Oggi, 11 agosto, la famiglia francescana e tutta la Chiesa sono in grande festa! Oggi si ricorda santa Chiara! Mettiamoci in ascolto delle sorelle che oggi, come allora, vivono la vita secondo la regola tanto desiderata da questa grande santa che parla ancora e invita a seguire le orme di Cristo.
Oggi ricordiamo santa Chiara, una santa coraggiosa e rivoluzionaria che, affascinata dalla scelta di san Francesco, si lascia interrogare profondamente su come seguire il Signore Gesù. È la prima donna a scrivere una regola di vita per delle donne. È una donna capace di lottare per ciò che sapeva essere il modo più autentico per vivere il Vangelo arrivando ad ottere il “privilegio della povertà” (come lei lo definisce) nonostante il papa inizialmente avesse timore ad accordarlo.
Mettiamoci quindi in ascolto di alcune Sorelle Clarisse che oggi si trovano in Libano e che ci parleranno di questa grande santa innamorata di Dio.
A Lui sempre la nostra lode!
fra Damiano – fradamiano@vocazionefrancescana.org
Torniamo indietro e chiediamo aiuto a Chiara stessa, per non tradire il suo messaggio, la sua eredità, per continuare ad esserle grate per aver ascoltato lo Spirito che chiamava lei, le sue sorelle…noi!
Chiara è stata parca di parole rispetto a Francesco. Possediamo la Forma Vitae (la Regola), la prima scritta da una donna e approvata dalla Chiesa, la Benedizione a tutte le Sorelle, il suo Testamento e quattro Lettere indirizzate alla cara sorella Agnese di Praga.
Proveremo a prendere in prestito le preziose parole che Chiara ci dona nel suo Testamento, ivi è sintetizzata l’intuizione iniziale, vi compaiono i compagni di strada, vi è lo stile, il modo in cui lei, insieme alle sorelle, ha deciso di spendere la vita.

“Tra gli altri benefici, che ricevemmo e ogni giorno riceviamo dal nostro Donatore, il Padre delle misericordie (…), c’è la nostra vocazione” (TestsC, FF 2823)
Chiara vive di gratitudine e nella gratitudine; è felice perché tutto e tanto ha ricevuto da Dio. Ne fa memoria grata: “ricevemmo” usa, diremmo ai nostri tempi, il passato remoto! Chissà quante volte, nonostante il silenzio vissuto a S. Damiano, si sarà soffermata insieme a qualche sorella a ripensare…: “Ti ricordi Pacifica quando di nascosto ci recavamo tra gli ulivi appena fuori Assisi per incontrare Francesco, per chiedergli consiglio, per capire come potevamo, anche noi, seguire il Signore? Certo che mi ricordo…se ci avessero scoperte?! Che vergogna…”. Me le immagino ancora imbarazzate, ma sorridenti! “Madre Chiara, e quella volta che la nostra sorella ti diede un calcio in bocca??!” “Ma no, sora Benvenuta, mica lo ha fatto apposta! Era di ritorno dalla questua, io volevo lavarle i piedi…ma tutte voi ogni volta non volevate sentirne!!!”. “E quando, Madre, arrivarono i saraceni…e tu con coraggio stavi davanti a tutte noi e li mandasti via?” “Filippa, fu il Signore ad aiutarci, anche io ho avuto paura, erano tanti e tutti uomini! Ricordi però…sentivamo il Signore così vicino…”.
Mi piace pensarle così le chiacchierate tra le sorelle a S. Damiano, d’altronde sappiamo che tra loro c’era molta confidenza. Mi immagino quei momenti non troppo diversi da quelli che viviamo tanto spesso anche noi in monastero. Soprattutto quando giungono tempi un po’ faticosi. Quanto è importante fare memoria grata, ricordare…Ma ricordare cosa? L’azione di Dio nella nostra storia, i suoi passaggi, le sensazioni provate e gustate, gli attimi, pur semplici, di “paradiso” su questa terra. Se quel giorno Lui è passato, se l’abbiamo riconosciuto, se la “brezza leggera” non poteva non essere il soffio dello Spirito, perché non potrebbe riaccadere ancora oggi?!
Innanzitutto per Chiara Dio è qualcuno che dona, che riempie la vita, che non si stanca di elargire: “e ogni giorno riceviamo“. Ieri, oggi, e farà così anche domani, per sempre, perché la felicità di Dio è donarci cento volte tanto!
“Dobbiamo quindi considerare, sorelle dilette, gli immensi benefici di Dio a noi elargiti, ma tra gli altri quelli che Dio si è degnato di operare in noi per mezzo del suo servo diletto, il beato Francesco nostro padre.” (TestsC, FF 2825)
Chiara riconosce Francesco come “padre“, come colui che, per primo, ha ricevuto da Dio l’intuizione e grazie al quale, anche lei ha potuto trovare il suo tesoro. In ogni cammino vocazionale c’è sempre un “testimone”: qualcuno che abbiamo guardato, ammirato, stimato, e che ad un certo punto, ci ha portato a chiederci: “ma qual è il segreto della sua felicità?“. Così sovente si aprono le nostre strade: iniziamo a guardarci dentro, impariamo ad ascoltare i moti dell’anima nostra, le paure, le ferite, i desideri, le aspirazioni…Ma sentiamo anche il bisogno di avere accanto qualcuno, magari lo stesso “testimone”, che aiuti a comprendere, a comprenderci, che ci insegni il segreto della gioia, quella profonda. Un padre, appunto, come Francesco lo è stato per Chiara. E lei, di questa relazione col padre Francesco, ne va fiera!
“(…) quando lo stesso santo, che non aveva ancora né fratelli, né compagni, quasi subito dopo la sua conversione, stava edificando la chiesa di San Damiano (…), profetò a nostro riguardo quello che poi il Signore adempì”; riferendosi alla chiesetta diroccata di San Damiano disse: “qui tra poco ci saranno delle signore dalla cui esistenza degna di fama e dal cui santo tenore di vita sarà glorificato il Padre nostro celeste in tutta la sua santa Chiesa” (TestsC, FF 2827)
Con queste parole Chiara rivendica la sua relazione sorgiva con Francesco, ne ribadisce il primato, addirittura ben prima che Francesco avesse con sé i suoi compagni! Fu così che, sin dall’inizio, “insieme alle poche sorelle che il Signore mi aveva donato, volontariamente gli promisi obbedienza” (TestsC, FF 2831). Non sempre nella storia francescana si è rimasti fedeli a questo legame identitario ma, tra alti e bassi, tra corsi e ricorsi, l’importante è non smettere mai di crederci: là dove questo è possibile, il Signore attraverso le nostre povertà, compie cose grandi. Le nostre vocazioni, nella loro complementarietà, se pur nella loro specificità, portano in sé la grazia di poter essere madri, padri, fratelli e sorelle di un’umanità orfana, e sempre più sola.

