Sappiamo bene tutti come la vita religiosa monastica, a differenza di quella attiva, sia caratterizzata dalla stabilità in un luogo. Non esulano da questa caratteristica nemmeno le nostre sorelle Clarisse che vivono tutto il tempo della loro vita in un monastero specifico a meno di eccezioni.
Oggi vi presento un’eccezione decisamente fuori dal comune: la testimonianza di un gruppo di clarisse che dopo anni di discernimento hanno deciso di aprire una fondazione in Libano! Hanno quindi deciso di chiudere il monastero S. Agnese di Montone salutando la cittadina a febbraio di quest’anno dopo secoli di presenza lì.
Dopo le loro parole sulla vita di Santa Chiara (che puoi leggere qui), ecco il racconto di questo cammino che sta prendendo sempre più forma e consistenza.
Le portiamo nella preghiera perché possano essere segno visibile di Gesù Cristo in una terra profondamente toccata dal conflitto.
Al Signore sempre la nostra lode!
fra Damiano – fradamiano@vocazionefrancescana.org

Le radici di un “sogno”
Il “sogno” di una fondazione di un monastero di Clarisse in Medioriente ha origini lontane. Dobbiamo tornare al 1996, alla vicenda del martirio dei monaci di Tibhirine in Algeria: un’intera comunità che, fedele alla propria vocazione monastica e al popolo martoriato e sfinito dalla guerra civile, decise di rimanere nel paese assumendosi il rischio, molto probabile, di una morte violenta.
Questa storia ci colpì molto soprattutto perché, come intuiva una nostra consorella anziana, questa volta non era una persona sola a “salire sugli altari”, ma un’intera comunità.
Passarono gli anni, continuammo ad approfondire la vita e gli scritti di questi sette monaci trappisti permettendo che la loro vicenda illuminasse la nostra vita comunitaria.
Dieci anni fa l’allora Custode d’Oriente e Terra Santa dei frati minori Conventuali, p. Cesar Essayan, oggi vescovo del Libano per la Chiesa latina, rivolse alla nostra piccola Comunità di Montone (PG), l’invito ad aprire un nuovo monastero di Clarisse in terra libanese. Dicemmo di no: troppo poche, troppo “povere”, troppo grande l’impresa! Ma il seme gettato dai “nostri” martiri d’Algeria era vivo in noi.
Cinque anni fa, un confratello francescano conventuale belga, dopo aver vissuto vari anni in Libano, e caro amico della nostra Comunità, fu nominato da papa Francesco vescovo per i latini in Iran. P. Dominique Mathieu, ben consapevole della difficoltà, per fede accettò.
Il suo “sì”, il suo coraggio e la sua fiducia nel Signore, ci hanno profondamente interrogate e ci siamo dette: “e noi?”. Da quel momento abbiamo preso in seria considerazione la possibilità di partire per il Libano. Abbiamo pregato molto, ci siamo confrontate con tutto il nostro Ordine delle Clarisse Urbaniste d’Italia, con il Ministro generale dei Frati Minori Conventuali e abbiamo deciso di tuffarci in questa avventura.
Inizialmente eravamo solo tre sorelle della Comunità di Montone (sr. Damiana, sr. Gloria e sr. Celina), dopo pochi mesi si è aggiunta sr. Maria Grazia, una sorella del monastero di Città del Messico e, successivamente, è arrivata sr. M. Lucia dal monastero di Osimo (AN).
La preparazione alla Fondazione è durata cinque anni: abbiamo effettuato in tutto sei viaggi in Libano per conoscere il paese, la gente, le chiese, i confratelli, ecc…e per cercare una casa da adattare a monastero o un terreno sul quale costruire. Abbiamo studiato (e lo stiamo facendo ancora!) l’arabo e oggi, dopo molte fatiche, vari “stop” dettati dalle guerre, soprattutto quella tuttora in corso, stiamo per acquistare una casa, in un villaggio cristiano melchita (Ryaq), nella valle della Bekaa, non lontano dal convento dei frati Francescani Conventuali a Zahle.

