Perché stare davanti al crocifisso? In che modo la croce può parlarmi e cos’ha da dirmi oggi? È forse solo un concentrarsi sul dolore e sulla morte o c’è di più?
Nella spiritualità cristiana, la croce ha avuto un ruolo fondamentale sin dalle origini del cristianesimo. Nei secoli, e in particolare in occidente, ha assunto forza e centralità maggiori alla luce di una comprensione sempre più profonda del mistero della croce. Dal suo primo utilizzo nell’impero romano come strumento di tortura, è diventato oggi un segno grafico come tanti altri anche grazie all’impiego che ne viene fatto nel mondo della moda e nella cultura contemporanea senza particolari collegamenti alla fede cristiana.
Per molti, però, croce e crocifisso sono tutt’ora un segno chiaro della fede da portare al collo o da conservare anche in luoghi di quotidiana frequentazione. Nelle nostre chiese poi, solitamente elevato da terra, il crocifisso occupa una posizione centrale, visibile a tutti, ed è spesso un oggetto di rilevanza artistica e culturale non trascurabile.
Per noi frati francescani, il crocifisso è un oggetto particolarmente significativo e caro. San Francesco invitava spesso i frati a contemplare in esso il mistero di Gesù morto e risorto per noi, a leggerne la bontà di un Padre che non teme di donarci il suo unico Figlio.
Bonaventura nella biografia del santo di Assisi, racconta come a Rivotorto Francesco e i suoi primi compagni, non avendo i Vangeli da leggere e meditare, «fissandovi ininterrottamente lo sguardo, sfogliavano e risfogliavano il libro della croce di Cristo» (FF 1067). Per ricordarsi della croce e averla sempre con sé, si racconta che Francesco, dopo la conversione, «confeziona per sé una veste che riproduce l’immagine della croce» (FF 356), abito che ancora oggi noi frati portiamo.
Inoltre, nel Testamento scritto poco prima della sua morte, Francesco raccomanda tutti i frati ad iniziare ogni preghiera con queste parole «Ti adoriamo, Signore Gesù Cristo, anche in tutte le tue chiese che sono nel mondo intero e ti benediciamo, perché con la tua santa croce hai redento il mondo» (FF 111)… ancora oggi, quando preghiamo la liturgia delle ore, tutti i frati recitano una preghiera come questa!

Perché tutto questo? Perché contemplare e adorare la croce? È un eccesso frutto del medioevo che porta concentrarsi sul dolore o c’è di più? Cosa dice a noi oggi questo tratto tipico del francescanesimo delle origini?
Per cercare di rispondere a queste domande, è bene riflettere su cosa intendiamo dire con l’espressione “adorazione della croce”.
Adorazione…
Il termine adorazione oggi può risultare di difficile comprensione. Risalire all’origine di questo termine ci può aiutare a far luce sul suo significato. Ci vengono in soccorso le due lingue madri della nostra fede, il greco e il latino, che ci offrono due diverse sottolineature da tenere presenti. Per fare questo, prendo a prestito le parole che Benedetto XVI pronunciò durante l’omelia della GMG di Colonia nel 2005:
“La parola greca suona proskynesis. Essa significa il gesto della sottomissione, il riconoscimento di Dio come nostra vera misura, la cui norma accettiamo di seguire. Significa che libertà non vuol dire godersi la vita, ritenersi assolutamente autonomi, ma orientarsi secondo la misura della verità e del bene, per diventare in tal modo noi stessi veri e buoni. […] La parola latina per adorazione è ad-oratio – contatto bocca a bocca, bacio, abbraccio e quindi in fondo amore. La sottomissione diventa unione, perché colui al quale ci sottomettiamo è Amore. Così sottomissione acquista un senso, perché non ci impone cose estranee, ma ci libera in funzione della più intima verità del nostro essere” (link al testo completo qui).
Le parole di papa Benedetto potrebbero suonare difficili da digerire, ma indicano come l’adorazione sia un mettersi davanti a Dio senza difese, riconoscendo la realtà di chi Lui è veramente – cioè Dio – e di chi siamo noi – sue creature. Il papa però non si ferma qui, ma sottolinea come l’adorazione permetta allo stesso tempo di vivere questa realtà in un’intimità che ci unisce a quel Dio che desidera una comunione profonda con noi: Lui è dentro di noi e noi siamo in Lui. Nell’adorazione quindi conosco il Signore e conosco me stesso nella reciproca verità di ciascuno. Questo, davanti alla croce, assume un connotato particolare perché riconosco Dio che in Gesù dona la sua vita per noi… per te… per me.

