Ogni estate ci sono giovani che si muovo per fare esperienze diverse. Abbiamo già ascoltato settimana scorsa l’esperienza di Edoardo che è stato missionario in Sierra Leone. Altri giovani invece hanno accolto la nostra proposta di frati francescani che svolgono ospitalità lungo il cammino di Santiago (ricorderete l’articolo scritto dal nostro fra Mirko: qui il link).
Ora lascio la parola a tre giovani (due sorelle, Luisa ed Elena; e Marco) che ci raccontano due esperienze proprio ad Astorga, nel nostro convento. Le prime due sono andate insieme da Venezia per vivere un tempo di volontariato. Marco, invece, è andato con il Gruppo Francescano Giovani (un gruppo di giovani che si trovano qui a Padova, desiderosi di approfondire insieme il carisma francescano) per accogliere i pellegrini e poi diventare pellegrini verso Santiago.
Ascoltiamo quindi due esperienze belle, simili ma al contempo diverse e capaci di farci incontrare Cristo lì, nelle pieghe della nostra quotidianità e nell’incontro con l’altro. Se vorrai fare anche tu un’esperienza simile o un’esperienza missionaria, non esitare a contattarci!
Al Signore sempre la nostra lode!
fra Damiano – fradamiano@vocazionefrancescana.org
“Andiamo in Spagna a fare le hospitaleras lungo il cammino di Santiago?”. Quella che sembrava una proposta azzardata si è trasformata piano piano in un desiderio e in una missione. Così abbiamo contattato i frati e deciso di partire. A metà luglio circa, dopo un viaggio avventuroso, arriviamo finalmente ad Astorga, un paesino situato nel nord della Spagna, dove siamo state fin da subito calorosamente accolte dai frati che da circa un anno hanno trasformato un ex alloggio per studentesse in un albergue, nonché nel proprio convento. Lì abbiamo conosciuto anche Julius, un giovane frate dallo Zambia che avrebbe condiviso il servizio con noi per l’intera settimana.
Le giornate, ripetitive nei ritmi, ma uniche, iniziavano con la preghiera del mattino – ovviamente in spagnolo – per proseguire poi con il servizio della pulizia dell’intero albergue: camere, bagni e tutti gli spazi comuni. Il lavoro era tanto e sicuramente impegnativo, ma con il passare dei giorni abbiamo imparato a viverlo con amore e leggerezza perché abbiamo scoperto il valore di fare quel servizio: infatti, il far trovare spazi puliti ai pellegrini si è rivelato parte integrante dell’accoglienza.

Dopo un rapido pranzo con i frati, alle 13.30 si aprivano le porte dell’albergue e il mondo entrava dentro. Quando accoglievamo i pellegrini a volte sembrava che fossero loro ad accogliere noi per primi, per come ci sorridevano o ci ringraziavano per gesti semplicissimi – come offrire un bicchiere d’acqua o una sedia su cui poggiarsi – ma che se ci sono fanno la differenza.
Dopo un tempo di riposo, alle 18.00 ci aspettava l’incontro comunitario: un tempo di condivisione guidato da uno dei frati in cui chi desiderava poteva raccontare il motivo per cui aveva deciso di intraprendere il percorso e i momenti più significativi vissuti lungo la strada. Noi li ascoltavamo con il cuore e la mente aperta ed è stato un tempo davvero prezioso perché abbiamo conosciuto persone provenienti da ogni nazionalità, con età, volti e storie così diverse, ma allo stesso tempo così simili, tutti accumunati da una bellissima fragile umanità. Abbiamo incontrato persone sorridenti, capaci di riconoscere il bene che nasce dal cammino: il camminare, infatti, ti riporta alla semplicità, all’essenzialità, ti fa riscoprire la bellezza che ti circonda e valori come la solidarietà, la gentilezza e l’empatia. La giornata culminava con la messa, celebrata in un simpatico mix linguistico: lì, nel corpo di Cristo, la nostra fratellanza si faceva ancora più tangibile e alla fine ad ogni pellegrino veniva impartita una benedizione personale accompagnata dalla preghiera e dal canto di tutti. Era sempre un momento molto emozionante e particolarmente sentito. Con allegre cene, a volte condivise con gli ospiti stessi, si concludeva la giornata.
Parte fondamentale dell’esperienza è stato anche condividere la vita con i frati: i momenti di preghiera, i pasti e il tempo del servizio sono stati una testimonianza continua di Vangelo vissuto con gioia nello spirito della semplicità e letizia francescana.

