Al Signore sempre la nostra lode!
fra Alessandro – fraalessandro@vocazionefrancescana.org
La pelle che appiccica per il sudore e l’umidità, l’odore pungente di gas di scarico, i veicoli rumorosi che ci lasciamo alle spalle lungo l’autostrada, i posti di blocco improvvisati, la costante presenza di nuvole che portano pioggia, la stanchezza di più di 8 ore d’aereo e un sentito “ma chi me l’ha fatto fare?!” che risuona nella mia mente. Questo è il modo in cui descriverei il primissimo impatto con l’Africa, con il posto dove per tre settimane saremmo stati accolti come ospiti. Un impatto con la realtà quotidiana della Sierra Leone che fin da subito ci ha messi alla prova, per poi lasciarci in dono più di quanto avremmo pensato. Ma andiamo con ordine…
Prepararsi all’ignoto
Tutto comincia a novembre: una cinquantina di giovani dai 18 ai 35 anni che hanno deciso di vivere per una volta un’esperienza diversa dal solito si riuniscono presso la casa dei Missionari Saveriani di Vicenza (ma anche a Pordenone, Milano, Parma e altre città). Così è iniziato il nostro percorso fatto di un incontro al mese e ricco di attività, testimonianze e riflessioni, tutto per prepararci a vivere un periodo da due settimane a un mese di servizio in un altro Paese o continente. Così abbiamo scoperto cosa voleva dire entrare “in punta di piedi” nella cultura dell’altro, che mettere le scarpe in una terra lontana senza fare confronti sarebbe stata un’impresa ardua ma necessaria, che avremmo dovuto lasciare fuori dalla valigia i pregiudizi per lasciare spazio alla ricchezza che avremmo trovato negli occhi, nelle parole, nella fede dei nostri fratelli e sorelle di altri Paesi. Infine, che non si parte in missione per “fare”, anzi… tutt’altro!
Ricordo come all’inizio del percorso molte erano le domande sulla mia vocazione. Non trovavo il mio posto, sentivo a volte come se corressi dietro a modelli che non mi rispecchiavano, mi sentivo lontano da una fede vissuta con gioia. Ricordo anche che, piano piano, il percorso ha cominciato a sotterrare quelle domande facendone affiorare altre, una delle quali mi ha accompagnato per tutto il viaggio: in fondo, cosa vuol dire “essere umani”?
Mani che accolgono
La Sierra Leone è un piccolo Stato dell’Africa subsahariana che ospita circa 8 milioni di abitanti dove la religione dominante è l’Islam, accompagnato da culti tribali tradizionali, in cui però la comunità cristiana è cresciuta nell’ultimo secolo grazie alle missioni, fra cui quella dei Saveriani. Questi sbarcarono nel Paese negli anni ‘50 e fin da subito si recarono al nord, a forte maggioranza musulmana, per mettere in piedi scuole ed ospedali, consci che la loro chiamata era prima di tutto a stare vicino alla gente. Fra le città scelte dai Saveriani, dove ancora oggi risuonano nei nomi delle strade quelli dei primi missionari, c’erano Makeni e Kabala, dove siamo stati ospitati.Una terra verdissima si è aperta così ai nostri occhi, coperta di foreste di palme, colline dalla roccia nera, villaggi disseminati un po’ ovunque e piccole coltivazioni di riso, ma non solo dato che tutti i nostri sensi sono stati coinvolti mano a mano che facevamo esperienza con adulti e bambini.Ed è proprio la realtà dei piccoli che più ci ha colpito di quest’angolo dimenticato di mondo, ma con tutta la sua dignità.
Ogni mattina, a Kabala, sapevamo che nel campo antistante la chiesa si sarebbero riuniti un centinaio di piccoli, adolescenti, giovani ed educatori sierraleonesi, lì solo nell’attesa di conoscere nuovi “padi”, amici.Fin dal primissimo istante sono corsi da noi, ci hanno chiesto di prenderli sulle spalle, di giocare con noi, di raccontare di casa nostra, tutti con il sorriso ma soprattutto con una fiducia che non avevamo fatto nulla per meritare, con un senso di amicizia spontaneo che fin da subito ha spiazzato i nostri cuori, grazie alle loro piccole mani che, spontaneamente, prendevano le nostre e ci portavano in giro, anche se non capivamo il krio, la loro lingua.Ogni giorno proponevamo giochi diversi per animare la grande comunità dei “piccoli” di Kabala, stupendoci di vederli tutti ricettivi e carichi di provare ogni attività, in una realtà che fa della semplicità il suo mantra.
