martedì 28 febbraio 2017

FRANCESCANI NEL CUORE DELL'EUROPA

Cari amici
in cammino e in ricerca vocazionale, il Signore vi dia pace.

Devo dire che la vostra curiosità sulla vita francescana, come appare dalle varie mail che quotidianamente mi giungono,  è sempre molto grande e un poco mi stupisce: "cosa fanno i frati?" ; "dove vivono i frati ?"; "di che cosa si occupano i frati?"; "come lavorano i frati per i giovani?"; "qual è la giornata dei frati?"; "dove trovo i frati in qualche città Europea?"..ecc. 

Un ragazzo, in Erasmus in Belgio, mi chiedeva ieri informazioni sulla nostra comunità di Bruxelles avendone sentito parlare da amici e sulla quale ho già scritto a più riprese. Riporto per tutti alcune note su questa realtà francescana così significativa nel cuore di un' Europa laica e scristianizzata per non dire "pagana", eppure ancora assetata di Dio e alla ricerca di testimoni credibili del Vangelo.
Una sfida e una missione accolta con umiltà ed entusiasmo dai figli di San Francesco  e  sant'Antonio (a cui è dedicata la chiesa del convento)

Al Signore Gesù sempre la nostra Lode. 
Fra Alberto (fra.alberto@davide.it)


Francescani nel cuore dell'Europa
Nei pressi di Molenbeek, quartiere multirazziale, multiculturale e multireligioso di Bruxelles, messo sotto accusa dopo i fatti di terrorismo che hanno interessato l'Europa negli ultimi mesi in quanto proprio da qui provenivano alcuni dei terroristi che hanno colpito Parigi lo scorso novembre, si trova il Convento di Sant’Antonio in cui risiede una piccola comunità di sei giovani frati.
Provenienti da varie nazioni, i frati si sono stabiliti qui tre anni fa per espresso desiderio del Ministro Generale dell'Ordine che ha voluto così creare una rinnovata presenza francescana nel cuore dell'Europa.
Il Convento di San Antonio è un luogo vivo in cui i frati dialogano con tutti offrendo una testimonianza cristiana attraente. Al loro arrivo, i partecipanti alla messa domenicale non erano più di una trentina. Adesso si arriva anche a quattrocento fedeli.

Tutti i martedì i frati distribuiscono con l’aiuto di alcuni volontari il cibo a chi è nel bisogno in questo quartiere a maggioranza musulmana. Dopo gli attacchi terroristici, pregano insieme la preghiera di San Francesco d'Assisi per la pace che sta favorendo una maggiore serenità e senso di fratellanza.

Molteplici sono le proposte di formazione cristiana e particolarmente di evangelizzazione nei confronti dei giovani. Ogni terzo venerdì del mese la worship-band Feel-God offre un worship-concert a cui partecipano centinaia di giovani (guarda i video in fondo alla pagina). Ma non mancano anche attività di catechesi e formazione per i più piccoli come per gli adulti ed eventi di evangelizzazione nelle piazze e per le strade di Bruxelles.

La presenza di questa comunità nel cuore dell’Europa è davvero sale, che progressivamente - a partire dalla cura della preghiera - diffonde sempre più il gusto del Vangelo e costituisce certamente una “provocazione” per l’auspicato rinnovamento della presenza francescana nel vecchio continente.

( tratto dal sito MGFSicilia )

GUARDA I VIDEO




BRUXELLES (Diocesi di Bruxelles) - Convento Saint Antoine. Indirizzo: Couvent St. Antoine, Rue d'Artois, 19 - 1000 Bruxelles (Belgique) - Tel. 0032.02.5171780; bruxelles@franciscains.eu ; www.saintantoine.info

lunedì 27 febbraio 2017

GIOVANI D'OGGI: UNA GENERAZIONE DI MEDIOCRI?

Cari amici in cammino , il Signore vi dia Pace.
Il vangelo di oggi è (Mc 10,17-27) un classico di ogni ricerca vocazionale e cristiana: è la storia del giovane ricco (buono, bravo e bello!!), quello che però di fronte alla chiamata di Gesù ad essere suo discepolo, rinuncia e se ne va triste e rassegnato. Un racconto che sembra ripetersi anche nelle vicende di tanti giovani del nostro tempo che nei riguardi di una Vita piena offerta da Gesù, scappano, si ritirano, preferiscono la fuga e la mediocrità.

La testimonianza di una ragazza, Giulia (impegnata, dopo la sua conversione e il suo incontro con Gesù, in esperienze di evangelizzazione di strada e annuncio ai coetanei), ci aiuta a comprendere meglio le fatiche e i drammi del mondo giovanile contemporaneo, ma anche e ancora a sperare: la Vita, un dono dall'Alto meraviglioso sempre da accogliere e realizzare e annunciare; una Vita da stanare e sempre cercare e amare!!  

E a proposito di annuncio e missione, ricordo come sabato e domenica (4-5 marzo) noi frati vivremo un Week End molto speciale con tanti ragazzi nella città di Bologna: è il Meeting Francescano che ci vedrà portare il Vangelo e Gesù e Vita nei luoghi della Movida e del divertimento, nelle piazze e nelle strade... Chiedo al riguardo il vostro sostegno forte nella preghiera!

Vi benedico. Al Signore Gesù sempre la nostra Lode.
Fra Alberto (fra.alberto@davide.it)


TESTIMONIANZA DI GIULIA   
Non mi è mai piaciuto particolarmente l’episodio del giovane ricco: tutte quelle domande, tutto quel volersi mettere in gioco e poi? E poi, quando arriva la parte più bella, “Se ne andò, triste.” Qualcosa non mi torna..!!  Ieri, mentre leggevo e rileggevo la Parola, mi colpiva l’insistenza che c’era nelle sue domande, quasi le risposte fossero “troppo poco”.. e vorrei vedere! Gli aveva chiesto la Vita Eterna, mica niente!

Ma quando Gesù alza il tiro, qualcosa dentro il giovane si blocca, come se una parte di lui gli avesse ricordato improvvisamente che in fondo è solo un ragazzino, che “Puntare in alto ok, ma non troppo, altrimenti..” E quella parte ha la meglio su tutto il resto, sul suo bisogno di venir fuori, sulla voglia di spiccare il volo, sul desiderio profondo di una Vita piena, bella, eterna! Così il giovane gira i tacchi e torna a casa, ma il cuore è triste, perché sa che è fatto per quel volo, per quella Vita, sa che è impastato di Infinito. Eppure torna a casa.

Tante volte mi capita di parlare del mio mondo, il mondo di noi giovani, con adulti e il tema che ricorre più spesso è questa convinzione sottile ma radicata che in fondo siamo una generazione di mediocri, che con un po’ di istinto di sopravvivenza e qualche trucchetto imparato qua e là, magari ce la faremo anche a tirare avanti, a superare la crisi, o per lo meno impareremo a conviverci e a dire che non è colpa nostra. È andata così.
Quando sono gli adulti a portare avanti queste teorie, non mi disturba particolarmente: in fondo tanti di loro sono i primi a tirare avanti, a non puntare troppo in alto per paura di perdere quelle due o tre certezze su cui hanno fondato la loro vita per anni.
Mi preoccupa molto di più, invece, quando i miei coetanei cominciano a crederci e ripetono le stesse cose degli adulti, convinti che ormai la verità sia una e una sola ed è quella. Punto e basta. E in ognuno di loro rivedo quel giovane ricco che, triste, torna a casa.

Prima di conoscere Gesù e di cominciare a fare esperienze di missioni e di evangelizzazione, ho rischiato anche io di cadere nel trappola del “Ormai è così: non puoi farci niente. Tira avanti e spera che tutto vada per il meglio.” Per cui quando ho iniziato ad andare per le strade, lungo le spiagge, pensavo che non ci avrebbero ascoltato, o che, se l’avessero fatto, avrebbero avuto comunque poco da dire: non eravamo forse una generazione di mediocri? No, non lo siamo.