Chiamate a rimanere
Le prime tre Sorelle sono arrivate in Libano il 17 Febbraio 2026 e, dopo pochi giorni, è scoppiata la guerra. In pieno conflitto le altre due Sorelle, il 31 Marzo, hanno comunque deciso di raggiungerle. Qualcuno ci consigliava di far rientrare le Sorelle in Italia e, almeno per il momento, di non partire. Ci dicevano di aspettare tempi migliori per cominciare la Fondazione. In realtà siamo convinte che la Fondazione sia già iniziata; il Signore, nei suoi misteriosi disegni, ci ha volute qui, proprio in questo tempo e ha voluto riunire, in un piccolo ritaglio di terra, l’intera famiglia francescana: I°, II° e III° Ordine.
Ci sentiamo chiamate a rimanere, ci pare che il nostro essere fisicamente accanto ai nostri amici libanesi assuma ancora più significato. E forse, quando anche questa guerra inutile sarà terminata, la gente si ricorderà che non ce ne siamo andate e che anzi, proprio in questi tempi difficili, siamo rimaste e arrivate.
Per quanto riguarda la guerra siamo tutti in balia delle decisioni, a nostro avviso folli, dei potenti di questo mondo. Mentre scriviamo è stata stipulata una sorta di “tregua” tra Israele e Libano: un patto assurdo che penalizza decisamente il Pese dei Cedri. Israele ha occupato il Sud, distrutto più di sessanta villaggi, gli sfollati dunque non possono rientrare nelle loro case e ancora intere zone vengono prese di mira dalle bombe, nonostante il cessate il fuoco. I morti, dall’inizio della guerra, sono più di quattromila, tanti sono bambini. È tutto molto precario e fragile e davvero nessuno sa dove condurrà tutto questo. Il senso di impotenza che attraversa le persone è grande, non si sa cosa augurasi, né cosa sperare…possiamo comunque fare la nostra piccola parte per essere costruttori di pace, e pregare! Nel mezzo di tutto questo caos, la gente del nord del Paese, della Valle della Bekaa, del distretto di Beirut e del Monte Libano, insomma dell’intero Libano, continua vivere, a lavorare, ad andare a scuola, abituata ormai a questo clima di incertezza sul futuro, ai costi della vita altissimi (i generi alimentari, la benzina, le tasse, tutto…è molto più costoso dell’Italia), a un’economia che stenta a risollevarsi, ai giovani cristiani, tantissimi, che lasciano il Paese (le ultime statistiche, anche se non ufficiali perché, per ragioni di equilibri politici, non possono essere rese note, dicono che i cristiani in Libano sono appena il 18%. Un crollo clamoroso!).

Anche noi, ovviamente, risentiamo dell’incertezza che aleggia, leggiamo e interpretiamo le notizie chiedendoci cosa sarà domani. Ma intanto oggi ci siamo e siamo contente di essere qui! La sera, prima di Compieta, spesso usciamo fuori e, come Abramo, guardiamo il cielo e proviamo a contare le stelle, è vero…non si riesce a contarle! (Gn. 15, 5-6). Sono troppe. Ci ricordiamo della promessa di vita del Signore, Lui ci ha volute qui e siamo ricolme di stupore per essere state chiamate da Dio, grate di far parte, indegnamente e senza volerci paragonare a loro, della scia delle persone che hanno dato la vita a Dio e ai fratelli in terra d’Islaam. Non possiamo non pensare ai martiri di Algeria (i monaci di Tibhirine, e gli altri), a don Andrea Santoro, a mons. Padovese…per noi tutte figure di riferimento importanti, da anni esempi di fedeltà quotidiana, rinnovata costantemente. Esperienze di vita che abbiamo sempre ammirato con rispetto e affetto. E ora siamo qui, in Libano, e li sentiamo ancora più vicini; le loro storie, le scelte di minorità e marginalità, la vicinanza alla gente comune, ci riempiono di stupore grato: ora tocca anche noi!