Francesco “con il suo esempio e insegnamento non si allontanò in nessun modo dalla santa povertà di Lui, che scelse per sé e per i suoi fratelli” (…), “Così io, Chiara, ancella di Cristo e delle sorelle povere del monastero di San Damiano (…) ci obbligammo volontariamente alla signora nostra, la santissima povertà.” E chiosa Chiara: “dopo la mia morte le sorelle presenti e quelle che verranno abbiano la forza di non allontanarsi in nessun modo da essa.” (TestsC, FF 2838)
La povertà assoluta è ciò che identifica e racchiude in una sola famiglia l’esperienza della fraternità dei frati e la vita in San Damiano delle “sorelle povere”. Una scelta folle, controcorrente nella società medievale tutta volta alla concezione piramidale della vita e proiettata verso le nuove vie commerciali. Una scelta che richiede forza e tenacia, da conservare anche in futuro. È decisione che sottende la fiducia in Dio che donerà tutto quanto abbiamo bisogno, che ci fa avanzare liete anche quando la sicurezza materiale vacilla, quando il progetto nel domani non si poggia su certezze economiche e garanzie. È l’esperienza, quasi quotidiana, che quando qualcosa manca, sicuramente arriva. E quando non accade, probabilmente significa che non ne avevamo così bisogno! È la povertà che si appoggia e trova senso sulla povertà del Figlio di Dio, “il Dio che povero fu posto nella mangiatoia, povero visse nel mondo e nudo rimase sul patibolo” (TestsC, FF 2841). È la povertà che ci mantiene “minori”: sottomesse a tutti, come tutti, che ci impone la scelta preferenziale per i poveri, gli ultimi, gli scartati. Povertà e minorità si intersecano, incontrano e fondono. La spoliazione di Gesù “che non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso” (Fil 2, 6-7), la sua povertà, il suo abbassamento, sono anche la via per vivere evangelicamente le nostre relazioni. Si tratta di ricordarci “che per Dio abbiamo rinunciato alla nostra volontà” (cfr.TestsC: FF.2849). Non è appiattimento o subordinazione, ma è decidere in cuore che la comunione è più importante della mia convinzione e ragione e dunque, per amore, vi rinuncio; perché è vero, siamo povere, ma innanzitutto siamo “sorelle”: “E amandovi a vicenda nella carità di Cristo, dimostrate al di fuori con le opere l’amore che avete nell’intimo” (TestsC, FF 2847).

Chiara mai si definisce “abbadessa”, chiama il ruolo, impostogli da Francesco tra l’altro, “ufficio”. È l’ “ufficio della lavanda dei piedi”, del servizio reciproco, “che presiede alle altre con le virtù, più che per il ruolo” (TestsC, FF 2848).
Più che l’abbadessa, colei che guida la comunità, né è la “madre”: “provvida e discreta verso le sue sorelle, come una buona madre verso le sue figlie” (TestsC, FF 2848). E qualora le relazione tra le sorelle divenissero faticose e l’altra diventasse “il mio lebbroso”, la si abbracci, perdonando e lasciandosi perdonare, perché “ciò che è molesto e amaro si converta per lei in dolcezza” (TestsC, FF 2849). Così fu, per Francesco, proprio all’inizio!
le Sorelle Clarisse in Libano – clarisseinlibano@gmail.com