In questi due anni ho trovato tanta di quella Vita pronta ad esplodere, tanta Vita già esplosa senza che nessuno fosse lì ad accoglierla, che la metà sarebbe bastata a rivoluzionare non solo il nostro pianeta, ma a portare Vita anche sugli altri otto, contro ogni legge della chimica e della fisica. Per cui mi sono resa conto che quella Vita che pensavo di portare, in realtà l’avevo persa un po’ anch’io. Così ho imparato ad avere uno sguardo nuovo, svuotato di tutte quelle “ricchezze” che appesantiscono e che ti dicono “Stai bene così!”. Perché vedere la Vita non ti basta mai. Più ne vedi e più la vuoi. Più la trovi e più la cerchi. 
E dalla strade, dalla spiagge ho cominciato a stanare la Vita nascosta nei posti in cui camminavo tutti i giorni e in cui mi ero convinta che non ce ne fosse più, all’università, in ospedale, in parrocchia, posti in cui pensavo fossero già tutti troppo annoiati e stanchi per vivere, mentre quella stanca forse ero io. Eh sì, perché le cose belle, le cose che sanno d’Infinito spesso sono nascoste, soprattutto se qualcuno le ha toccate quando non doveva o le ha persino rotte..e adesso è fatica cercarle. Eppure quelle domande, quell’insistenza sono ancora tutte lì! Anzi, oggi più forti che mai! Ma c’è sempre qualcuno che ti dice che non vale la pena, che la vita è fatta per starsene comodi, che è meglio se ti fai i fatti tuoi, perché campi cent’anni, che per stare bene basta sapersi accontentare, abbassare un po’ la testa e tirare dritto: ci penserà qualcun altro.

Ecco, ogni volta che una di queste frasi si radica in noi, c’è un giovane ricco già pronto ad andarsene con il suo cuore vuoto e per questo triste.
Io credo che Gesù conoscesse perfettamente ognuna delle paure che abitavano il giovane ricco, prima ancora che lui gli rivolgesse la parola. Ma conosceva anche il desiderio profondo che il Padre aveva posto nella parte più profonda del suo cuore e sperava davvero che quella nostalgia di Cielo, quella voglia di Vita piena, di Vita Eterna alla fine avrebbe avuto la meglio su tutto il resto. Che tristezza deve aver provato davanti a una vita che si arrende di fronte alla Vita, perché pensa che sia “troppo” per lui.

No, non siamo una generazione di mediocri. Siamo una generazione di cuori spaventati, già pronti a scappare, perché per troppo tempo qualcuno ci ha detto che questa era l’unica soluzione possibile, che è meglio tenerci le nostre due o tre ricchezze, che quelle almeno sono sicure, il resto chissà..

Bene. Oggi, con il cuore ancora tanto impaurito, ma pieno di quella Vita che ho trovato nei posti più assurdi ed impensati, voglio gridare a pieni polmoni che quelle due o tre ricchezze non le voglio: io voglio l’Eternità!
Sì, è vero che tante volte sembra non ne valga la pena, ma ogni volta che ho provato a giocarmi tutto quel poco che avevo, ho guadagnato cento, mille, diecimila volte tanto.
Sì, è vero che è facile starsene comodi al proprio posto, sperando che nessuno ti tocchi, altrimenti rischi che cadi, ma vorrei poter raccontare la gioia che si prova nel perdere il proprio equilibrio, la propria vita perché un altro ne abbia un po’, anzi, ne abbia in abbondanza! Sì, è vero che se ti fai i fatti tuoi, probabilmente campi cent’anni, ma prova un po’ a contare gli anni che diventano tuoi quando permetti alla vita di qualcun altro di entrare nella tua, magari stravolgendotela, però.. quanta Vita in un istante!
Quel “Qualcuno” ha cambiato il corso della storia, perché nessuno più abbassasse la testa, neanche di fronte alla morte, perché da quel giorno siamo parte di un popolo di risorti e lo saremo da qui all’Eternità!

In questi giorni ho ascoltato a ripetizione una canzone di Jovanotti che mi ha parlato tanto di Vita e fa delle domande interessanti..

“Hai le costole: in mezzo alle costole che cosa c’è?
 Hai le vene: dentro alle vene che cosa c’è?
 Hai le vertebre: dentro alle vertebre che cosa c’è?
 Hai i polmoni: dentro ai polmoni che cosa c’è?
 Hai le nuvole: sotto alle nuvole che cosa c’è?
 Hai le scatole: dentro alle scatole che cosa c’è?
 Hai le regole: oltre alle regole che cosa c’è?
 Hai dei limiti: oltre a quei limiti che cosa c’è?”

Che nessun giovane se ne vada più triste di fronte a qualcuno che viene a dirgli:
“Ehi tu! Sì, proprio tu: PUOI VIVERE!”
Perché alla fine di questi anni, che siano 20 o che siano 150, ognuno di noi possa dire:
 “È questa la Vita che sognavo da bambino!

Giulia Zagorovskaia (Cavalieri della luce - Nuovi orizzonti)


Dal vangelo di Marco (10,17-27)
In quel tempo, mentre Gesù usciva per mettersi in viaggio, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?».
Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo.
Tu conosci i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testimonianza, non frodare, onora il padre e la madre
».
Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza».
Allora Gesù, fissatolo, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: và, vendi quello che hai e dàllo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi».
Ma egli, rattristatosi per quelle parole, se ne andò afflitto, poiché aveva molti beni.
Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto difficilmente coloro che hanno ricchezze entreranno nel regno di Dio!».
I discepoli rimasero stupefatti a queste sue parole; ma Gesù riprese: «Figlioli, com'è difficile entrare nel regno di Dio!
E' più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio
».
Essi, ancora più sbigottiti, dicevano tra loro: «E chi mai si può salvare?».
Ma Gesù, guardandoli, disse: «Impossibile presso gli uomini, ma non presso Dio! Perché tutto è possibile presso Dio».

domenica 26 febbraio 2017

E' CARNEVALE....: CHE MASCHERA HAI ?

Domenica 26 Febbraio 2017 
VIII Domenica delle ferie del Tempo Ordinario
Dal vangelo di Matteo 6,24-34.

"E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro.
Ora se Dio veste così l'erba del campo, che oggi c'è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede?" (vv. 28-31)

Picasso: Arlecchino con specchio
Museo Thyssen-Bornemisza di Madrid
Cari amici 
in cammino e in ricerca vocazionale, il Signore vi dia pace.
Il Vangelo di oggi ci presenta molti richiami, mettendoci in guardia circa l'uso e l'abuso dei beni e delle ricchezze, circa le tante pre-occupazioni distorte e voraci  (riguardanti la salute e il corpo, il vestire, il cibo...) che troppo spesso si impadroniscono di noi e ci avvelenano l'animo e il cuore, distogliendoci da Dio e dalla sua volontà, impedendoci relazioni libere e vere .... 

Mi colpisce in particolare il passaggio riguardante "il vestito". Viviamo in un tempo in cui l'apparire, "il come" ci si presenta all'esterno non è considerato certo cosa banale o marginale o da trascurare. Anzi: molto di noi, del nostro lavoro, di ciò che siamo e vogliamo essere è mediato dall'immagine, da un nostro mostrarci in un modo anzichè un altro, da un certo abbigliamento e vestito, dal look e dallo stile, dalla moda o da un tatuaggio, da un fisico più o meno scultoreo..  Se la  "cura di sè" e il presentarci adeguatamente sono doverosi, assistiamo oggi però anche a eccessi e pazzie, pur di colpire e attrarre..  Il rischio non sempre evidente di tale modo di porsi è la superficialità, l'evanescenza, la vuotezza, il valutarci in base alle opinioni altrui e all'effetto "scenico" che riusciamo a suscitare. E' diventare un bel sacco, ben agghindato e imbellettato, ma privo di sostanza e contenuti dove solo l'esterno conta, perchè il dentro non ci piace e chi siamo davvero è da nascondere e temere.

Il carnevale di questi giorni al riguardo è emblematico: giochiamo con le maschere fingendo di essere quello che non siamo! In questo senso il carnevale dovrebbe almeno aiutarci a essere veri negli altri giorni dell’anno. Ma che fatica!! Quanta angoscia ci dà il temuto giudizio altrui!? Quanta paure un pò tutti abbiamo di essere visti per quello che siamo veramente. Com'è difficile mettere in sintonia il di "fuori" con quello che siamo "dentro" e dunque essre persone uniche e vere, intere e pacificate, non dissociate e divise e dalle molteplici facce!! Solo se siamo riconciliati con noi stessi, ci occuperemo anche del vestito, ma senza la preoccupazione di dare un’immagine falsa di noi!

Adamo ed Eva erano nudi e non ne provavano vergogna, perché le loro relazioni erano sane e non avevano bisogno di nascondersi l’uno con l’altra. Quando in una relazione cominciamo a nasconderci e a fingere, vuol dire che la relazione non funziona più.
Anche Gesù sarà spogliato delle sue vesti, perché è la Verità che non ha nulla da nascondere. Si presenta nudo davanti al Padre.
Così san Francesco: diventa veramente sè stesso solo quando con un gesto da folle, si spoglia di tutto restituendo ogni bene al padre Bernardone e "nudo" si scopre finalmente figlio di Dio, figlio dell'unico Padre che è nei cieli! E' solo dopo questo passaggio che la sua preghiera potrà risuonare libera e amante e confidente: LAUDATO SII MI SIGNORE !

