarà dato…,a chi non ha sarà tolto quel che ha”.
Strana logica conclusiva, ma a suo modo è ancora il “principio della moltiplicazione”, che potremmo rendere così: chi si fida di Dio e obbedisce al suo invito “sarà nell’abbondanza”, la sua vita sarà una continua chiamata, vivrà sempre più nella luce e nella gioia. Chi invece non si fida e non accoglie la chiamata di Dio perderà anche la propria vita, quel che ha ed è, perché così lui stesso ha deciso allontanandosi dalla fonte della vita.
Per lui, allora, sarà la disperazione a moltiplicarsi: sarà, infatti, gettato “fuori nelle tenebre”, nell’oscurità di chi – non più chiamato da nessuno – non sa dove andare. E “sarà pianto e stridore di denti”.


Tratto da: Amedeo Cencini, Talenti e vocazione. La strana contabilità di Dio, su "Mondovoc", 10/2008, pp. 26-27

domenica 22 febbraio 2009

1) Prima Tappa - Corso Vocazionale Francescano

Cari amici, con questa pagina vengo a proporvi un "corso vocazionale francescano" a tappe "on-line", che ciascuno di voi potrà seguire individualmente.
Avrò come riferimento la "Leggenda dei tre compagni"(FF 1394-1487), vale a dire la più importante fra le biografie non ufficiali di S. Francesco d'Assisi.
E' attribuita ai suoi primi compagni, Leone, Rufino e Angelo e il suo valore sta nella rappresentazione genuina e schietta del cammino vocazionale di Francesco e della primitiva fraternità francescana .
Utilizzerò per i commenti un bellissimo testo scritto alcuni anni fa da un frate (cfr: F. Marchesi, Signore cosa vuoi che io faccia? Lettura vocazionale della leggenda dei tre compagni, Pazzini Editore,Verrucchio 1994)
Prego il Signore per tutti i giovani che leggeranno queste pagine affinchè si aprano mente e cuore e volontà, all' azione meravigliosa dello Spirito e possano restare affascinati dall'esperienza di Francesco.
A chi desidera avere uno scambio e un confronto sul proprio cammino di ricerca personale offro volentieri la mia disponibilità...basta scrivermi!
Il Signore vi dia pace. frate Alberto