“Small small”, ovvero piano, senza esagerare, sono le parole che ricordo di Padre Erik verso un gruppo di bambini un po’ troppo attivi, quelle stesse parole prese in prestito dal krio e dalla maniera di vivere la vita che caratterizza i sierraleonesi, senza tutte le ansie e le smanie di perfezione che caratterizza i nostri pensieri. Qui infatti non conta il fare bene, ma il fare insieme: lo abbiamo visto nei canti alla messa della domenica, dove la melodia delle tastiere era sempre un po’ fuori luogo e chi cantava non era mai intonato, ma tutto sublimava in una canzone resa viva dalle mani di tutta l’assemblea che, ognuno a suo modo, davano ritmo a tutto quanto confidando che a fare da collante sarebbe stato qualcos’altro… o Qualcun altro!
Uscire per trovare
Dopo i primi giorni nella missione di Kabala abbiamo avuto anche la possibilità di uscire ad esplorarne i dintorni. Dapprima, accompagnati dai nostri coetanei, gli educatori locali, abbiamo visitato le Wara Wara Mountains. Mentre noi italiani eravamo attrezzati di scarpe da trekking e maglie tecniche, a fare catena umana per aiutarci a salire sono stati proprio i ragazzi sierraleonesi, alcuni semplicemente in ciabatte e che, dopo appena qualche giorno, già ci tenevano a scattare una foto con noi, i loro nuovi amici stranieri.
Proprio quei ragazzi che hanno condiviso tutto con noi ci hanno fatto riflettere su ciò che è veramente necessario, sull’importanza del creare connessioni vere, autentiche. Anche quando andavamo a portare le attività nei villaggi, ai bambini che non potevano venire presso la missione a causa della distanza, questi ragazzi erano sempre con noi come accompagnatori che ci aiutavano ad apprezzare ogni angolo, a goderci ogni sorriso, a subire con noi l’immancabile pioggia del pomeriggio, una costante in tutte le tre settimane.
Proprio la pioggia, una cosa semplicissima, mi riporta alla mente una scena significativa: due ragazzini neanche adolescenti che, seminudi sotto la pioggia e coi piedi sporchi di fango, giocano a passarsi e rubarsi il pallone. Ridono, non si curano dell’acqua che scende, li inzuppa e talvolta li fa scivolare. Loro, così spontanei nel capire cosa è veramente essenziale nella vita, contrapposti a noi che spesso troviamo scuse ovunque per posticipare ciò che invece darebbe senso alle nostre esistenze.
Ripartire dalle basi
Una delle cose che più abbiamo riscoperto in quest’angolo del mondo è l’importanza dell’istruzione come valore fondante di ogni comunità umana. Ce ne siamo accorti proprio dalle scuole che abbiamo subito imparato a riconoscere per i caratteristici colori bianco e blu e per l’immancabile ed esteso cortile antistante. In questi ultimi spesso abbiamo giocato, ballato e cantato coi bambini dei villaggi vicini, ma abbiamo anche prestato servizio nelle semplici aule della scuola primaria di Kabala dipingendo sui muri il sistema solare, la cartina della Sierra Leone e scrivendovi l’alfabeto. Sono costruite e gestite anche col supporto della missione Saveriana che fin dal principio ha compreso quanto, attraverso l’educazione, si potesse da un lato dare speranza e conoscenze pratiche per la vita di un intero popolo e, dall’altro, proporre così il messaggio cristiano di pace e fratellanza in una terra a maggioranza musulmana. Una proposta che non ha mai eradicato prepotentemente la cultura e nemmeno i culti tradizionali sierraleonesi, ma che si è sempre affiancata a ciò che già c’era, in un perfetto spirito di collaborazione e unione, seppur nelle differenze.
A proposito di questo, la Sierra Leone si è mostrata a noi come un Paese sorprendentemente accogliente, dove la tolleranza e la convivenza fra vari culti e fedi è perfettamente possibile, a volte molto più che da noi. Ricordo a tal proposito un episodio che mi ha lasciato quasi senza parole: eravamo in un villaggio nei pressi di Masongbo, vicino alla città di Makeni, e avevamo appena terminato i giochi con i bambini. Per concludere eravamo soliti recitare con loro il Padre Nostro ma, quel giorno, il sacerdote che era venuto con noi fece pregare anche l’al-Fatiha, una splendida ed importante preghiera musulmana di lode, la cui melodia cantilenata e i gesti lenti e misurati hanno contribuito a farmi rileggere il senso della mia presenza lì: non ero venuto per fare, ma per stare; non ero arrivato a portare, ma a ricevere insegnamenti per la vita. Insomma, non eravamo noi a far giocare e a distribuire doni ai bambini, ma loro con le loro semplici vite a mostrarci le piccole cose, che contano veramente.
Da un popolo che venticinque anni prima usciva da una sanguinosa guerra civile, un messaggio di unità e fratellanza ha fatto breccia in me. Le numerose mani che abbiamo stretto, le parole che abbiamo scambiato con i locali e le storie che abbiamo condiviso mi hanno mostrato il valore dell’accoglienza, facendomi al contempo riflettere sulla priorità che diamo alle varie preoccupazioni della nostra vita quando invece diamo per scontata la pace, l’istruzione, il rispetto.
Alberto – info@vocazionefrancescana.org


