Oggi conosciamo un altro dei primi compagni di san Francesco: fra Masseo da Marignano.
Di lui sappiamo poche cose, ma abbastanza per immaginarlo. Era un giovane di bell’aspetto, simpatico, con modi gentili, sapeva parlare bene e aveva molto buon senso. Insomma, una persona che attirava facilmente l’attenzione.
Eppure Francesco gli voleva bene non per queste qualità, ma per ciò che stava diventando nel suo cammino con il Signore. Fra Masseo fu uno dei frati di cui Francesco si fidava di più: lo accompagnò in molti viaggi, tra cui quello a Roma per ottenere l’approvazione della Regola da parte del papa.
Entrò nell’Ordine nel 1210 e visse una lunga vita, fino al 1280. Oggi riposa ancora nella cripta della Basilica di Assisi, vicino alla tomba di san Francesco.

Una domanda che nasce dal cuore
Nei Fioretti troviamo un episodio molto umano, nel quale forse è facile riconoscersi.
All’inizio del suo cammino, fra Masseo osservava una cosa che non riusciva a capire. Lui era giovane, affascinante, eloquente. Francesco, invece, era piccolo di statura, vestito in modo semplice e senza particolari qualità esteriori. Eppure, ovunque andassero, la gente cercava Francesco, voleva ascoltarlo e seguirlo. Così un giorno gli chiese con sincerità: «Perché a te? Perché tutto il mondo viene dietro a te?»
Dietro quella domanda c’era anche un po’ di gelosia. Quante volte succede anche a noi? Ci confrontiamo con gli altri, ci chiediamo perché qualcuno venga scelto, sia apprezzato o riesca meglio di noi.
Francesco non si offende. Anzi, coglie l’occasione per insegnare qualcosa di fondamentale.
Gli risponde che Dio ha scelto proprio lui non perché fosse il migliore, il più intelligente o il più capace, ma perché attraverso la sua piccolezza tutti potessero capire che il bene viene da Dio e non dai nostri meriti.
In altre parole: quando Dio opera nella vita di una persona, il protagonista non è quella persona, ma il Signore.

L’umiltà: la verità su chi siamo
Spesso pensiamo che essere umili significhi sentirsi poco capaci o avere una bassa autostima. Non è così. L’umiltà non consiste nel dire: “Non valgo niente”. L’umiltà consiste nel riconoscere la verità: i nostri talenti sono un dono, ma anche i nostri limiti fanno parte della nostra storia. Nessuno è perfetto e nessuno si salva da solo.
San Francesco viveva così. Riconosceva tutto il bene che Dio aveva seminato nella sua vita, ma sapeva anche che non ne era il proprietario. Per questo non aveva bisogno di sentirsi superiore agli altri, né di dimostrare qualcosa. Chi è umile è una persona libera: non vive per essere applaudita, non si confronta continuamente con gli altri e non misura il proprio valore in base ai successi.
L’umiltà e la vocazione
Che cosa c’entra tutto questo con la vocazione? C’entra tantissimo.
Ogni vocazione nasce dall’incontro tra il sogno di Dio e la disponibilità di una persona. Per questo il primo passo non è chiedersi: “Sono il migliore?” oppure “Sarò all’altezza?”. La domanda più importante è un’altra: “Signore, dove posso amare di più con la vita che mi hai donato?”
L’umiltà ci permette di fare spazio a questa domanda. Ci aiuta a non costruire la nostra vita solo sui desideri di successo, di prestigio o di approvazione, ma a cercare ciò che davvero ci rende felici perché corrisponde al progetto di Dio su di noi.
Fra Masseo ha dovuto imparare che la vocazione non è una gara e che Dio non sceglie secondo i criteri del mondo. Non guarda chi è più brillante, più bello o più capace. Guarda un cuore disposto a fidarsi.

Forse è questa la lezione che oggi può parlare anche a noi. Quando smettiamo di confrontarci continuamente con gli altri e impariamo a fidarci di Dio, scopriamo che la nostra vocazione non consiste nel diventare qualcuno di diverso, ma nel diventare pienamente la persona che Lui ci ha pensato.
fra Alessandro – fraalessandro@vocazionefrancescana.org
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