VITA DI S. FRANCESCO - dalla “Leggenda dei tre compagni(Capitolo I - FF. 1394-1487)DELLA NASCITA DI FRANCESCO; DELLE SUE FRIVOLEZZE, STRANEZZE E PRODIGALITÀ E COME ARRIVO’ A GENEROSITÀ E AFFETTO VERSO I POVERI
Il suo primo nome era GiovanniFrancesco fu oriundo di Assisi, nella valle di Spoleto. Nacque durante un’assenza del padre, e la madre gli mise nome Giovanni; ma, tornato il padre dal suo viaggio in Francia, cominciò a chiamare Francesco il suo figlio.
Arrivato alla giovinezza, vivido com’era di intelligenza, prese a esercitare la professione paterna, il commercio di stoffe, ma con stile completamente diverso. Francesco era tanto più allegro e generoso, gli piaceva godersela e cantare, andando a zonzo per Assisi giorno e notte con una brigata di amici, spendendo in festini e divertimenti tutto il denaro che guadagnava o di cui poteva impossessarsi.
“Che ne pensate del mio ragazzo?”A più riprese, i genitori lo rimbeccavano per il suo esagerato scialare, quasi fosse rampollo di un gran principe anziché figlio di commercianti Ma siccome in casa erano ricchi e lo amavano teneramente, lasciavano correre, non volendolo contristare per quelle ragazzate. La madre, quando sentiva i vicini parlare della prodigalità del giovane, rispondeva: «Che ne pensate del mio ragazzo? Sarà un figlio di Dio, per sua grazia».
Prodigalità e frivolezzaNon era spendaccione soltanto in pranzi e divertimenti, ma passava ogni limite anche nel vestirsi. Si faceva confezionare abiti più sontuosi che alla sua condizione sociale non si convenisse e, nella ricerca dell’originalità, arrivava a cucire insieme nello stesso indumento stoffe preziose e panni grossolani
Cortesia e amore per i poveriPer indole, era gentile nel comportamento e nel conversare. E seguendo un proposito nato da convinzione, a nessuno rivolgeva parole ingiuriose o sporche; anzi, pur essendo un ragazzo brillante e dissipato, era deciso a non rispondere a chi attaccava discorsi lascivi. Così la fama di lui si era diffusa in quasi tutta la zona, e molti che lo conoscevano, predicevano che avrebbe compiuto qualcosa di grande
Queste virtù spontanee furono come gradini che lo elevarono fino a dire a se stesso: «Tu sei generoso e cortese verso persone da cui non ricevi niente, se non una effimera vuota simpatia; ebbene, è giusto che sia altrettanto generoso e gentile con i poveri, per amore di Dio, che contraccambia tanto largamente». Da quel giorno incontrava volentieri i poveri e distribuiva loro elemosine in abbondanza, infatti benché fosse commerciante, aveva il debole di sperperare le ricchezze.
Un giorno rinviò un poveroUn giorno che stava nel suo negozio, tutto intento a vendere delle stoffe, si fece avanti un povero a chiedergli la elemosina per amore di Dio Preso dalla cupidigia del guadagno e dalla preoccupazione di concludere l’affare, egli ricusò l’elemosina al mendicante, che se ne uscì. Subito però come folgorato dalla grazia divina, rinfacciò a se stesso quel gesto villano, pensando: «Se quel povero ti avesse domandato un aiuto a nome di un grande conte o barone, lo avresti di sicuro accontentato. A maggior ragione avresti dovuto farlo per riguardo al re dei re e al Signore di tutti».
“Per amore di Dio”Dopo questa esperienza, prese risoluzione in cuor suo di non negare mai più nulla di quanto gli venisse domandato in nome di un Signore così grande.

RIFLESSIONEL’ambiente e il carattere di FrancescoIn questo primo capitolo ci viene presentato Francesco giovane: la sua famiglia, il suo carattere. E’ lì infatti che si innesta la chiamata del Signore anche per ognuno di noi. La famiglia era ricca, il padre mercante e la madre nobile e raffinata. Francesco prende, come tutti, un po’ dell’uno e un po’ dell’altra.
Il carattere: “vivida intelligenza”; “allegro e generoso” , amante delle feste”; “spendaccione”; “ricercava l’originalità”; “gentile nel comportamento e nel conversare”; “evitava parole ingiuriose e sporche”.
L’ambiente e il carattere: punto di partenza per un cammino.Noi siamo il frutto dell’ambiente e del carattere. Queste virtù spontanee furono come gradini per prendere la prima decisione importante della sua vita: la decisione della generosità. Questa decisione era controcorrente, eppure Francesco la prende e vi è fedele anche a costo di essere preso in giro, di non essere capito dagli altri e di essere considerato strano o pazzo.
Qualunque sia l’ambiente e il carattere, la vocazione trova il suo terreno adatto nel quale crescere svilupparsi, se c’è la generosità, cioè l’apertura verso gli altri, l’attenzione e la sensibilità verso gli altri, specialmente i più poveri. Se non c’è la generosità difficilmente si può parlare di vocazione. Se invece c’è la generosità si possono superare più facilmente le conseguenze negative dell’ambiente e del carattere. Anche le eventuali conseguenze negative dell’ambiente, con l’aiuto della Grazia di Dio, di una Guida spirituale e di un Gruppo, possono diventare dei “gradini” per giungere a Dio. L’essenziale è accettare sé stessi, fisicamente e come carattere, accettare la propria famiglia e la propria storia. Così come molto importante (direi assolutamente necessario) per un cammino di crescita e discernimento è accettare di farsi aiutare e guidare da un Padre spirituale.
Infine occorre imparare a guardare tutto alla luce dell’amore di Dio per noi, chiederci che cosa vuole Dio da noi avendoci fatti così e avendo permesso che ci accadesse quanto ci è accaduto e quale sia la via che la potenza trasformante e creatrice della Grazia apre davanti a noi affinché siamo felici e rendiamo felici gli altri.
PER INTERIORIZZARE1) Ti conosci? Conosci i tuoi difetti e le tue qualità?
2) Accetti prima di tutto te stesso per quel che sei?
3) Accetti il tuo ambito famigliare, scolastico, parrocchiale, lavorativo?
4) Ti sforzi anche di uscire da te stesso, oppure vivi ripiegato o cerchi evasioni o “vie di fuga”?
5) La sensibilità e l’attenzione verso gli altri sono dimensioni di vita che cerchi di coltivare e di far crescere dentro di te?
6) Sai prendere delle decisioni che ti aiutino a maturare?
7) Sei fedele a queste decisioni?
8) Accetti di farti aiutare o…ti illudi del “fai da te”?