Caro amico in ricerca, e tu da cosa devi spogliarti? Che maschere devi toglierti? 
Che cosa ti impedisce di seguire il Signore? Cosa più di tutto ti pre-occupa e ti affanna, ostacolando la tua vocazione e negandoti uno sguardo più aperto e libero sulla vita e sul prossimo e sul mondo? Quali sono le pre-ocupazioni e le catene da spezzare circa Dio, (nello studio, al lavoro, riguardo affetti..vizi...abitudini.. progetti) perchè tu possa compiere più prontamente la Sua volontà? Ma sai accorgerti degli uccelli del cielo e dei gigli del campo e della natura e delle foreste e di ogni dono del Signore? Sai ringraziarlo ogni giorno per la vita e la sua Provvidenza e i tanti benefici?

A Lui sempre la nostra Lode!
Fra Alberto (fra.alberto@davide.it)


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Fra Vito, ci commenta il Vangelo

 

sabato 25 febbraio 2017

Con sant’Antonio e san Francesco…. «Porta la Parola»


Cari amici, il Signore vi dia pace.
Ogni anno, in febbraio, c’è un giorno speciale per la Basilica di Padova e i suoi tanti pellegrini come per la grande Comunità Francescana (più di 50 frati) che serve il santuario. Si celebra, infatti, (il 15 del mese e poi nella domenica più vicina) la festa della traslazione delle reliquie del Santo, popolarmente detta Festa della lingua.

Il nome di «Festa della lingua» lo si deve a un fatto accaduto nel 1263, a trentadue anni dalla morte di Sant’Antonio, quando i frati decisero di trasferire i suoi resti mortali nella nuova basilica costruita accanto alla chiesetta in cui era stato inizialmente sepolto. Nell’aprire la cassa di legno che ne conteneva le spoglie, il ministro generale dei francescani, san Bonaventura da Bagnoregio, si accorse con grande stupore che la lingua di Antonio era ancora intatta e vermiglia, senza alcun segno di decomposizione come invece il resto del corpo. Da allora, la lingua incorrotta, posta in un prezioso reliquiario, è visibile nella cappella del tesoro dietro l’abside.

Questo straordinario fatto, avvenuto secoli fa, è stato in qualche modo confermato in anni recenti (1981) in seguito a un’altra ricognizione dei resti mortali di sant’Antonio. Infatti, tra le ceneri della così detta massa corporis, gli studiosi hanno ritrovato integro anche tutto il fragile apparato vocale del Santo (laringe, faringe, corde vocali...).

Bello pensare come il Signore ci abbia lasciato in tal modo un segno evidente dell’amore e della passione, tutta francescana, di sant’Antonio nel predicare il Vangelo; come egli fosse assiduo alla Parola e desideroso di annunciare ovunque la giustizia e la pace; come si donasse senza risparmio ai poveri, ai peccatori, ai bisognosi. Bello scorgervi un invito e una provocazione anche per noi: a non essere timidi e remissivi nell’evangelizzazione, ardenti nella nostra testimonianza cristiana, audaci nel bene e nella verità, entusiasti nel coinvolgere e nel dire a tutti la gioia di seguire il Signore Gesù.

Al riguardo, una grande occasione di annuncio per tanti giovani sarà il prossimo «Meeting Francescano»: insieme ai frati, centinaia di ragazzi del nord Italia si ritroveranno in convegno e fraternità, sabato 4 e domenica 5 marzo a Bologna, città dove san Francesco soggiornò e predicò nella piazza comunale  (agosto 1222) e che vide ripetutamente la presenza di sant’Antonio (1223) ascoltandone affascinata la carismatica e appasionata predicazione.

L’intenso programma prevede in particolare una notte di preghiera e di evangelizzazione per le strade del centro, là dove i giovani vivono la movida del sabato sera. Il titolo dell’incontro – «Porta la Parola» – mi pare esprima molto bene l’ardore apostolico a cui il Santo ci richiama e che certamente i partecipanti al Meeting sapranno comunicare e diffondere per la città, coinvolgendo e interessando soprattutto i loro coetanei.

Invito e sprono pertanto i giovani ad aderire al Meeting Francescano e chiedo la preghiera di tutti per il buon esito di questa missione.

Al Signore Gesù, con i sui servi Sant’Antonio e san Francesco, sempre la nostra Lode!

Fra Alberto (fra.alberto@davide.it)

A questo link ISCRIZIONI E PROGRAMMA - MEETING FRANCESCANO GIOVANI 2017


giovedì 23 febbraio 2017

FRATI FRANCESCANI TRA I TERREMOTATI - Testimonianza di Fra Giambo

Cari amici in cammino vocazionale,
 il Signore vi dia pace.

Tutti abbiamo negli occhi le immagini tragiche del recente terremoto che ha devastato il centro Italia, provocando distruzioni e morti. Un evento che nel cuore di molti ha spezzato anche la voglia di vivere, il desiderio di ricominciare così che il domani si presenta cupo e incerto, senza prospettive. In questi mesi, non sono certo mancati piccoli e grandi segni di fede e amore e dedizione e vicinanza e gratuità, che invitano a guardare oltre, per scorgere ancora i segni di una resurrezione, di un'alba che si fa strada e vuole sorgere pur fra le macerie e le tenebre. Ma... il cammino è ancora lungo!

Al riguardo, una fiammella di speranza, per quanto semplice e modesta, è venuta anche dai Frati Minori  presenti nella zona di Amatrice. Si tratta di una piccola comunità francescana a servizio di una Chiesa e di un territorio vastissimo e frammentato (ben 69 frazioni) colpito pesantemente dal sisma. Dal "convento di plastica"come lo descrive fra Massimo, ovvero il container, ogni giorno i frati si spostano per visitare famiglie e ammalati e anziani e così portare una parola di conforto, un piccolo aiuto, prestare un servizio. 

Di seguito riporto la bella testimonianza di un giovane frate di Padova, fra Giambattista Scalabrin (per tutti fra Giambo!) che ha condiviso alcuni giorni con i fratelli del "convento di plastica": un racconto che non nasconde dolori e fatiche, ma anche la vocazione e la missione propria dei frati così come lo stesso san Francesco la ricevette tanti secoli fa dal Crocifisso e la consegnò ai suoi fratelli: "Va e ripara la mia casa...non vedi che cade in rovina !? ".  

Al Signore Gesù sempre la nostra lode.
Fra Alberto (fra.alberto@davide.it)

Fra Giambo
Frati del "convento di plastica"
Squarci di azzurro... fra le nuvole e le macerie.

Padova 17 febbraio 2017
Festa del beato Luca Belludi

Amatrice… Amarezza… Amata…. Ama….

Questo titolo, trovato sui social network, mi ha colpito e l’ho sentito mio ed è da questo titolo da cui voglio partire per raccontare quest’esperienza di servizio tra i terremotati.
Nella parola Amatrice ci sta sia l’amarezza di un popolo che ha perso tutto - dai familiari, alla propria casa, alle proprie cose, alle proprie abitudini di ogni giorno e che con fatica cerca di ripartire -, sia la parola Amata, perché Amatrice, questa terra frantumata dal mostro del terremoto, ha bisogno di essere amata.

Sabato 4 febbraio dopo aver chiesto ai superiori se, come Frati Minori Conventuali, potevamo fare qualcosa per i terremotati del centro Italia, per giunta colpiti successivamente dall’ abbondante nevicata di Gennaio, mi è stata data la possibilità di partire per raggiungere alcuni frati che stanno operando a Santa Giusta, una frazione di Amatrice, (verrò a sapere dopo che Amatrice ha 69 frazioni) dove dal mese di novembre i Frati Minori della provincia religiosa del Lazio si sono impegnati a stare con le popolazioni colpite dal terribile sisma, che ancora ad oggi sembra non voler smettere.

Ad accogliermi a Santa Giusta c’è fra Massimo Fusarelli, che ha ricevuto dal Vescovo di Rieti, Mons. Domenico Pompili, l’incarico di stare con la gente per portare loro un piccolo lume di speranza. Insieme a fr. Massimo ci sono altri frati che, a turno, si accordano con lui per vivere questa esperienza: la comunità francescana in terra terremotata è composta da tre/quattro frati, anche perche il “convento di plastica”, come lo descrive fra Massimo, ovvero il container, più di questo numero non ne può accogliere.
Un’ esperienza molto semplice, di preghiera, condivisione, lavoro con la gente e di ascolto. Le poche famiglie disperse per le frazioni sono rimaste senza parroci e quindi, dal punto di vista pastorale, è tutto da ricostruire. 

