Le parole di suor Carmen, Francescana dei Poveri, ci aiutano a ricordare come anche per Francesco l’incontro con Gesù è passato dall’incontro con i poveri, con il lebbroso.
Oggi diamo spazio alla testimonianza di una sorella che da poco ha fatto la professione perpetua dei voti diventando per sempre Suora Francescana dei Poveri. Sto parlando di suor Carmen!
Le abbiamo chiesto di dare voce proprio alla sua esperienza con i poveri, con gli ultimi, per aiutarci a cogliere la ricchezza di un vissuto fatto di incontri con persone che spesso non vediamo, ma che possono essere un’occasione d’incontro con il Signore stesso.
Francesco chiede ai frati di non possedere nulla e di stare a contatto con i poveri, vuole vivere lui stesso con i chi è ultimo e desidera incontrare Cristo povero e crocifisso nelle membra di chi non ha nulla ed è ferito dalla vita. Ѐ proprio Francesco a ricordarci nel suo testamento che per lui tutto ebbe inizio dall’incontro con i lebbrosi, che, nei suoi anni, erano gli scarti della società. Questo gli permette di «usare con essi misericordia» e sperimentare così l’incontro con Colui che ha per primo usato misericordia con lui.
Lascio la parola a suor Carmen per raccontarci le sue esperienze di incontro con i poveri e i suoi incontri con il Signore che attraverso di loro ha toccato la sua vita, le sue povertà con la delicatezza della misericordia!
fra Damiano – fradamiano@vocazionefrancescana.org

Forse anche tu, come me, ti sei chiesto almeno una volta: ma chi sono davvero i poveri?
Io non so darti una definizione. Posso però raccontarti chi sono stati – e sono – per me. E soprattutto dirti chi mi hanno fatto incontrare.
La cura verso gli ultimi, i più fragili, gli indifesi, non si improvvisa! È uno sguardo che si allena nel tempo. E diventa veramente profondo quando tocchi con mano la tua fragilità, quando anche tu ti scopri povero/a… e amato/a proprio così! Lì la chiave di volta, la rivoluzione dentro e fuori di te.
Ma un passo alla volta.
Io ho imparato l’amore verso i poveri tra le mura di casa. Ero piccola quando, ogni sabato mattina, passava da casa un signore rumeno a chiedere qualcosa da mangiare, vedevo mio padre correre fuori per chiacchierare con lui, mentre mamma racimolava ogni cosa in casa per preparargli un panino e qualcosa in più. L’ho imparato da un bambino rom che incontravo tutte le domeniche fuori la porta della chiesa, sentire di non poter fare molto ma potevo condividere un bicchiere di latte; ho allenato questo sguardo andando a trovare, con il gruppo giovanile di cui facevo parte, gli anziani del paese.
Piccole cose. Gesti semplici.
Eppure sentivo che il cuore si allargava. Intuivo che Dio mi stava aspettando proprio lì. E si lasciava trovare. Per me è stato subito stupore.