giovedì 19 febbraio 2009

Le resistenze alla chiamata

«Prima di formarti nel grembo materno, ti ho conosciuto, prima che tu uscissi alla luce, ti ho consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni». Risposi: «Ahimè, Signore Dio! Ecco, io non so parlare, perché sono giovane».
Ma il Signore mi disse: «Non dire: “Sono giovane”.
Tu andrai da tutti coloro a cui ti manderò
e dirai tutto quello che io ti ordinerò.
Non aver paura di fronte a loro,
perché io sono con te per proteggerti
».
(Ger1,5-8)

Nella vita di ogni uomo, ci sono tante esitazioni nel rispondere alla chiamata di Dio. La vocazione di Geremia ne è un paradigma (Ger 1, 4-19)
Al Signore che gli dice: Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni (v. 5), Geremia oppone resistenza: Ahimè, Signore Dio, ecco io non so parlare, perché sono giovane (v. 6).
E’ l’esperienza di ognuno di noi. Qualsiasi sia la nostra vocazione, per dire di sì a Dio dobbiamo superare resistenze, sciogliere dubbi, vincere paure, metterci in cammino. Nessuno di noi è esente da questo travaglio, perché Dio ci ha fatto come un’ “incompiuta” e vuole che ognuno di noi porti a termine il lavoro della creazione di sè, un po’ come fa lo scultore, che a suon di martellate toglie via il marmo in più perché venga fuori l’opera d’arte.
A partire da questo, vorrei offrirvi un piccolo itinerario (tre tappe in tutto) per superare le resistenze alla vocazione e lasciare campo libero all’irrompere della Grazia. Lo faccio prendendo a prestito una fiaba raccontata da A. Grün.
Un conte manda il proprio figlio da un maestro in una città straniera, affinché impari qualcosa di utile. Il figlio ritorna dopo un anno, avendo imparato la lingua dei latrati dei cani. Il padre, in preda all’ira, lo manda da un altro maestro. Ma anche qui il figlio non appaga le aspettative e i desideri del padre nei suoi confronti: impara la lingua delle rane e il terzo anno quella degli uccelli. Il padre dà allora ordine di ucciderlo. I servi hanno pietà di lui e così il giovane riesce a fuggire. Arriva a un castello dove dovrebbe passare la notte. Ma il castellano può offrirgli solo la torre, in cui dimorano cani feroci e latranti. Egli però non ne ha paura e parla amichevolmente con loro. Essi allora gli rivelano che sono così feroci solo perché custodiscono un tesoro. Lo aiutano a dissotterrare il tesoro e poi spariscono (A. Grun, Il libro dell’arte della vita, Queriniana, Brescia 2004, pp. 23-24).
Per ora fermiamoci qui; continueremo dopo la fiaba.

