Lo scorso mese ci eravamo lasciati con la lettura di quella preghiera che san Francesco scrive sul monte della Verna, in quel momento cruciale della sua vita in cui l’esperienza mistica e la vita fraterna si incontrarono nel massimo della loro tensione: le Lodi di Dio Altissimo. Oggi vogliamo riprendere da qui, da ciò che accadde dopo l’evento prodigioso delle stimmate.
Scendendo dalla Verna, Francesco continua a rielaborare quel mistero pasquale i cui segni sono rimasti impressi nel suo corpo. La visione della Verna infatti, come dicevamo, rimanda all’intero mistero pasquale, non solamente al crocifisso ma anche alla gloria, nell’immagine luminosa e ardente del Serafino; e il primo biografo descrive anche nella reazione apparentemente contraddittoria di Francesco (definito triste e lieto) quella caratteristica tipicamente pasquale dell’incrocio tra morte e risurrezione: non solo l’una o l’altra.
Se dunque, sul monte, Francesco è stato messo a confronto con la totalità del mistero pasquale, non stupisce che scendendo a valle egli porti con sé non solo le stimmate (segni della passione) ma pure lo sguardo trasfigurato dalla Pasqua, che riesce a intuire il “mondo risorto”, di cui la Risurrezione di Gesù è l’inizio e il motore.
Ed ecco che così ci imbattiamo finalmente, forse con un po’ di sorpresa, nel testo probabilmente più famoso del Poverello di Assisi: il Cantico di frate sole, o Cantico delle creature. La cronologia tradizionale delle Fonti Francescane pone la composizione di questa preghiera nella primavera del 1225, proprio alcuni mesi dopo le Stimmate, a San Damiano, dove Francesco si era recato con una situazione fisica molto provata, per l’acuirsi dei suoi malanni e soprattutto della dolorosa malattia agli occhi (probabilmente contratta nel viaggio in Terra Santa) che lo rendeva quasi cieco e insofferente alla luce.
Questa condizione esistenziale allora fa emergere ancora una volta la grande tensione presente tra la vita del santo di Assisi (costretto, letteralmente, al buio) e le parole della sua preghiera (testimonianza brillante di uno sguardo buono e innamorato sul mondo). Mettendo da parte il “romanticismo”, un po’ superficiale o ingenuo, con il quale magari abbiamo sempre accostato il Cantico siamo in grado ora di ritrovare l’intreccio di tenebre e di luce, di dolore e di gioia, che ci rimanda al mistero pasquale e che può diventare una nuova chiave di lettura per questa preghiera, che è pure la prima vera poesia della letteratura italiana.

Nel Cantico è possibile rilevare una struttura abbastanza chiara. È presente una “cornice” iniziale e finale, che nei primi quattro versetti si indirizza a Dio altissimo e buono, al quale solo si addice la lode, e negli ultimi due versetti invita tutti a elevare tale lode e a servire il Signore. All’interno della cornice poi si possono come identificare tre blocchi:
- il primo, più lungo, consiste nella lode a Dio per le creature, che sono presentate singolarmente, una dopo l’altra, ma con un’alternanza tra maschile e femminile che può far pensare a coppie (come nel racconto biblico della creazione nella Genesi);
- il secondo è quello costituito dalla lode a Dio «per quelli ke perdonano per lo tuo amore, et sostengo infirmitate et tribulatione», dove l’attenzione si allontana dal mondo della natura per volgersi al mondo umano, nel quale abitano contrasti – e perciò il perdono – ma anche la malattia e la sofferenza;
- il terzo blocco infine riguarda la “difficoltà ultima”, ossia la morte, per la quale ugualmente si loda Dio, arrivando a chiamarla “sorella” (questo paradosso è spiegato dal fatto che, per chi è vissuto nella volontà di Dio, «la morte secunda no ‘l farrà male»).
La critica storica ci porta a dire che la seconda e la terza strofa sarebbero inserimenti successivi alla primissima stesura della preghiera, avvenuti in circostanze particolari: il tema del perdono sarebbe stato aggiunto in occasione di una controversia tra il Podestà di Assisi e il Vescovo di Assisi, pacificata da Francesco stesso con il canto del Cantico; il tema della morte diventa invece centrale per Francesco proprio negli ultimi mesi della sua vita, fino a diventare parte del testo.

In generale possiamo dire che lo sguardo con cui Francesco contempla le creature, ma anche le vicende umane e la sua stessa esistenza, è uno sguardo credente, che vede tutto come segno del Dio creatore (tale convinzione è espressa chiaramente per il sole «lo qual è iorno, et allumini noi per lui; et ellu è bellu e radiante cum grande splendore: de te, Altissimo, porta significatione»).
Non si tratta allora solo della pure verissima vibrazione dell’anima di un poeta davanti alla bellezza che lo circonda (e che, ricordiamo, non può più vedere fisicamente con i suoi propri occhi), ma di uno sguardo che va in profondità, mediante la fede, facendo memoria dell’opera di Dio e riconoscendolo proprio a partire dalle Sue creature.
È a partire dalla Pasqua che ora gli occhi di Francesco vedono nel cosmo e nella storia l’inizio dei «cieli nuovi e terra nuova», di quella nuova creazione che la risurrezione di Gesù ha inaugurato. La lode di Francesco è pertanto un po’ più larga della dimensione “ecologica” nella quale tendiamo a rinchiuderla: tutto l’umano, fatto anche di sofferenza, malattia, perdono e morte acquista senso, nella prospettiva di una visione integrale (papa Francesco la chiama “ecologia integrale” infatti).
Il Cantico così ci testimonia che la preghiera non è una alienazione dalla nostra umana e cosmica realtà, ma una diversa maniera di interpretarla, di darle un senso e di viverla. Possiamo anche noi, con Francesco, percepire che ogni bene nel creato e nella storia proviene da Dio, bene sommo, e dare libera e poetica voce all’esigenza di restituire a Dio ogni bene attraverso la lode e il rendimento di grazie.
fra Andrea Bosisio – info@vocazionefrancescana.org
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