La giornata è molto semplice: alla mattina, dopo la preghiera delle Lodi, c’è l’organizzazione della giornata, dove alcuni di noi si incontrano con gli operatori della Caritas alla tenda centrale di Amatrice, sia dedicando il proprio tempo all’ascolto e alla consolazione delle persone, sia distribuendo i viveri arrivati in grandi quantità da tutta Italia. Altri invece partono per trovare le famiglie disperse per le frazioni, per capire e sondare i molteplici problemi che tuttora vivono, a distanza di mesi, dopo il terremoto. C’è gente che, dal 24 agosto - ovvero dalla prima scossa -, vive ancora in roulotte (un conto è starci nel periodo estivo, altro è viverci nel periodo invernale, sapendo che ci troviamo a circa mille metri s.l.m.) perciò, andare per le famiglie è fondamentale per capire chi ha bisogno non solo del cibo e dei vestiti, ma anche di altre necessità, come il container, le stufe, le lavatrici, ecc., e per affrontare l’inverno più serenamente. Il nostro sostegno è anche molto pratico, infatti si cerca di dare una mano anche agli agricoltori e agli allevatori, che hanno perso vacche e/o pecore, morte sotto il crollo delle stalle, oppure uccise a causa del freddo e della grande nevicata del 18 gennaio u.s.. Il nostro impegno è stato anche quello di dare una mano a sistemare e a smistare la gran quantità di derrate alimentari che ancora arrivano e successivamente portarle alle mense e ai magazzini distribuiti nei vari paesi. 

Ogni giorno si celebra la Messa nei container di alcune frazioni oppure nel nostro “convento di plastica”. Per i pranzi e le cene si va alla mensa in una frazione vicina a Santa Giusta, e insieme alla gente si condivide il pasto sotto le tensiostrutture: anche quello è un bel momento di ascolto e di conforto cercando di spronare le persone a non mollare nonostante la sfiducia sia veramente grande. Alla sera con le poche persone di Santa Giusta si celebra l’Eucarestia ringraziando il Signore per i tanti doni ricevuti nonostante tutto…

Ancora oggi c’è gente arrabbiata - e ci sta! -; gente che non si dà pace perche in pochi minuti si è vista crollare la fatica e i sacrifici di anni di lavoro e di sudore; gente che ha perso in un colpo famigliari ed amici, e che purtroppo oggi vive alla giornata e sfiduciata; gente buona, che a volte si fa scrupoli a ricevere un po’ di latte, olio, pasta, detersivi… perché abituata a donare sempre quello che ha; ma anche gente che ha paura di rimanere senza niente e allora, in tutti i modi, cerca di accumulare cose che forse non userà mai; gente felice e contenta quando li si va a trovare nei loro container, che ti offrono una tazzina di caffè per farti sentire a casa loro; gente che, con tante lacrime, apre il proprio cuore e condivide l’amarezza che si porta dentro; gente che ringrazia i frati perché sono lì con loro, perché ahimè, purtroppo, alcuni preti li hanno abbandonati, lasciando le frazioni a loro affidate prima del sisma; gente che, con coraggio, ha tirato fuori dalle macerie persone vive ma anche tanti morti; gente semplice, che se deve dirti qualcosa, te lo dice senza troppi giri di parole; gente che con fatica torna a sorridere; gente come Mariachiara, una ragazzina di 13 anni, che si è presa cura dei nonni anziani stando con loro semplicemente nei container, aiutandoli a vestirsi e a lavarsi….

Durante i giorni della mia permanenza ad Amatrice c’è stata anche la presentazione, da parte del Vescovo di Rieti, del libro “Gocce di memoria” in cui una giornalista, incaricata dal Vescovo stesso, ha tracciato le 248 biografie delle persone morte durante la prima scossa sia ad Amatrice sia ad Accumoli, l'altro comune seriamente danneggiato. Scrive cosi il Vescovo nell’introduzione del libro: “…i nomi che seguono non sono una lista ne una lapide, ma una memoria. Affetti, relazioni, contatti, che sono stai interrotti bruscamente la notte del 24, ma non distrutti, perché non c’è nulla di più tenace dell’amore che mai cede alla smemoratezza. Ricordare i morti è l’azione più gratuita al mondo. La memoria non è mai inerte e non è solo nostalgica, ma si trasforma in consapevolezza quando spinge ad affrontare il presente ancora prima del futuro. Occorre avere pazienza con se stessi nel riprendere i fili di questo momento così drammatico e inatteso. Bisogna volerlo assieme - scrive ancora il Vescovo -, perché è il ramo a cui siamo tutti appesi. Ecco allora queste piccole gocce possano sorreggere il nostro incerto cammino dentro una faglia che non è solo fisica, ma anche emotiva”.

Se all’andata sono partito carico di diversi viveri raccolti dalle comunità parrocchiali dell’Arcella e di Praglia, al rientro sono tornato si vuoto di cose, ma pieno di volti, storie, condivisioni e come ho già detto, tanti pianti di questo popolo ferito dal terremoto. Io spero di ritornarci nuovamente, e mi auguro che nei prossimi mesi altri frati possano dedicare un po’ del loro tempo per questa terra devastata e frantumata, in particolare per stare vicina a questa gente, buona, semplice e accogliente, che ha solo il desiderio di vedere dei religiosi che stanno con loro, accompagnandoli così a riprendere in mano i fili delle proprie vite spezzate.

Desidero ringraziare fr. Valerio Folli che ha fatto da tramite con i Frati Minori, il Ministro Provinciale fr. Giovanni Voltan, e  i frati della mia comunità, che hanno accolto subito questo mio desiderio di partire. Ringrazio ancora la comunità parrocchiale dell’Arcella che mi è stata vicina attraverso sms e telefonate.

Grazie Amatrice  -  Fra Giambo

"Il convento di plastica"

lunedì 20 febbraio 2017

QUALE RISPOSTA ALLA NOSTRA INESAURIBILE SETE DI LIBERTA', DI INFINITO, DI SENSO?

Cari amici in cammino, il Signore vi dia pace.

Ricevo molte mail in cui ritornano alcune domande di fondo: qual è il senso della vita? E come dare risposta alla nostra inesauribile sete di libertà, di infinito, di senso.  Spesso questi interrogativi si accompagnano ad una profonda sofferenza  dove non si intravedono sbocchi, nè orizzonti possibili di salvezza: solo un vicolo oscuro e cieco. Talvolta, invece, queste domande, conducono a porte socchiuse, aprono ad una nuova luce e a nuove inaspettate risposte, ma ancora inevitabilmente a nuove domande e fatiche e sfide.

Al riguardo vi propongo oggi una lettera giunta alla redazione del "Messaggero di sant'Antonio" (il giornale della basilica del Santo) a cui risponde il direttore della rivista, P. Fabio Scarsato, con parole che, sono certo, toccheranno il cuore di molti. 
"La strada, resta in salita. La scoperta di poter contare su Dio sembrava un traguardo, ma resta il male con cui fare i conti… «Bisogna saper sopportare i Tuoi misteri» dice Etty Hillesum. Una presa di posizione per il bene, non una resa".

Vi benedico. Al Signore Gesù sempre la nostra lode. 
fra Alberto (fra.alberto@davide.it


Dalla conversione ai dubbi della sofferenza

LETTERA 
«Gentile padre, le scrivo per condividere il mio percorso. Un percorso tormentato, accidentato, doloroso. Lavoro, fatica, sacrifici, relazioni personali drammatiche, depressione, Dio sullo sfondo. Leggevo molto su Lui e di Lui, ma non frequentavo la chiesa e amavo il mio approccio molto intellettuale, chiusa in quella che, ora lo capisco, era solo superbia.
Qualche giorno prima della Pasqua del 2011 mi ammalai e una mattina, non lo dimenticherò mai, ebbi la sensazione che una presenza fosse accanto a me, che stesse scrivendo insieme a me la mia storia. La notte del Sabato santo, dopo aver pianto tutte le mie lacrime, decisi che non più i libri, ma il ritorno sarebbe stato la mia strada. Da allora vado in chiesa, mi accosto alla santa Comunione, prego tutti i giorni.
Non le nascondo, tuttavia, che la strada continua ad essere in salita: il problema del male, di questa presenza avversa che Dio permette, mi ossessiona. Molte volte, quando la violenza contro l’infanzia e gli animali e la natura mi devasta, gli dico: “Vedi? Hai voluto che fossimo liberi – liberi di fare anche questo, liberi di scegliere anche di offenderti, anzi di ucciderti in noi –; ti rendi conto che il Tuo non intervenire fa di Te un complice?”.
So che dalla notte di Sabato santo 2011 io tornai a Lui e sento che, se solo voglio veramente, non Lo perderò mai. Pure, tale è la mia amarezza, la rabbia per i molti rifiuti, il terrore per un avvenire incerto e confuso, la consapevolezza di aver fallito su molti fronti, che non posso non citare le splendide parole di Ivan Karamazov: “Hanno fissato un prezzo troppo alto per l’armonia; non possiamo permetterci di pagare tanto per accedervi. Pertanto mi affretto a restituire il biglietto d’entrata. E se sono un uomo onesto, sono tenuto a farlo al più presto. E lo sto facendo. Non che non accetti Dio, Alëša, gli sto solo restituendo, con la massima deferenza, il suo biglietto”.
Ecco, oggi è uno di quei giorni in cui, se solo ne avessi il coraggio, io restituirei il biglietto d’ingresso».