1. La prima tappa: conoscere se stessi
Cosa ci dice l’episodio dei cani latranti? Ci dice che non possiamo parlare la lingua dello Spirito se prima non comprendiamo quella dei cani latranti, cioè delle forze primarie che sono in noi: i desideri, le passioni, le angosce, le emozioni. Ecco la prima tappa del nostro itinerario per vincere le resistenze alla chiamata: conoscere in profondità noi stessi, imparare la lingua dei cani latranti, chiamare per nome i draghi che scorazzano nella nostra anima. Allo stato brado, essi sono: sesso, cibo, soldi, violenza, potere, gloria; quando non trovano niente da mangiare, si trasformano in depressione, tristezza, frustrazione, amarezza, rancore; quando si trovano nelle tenebre, diventano esitazione, paura, angoscia.
Verrebbe voglia di incatenarli questi draghi, ma in cattività essi diventano furiosi più che mai; qualcuno crede di poterli uccidere, ma in tal modo, uccide anche se stesso, perché là, dentro di lui, dove latrano i cani, dove scorazzano i draghi, sta sepolto il tesoro. E’ importante che comprendiamo la lingua delle forze primarie che ci abitano e scoprire il tesoro che esse rappresentano.
Che fare? Prima di tutto è necessario ascoltare e chiamare per nome i nostri desideri e le nostre passioni; sono forze trasgressive, ma anche grandi tesori. Non dobbiamo vergognarci di possederle. Finché non raggiungiamo questa libertà, siamo sottoposti al loro dominio e dunque loro prigionieri.
Il guardare onestamente in faccia ciò che si muove nel nostro cuore, non è per reprimerlo, neanche per lasciarlo andare a briglia sciolta, ma per risanarlo e accrescerlo. Ciò che a questo punto è urgente fare è l’innesto dello Spirito. Dove questo innesto riesce, i latrati si trasformano in canti, i draghi cattivi in draghi buoni, i vizi in virtù, i peccatori in santi. La nostra energia vitale non viene distrutta, ma risanata e trasfigurata; la nostra vita diviene, nonostante ogni difficoltà e sofferenza, bella, beata e felice.
→ Mi chiedo: So ascoltare e dare un nome alle forze oscure che si muovono dentro di me? So cosa significa innestare in esse lo Spirito? Vorrei essere aiutato nel farlo?

2. Seconda tappa: consegnare a Dio la propria libertà
Continuiamo la nostra fiaba: “Il giovane (col suo tesoro) prosegue verso Sud e passa di fianco a uno stagno, in cui le rane parlano di lui. A Roma è morto il papa; i cardinali si mettono d’accordo che Dio debba indicare con un miracolo chi devono eleggere come papa. Il giovane lascia lo stagno e si mette in cammino verso Roma”.
Cosa significano le rane nello stagno che svelano al giovane il suo futuro? Le risposte possono essere tante; a me pare che esse rappresentino la forza della ragione che orienta, discerne, aiuta a comprendere il Mistero della vita.
Ciò che è determinante, nel simbolo, è che le rane mettono in cammino il giovane, non lo fanno fermare nello stagno, lo rimandano oltre. Il corretto uso della ragione ci rimanda sempre oltre, ci apre al Mistero. E’ normale che un giovane si domandi: “Perché non posso fare quello che voglio io, ma devo fare quello che vuole Dio? Perché devo dire di sì a una vocazione che è Dio a darmi e non nasce dalla mia volontà?”. Sono domande legittime, che esigono risposte sensate. Le rane della fiaba ci invitano a camminare oltre, ad entrare nel Mistero, a consegnare la nostra libertà a Dio.
S. Francesco, in uno dei suoi rari scritti (Ammonizione II) sostiene che la disobbedienza di Adamo consiste nell’appropriarsi della propria volontà e d conseguenza nel rifiutare la volontà di Dio. E’ il peccato che danna Lucifero, che sta alla radice di ogni peccato. E’ questa la resistenza più grande e pericolosa anche per la nostra vocazione. E’ la resistenza che mette al primo posto la propria volontà e finisce con l’adorare se stesso, non riconducendo più la propria vita e quella del mondo a Dio, come invece è iscritto nella nostra condizione di creature. La massima di questo comportamento autoreferenziale è: “fa’ ciò che vuoi”; i suoi comandamenti escludono ogni regola, se non quella di seguire la propria volontà e soddisfare i propri desideri. Questo atteggiamento fa parte della cultura che respiriamo; è un culto che si ramifica in liturgie diverse, ma che alla fine non fa altro che esaltare l’”io”, dilatandolo in modo strabocchevole, come la gelatina di una medusa gigante che ricopre e ingloba tutto ciò in cui si posa.
→ Mi domando: Considero dignitoso per l’uomo ricevere la vocazione da Dio? Mi sono messo in ascolto della sua chiamata? Ho già trovato qualche segno del suo mandato per me?