È stata davvero una settimana intensa, arricchente e anche divertente: siamo tornate a casa con il cuore pieno di vita per il bene che abbiamo ricevuto e donato. I racconti dei pellegrini e le loro storie risuonano ancora nella nostra quotidianità: ognuno ci ha lasciato qualcosa e abbiamo toccato con mano quanto ciascuno di noi possa essere sale e luce per gli altri.
In conclusione, questa esperienza ci ha insegnato quanto sia efficace il cammino, perché mette in moto non solo il corpo, ma anche lo spirito: come ci ricorda il Vangelo dei discepoli di Emmaus, è proprio nel cammino che possiamo incontrare Gesù che si fa nostro compagno di strada (cf. Lc. 24,13-35).
Elena e Luisa – info@vocazionefrancescana.org
Il titolo di questa piccola testimonianza non è tratto da un vademecum per turisti o da un manuale per camminatori, ma dalla canzone Vince chi molla del cantautore romano Niccolò Fabi. Sono proprio queste le parole che mi sono venute allo spirito ripensando alla splendida esperienza di servizio vissuta presso l’Albergue franciscano di Astorga, sul Cammino di Santiago, all’inizio dello scorso agosto. Una settimana da hospitalero che non ho vissuto da solo, ma insieme agli amici del Gruppo Francescano Giovani del Santo (Padova) capitanati da fra Nico, durante la quale abbiamo condiviso la vita comunitaria di fra Mirko, fra Jordi e fra Pablo, aiutandoli nell’accoglienza dei pellegrini che chiedevano ospitalità.
Tornando al significato del titolo, mi sono chiesto: quali sono i bagagli leggeri che ho capito essere fondamentali nella vita, grazie a questa esperienza?
L’ego: meno è grande meglio è!
Appena arrivati al convento-ostello, eravamo noi i pellegrini da accogliere. Il calore di fra Mirko, fra Jordi e fra Pablo nei nostri confronti è stato unico, e mi ha fortemente colpito la naturalezza con cui ci hanno fatto sentire subito a casa e coinvolto nei loro momenti di preghiera quotidiana. Anche nei vari servizi (la pulizia degli spazi, la preparazione dei pasti, l’accoglienza ai pellegrini, l’evangelizzazione), si sono mostrati aperti alle nostre proposte, permettendoci di essere attori e non esecutori passivi di compiti da svolgere. Ciò che loro mettono a disposizione delle decine di pellegrini a cui viene data ospitalità ogni giorno è difficile da quantificare: gli spazi, il tempo, l’ascolto, la parola, la Parola (con la P maiuscola), la fatica (eh sì, perché non è sempre semplice!). Credo che questo tipo di accoglienza dell’altro sia possibile solo quando il bagaglio del proprio ego non è ingombrante. Se dentro sono “pieno”, come e dove può entrare chi bussa alla mia porta? Se le cose si fanno come dico io, se gli spazi sono miei, se il tempo è mio, se parlo solo con chi voglio io, come posso essere strumento del Signore per il prossimo?

La gratuità è leggera, l’attesa del contraccambio è pesante
Credo di parlare a nome di tutti i partecipanti se dico che essere stati hospitaleri sia stata un’esperienza ricchissima. Oltre alla bellezza dell’incontro con persone provenienti da ogni parte del mondo, ho capito solo a posteriori quanto mi abbia fatto bene mettermi a disposizione di persone sconosciute, che molto probabilmente non incontrerò mai più in vita mia. Questo mi ha dato l’opportunità di sperimentare, almeno in parte, la generosità di cui si parla in Luca 14, 12: “Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli […] perché a loro volta non t’invitino anch’essi e tu abbia il contraccambio”. Certo, è umano e anche bello gioire per un “gracias” o un “thank you for everything” da parte di un pellegrino, come risposta ad un sorriso, ad un bicchiere d’acqua o all’ascolto offerti. Ma sistemare letti, pulire bagni, e riverniciare stanze senza che nessuno ti veda può avere un potere estremamente liberante. Se fatte con lo spirito giusto e senza patetismo (non c’è niente di emozionante nel pulire il bagno di pellegrini con addosso 25 km di cammino!), credo che queste umili azioni possano educare alla gratuità, in modo da togliere dallo zaino delle relazioni il peso dell’attesa del contraccambio.

Vince chi molla
Un momento molto intenso del nostro stare insieme ai pellegrini era costituito dall’incontro di condivisione in una sala dell’albergue, un appuntamento giornaliero offerto a chiunque volesse partecipare. Mi ricordo un giorno in particolare in cui fra Jordi, dopo il classico giro di presentazioni (chi sono, da dove vengo, …), disse ai presenti: “Spesso sul Cammino ci rendiamo conto che lo zaino è troppo pesante, che abbiamo portato troppe cose. Qual è il peso che vorreste lasciare qui, per alleggerire il vostro carico?”. La domanda era provocatoria, ed apriva a significati più profondi rispetto al semplice peso fisico dello zaino. A quella domanda, i volti di alcune delle persone, prima sorridenti, si scoprivano bagnati di lacrime. Tanti di loro si erano messi in cammino per una crisi di senso, la fatica di una relazione, la malattia, il lutto di una persona cara. Erano quelli i pesi che desideravano lasciare sul Cammino.
Come detto all’inizio, la frase scelta per il titolo fa parte della canzone Vince chi molla. Niccolò Fabi l’ha scritta nel 2016, in un momento di profonda introspezione personale dopo che, sei anni prima, aveva perso la figlia Olivia di soli 22 mesi. Mi piace pensare che i pellegrini abbiano accolto l’invito del cantautore a “mollare”, ovvero ad avere il coraggio di lasciare andare, evitando che emozioni del tutto umane come paura, ansia e tristezza diventassero zavorre per il cammino della vita. Mollare in questo senso non significa rassegnarsi o negare, ma al contrario desiderio di rinascere.
La salvezza non si controlla
Vince chi molla
(Niccolò Fabi)
Dopo l’incontro, ai pellegrini veniva poi data la possibilità di partecipare ad una messa comunitaria. Le storie personali si mescolavano allora all’ascolto della Parola, e l’uso di più lingue durante la celebrazione (come nella recita del Padre Nostro, un’emozione unica!) faceva sentire ognuno meno solo e parte di una stessa famiglia.

Tanta gratitudine
Sarebbero tante ancora le cose da raccontare, ma ecco i bagagli leggeri che l’esperienza di Astorga mi ha suggerito essere importanti per poter camminare con gioia sulle strade della vita: un ego piccolo, relazioni gratuite, il coraggio di mollare. Lo so, facile a scriversi e difficile a farsi, ma intanto ringrazio di cuore fra Mirko, fra Jordi e fra Pablo per la loro testimonianza di servizio e per averci dato la possibilità di vivere questa bellissima avventura.
Marco – info@vocazionefrancescana.org