L’accoglienza e i primi passi
Al nostro arrivo in Libano siamo state ospiti del Convento dei frati a Zahle, a fine Aprile ci siamo trasferite ad Ashqout (cittadina a nord di Beirut), rimarremo qui per vari mesi finché inizieranno i lavori della casa di Ryaq e allora sarà utile avvicinarci per poterne seguire la ristrutturazione. Stiamo infatti ultimando l’acquisto della casa che diverrà il futuro monastero. Insomma siamo delle monache di clausura, in questo tempo, un po’ “forestiere e pellegrine”!
Stiamo sperimentando l’accoglienza di molti: dei frati innanzitutto. Ci hanno infatti aperto la loro casa e messo a disposizione ogni ambiente. E’ stata certamente un’esperienza provvisoria, ma che ci ha fatto gustare la bellezza della fraternità e la comunione identitaria tra i nostri Ordini. Siamo state accolte dalla gente che frequenta la parrocchia e dagli abitanti di Zahle: vedendo delle suore si aspettavano da noi che costruissimo una scuola o forse un ospedale e, quando abbiamo spiegato che in realtà non siamo venute a portare “un’opera”, ma che siamo qui per vivere con loro e che intendiamo aprire una monastero, una casa di preghiera dunque, ci guardano stupiti e alquanto incuriositi. Dopo aver vissuto quasi tre mesi con i frati, in una parrocchia francescana “di campagna” davvero molto frequentata, ora ci ritroviamo in città: solo noi Sorelle, con i nostri spazi, con i precisi tempi di preghiera e di silenzio, gustando la quiete e ammirando la natura che ci circonda e che ci conduce alla contemplazione.

Siamo a 1000 m di altitudine, il clima è dunque abbastanza fresco e dall’alto vediamo addirittura il mare! Guardandolo non possiamo non pensare che è il meraviglioso Mediterraneo, che è lo stesso mare che bagna le nostre coste in Italia, e dunque ci fa sentire tutti un po’ più vicini. È il mare che tanti attraversano sperando una vita migliore, ma è anche il mare di chi non ce la fa, di chi muore o vede morire, è il mare le cui onde gridano, sempre se le si vuole ascoltare, l’ingiustizia immane che divide banalmente le genti tra “i fortunati” e “gli sfortunati”. Forse il Signore ci ha condotte in questo luogo di tranquillità per farci fare un’esperienza più intima con Lui e tra di noi? Ci è chiaro che questo è un ulteriore tempo di grazia e sicuramente anche di preparazione a quello che ci attenderà più avanti. Certamente si tratta anche di imparare a cavarcela da sole: ci si organizza per fare la spesa, se suonano alla porta ci tocca per forza parlare in arabo, si fa conoscenza col nuovo vicinato, ecc… Il nostro conventino è all’interno di una grande casa di spiritualità, in questi tempi estivi ha preso vita. È per noi l’occasione di conoscere nuove persone, i vari gruppi ecclesiali; tutti sono incuriositi dalla nostra vita, e soprattutto dal nostro arrivo proprio in questo preciso tempo storico. Come mai cinque suore lasciano l’Italia per venire a vivere per sempre in un paese come il Libano? È la domanda che tutti ci pongono. Per noi, in realtà, è tutto piuttosto semplice: il fatto è che ci sentiamo solo tanto privilegiate di poter essere in questa terra così bella.
La lingua così ardua e impegnativa, l’arabo, ci riporta alla condizione di bambine: bisognose di accoglienza, appunto, di sostegno, di presenza. Non è semplice accettare di dipendere, soprattutto per chi, come noi, è abbastanza intraprendente; è però un grande esercizio di umiltà e di povertà. Forse per la prima volta nelle nostre vite ci sentiamo veramente “Sorelle Povere” (così la madre S. Chiara di Assisi definiva la sua comunità). Non abbiamo nulla: né casa, né la capacità di comunicare, siamo straniere in un paese di cui non conosciamo le usanze e la cultura. L’unica sicurezza è il Signore e l’essere sorelle, sapendo di poter contare le une sulle altre. Ecco allora che, proprio la comunione tra noi, diventa l’unico modo possibile per annunciare il Regno di Dio che ci precede e che viene.
le Sorelle Clarisse in Libano – clarisseinlibano@gmail.com