3. Terza tappa: avere fiducia in Dio
Concludiamo la fiaba: “Il giovane arriva a Roma; entra nella chiesa dove sono radunati gli elettori e due colombe bianche si posano sulle sue spalle. Quello per i cardinali è l’atteso miracolo ed essi lo eleggono pontefice”.
Beh!, forse non ce l’aspettavamo, ma è solo una fiaba; le cose in realtà funzionano diversamente… Il significato tuttavia è molto forte: dobbiamo prima comprendere la lingua dei latrati dei cani e la lingua delle rane, per poter poi parlare la lingua dello Spirito.
La lingua dello Spirito, qui dice fiducia in Dio, abbandono al suo Amore; le ultime resistenze si vincono buttandosi tra le sue braccia. Teresa di Lisieux scrive in Storia di un’anima: “Neppure il peccato mortale mi toglierebbe la fiducia. Io mi innalzo a Dio con fiducia e amore non perché sia stata preservata dal peccato mortale: sento che quand’anche avessi sulla mia coscienza tutti i delitti possibili, non perderei nulla della mia fiducia” (cap. X). Questo è l’ingrediente principale che ci permette di accogliere con gioia e con frutto la vocazione che Dio vuole darci.
→ Ho fiducia in Dio? So abbandonarmi tra le sue braccia come un bambino in braccio a sua madre?

Conclusione
Giovanni Paolo II, ha detto parole indimenticabili ai giovani della Giornata Mondiale della Gioventù di Roma 2000. Ha detto: “Carissimi giovani, se sarete quello che dovete essere, incendierete il mondo”. Vuol dire: “Se vivrete in pieno la vostra vocazione, vincendo tutte le resistenze, darete vita all’unica rivoluzione che può davvero cambiare il mondo”.
Sia così per ciascuno di noi: seguendo il Signore sulla strada dell’Amore, possiamo davvero incendiare noi stessi, chi ci sta vicino e tutto il mondo.

Da una catechesi di Don Sandro Panizzolo

venerdì 6 febbraio 2009

La grazia della chiamata

Oracolo di Balaam, figlio di Peor, e oracolo dell’uomo dall’occhio penetrante;di chi vede la visione dell’Onnipotente, e cade ed è tolto il velo dai suoi occhi. Come sono belle le tue tende, Giacobbe, le tue dimore, Israele! - (Nm 22-24).

Balaam è un mago chiamato dal lontano Oriente per compiere un sortilegio contro Israele che ha occupato le terre di Balak, re di Moab. Di buona mattina, sella l’asina e parte, ma da subito l’asina comincia a comportarsi in modo strano: percorre un viottolo sempre più stretto che va nella direzione opposta. Balaam percuote l’asina ma questa continua ad andare per la strada intrapresa. Tra percosse e mugugni l’asina si accovaccia sotto le gambe del padrone e sbotta: “Che ti ho fatto perché tu mi percuota per la terza volta? Non sono io l’asina che ti ho sempre ubbidito fino ad oggi?”. Balaam comprende che il problema non è l’asina ma la volontà di Dio. A questo punto chiede a Dio cosa deve fare, è disposto a tornare indietro e ammettere il suo fallimento. Solo allora il Signore gli concede di andare dove lo attendono. Guardando l’accampamento degli ebrei fa costruire sette altari, offre gli olocausti e invece di maledire, il mago venuto dal paese degli Amau, pronuncia quelle bellissime parole di benedizione che abbiamo riportato all’inizio.

