È in un momento di grande malessere che, scrollando la playlist di Spotify mentre mi sistemo la borsa dell’acqua calda, parte Perfetta Letizia degli storici Forza Venite Gente.
“Che strano” mi dico, “in sta playlist ci ho messo solo rock, per quale motivo è partita la colonna sonora di un musical francescano degli anni ‘80?”. Non riuscendo a rispondere a questa domanda, decido ugualmente di ascoltare la voce di Michele Paulicelli che nei panni di San Francesco parla con uno dei suoi più fedeli compagni, Frate Leone, e gli spiega cosa sia questa “perfetta letizia”.
Ora, non sono un frate (per adesso) ma qualcosa della vita e della storia di San Francesco la conosco, per cui la maggior parte delle cose che dice le comprendo o comunque con un po’ di brainstorming riesco ad arrivarci, ma riflettendoci realizzo che effettivamente non ho mai letto la predica della perfetta letizia.
E così, complici la febbre o i crampi che mi bloccano a letto decido di tirare fuori le Fonti Francescane e di mettermi a cercare i Fioretti di San Francesco, di cui mi permetto di riportare il testo integrale.
CAPITOLO VIII – Di come andando per cammino santo Francesco e frate Leone, gli spuose quelle cose che sono perfetta letizia.
Venendo una volta santo Francesco da Perugia a Santa Maria degli Angioli con frate Lione a tempo di verno, e ‘l freddo grandissimo fortemente il crucciava, chiamò frate Lione il quale andava innanzi, e disse così: “Frate Lione, avvegnadioché li frati Minori in ogni terra dieno grande esempio di santità e di buona edificazione; nientedimeno scrivi e nota diligentemente che non è quivi perfetta letizia”.
E andando più oltre santo Francesco, il chiamò la seconda volta: “O frate Lione, benché il frate Minore allumini li ciechi e distenda gli attratti, iscacci le dimonia, renda l’udir alli sordi e l’andare alli zoppi, il parlare alli mutoli e, ch’è maggior cosa, risusciti li morti di quattro dì; iscrivi che non è in ciò perfetta letizia”.
E andando un poco, santo Francesco grida forte: “O frate Lione, se ‘l frate Minore sapesse tutte le lingue e tutte le scienze e tutte le scritture, sì che sapesse profetare e rivelare, non solamente le cose future, ma eziandio li segreti delle coscienze e delli uomini; iscrivi che non è in ciò perfetta letizia”.
Andando un poco più oltre, santo Francesco chiamava ancora forte: “O frate Lione, pecorella di Dio, benché il frate Minore parli con lingua d’Agnolo, e sappia i corsi delle istelle e le virtù delle erbe, e fussongli rivelati tutti li tesori della terra, e conoscesse le virtù degli uccelli e de’ pesci e di tutti gli animali e delle pietre e delle acque; iscrivi che non è in ciò perfetta letizia”.
E andando ancora un pezzo, santo Francesco chiamò forte: “O frate Lione, benché ‘l frate Minore sapesse sì bene predicare che convertisse tutti gl’infedeli alla fede di Cristo; iscrivi che non è ivi perfetta letizia”.
E durando questo modo di parlare bene di due miglia, frate Lione, con grande ammirazione il domandò e disse: “Padre, io ti priego dalla parte di Dio che tu mi dica dove è perfetta letizia”.
E santo Francesco sì gli rispuose: “Quando noi saremo a santa Maria degli Agnoli, così bagnati per la piova e agghiacciati per lo freddo e infangati di loto e afflitti di fame, e picchieremo la porta dello luogo, e ‘l portinaio verrà adirato e dirà: Chi siete voi? e noi diremo: Noi siamo due de’ vostri frati; e colui dirà: Voi non dite vero, anzi siete due ribaldi ch’andate ingannando il mondo e rubando le limosine de’ poveri; andate via; e non ci aprirà, e faracci stare di fuori alla neve e all’acqua, col freddo e colla fame infino alla notte.
Allora se noi tanta ingiuria e tanta crudeltà e tanti commiati sosterremo pazientemente sanza turbarcene e sanza mormorare di lui, e penseremo umilmente che quello portinaio veramente ci conosca, che Iddio il fa parlare contra a noi; o frate Lione, iscrivi che qui è perfetta letizia.
E se anzi perseverassimo picchiando, ed egli uscirà fuori turbato, e come gaglioffi importuni ci caccerà con villanie e con gotate dicendo: Partitevi quinci, ladroncelli vilissimi, andate allo spedale, ché qui non mangerete voi, né albergherete; se noi questo sosterremo pazientemente e con allegrezza e con buono amore; o frate Lione, iscrivi che quivi è perfetta letizia.
E se noi pur costretti dalla fame e dal freddo e dalla notte più picchieremo e chiameremo e pregheremo per l’amore di Dio con grande pianto che ci apra e mettaci pure dentro, e quelli più scandolezzato dirà: Costoro sono gaglioffi importuni, io li pagherò bene come son degni; e uscirà fuori con uno bastone nocchieruto, e piglieracci per lo cappuccio e gitteracci in terra e involgeracci nella neve e batteracci a nodo a nodo con quello bastone: se noi tutte queste cose sosterremo pazientemente e con allegrezza, pensando le pene di Cristo benedetto, le quali dobbiamo sostenere per suo amore; o frate Lione, iscrivi che qui e in questo è perfetta letizia.