Lettera firmata

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RISPOSTA DI P. FABIO
Cara lettrice, grazie per la sua intensa lettera, tagliata di alcune sue parti per le consuete ragioni di spazio. Personalmente, quanto descrive mi ha riportato alla memoria l’itinerario di tanti uomini e donne che hanno scoperto nella loro storia le tracce del passaggio di Dio, e non hanno più potuto farne a meno. Mi viene in mente Francesco d’Assisi, mi viene in mente Etty Hillesum, figure che cito non a caso, perché entrambi hanno conosciuto l’innamoramento di Dio, ma anche la difficoltà di stargli vicino, la domenica delle palme e i giorni della croce.

Anche lei è passata da un Dio «per sentito dire», impersonale, metafora del sé, a un Dio finalmente «personale», al quale dare confidenzialmente del «tu». Così pure è accaduto a Etty Hillesum, giovane scrittrice olandese di origine ebraica vittima della Shoah, che ci ha lasciato nel suo Diario pagine di grande profondità e impatto. Etty evita nel suo rapporto con Dio scorciatoie e addomesticamenti, continuando ad accettare che egli resti ciò che, anche nella sua alterità, è e comporta: credergli non è scontato né banale, ma addirittura un atto di coraggio! Anche se poi, ed è solo apparentemente in contraddizione con quanto appena detto, egli ci si impone con estrema naturalezza, quale fosse la cosa più ovvia della nostra vita, come se vi ci abitasse da sempre, almeno clandestinamente, fino a che noi l’abbiamo scoperto.

Il miracolo quotidiano che Etty Hillesum riesce a far succedere nella sua vita è riuscire a tenere assieme la fede in questo Dio «personale» con il dramma della sua storia personale, senza con ciò degradarlo a una compagnia rassicurante o a facile e disincarnata risposta alle sue domande vitali; ma nemmeno abdicando alla propria dignità e responsabilità. Per Etty ne deriva che la sua fede si poggia sul fatto che entrambi, il Dio personale e la propria vita, costituiscono un mistero incomprensibile: «Se tu affermi di credere in Dio devi anche essere coerente, devi abbandonarti completamente e devi avere fiducia».

In un altro passaggio del Diario poi si legge: «Mi metti davanti ai Tuoi massimi enigmi, mio Dio. Ti sono riconoscente per questo, ho anche la forza di affrontarli, di sapere che non c’è risposta. Bisogna saper sopportare i Tuoi misteri». Non è una resa, ma uno schierarsi, caricandosi di responsabilità. Di fronte al male del mondo possiamo – e dobbiamo – prenderci l’impegno di non sprecare quanto di buono il Signore ha fatto nella nostra vita e nel creato.

Uno dei primi compagni di san Francesco, il beato Egidio, soleva dire che «i cattivi fanno questo mondo orribile, i buoni lo fanno meraviglioso». Sta anche a noi decidere da che parte stare, ma solo una di queste parti vale la pena di essere presa in considerazione, solo una di queste parti è risposta piena alla nostra inesauribile sete di libertà, di infinito e di senso.

P. Fabio Scarsato
Messaggero di Sant'Antonio

domenica 12 febbraio 2017

SINCE YOUR LOVE

ISAIA 6,8 
Poi io udii la voce del Signore che diceva: «Chi manderò e chi andrà per noi?». 
E io risposi: «Eccomi, manda me!».

 

Pace e bene cari amici, nei prossimi giorni sarò agli esercizi spirituali. Il blog "riposerà" un poco e anche il sottoscritto. Vi porto nel cuore e nelle mie preghiere. Al Signore Gesù sempre la nostra Lode! Fra Alberto (fra.alberto@davide.it)

sabato 11 febbraio 2017

FRANCESCANI A LOURDES CON L'IMMACOLATA

Lourdes - Grotta : Gruppo di frati con il Ministro Generale P. Marco Tasca
Cari amici in cammino vocazionale, il Signore vi dia Pace.
Mi auguro che la vostra ricerca e il desiderio di conoscere la vocazione del Signore per la vostra vita, non siano venuti meno, ma anzi, continuino a "tormentarvi" e ad "inquietarvi". Il Signore ancora cerca cuori audaci, capaci di dirgli un SI' senza indugi o rimandi, ma in letizia e generosità. Vi incoraggio e vi sprono al riguardo perchè "il Signore ama chi dona con gioia"(2 Cor 9, 7).

Si ricorda  e si celebra oggi Nostra Signora di Lourdes, la Vergine Maria Immacolata che con le sue misteriose apparizioni (1858), si presentò ad una ragazzetta, Bernardette Soubirouspronunciando in dialetto guascone« Que soy era Immaculada Councepciou », « Io sono l'Immacolata Concezione ». 
A proposito della prima apparizione, la giovane affermò: « Io scorsi una signora vestita di bianco. Indossava un abito bianco, un velo bianco, una cintura blu ed una rosa gialla sui piedi ». Dopo la preghiera del Rosario la signora si rivelò. Nel luogo indicato da Bernadette come teatro delle apparizioni fu posta nel 1864 una statua della Madonna e presto sorse un imponente santuario visitato da milioni di pellegrini, soprattutto malati nel corpo e nell'anima, in cerca di conforto e sostegno, in cerca di fede e di senso, di speranza.... Qui la Vergine Maria Immacolata tutti accoglie con amore di Madre! Lourdes: un luogo davvero benedetto!!

Forse molti di voi non sanno che proprio a Lourdes, accanto al famoso Santuario di “Notre Dame”, vi è una nostra comunità francescana. Non solo! Si tratta dell’unica presenza religiosa maschile, cui il vescovo diocesano ha dato la possibilità di stabilirsi in città.  Come mai questo straordinario privilegio? Si comprende questa scelta in virtù dell’amore che sempre l'Ordine dei Frati Minori Conventuali ha avuto nella sua storia per l’Immacolata (vedi il beato Duns Scoto) e per l’esperienza più recente di San Massimiliano Kolbe (frate minore conventuale polacco – martire ad Auschwitz, cantore della Vergine e fondatore con altri giovani frati di un movimento mariano "La milizia dell'Immacolata" ).

Fr. Jean-Francois della Custodia di Francia
Il convento (giustamente intitolato a San Massimiliano Kolbe), modesto e semplice, si trova nel centro storico della città, a pochi metri di distanza dal cosi detto "Cachot" dove Bernardette con la sua famiglia, visse un periodo segnato da stenti e povertà, nel tempo delle apparizioni.

E' un luogo conosciuto e visitato da molti pellegrini, per via di una interessante mostra su padre Massimiliano Kolbe, nel cosidetto PavillonQui i  frati si dedicano a un’intensa attività di apostolato ed evangelizzazione (la Mission de l'Immaculéesorretti dalla preghiera e dalla forza della fraternità, e animati da una spiritualità mariana “kolbiana”, che cercano di diffondere e comunicare non solo ai pellegrini in Lourdes, ma in tutta la Francia. Inoltre da qualche anno il Vescovo ha loro conferito anche l'incarico di prendersi cura della Grotta di Massabielle, dove è apparsa la Vergine Immacolata a Bernadette, per accogliere pellegrini e sacerdoti sopratutto per le celebrazioni liturgiche.

Carissimi, se dunque vi capita di recarvi a Lourdes, non dimenticate di far visita a questa piccola, ma significativa realtà francescana.
E a tutti un invito: per trovare la vostra strada fidatevi dell'Immacolata, confidate nella Vergine Maria; nelle tentazioni cercate il suo aiuto e la sua protezione. Lasciatevi ispirare e guidare dal suo ascolto obbediente. Il suo "sì", il suo "eccomi" siano anche il vostro. 

