Il tempo quaresimale è oramai agli sgoccioli e siamo già proiettati a Pasqua. In mezzo c’è però la “tappa obbligata” della Settimana Santa, con il suo susseguirsi di celebrazioni forti, solenni e ricchissime di significati. Chissà quali pensieri generano in noi questi sette giorni, così capaci di distinguersi da tutto il resto dell’anno.
Domande, dubbi, stupore, voglia di conoscere e di capire, di sapere e di analizzare gli ultimi momenti della vita terrena di Gesù: sono questioni più che legittime. Tuttavia credo non bastino per cogliere la profondità con la quale la vicenda di Cristo interpella e coinvolge la nostra di esistenza, qui ed oggi.
Un elemento infatti che rischiamo spesso di perdere per strada, e ciò vale in generale per il nostro approccio abituale alla fede, è il dato affettivo, corporeo, che contraddistingue la storia di Gesù e dunque anche lo stesso nostro essere cristiani.
Sentimenti, emozioni, gesti, azioni, non sono solo un optional, qualcosa a cui possiamo rinunciare con facilità, nel nostro guardare al Signore e nel nostro credere in Lui. Possiamo dire questo con sicurezza proprio perché, a ben guardare i vangeli della Settimana Santa, ci accorgiamo di quanto, nella Parola, siano coinvolti i sensi e le emozioni: Maria che tocca i piedi a Gesù, spargendo profumo nell’ungerli con il nardo; Gesù che prende tra le mani i piedi dei discepoli; contatto di mani nel prendere insieme il pane nell’ultima cena; il corpo di Gesù che viene sferzato, sottoposto al peso della croce; il Suo corpo appeso, trafitto, infine calato e deposto nel sepolcro. Ma anche meraviglia e stupore, desiderio appassionato, lacrime versate, angoscia profonda, rabbia cocente, sensi di colpa, paura, incertezza, ansia, dolore. Il racconto evangelico non trascura nessuna dimensione, non ci priva di concretezza nel trasmetterci la vita del Nazareno e di chi era con Lui. Non ci è perciò lecito astrarre la storia della salvezza dalla carne, dalla storia di corpi che sono stati letteralmente afferrati dal mistero salvifico di Dio.

Tale lunga introduzione per dire che dunque nemmeno il nostro pregare può essere avulso da un qualche riferimento al corpo, quasi ce ne volessimo dimenticare in favore di un’orazione esclusivamente “mentale”. Si prega anche con il corpo, il corpo racconta il nostro modo di pregare! Pensiamoci: come sto quando prego? Seduto, in ginocchio, in piedi? E le mani sono giunte, intrecciate, aperte verso l’alto, sfregano nervosamente lungo le cosce? Sussurriamo parole oppure restiamo con le labbra strette? Gli occhi sono chiusi o fissiamo lo sguardo su qualcosa?
Ecco, non vogliamo dare qui un giudizio sul modo di pregare ma solamente accorgerci che nell’orazione non siamo solo una mente pensante ma portiamo con tutto il nostro essere, carne inclusa. Evidentemente a diversi tipi di preghiera corrisponderà una differente postura. Vogliamo però prendere consapevolezza del fatto che Dio, il quale non ha rinunciato a farsi carne e non ha nemmeno evitato che la sua carne venisse maltrattata dall’uomo, davvero ci incontra anche nel nostro corpo.
Guardiamo ancora una volta a san Francesco, a quello che di lui ci dicono i biografi:
«Cercava sempre un luogo appartato dove potersi unire, non solo con lo spirito, ma con le singole membra al suo Dio. E se all’improvviso si sentiva visitato dal Signore, per non rimanere senza cella, se ne faceva una piccola con il mantello. E se a volte era privo di questo, ricopriva il volto con la manica per non svelare la manna nascosta. Sempre frapponeva fra sé e gli astanti qualcosa, perché non si accorgessero del contatto dello sposo: così poteva pregare non visto anche se stipato tra mille, come nel cantuccio di una nave. Infine, se non gli era possibile niente di tutto questo, faceva un tempio del suo petto. Assorto in Dio e dimentico di se stesso, non gemeva né tossiva, era senza affanno il suo respiro e scompariva ogni altro segno esteriore».
«I frati che vissero con frate Francesco sanno molto bene come ogni giorno, anzi ogni momento, affiorasse sulle sue labbra il ricordo di Cristo; con quanta soavità e dolcezza gli parlava, con quale tenero amore discorreva con lui. La bocca parlava per l’abbondanza dei santi affetti del cuore, e quella sorgente di illuminato amore che lo riempiva dentro, traboccava anche di fuori. Era davvero molto occupato con Gesù. Gesù portava sempre nel cuore, Gesù sulle labbra, Gesù nelle orecchie, Gesù negli occhi, Gesù nelle mani, Gesù in tutte le altre membra. Spesso, quando voleva nominare Cristo Gesù infervorato di amore celeste lo chiamava «il Bambino di Betlemme». […] E ogni volta che diceva «Bambino di Betlemme» o «Gesù», passava la lingua sulle labbra, quasi a gustare e trattenere tutta la dolcezza di quelle parole».

Indubbiamente a Francesco fu dato di sperimentare anche fisicamente le cose in modo singolare (pensiamo per esempio all’impressione delle Stimmate). Il suo esempio però ci porta a dire che anche ciascuno di noi può fare esperienza del Dio vivo proprio a partire dal sentirsi interamente coinvolto con Lui nella preghiera.
Si tratta di una grazia da chiedere, certamente (non sono cose producibili a comando o autosuggestioni), ma anche della paziente maturazione della consapevolezza che il nostro fisico non se ne sta da parte durante la preghiera. Anzi esso diventa luogo teologico, capace di raccontare Dio: tanto nel desiderio di ritirarsi in silenzio dal rumore del mondo per gustare intimità quanto nell’accorgersi del palpitare del proprio cuore o dello spuntare di lacrime al pensiero di Gesù e della sua Pasqua.
I giorni santi ci muovano allora a sentire anche noi nella nostra carne, nel pregare, la passione del Signore, per incontrarlo poi vivente nella sua Risurrezione!
fra Andrea Bosisio – info@vocazionefrancescana.org
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