E però odi la conclusione, frate Lione. Sopra tutte le grazie e doni dello Spirito Santo, le quali Cristo concede agli amici suoi, si è di vincere se medesimo e volentieri per lo amore di Cristo sostenere pene, ingiurie e obbrobri e disagi; imperò che in tutti gli altri doni di Dio noi non ci possiamo gloriare, però che non sono nostri, ma di Dio, onde dice l’Apostolo: “Che hai tu, che tu non abbi da Dio? e se tu l’hai avuto da lui, perché te ne glorii, come se tu l’avessi da te?”.
Ma nella croce della tribolazione e dell’afflizione ci possiamo gloriare, però che dice l’Apostolo: “Io non mi voglio gloriare se non nella croce del nostro Signore Gesù Cristo””.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen. (FF1836)

Accidenti. Pensavo che mi sarei ritrovato a leggere dieci righe di facile comprensione, non otto paragrafi in volgare quattrocentesco di quella che mi permetto di definire vera e propria filosofia. Mi ha affascinato molto, non lo nego.
Francesco parla a Leone di una perfetta letizia che mi piace molto come espressione: dopotutto chi è che non vorrebbe essere perfettamente lieto? Ma il modo indicato per raggiungerla mi ha lasciato a dir poco turbato.
Davvero per raggiungere la perfetta letizia devo subire ripetute e specifiche sofferenze fisiche e psicologiche descritte con inquietante precisione? Il tradimento dei cari, l’essere respinto da coloro che credevo amici nel momento di maggiore necessità? Quale itinerario potrebbe essere più terribile?
A mio avviso, è solo in una logica di imitazione di Cristo che si possono incominciare ad accogliere le riflessioni di Francesco sul dolore e sulla gioia, magari anche senza comprenderle del tutto. Perché solo nel momento in cui accetterai tutte le pene che incontrerai sul tuo cammino, ricordando le pene che Cristo ha incontrato nel Suo, se per infinito amore metterai le tue sofferenze nelle Sue mani per diventare come Lui, allora e solo allora vivrai davvero la vera gioia.
È un discorso paradossale, arduo, realmente difficile da tradurre in vita concreta. Potrebbe essere quello di Francesco un modo forse troppo arduo di valorizzare la sofferenza e il dolore? Messi di fronte a una prospettiva del genere la [a mio avviso] naturale tentazione sarebbe quella di rinunciare a una gioia sfavillante per la paura di attraversare un dolore così spaventoso.
O forse, senza cadere in fallaci ragionamenti filosofici e ricordandoci invece qual era realmente il suo carisma potremmo pensare che Francesco, ingigantendo a dismisura esempi banali di sofferenza, ci dica invece di incominciare ad andare incontro agli inevitabili disagi della vita quotidiana, accettandoli con pazienza e coraggio, senza lamentarsi: dopotutto domani sarà un altro giorno!
E quando poi verranno i problemi più grandi e più pesante sarà la nostra croce, saremo già allenati e pronti a rispondere con la stessa gioia di Francesco. E in questo stile di vita francescano fondamentale è mettere Cristo al centro, diventando proprio come Lui!
Rifiutandomi di leggere questa predica come un elogio della sofferenza, che mi sembrerebbe di un masochismo fuorviante e soprattutto del tutto non evangelico, mi sono dato questa spiegazione.
San Francesco ci chiede di ricordarci di Cristo, e io credo si riferisca al Gesù nel Getsemani, in un momento di grande tensione e sofferenza: ci sono disperazione e pianto, c’è un dolore infinito, c’è l’accorata preghiera che quell’ora passi da lui.
Ma nonostante questo, pur nella situazione estrema del tradimento di Giuda, Lui non si esonera dal perseguire l’amore ancora una volta: riattacca l’orecchio del servo del sommo sacerdote; quando ormai è già sulla croce, intercede presso il Padre chiedendo il perdono per i suoi assassini; al ladrone appeso accanto a lui che gli chiede un ricordo, Gesù dona il Paradiso.
La perfetta letizia dunque, non credo sia uno stato di tranquillità vacanziera o di gioia che sprizza da tutti i pori. Piuttosto, credo stia nel dare spazio alla propria identità di amati e amanti del prossimo nonostante tutto.
Certo la vita non sarà facile, certo di fronte a noi ci saranno sempre ostacoli a prima vista insuperabili, ma nel momento in cui di fronte a questi riusciremo ad accettare il calice che il Signore ci dà da bere con gioia e pace nell’animo, solo allora la letizia diventerà perfetta: perché riusciremo a trovare noi stessi, quelli veri.
Il Signore ci benedica.
Giulio, 20 anni, Padova – info@vocazionefrancescana.org