Vi benedico, affidando oggi ciascuno di voi, i vostri cari, i vostri ammalati, all’intercessione speciale della beata Vergine Maria Immacolata.
Fra Alberto (fra.alberto@davide.it)

P. Massimliano Kolbe (al centro con la barba) e i giovani frati fondatori della Milizia dell'Immacolata
“Avvicinarsi all’Immacolata, renderci simili a Lei, permettere che Ella prenda possesso del nostro cuore e di tutto il nostro essere, che Ella viva e operi in noi e per mezzo nostro, che Ella stessa ami Dio con il nostro cuore, che noi apparteniamo a Lei senza alcuna restrizione: ecco il nostro ideale.
Inserirci attivamente nel nostro ambiente, conquistare le anime a Lei, in modo tale che di fronte a Lei si aprano anche i cuori dei nostri vicini, affinché Ella estenda il proprio dominio nei cuori di tutti coloro che vivono in qualunque angolo della terra, senza riguardo alle diversità di razza, di nazionalità, di lingua e altresì nei cuori di tutti coloro che vivranno in qualunque momento storico, sino alla fine del mondo: ecco il nostro ideale.
Inoltre, che la sua vita si radichi sempre più in noi, di giorno in giorno, di ora in ora, di momento in momento, e ciò senza alcuna limitazione: ecco il nostro ideale.
Ancora, che questa sua vita si sviluppi nello stesso modo in ogni anima che esiste ed esisterà in qualsiasi tempo: ecco il nostro caro ideale”.

(dagli Scritti di san Massimiliano Kolbe, n.1210)

venerdì 10 febbraio 2017

PREGARE.... COSA CAMBIA ? A CHE SERVE ?

Assisi - Franciscanum: Giovane frate in preghiera

“La preghiera non può cambiare le cose rispetto a te, ma di sicuro cambia te rispetto alle cose.” 

[Samuel M. Shoemaker]

mercoledì 8 febbraio 2017

FRATI MISSIONARI

Cari amici, il Signore vi dia pace.
Come più volte ho scritto, l'Ordine Francescano è presente in tutto il mondo, e sta crescendo e operando per il Regno di Dio con missioni e attività anche in luoghi impensati e lontanissimi e spesso ancora molto difficili.  Soprattutto all'inizio di questa espansione vi è stato sempre l'azione generosa di tanti frati che sono partiti lasciando la propria realtà, per servire altri popoli, altre culture, altre mentalità. Con grande vitalità, da veri apostoli e testimoni della misericordia di Dio, hanno costruito scuole, fondato parrocchie, cappelle, ospedali, ambulatori e centri professionali... con una dedizione quotidiana e una grande fede, fatta di gesti a volte eroici.
"Ma chi li ha spinti a questa scelta? Certamente non un desiderio mondano, non una curiosità da appagare, non un viaggio turistico... ma qualcosa di profondo che travalica la logica umana per vivere il mistero del “donarsi agli altri”. Su queste motivazioni di fondo si basa “la missione del missionario”. Cioè la scelta di seguire quella chiamata specifica che nella misericordia trova la chiave di ogni scelta convinta. È infatti questa parola “misericordia” che caratterizza la vita di san Francesco (e l'agire di Papa Francesco) e il cui esempio viene attualizzato in ogni azione del missionario. Egli si inchina sulle sofferenze delle infinite povertà e sui bisogni della gente. L’anima del missionario è la generosità e l’altruismo! Non si ferma mai dinanzi alle difficoltà… Attende, spera, non dispera e conta sempre che qualcuno lo aiuterà. Sarà certamente il buon Dio, Padre datore di ogni bene, che si serve anche delle mediazioni umane per alleviare i tanti bisogni della gente. L’unica risorsa è la tenacia di condividere ogni giorno “tra e con” la gente, infondendo fiducia e speranza a tutti". ( così scrive P. Fiasconaro, responsabile della rivista "Missionario francescano")
Alcuni nostri frati rappresentano al riguardo davvero delle figure quasi eroiche e mitiche. Oggi vi presento brevemente la figura di P. Angelo Panzica, frate minore conventuale di Sicilia, originario di Marianopoli (CL), che ha celebrato lo scorso anno i suoi cinquanta anni di vita sacerdotale quasi completamente spesi per la Missione francescana dello Zambia, ove ha operato per la sua gente senza sosta nei vari settori della sua poliedrica attività umanitaria, religiosa e sociale.
Il suo esempio generoso, come quello di tanti altri missionari, possa suscitare nuove risposte d'amore e dedizione.

Al Signore Gesù sempre la nostra Lode.
Fra Alberto (fra.alberto@davide.it)

P. Angelo...con un bimbo in braccio
UNA VITA PER LO ZAMBIA
P. Angelo Panzica, ordinato sacerdote nel 1965, dopo aver compiuto la sua formazione nei seminari francescani di Sicilia, ancora giovanissimo, ha richiesto di realizzare la sua vocazione missionaria in terra d’Africa. Dopo adeguata preparazione e opportuno studio della lingua in Inghilterra, il 16 Aprile 1969 parte per la missione francescana della Rodesia del Nord, oggi Zambia, ove l’Ordine dei frati Minori Conventuali fin dal 1930 aveva aperto la sua missione e ove già operavano alcuni missionari della stessa Provincia conventuale di Sicilia.
Energico e forte come personalità e carattere, si è dedicato tutto alla Missione realizzando chiese, scuole, lebbrosari, case per convegni e ritiri e centro di spiritualità. A Lusaka, capitale dello Zambia, ha progettato e costruito una grandiosa Basilica capace di accogliere oltre 2000 fedeli con annessi locali per le varie attività religiose e sociali, mentre nella provincia del Copperbelt dello Zambia, nel territorio di St. Theresa, e nella vasta foresta, ha realizzato ben 15 chiese ove si recava saltuariamente affidando ai catechisti locali l’assistenza religiosa dei cristiani.

«La realizzazione di tante opere – afferma P. Angelo – è solo frutto della divina provvidenza». Tutti gli aiuti ricevuti per mezzo della Provincia francescana, nelle sue mani sono divenuti chiese, seminari, lebbrosari e scuole.

Nel maggio del 1989 l’allora Presidente della Repubblica Kenneth Kaunda, in riconoscimento del suo lungo servizio alla gente umile e povera del vasto Conpound di Chawama, conferiva al P. Angelo Panzica la più alta onorificenza dello Stato per i suoi meriti umanitari sia nel campo sociale che culturale. In precedenza erano stati decorati della stessa onorificenza altri due insigni missionari conventuali, Mons. Francesco Mazzieri, fondatore della missione e primo Vescovo di Ndola e il prizzese P. Giuseppe Scoma che in quaranta anni di vita missionaria ha realizzato nella sperduta foresta a sud di Solwezi il grande villaggio St. Francis con una molteplicità di opere: l’area abitativa per oltre un migliaio di persone, l’ospedale, il lebbrosario, le scuole, le officine per i vari servizi, gli impianti idrici e, addirittura, una pista aerea per l’atterraggio di aerei di pronto soccorso e una grande chiesa che, purtroppo, non ha potuto inaugurare, costretto a rientrare in Sicilia per l’aggravarsi delle sue condizioni di salute.

Lo Zambia è la prima missione dei Frati Minori Conventuali in Africa, iniziata nel 1930. I primi frati provenivano dalla Provincia delle Marche, come anche il primo vescovo di Zambia, il Servo di Dio, Mons. Francesco Mazzieri. Negli anni seguenti si sono aggiunti numerosi altri frati provenienti da varie Province dell’Ordine (dall’Europa e dal Nord America), tra cui il P. Angelo Panzia e il compianto P. Giuseppe Scoma. Lo Zambia è diventato Provincia religiosa autonoma nel 1998 ed costituita attualmente da circa 130 frati distribuiti in 17 conventi (tra cui uno in Malawi - la missione della Provincia iniziata nel 2008), impegnati in molteplici attività: promozione vocazionale, formazione dei postulanti, novizi e chierici di filosofia, pastorale parrocchiale (20 parrocchie in 3 diocesi), attività di mass-media (pubblicazione di due riviste e una tipografia di fama nazionale), attività educativa e caritativa rivolta verso i poveri. La lingua ufficiale nel paese è l’inglese, anche se nella pastorale si usano varie lingue locali, della famiglia Bantu (es. bemba, nyanja, kaonde, lunda, tumbuka, etc.).

lunedì 6 febbraio 2017

QUAL E' LA VOLONTA' DI DIO SU DI ME?