La vocazione non può essere trattata come un’asina che ci porta là dove noi vogliamo. Non possiamo proseguire nel cammino vocazionale a suon di percosse.
La vocazione ha a che fare con la grazia di una chiamata che ci precede e ha come atteggiamenti di fondo l’abbandono e la fede.

Non possiamo ostinarci ad andare là dove Dio non ci ha chiamati. I segni di una “non chiamata” sono evidenti: la rabbia, il comportamento aggressivo che finiamo sempre col riversare sugli altri (dai formatori ai compagni di viaggio), il lamento continuo. Dobbiamo, come Balaam che parlò con l’asina, dialogare con la nostra vocazione; amarla, riconoscerne le dinamiche e a volte accettare che sia più frutto delle nostre attese che di una chiamata. Il segno più evidente di una vocazione riuscita è la vita come benedizione, lode e ringraziamento. Il chiamato pur nelle difficoltà trova bellissime “le tende di Giacobbe e le dimore di Israele”: cioè ama le comunità e i luoghi in cui si trova a vivere, nonostante queste siano segnate dall’insufficienza, perché ha l’occhio penetrante e ha imparato a guardare la realtà come la guarda Dio: con misericordia.

da "La voce del popolo". frate Giancarlo Paris

lunedì 2 febbraio 2009

Chiedo di pregare per....



"Nella preghiera scopriamo il Sogno di Dio su di noi; è la preghiera che ci apre il cuore alla Sua Volontà"
(Madre Teresa)


Giovedì 5 febbraio, come ogni primo giovedì del mese, presso la Basilica del Santo di Padova si svolge un' Adorazione Eucaristica prolungata (dalle 21,00 alle 24,00) guidata da noi frati e con la partecipazione di tanta gente che si alterna in queste ore.

Nella quiete e nel silenzio della notte, in ginocchio davanti al Santissimo Sacramento sempre preghiamo prima di tutto per i GIOVANI , per i ragazzi e le ragazze in discernimento e in ricerca del SENSO profondo da dare alla loro vita.

Durante l'adorazione vengono presentate al Signore anche le innumerevoli richieste e intenzioni che ci giungono da ogni parte del mondo da tanti fedeli e devoti di S. Antonio.

Caro giovane, se desideri un ricordo particolare per il tuo cammino di ricerca o anche se vuoi affidarci una tua intenzione personale,...scrivici!

domenica 1 febbraio 2009

La vocazione? Un passaggio di luce

Come nasce la vocazione a farsi frate? L'ha raccontato al Messaggero di S. Antonio (MSA) in prima persona Fabio, postulante francescano.