Nel cammino di discernimento, l’incontro con Marco è stato fondamentale, in un momento in cui le domande abbondano, i dubbi, le pure, il rischio di arrovellarsi in grandi pensieri è alla porta, un incontro mi ha praticamente portata fuori di me. Marco era un uomo senza casa e senza storia, che aveva scelto la strada come casa e ogni mercoledì lo incontravo a Piazza Partigiani a Roma dove si distribuiva la cena in strada. Aveva una forte dipendenza da alcol, piedi gonfi e scuri, con delle ciabatte dalla suola consumata. Un mercoledì sera era particolarmente ubriaco, mentre gli porgo il piatto con la cena, mi urla contro rovesciando il piatto, mi butta addosso il cibo e parole cariche di rabbia. In quel momento potevo avrei potuto voltare le spalle a Marco e andarmene o sarei potuta restare. Restare come Qualcuno aveva fatto con me, senza scandalizzarsi. “Usai con essi misericordia” scrive s. Francesco: Marco quella sera mi ha spiegato la misericordia, mi ha fatto toccare con mano l’infinita misericordia di Dio con me, davanti ai tanti piatti rovesciati davanti a Lui. Qui, davanti agli occhi di Marco, riconobbi le mie miserie, le mie povertà, la mia ribellione, il mio grido che Qualcuno aveva ascoltato e di cui Qualcuno aveva avuto misericordia. Negli occhi disperati di Marco c’era riflessa la mia povertà-amata. Che libertà! La mia povertà diventava possibilità di tenerezza e di condivisione. Nel volto di Marco, il volto di un Dio che mi faceva guardare dentro e guardare con bontà la mia povertà.
E quando intuisci questo, le ali si spiegano e la Vita riparte!
Lo sguardo continua ad allenarsi, intuisco che c’è una pepita d’oro lì, tra gli ultimi e che, per questa pepita d’oro, vale la pena dare la vita, perché lì c’è Dio che mi viene a cercare!
Questa intuizione si è fatta ancora più concreta quando sono arrivata a Padova, nella nostra comunità dove c’è Progetto Miriam, una casa per donne vittime di tratta. Lì ho fatto esperienza nella carne che mentre tenti di metterti accanto a delle ferite, in realtà guarisci tu. È stata un’esperienza forte del carisma che si fa cura e condivisione. Un giorno una delle ragazze mi disse “Carmen, tu sei come noi!” una frase lapidaria che un po’ mi ha spiazzata. Poi ho capito: era vero, solo da quella prospettiva potevo essere sorella, potevo farmi toccare e incontrare dal Gesù in loro. Così una sera ero seduta sul letto di una delle ragazze e mentre provavo ad intessere un filo di fiducia, una di loro, scoppia in pianto e mi disse “Io ho paura, non voglio più prostituirmi…” quel grido fu un pugno allo stomaco. Quella frase mi ha aiutata a dare voce ai miei silenzi e alle mie paure nascoste. Mentre mi mettevo accanto, in realtà la mia ferita guariva.
E ancora una volta, patapunfete! Mi sono ritrovata povera in mezzo a loro, davanti al volto del Maestro che mi tendeva la mano e con tenerezza si faceva vicino.

Non è sempre tutto facile, mentre ti doni puoi scontrarti non di rado con delusioni, disillusioni, fatiche, stanchezze. I poveri non sono poesia (forse all’inizio sì!), sono persone con una storia e spesso ti mettono davanti realtà più o meno dure.
Una sera, insieme alle sorelle, aspettavamo una ragazza a Progetto Miriam per essere accolta. Subito ci siamo adoperate per preparare il letto, il necessario per la notte, spazzolino e bagnoschiuma, tutto pronto! Attenderla fino a notte fonda e non vederla arrivare fu dura. Sperimentare tutta la forza della comunità che accoglie e fa spazio insieme a tutta la durezza di un campanello che non suonava. Accanto a questo, avere il privilegio di vedere vite rifiorire pian piano, dal sentirsi oggetti allo sperimentare che sono degne di stima, tutto questo a volte mentre facevano piccoli lavoretti nel laboratorio che c’è in casa, in quel lavoro paziente in realtà ricucivano insieme pezzi della loro vita.
La nostra fondatrice, Francesca Schervier, scriveva: “Riconoscevo il Signore nei poveri e nei sofferenti così chiaramente come se l’avessi visto con gli occhi del corpo; per questo tutti i miei pensieri e desideri erano protesi nel vedere come fare ad amare e a sollevare in loro Lui stesso”. Ecco l’esperienza fondante, il filo rosso che tiene unite tutti i volti incontrati. Cercare ostinatamente quel Volto anche in situazioni ostili, difficili, cercarlo nelle persone che incontro, sicuramente, ma cercarlo in ogni povertà, anche dentro me. Allenare lo sguardo a riconoscere in ogni volto il Suo, questo mi fa dire ancora una volta “Ci sto, eccomi…”. Ecco per me il luogo privilegiato in cui il Signore mi cerca, mi attende e mi incontra, ecco il luogo dove il desiderio di “dare tutto a Dio” trova il suo compimento.
Allora, buona scoperta, di quel Volto da riconoscere, di quel luogo dove Dio ti incontra e dove puoi dire con gioia “Ne vale la pena!”
suor Carmen – info@vocazionefrancescana.org
PS puoi trovare le Suore Francescane dei Poveri al loro sito (qui) o sulla loro pagina Instagram (qui).