“Dio è abbastanza grande 
per fare anche dei nostri errori,
 una vocazione 
Emmanuel Mounier

Cari amici, il Signore vi dia pace! Vi propongo oggi una riflessione molto bella e profonda su: vocazione, libertà e progetto di Dio. E' di un sacerdote gesuita, p. Michel Rondet S.J che scrive su un sito vocazionale francese. Vi invito a leggerla con attenzione. Vi aiuterà a comprendere meglio cosa si intenda quando si fa riferimento alla necessità "di fare la volontà di Dio" in un cammino di discernimento. Al Signore Gesù sempre la nostra Lode. 
fra Alberto (fra.alberto@davide.it)

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Dio ha una volontà particolare su ciascuno di noi? 
(Michel Rondet S.J) 
Posto in questi termini, l’interrogativo ci crea un certo imbarazzo. Vi sono dei giorni in cui vorremmo poter fare riferimento a una volontà particolare di Dio, la quale sarebbe la nostra vocazione. Come sarebbe rassicurante e confortante nelle ore di dubbio e di difficoltà!
Sapere che ciò si iscrive in un disegno di Dio previsto da tutta l’eternità, in cui ogni elemento della nostra vita, lieto o triste che sia, trova il proprio posto ed il proprio senso!

Ma al tempo stesso, qualcosa protesta dentro di noi: Dio dunque ci porrebbe davanti un programma da riempire, stabilito al di fuori di noi, senza neppure darci dei mezzi sicuri per conoscerlo? Poiché se le parole hanno un senso e se si volesse parlare allora di volontà di Dio, quale peso non avrebbe tale volere divino sulla nostra libertà! E quale angoscia, inoltre, sarebbe per noi quando si trattasse di scegliere: ogni errore, qualsiasi ritardo risulterebbero drammatici. Correndo parallelamente al disegno di Dio, ponendoci pur involontariamente al di fuori del suo progetto, avremmo perduto tutto. E ciò tanto più facilmente in quanto sappiamo bene che le vie di Dio non sono le nostre vie, e ogni giorno ci rendiamo conto di quanto sia difficile e talvolta rischioso voler discernere quella che chiamiamo volontà di Dio. Che Dio ci abbia posti al crocevia, di fronte a più direzioni, di cui una sola sarebbe quella buona, senza darci i mezzi per riconoscerla con certezza, rientra nell’immagine di un Dio perverso e non può in alcun modo esprimere l’atteggiamento del Dio dell’Alleanza che è venuto a salvare colui che era perduto.

Tuttavia sappiamo bene che questo stesso Dio è colui che ci chiama con il nostro nome e che il nostro incontro con Lui passa attraverso un cammino per noi particolare. Da Abramo a Pietro, la storia della salvezza abbonda di esempi di uomini chiamati a una vita nuova per una missione precisa, la quale trova spesso il suo simbolo nel cambiamento del nome: d’ora in poi ti chiamerai Abramo, Israele, Pietro. La missione di Mosè, quella di Geremia o di Paolo, sembrano esattamente corrispondere a una volontà particolare di Dio, fino a segnare la loro vita di un’unicità che li conduce alla solitudine. Destini eccezionali o esemplari di ciò che noi tutti siamo chiamati a vivere?

1. Un interrogativo mal posto
Quale sacerdote, quale educatore, dovendo aiutare dei giovani a scegliere un orientamento di vita, non si è imbattuto un giorno in ragazzi e ragazze venuti a dirgli con speranza e angoscia: «Devo operare una scelta, voglio fare la volontà di Dio e non vorrei sbagliarmi; sarebbe grave, ma non so che cosa Dio si attende da me, e allora sono venuto da lei affinché lei mi dia i mezzi per saperlo con tutta certezza».

Rispondere a una domanda posta in questi termini è impossibile; pretendere di farlo sarebbe quanto meno presuntuoso. Chi è in grado di porsi in tale consonanza con la volontà divina? Il discernimento, di cui diremo l’importanza, non ci rivela, tali e quali, i progetti di Dio su di noi; esso ci dispone a riconoscere entro i nostri desideri e le nostre attese quello che può richiamarsi allo Spirito di Cristo!

La sola risposta che possiamo dare alla domanda appena riferita è di dire a quel ragazzo o a quella ragazza: «La volontà di Dio non è innanzi che tu scelga questo o quello, ma che tu ne faccia buon uso; che scelga tu stesso, nei termini di una riflessione leale, scevra dall’egoismo come dalla paura, il modo più fecondo, più lieto di realizzare la tua vita. Tenuto conto di quello che sei, del tuo passato, della tua storia, degli incontri che hai fatto, della percezione che puoi avere dei bisogni della Chiesa e del mondo, quale risposta personale puoi dare agli appelli che hai colto nel Vangelo? Ciò che Dio si attende da te non è che tu scelga questa o quella via che Egli avrebbe previsto per te da tutta l’eternità; è che tu inventi oggi la tua risposta alla sua presenza e alla sua chiamata!»

Non si tratta più, dunque, di scoprire e di eseguire un programma prestabilito, ma di far nascere una fedeltà. L’esperienza mostra che è un cambiamento di prospettiva abbastanza radicale e che spesso richiede tempo.

2. Una conversione in profondità
Vi è una parte di noi stessi che stenta alquanto a distaccarsi da un’immagine perversa di Dio, spesso ereditata dal deismo che ha segnato la cultura occidentale. Qui troviamo un Dio onnipotente, che tutto vede, tutto sa, di fronte al quale la storia umana si svolge come uno spettacolo senza sorpresa, e che si attende che noi occupiamo il nostro posto di comparse là dove Egli lo ha previsto da tutta l’eternità.
Nessuno si esprimerà tanto brutalmente, ma non occorre raschiar molto per ritrovare quell’immagine di Dio sullo sfondo di certi nostri modi di concepire la volontà di Dio, la sua provvidenza…

Certamente, vi è un disegno di Dio sull’umanità; le lettere di Paolo, il prologo del Vangelo di Giovanni hanno cercato di descriverlo: “In Lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo” (Ef 1,4-5). “A quanti però l’hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio” (Gv 1,12).

Questo disegno di Dio non è una determinazione qualsiasi di una volontà divina sovranamente libera, è un disegno salvifico che esprime l’essere profondo di Dio: l’amore che si dà e si comunica. È l’espressione dell’intima comunione del Padre, del Figlio e dello Spirito che si apre a un’alterità per accoglierla nel suo amore. Questo disegno d’alleanza ingloba tutta la storia e tutta l’umanità, ma poiché è la volontà d’alleanza, desiderio di comunione, non può rivolgersi che a persone libere.
Quindi, è verissimo che vi è un desiderio da parte di Dio che raggiunge personalmente ciascuno di noi. Se Dio si manifesta attraverso il suo Verbo, la sua Parola, ciò è proprio per essere inteso da ognuno di noi. Se ci chiama ad essere figli nell’unico Figlio, quello che Egli si attende da noi è che noi ci esprimiamo in una parola che vada a ricongiungersi con la Sua.

Questa parola, Egli l’attende da ognuno di noi. La rivelazione del suo amore può certamente farla nascere in noi: sta a noi pronunciarla senza che essa ci sia mai imposta.
In altri termini, si potrebbe ancora dire che creandoci a sua immagine Dio chiama ognuno di noi a dare a questa immagine la sua particolare rassomiglianza. Come Gesù ha dato all’immagine del Padre un particolare volto umano, un accento unico alla sua Parola, ognuno di noi è chiamato a riflettere nella sua vita la santità del Padre.

Il Dio di fronte al quale noi stiamo non è dunque quel calcolatore straordinariamente potente, capace di programmare e di conservare nella propria memoria miliardi di destini individuali e che noi dovremmo interrogare con timore e tremore riguardo al nostro avvenire. È l’Amore che si è assunto il rischio di chiamarci alla vita, nella somiglianza e nella differenza, per offrirci l’alleanza e la comunione. È a questo volto di Dio che dobbiamo convertirci, se vogliamo poterci porre in verità al cospetto della volontà di Dio. Noi allora lo riconosceremo non più come un diktat o una fatalità, ma come una chiamata a una creazione comune.

3. Per una creazione
La risposta che daremo a Dio non è iscritta da nessuna parte, né nel libro della vita, né nel cuore di Dio, se non come un’attesa e una speranza. La speranza di quello che Dio ancora non vede e al quale noi daremo forma e volto. È la grandezza e il rischio della nostra vita quella di essere chiamati a suscitare la gioia di Dio attraverso la qualità e la generosità della nostra risposta.

Le scelte che noi facciamo non sono quindi delle creazioni dal nulla. Noi le prepariamo con quei materiali che sono i condizionamenti umani: il nostro temperamento e la nostra storia. Noi non possiamo tutto, ma possiamo dar senso e volto a quello che non sarebbe altro che un destino. In questo sforzo di creazione personale in risposta alla chiamata di Dio, lo Spirito ci raggiunge, non come una forza esterna che s’impone su di noi, ma come un’energia interiore suscitata in noi dall’accoglimento della Parola di Dio e dalla partecipazione alla vita della Chiesa.

