Ci sono persone che sembrano nate sicure di sé. Altre, invece, fanno fatica a esporsi, parlano poco, si sentono facilmente inadeguate. Se appartieni a questo secondo gruppo, probabilmente ti sentirai vicino a frate Rufino.
Rufino era di Assisi, apparteneva a una famiglia nobile ed era cugino di santa Chiara. Entrò tra i primi compagni di san Francesco quando il sogno francescano era appena nato. Le fonti raccontano che era un uomo di una bontà straordinaria e di una preghiera profondissima:
«Pregava ininterrottamente e, anche dormendo e in qualsiasi occupazione, aveva lo spirito unito al Signore» (FF 1782).
Eppure non era un uomo brillante agli occhi del mondo. Era timido, riservato, impacciato nel parlare. Forse, più di una volta, avrà pensato che altri fossero più adatti di lui a seguire Francesco. Ma Francesco vedeva oltre quello che Rufino vedeva di se stesso.

Per questo, qualche volta, lo provocava. Come quando lo mandò a predicare ad Assisi in una situazione umiliante, quasi paradossale. Non per metterlo in ridicolo, ma per liberarlo dalla paura del giudizio degli altri. Perché la paura ha un potere enorme: riesce a convincerci che ciò che siamo basta per non essere all’altezza. Forse è la stessa paura che, qualche volta, abita anche noi.
La paura di non essere abbastanza.
Di non avere i talenti giusti.
Di sbagliare strada.
Di deludere chi ci vuole bene.
Di perdere tempo.
Di non essere fatti per qualcosa di grande.
La battaglia più difficile
La prova più dura di Rufino non arrivò dall’esterno. Arrivò da dentro.
Mentre viveva nell’eremo delle Carceri, iniziò a essere tormentato da un pensiero che sembrava non lasciargli tregua: “Tu sei perduto. Non c’è speranza per te.”
È impressionante che un uomo così vicino a Dio abbia potuto attraversare un dubbio tanto profondo.
Forse proprio per questo la sua storia parla anche a noi. Perché tutti conosciamo quella voce.
Non sempre dice: “Sei dannato.” Più spesso dice:
“Non cambierai mai.”
“Non sei fatto per amare davvero.”
“Gli altri ce la fanno. Tu no.”
“La felicità non è per te.”
Queste voci sono subdole perché sembrano vere. Si presentano come fatti, mentre sono soltanto menzogne ripetute tante volte da sembrare credibili.
Rufino fa una cosa semplicissima: non rimane solo. Va da Francesco.
E Francesco gli risponde con una delle pagine più sorprendenti dei Fioretti. Gli dice che, quando il demonio gli ripeterà: “Tu sei dannato!“, dovrà rispondergli senza paura e con un’espressione volutamente irriverente: “Apri la bocca, e mo’ vi ti caco!”

Dietro questa risposta, apparentemente grossolana, c’è una profonda lezione spirituale.
Francesco insegna a Rufino che il male perde forza quando smettiamo di credergli.
Non tutto quello che pensiamo è vero.
Non tutto quello che sentiamo racconta la realtà.
Ci sono pensieri che non meritano di essere ascoltati.
A volte la fede consiste anche nel sorridere delle paure che pretendono di decidere il nostro futuro.
Vocazione non è destino
Forse, quando senti parlare di vocazione, immagini subito una strada già tracciata. Come se Dio avesse scritto un copione perfetto e tu dovessi soltanto indovinare la casella giusta. E magari vivi con l’ansia di sbagliare scelta.
Ma il Vangelo non parla così. La vocazione non è una caccia al tesoro in cui esiste una sola risposta giusta. È una relazione. Dio non ti chiama perché ha bisogno di qualcuno che svolga un compito. Ti chiama perché desidera vivere un’amicizia con te.
Prima ancora di chiederti qualcosa, ti ricorda chi sei.
Sei un figlio amato.
Sei una figlia amata.
Questa è la prima vocazione di ogni persona. Tutto il resto viene dopo. Per questo la vocazione è l’opposto della predestinazione.
La predestinazione dice: “Il tuo destino è già deciso.”
La vocazione dice: “La tua vita è nelle mani di un Padre che ti ama e ti rende libero.”
Dio non sostituisce mai la nostra libertà.
La educa.
La custodisce.
La rende capace di amare.
Per questo la domanda vocazionale forse non è: “Che cosa devo fare della mia vita?”
Ma:
“Chi sto diventando?”
“Quale amore sta facendo crescere il mio cuore?”
“Quale scelta mi rende più libero di amare?”

Una parola per il cammino
Rufino non è diventato beato perché non aveva paure. È diventato beato perché ha smesso di credere che le sue paure avessero l’ultima parola.
Anche noi, nella ricerca della nostra vocazione, possiamo passare molto tempo ad ascoltare le voci che ci bloccano: la paura di non essere abbastanza, di non essere capaci, di non meritare una vita piena. Il Vangelo, invece, continua a ripeterci qualcosa di diverso.
Prima della tua risposta c’è una chiamata.
Prima del tuo progetto c’è un Amore.
Prima delle tue paure c’è un Padre che pronuncia il tuo nome.
E forse la vocazione comincia proprio lì: nel momento in cui smetti di chiederti se sei abbastanza e inizi a fidarti di Colui che ti ha chiamato per primo.
fra Alessandro – fraalessandro@vocazionefrancescana.org
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