…della croce
Come già accennato, la croce per noi cristiani è realtà centrale della fede tanto che ogni momento di preghiera inizia tracciando sul nostro corpo la croce… quasi fosse una “password” per entrare in comunione con Dio, riconoscendo quanto Lui ha fatto in Gesù.
La croce è infatti il luogo in cui Dio si mostra per chi è veramente. È lì che Egli mostra una volta per sempre il suo essere per noi e il suo essere con noi. Sulla croce Gesù dice in modo indelebile l’amore che il Padre ha per ciascun essere umano. Attraverso la croce, Dio rivela il suo volto in un “sì” all’uomo a prescindere dalla sua risposta: Egli dice “sì” all’uomo che Gli risponde “no” con una violenza tale da uccidere il Figlio amato.
«Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui» (Gv 3,16-17). «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici» (Gv 15,13)… e ci ha chiamato amici.
La croce, strumento di tortura e di morte, con Gesù diventa strumento che il Padre usa per portare vita vera all’essere umano. Dio sulla croce muore. Morendo, Gesù si unisce al destino che attende l’uomo e la donna di ogni epoca. Morendo sulla croce, Gesù si unisce ai dolori che vivono l’uomo e la donna di ogni tempo. Morendo abbandonato dai discepoli, Gesù si unisce alle solitudini e agli abbandoni dell’uomo e della donna di sempre.
Ma ci rivela che l’ultima parola non è la morte, che la sofferenza è “collocazione provvisoria” (come disse don Tonino Bello), che nelle fatiche della vita nessuno è più solo e abbandonato. La croce di Cristo e la profonda solidarietà di Dio con ciascun essere umano mette a tacere la morte togliendole il potere che le apparteneva. Insieme a san Paolo possiamo esclamare anche noi: «La morte è stata inghiottita nella vittoria. Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione? (…) Siano rese grazie a Dio, che ci dà la vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo!» (1Cor 15,54b-55.57)

Se adorare vuol dire riconoscere chi è Dio e chi siamo noi, adorare la croce significa riconoscere quanto Dio ha fatto per noi: non si è rifiutato di morire e dare la sua vita per te… per me! Allora, adorare la croce diventa un guardare a Gesù per lasciarsi contagiare dal suo amore che anche oggi vuole riempire la mia vita e mi permette di aprirmi alla gratitudine. Adorare la croce significa guardare a Gesù perché il fiume della sua vita possa bagnare i miei deserti e farli fiorire. Adorare la croce significa guardare a Gesù per permettergli di unirsi alle mie morti e così, nel tempo, trasformarle in sepolcri di risurrezione. Adorare la croce significa guardare a Gesù perché le mie ferite possano, con pazienza, essere, come le sue, segni indelebili di vita nuova. Adorare la croce significa aprirsi alla speranza del Risorto che continuamente, in ogni tempo, vuole tenerci uniti a Lui, albero della vera vita. Adorare la croce significa assumere gradualmente una prospettiva diversa. Non tanto dall’alto in basso, ma che attraverso la gratuità e la restituzione arriva al dono di sé, a immagine di Gesù.
A Lui sempre la nostra lode!
fra Damiano – fradamiano@vocazionefrancescana.org