La vocazione nasce da un incontro vitale di condivisione di un'esperienza di luce.
Molti si chiedono come faccia un giovane a pensare di farsi frate. C'è chi attribuisce la scelta a un colpo di fulmine; chi a una conversione improvvisa; chi, ancora, a una crisi o a un fallimento di vita. Vi è un'ipotesi ancora più semplice: un incontro, anche fortuito, con altri frati. Un incontro capace di accendere una luce interiore che rivela nuove prospettive di vita, al seguito di Gesù. È la storia di Fabio Turrisendo, classe 1979, di Montagnana (PD), da poco laureato in Lingue straniere presso l'Università di Padova. Ora vive l'esperienza di postulato a Brescia, primo stadio per verificare la vocazione appena nata.
Msa. Fabio, come hai incontrato i frati?
Fabio. Da studente frequentavo la basilica, prima degli esami. Ogni tanto venivo a confessarmi in penitenzieria. Tre anni fa sono andato in crisi, dopo aver lasciato la ragazza, al termine degli studi. Ho incontrato padre Tito in confessionale. Mi piaceva il modo in cui mi ascoltava e mi dava consigli. Ci siamo scambiati i numeri di telefono. Una sera del gennaio 2003 mi ha telefonato a casa un frate. Non padre Tito, ma un certo padre Alessandro Brentari, che aveva avuto il numero da padre Tito. Sapeva tante cose di me: che ero impegnato in parrocchia, che frequentavo la basilica, che ero studente... Mi propose di partecipare a un incontro per giovani organizzato dai frati. Io declinai l'invito: avevo già i miei impegni in parrocchia; poi in febbraio dovevo andare a Nairobi, a visitare un missionario focolarino. La telefonata continuò su altre tematiche spirituali e personali.
Msa. Tu come hai reagito a questa telefonata inattesa?
Fabio: Ero un po' imbarazzato. Mi dicevo: Chi è questo, che mi telefona a casa?!. Tornato da Nairobi, volevo reincontrare padre Tito. Quel giorno in penitenzieria non c'era, ma io desideravo confessarmi. Ho raccontato al frate del confessionale le cose che mi erano appena successe. Mi sono accorto che quel frate mi parlava di argomenti già sentiti in quella strana telefonata. La cosa mi ha incuriosito molto, tanto da condividere quest'impressione con lui. Ma certo - mi disse - sono io padre Alessandro!. Immagina la mia sorpresa! Gli ho chiesto di diventare mio padre spirituale. Ogni tanto mi fermavo a mangiare al Santo. Le chiacchierate si allungavano. Un po' alla volta è emerso ciò che in parte temevo: pur vivendo in una società basata su tutt'altri valori, io volevo vivere per Dio. Padre Alessandro mi ha aiutato molto. Mi ha sempre accolto nella mia libertà. Mi ha accettato così com'ero. Mi ha aiutato col discernimento e con la preghiera. Era interessato a me e alla mia felicità, non tanto a trovare un frate in più. Questo mi ha colpito molto.
Msa.E poi?
Fabio: Ho deciso di partecipare agli incontri vocazionali. Qui ho sperimentato i miei dubbi circa il farmi frate. Nonostante mi sentissi bene nel mio ambiente di parrocchia, ho scelto di entrare in postulato a Brescia, lo scorso settembre, dopo un ritiro vocazionale ad Assisi, con padre Alberto Tortelli e padre Alessandro.
Msa.Com'è il postulato?
Fabio. Meglio di quello che pensavo. Avevo già incontrato altri postulanti, durante alcuni week-end, però in due giorni era difficile farsi un'idea precisa del postulato. È una vita più normale di quello che ci si potrebbe aspettare. Non ho vissuto un distacco lacerante. Qui ho riscoperto dimensioni di condivisione con gli altri. Come il volontariato, il servizio alle ex prostitute, agli anziani, ai bambini in affido.
Msa. Quali cose ti piacciono di più di questa esperienza?
Fabio.La vita fraterna. Essendo figlio unico, temevo di incontrare qualche problema che, invece, non c'è stato. Mi trovo bene con gli altri. Anche le mie paure di lasciare quello che mi piaceva erano infondate. In realtà, ho trovato il centuplo. Una vita molto ricca di stimoli religiosi e sociali.
Com'è strutturata la giornata in postulato?Mi alzo alle 6,30 (o alle 6,00, se devo scaldare il latte). La giornata inizia alle 6,45 con la preghiera. Segue la formazione: dalle 9,00 alle 10,00, su temi francescani, sulla Parola di Dio, sulla vita consacrata, sull'affettività, sulla liturgia. Quindi, il servizio, assieme a un altro postulante, sia alla mensa dei poveri che nelle varie attività di volontariato. Il pranzo è alle 12,30. Il martedì si pratica sport: di solito il calcio o qualche camminata. È importante stare bene anche col fisico. Il mercoledì e il sabato, si organizzano i turni di pulizia. Negli altri pomeriggi ci si dedica al volontariato o al catechismo. Alle 18,30 è prevista la preghiera della sera e, alle 19,30, la cena. Dopo cena, in base al programma settimanale: scuola di preghiera aperta anche al pubblico, serate di fraternità, adorazione eucaristica; il venerdì, condivisione della Parola di Dio sul testo della messa domenicale. Ogni tanto si approfitta per andare a qualche conferenza o veglia diocesana.
Msa.Una vita impegnata, dunque?
Fabio. Sì, del tutto adatta a capire meglio ciò che il Signore mi sta chiedendo.
Messaggero di S. Antonio(2006) articolo di Paolo Floretta
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