Il Vangelo non ci detterà la scelta, ma aprirà degli orizzonti al nostro desiderio: “Fu detto… Io vi dico…Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia” (Mt 5,26; 6,33) “ siate anche voi dove sono io…la volontà del Padre mio è che portiate frutto e il vostro frutto rimanga…” (Gv 14,3; 15,16). Il Vangelo non ci dirà quello che bisogna fare, ma ci chiamerà in tutte le cose alla perfezione della carità: “Siate perfetti come perfetto è il Padre vostro celeste…amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati…colui che non perdona il fratello di tutto cuore…” (Mt 5,48; Gv 15,12; Mt 18,35).

La Chiesa potrà anch’essa rivolgerci degli appelli… ai ministeri, alla vita consacrata, a questa o a quella forma di servizio, ma qualunque siano le sue necessità, essa non vincolerà mai qualcuno in una via particolare senza essersi assicurata del suo libero consenso. Per aiutarci nella nostra risposta, essa ci ricollega a una folla immensa di testimoni nei quali c’insegna a riconoscere dei fratelli. Le loro vite, le loro scelte sono là davanti a noi, come altrettante chiamate, non a imitarli, ma a seguirli. Francesco d’Assisi, Ignazio, Teresa… sono unici e inimitabili, ma le loro vite sono per noi altrettanti inviti a inventare a nostra volta la risposta che giungerà a glorificare Dio. E se ci sforziamo di ritrovare quello che essi hanno vissuto, vedremo che non vi è niente di meno prevedibile e di meno programmato della loro vita.

Essi hanno cercato la volontà di Dio con tutto il loro cuore, hanno avuto una coscienza assai viva di essere stati prevenuti, preceduti dall’amore di Dio, un amore che non finiscono mai di riconoscere nell’azione della grazia.
Nella loro scelta, essi hanno proceduto a tentoni, esitato, talvolta dubitato, per affidarsi infine allo Spirito che li guidava verso il Regno. Essi hanno saputo vedere la grazia negli eventi più disparati, glorificando Dio nella prova come nel successo. La continuità, la coerenza che ammiriamo nella loro vita si sono rivelate soltanto a posteriori, una volta che si è potuto abbracciare in un unico sguardo un cammino percorso in buona parte a tentoni. Molto più che una programmazione rigorosa, ciò che caratterizza la vita dei santi è la qualità della loro reazione spirituale davanti a qualsiasi evento, fosse anche il più inatteso. 

Non sempre si è ben compresa la frase di Pascal: “gli eventi sono dei maestri che Dio ci dà per aiutarci a servirlo”. Non facciamogli più dire quello che non vuol dire. Gli eventi non sono un quadro in cui Dio ci racchiude; non sono gli eventi a fare il santo. Essi sono i materiali che ci vengono dati per costruire la nostra risposta. La risposta recherà il segno del materiale utilizzato, ma più ancora quella dell’architetto che noi siamo e che ne è responsabile. Non si può far tutto con tutto, ma si può sempre fare di una vita un’opera. L’amore può far scaturire la santità nei peggiori contesti umani: la testimonianza di coloro che hanno consacrato la loro vita all’amicizia degli emarginati, dei diseredati, degli esclusi, non cessa mai di ricordarcelo.

Ci chiediamo se si possa parlare di una volontà particolare di Dio su ciascuno di noi. La Chiesa, facendoci vivere la comunione dei santi, ci ricorda che sarebbe più esatto parlare di una risposta personale da parte di ognuno di noi al desiderio di Dio.

4. Per il dialogo tra due libertà
L’amore di Dio ci precede; non finiamo mai di prendere coscienza e di renderne grazie. Ma come ci ricorda San Paolo quest’amore “spogliò se stesso “ (Fil 2,7) di fronte alla nostra libertà, avendo assunto in eterno per noi la figura di servo. Vale a dire che, chiamandoci alla comunione, Dio non ha altro desiderio che quello di consacrare la nostra libertà, di offrirle un orizzonte che la dilati fino all’infinito “Rimanete in me e io in voi… Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la mia gioia sia piena” (Gv 15,4.11). Se Dio ha un desiderio riguardo a noi, è innanzitutto quello di vederci portare frutto: “Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga” (Gv 15,16).
Non si può sottolineare meglio l’anteriorità del desiderio di Dio e al tempo stesso il suo augurio profondo; vederci assumere pienamente la nostra libertà come l’amore suscita l’amore, la libertà desta la libertà: quella di Dio desta quella dell’uomo.

Parimenti, per apprezzare la qualità spirituale della mia risposta a Dio, bisogna rileggerla dal punto di vista della mia propria libertà. È essa frutto della mia libertà profonda, esprime una vita che assume realmente se stessa? Io riconoscerò che la mia decisione si ricollega alla volontà di Dio, se posso dire che essa mi rende più libero, vale a dire se introduce nella mia vita senso e coerenza, se unifica il mio passato in Lui aprendo un avvenire. Noi, in tal punto, tocchiamo una delle caratteristiche più profonde della decisione spirituale. Essa giunge a unificare ciò che nel mio passato non era altro che una serie di tocchi successivi. Essa giunge a tessere nella mia memoria dei legami che non avevo ancora percepito, a introdurre nella discontinuità apparente dei miei momenti di grazia e delle mie debolezze una continuità nuova. E al tempo stesso, essa mi apre ad un avvenire: il passato così riunificato fa apparire delle possibilità nuove. Quello che sarebbe sembrato impossibile o senza senso diviene ora naturale. Allorché, al suo ritorno da Gerusalemme, S. Ignazio prende la decisione di andare a scuola, tale scelta unifica tutto un passato di momenti di grazia attorno una mozione spirituale riconosciuta come fondamentale: il desiderio di aiutare le anime. Esso apre un avvenire che ancora Ignazio non percepisce, ma che va a inscriversi nella logica di questa scelta: la fondazione della Compagnia di Gesù.

Egli potrà dire in verità che questa fondazione è interamente opera di Dio, il cui amore l’ha preceduto e guidato attraverso le tappe della sua vita. Noi, da parte nostra, possiamo dire che è l’opera d’Ignazio, della sua generosità, della sua fedeltà, della sua lucidità: essa reca il segno della sua libertà. Si deve dunque parlare di una volontà di Dio? Sentiamo bene che ogni alternativa di questo tipo trascura la verità profonda: quella di un incontro, di una comunione tra due libertà che si ritrovano in un’opera comune.

5. Per il bene di tutto il corpo
Parlare di una volontà particolare di Dio su di noi esige una precisazione. Nella Bibbia ogni vocazione è individualizzata: degli uomini, un popolo. Ma Paolo ci ricorderà che ogni grazia viene concessa per il corpo. Se si vogliono rievocare le grandi tappe della storia della salvezza, si vedranno comparire dei nomi: Abramo, Mosè, Davide, Gesù. Dei nomi propri con i destini particolari, ma nessuno di loro può comprendere se stesso senza riferirsi al suo posto nella storia comune. I santi esistono soltanto nella comunione dei santi, nel cammino del popolo di Dio riguardo alla mia vita significa interrogarmi sempre sul mio posto all’interno del Corpo di Cristo. Non quello che mi sarà assegnato, ma quello che posso, che desidero occupare. Che membro sarò io per il bene di tutto il Corpo? Là, la risposta appartiene ancora a me, e Dio da me l’attende, nuova, e generosa, per rallegrarsi della mia solidarietà, così come si è rallegrato della mia libertà.

6) Siamo soggetti ad una volontà particolare da parte di Dio? 
Dobbiamo discernere le chiamate di Dio nella nostra vita, e sarebbe insensato dire che non ve ne sono. Dio non cessa mai di crearci mediante la Parola; noi esistiamo soltanto in questa Parola che oggi ci chiama alla vita. Tocca a noi riconoscere le parole molteplici che traducono questa Parola creatrice, come un bambino si fa attento alle parole che lo chiamano ad uscire da se stesso. È spesso nel tentativo di rileggere la nostra vita sotto lo sguardo di Dio, che diveniamo sensibili agli appelli che ci rivolge. Più che una precisa volontà, espressa in una regola di vita, questi appelli ci riveleranno il desiderio di Dio, la sua attesa e la sua speranza: vederci inventare a poco a poco la nostra risposta. Potremo dunque accogliere senza angoscia le esitazioni, i fallimenti e le ambiguità delle nostre scelte. Come diceva Emmanuel Mounier: “Dio è abbastanza grande da fare una vocazione anche dei nostri errori”.

Vi sono molte dimore nella casa del Padre: Dio attende che là noi edifichiamo la nostra. Lui lavora assieme a noi.