Perdere tempo. Questa forse è diventata un’opzione che non ci possiamo più permettere o che non ci vogliamo nemmeno concedere, salvo poi montare in sensi di colpa vari pensando alle cose che si sarebbero potute nel frattempo.
Se infatti ci chiedessimo quale è la caratteristica principale di una “perdita di tempo”, non faremmo fatica a rispondere: “l’inutilità”. Ecco dunque quello che probabilmente ci infastidisce del tempo perso: la sua improduttività, il senso di non aver ottenuto niente, la mancanza di risposte o di situazioni che attendevamo, l’assenza di soluzioni.
Dal momento che siamo immersi in una società che ci stimola continuamente a essere efficienti e produttivi, viste le nostre vite che spesso ci chiedono salti mortali tra impegni lavorativi, cura della famiglia e delle persone care, educazione dei più piccoli, alla fine rischiamo davvero di combattere crociate contro qualsiasi dispersione che ci possa causare ritardi sui nostri ritmi e sulle cose da fare.
E la preghiera non è esente da queste considerazioni, anzi! Il più delle volte infatti sono sicuro capiti anche a noi di pensare che la preghiera sia uno spreco di tempo, che non “funzioni”: non sentiamo nulla, non si realizzano i cambiamenti che chiediamo, non riceviamo risposte alle nostre domande, etc.
Oggi però non siamo qui a rimproverare un simile comportamento ma piuttosto a dire: bene così! Sì, perché forse uno dei primi modi con i quali possiamo riappropriarci di un certo gusto per la preghiera è proprio il prendere coscienza della sua inutilità.
Del resto, come ogni atto d’amore che ci vede coinvolti insieme alle persone a noi care, anche la preghiera vive, il più delle volte, del semplice “stare” con il Signore, senza la pretesa di ottenere qualcosa indietro, che sia un’illuminazione o una consolazione.
Diventa così, pian piano, occasione per riconoscere e contemplare i movimenti, gli sguardi, i sospiri, le parole dell’Altro che ci è di fronte. Sebbene dunque ci siano diversi “tipi” di preghiera nei quali ci è dato di “fare” qualcosa (la lode, l’intercessione, la richiesta di una grazia, la domanda di perdono, etc.) quella che noi chiamiamo semplicemente “contemplazione” diventa lo spazio privilegiato in cui non fare nulla e poterci rendere conto profondamente della presenza di Dio, della sua azione, della sua bellezza. Non dico sia facile (quanta fatica ad imparare a non fare niente!), ma sono sicuro questo atteggiamento dell’orazione contemplativa ci permetta di ridonare respiro alla quotidianità, soprattutto grazie allo stupore.

Così capitò, immagino, a san Francesco. Ce ne rimane traccia in una preghiera, chiamata “Saluto alla Vergine”:
Ave, Signora, santa regina, santa madre di Dio,
Maria che sei vergine fatta Chiesa ed eletta dal santissimo Padre celeste,
che ti ha consacrata insieme col santissimo suo Figlio diletto e con lo Spirito Santo Paraclito;
tu in cui fu ed è ogni pienezza di grazia e ogni bene.
Ave, suo palazzo, ave, suo tabernacolo, ave, sua casa.
Ave, suo vestimento, ave, sua ancella, ave, sua Madre.E saluto voi tutte, sante virtù,
che per grazia e illuminazione dello Spirito Santo venite infuse nei cuori dei fedeli,
perché da infedeli, fedeli a Dio li rendiate.
In questo testo leggiamo la testimonianza di un atteggiamento solo contemplativo: pur rivolgendosi a Maria, Francesco non avanza nessuna richiesta né intercessione. Semplicemente guarda, con animo meditativo e contemplativo.
Maria è considerata con sguardo ammirato attraverso una serie di titoli, dei quali alcuni comuni (regina, madre, ancella), altri centrati sulla sua capacità di contenere il Signore (palazzo, tabernacolo, casa, veste) e un altro più inusuale e teologico (Vergine fatta Chiesa) ma ben radicato nella tradizione patristica. Maria è scrutata nella sua relazione con le persone della santa Trinità e salutata con l’eco delle parole dell’angelo Gabriele.

A poco a poco allora, dopo le preghiere che abbiamo già visto in precedenza (relative al periodo della “conversione” di Francesco), ci accorgiamo che il santo di Assisi va via via lasciandoci tracce profonde della sua preghiera di meditazione: ci stupiamo della sua riflessione che sa scrutare le realtà della vita cristiana, come le virtù (nella preghiera “Saluto alla virtù”) o che si fissa a contemplare la Vergine Maria perché in lei egli riconosce una buona sintesi del mistero della salvezza.
Legge le cose di sempre ma le legge con un occhio nuovo! L’attitudine contemplativa allora si ferma a guardare con attenzione l’oggetto della sua considerazione, senza la fretta di giungere a conclusioni operative o di trarne buoni propositi. Fermarsi a contemplare il mistero gli sembra già sufficiente, poichè questa stessa contemplazione ha già un effetto trasformante.
Ne è indice, per esempio, il riferimento allo Spirito Santo, unico vero protagonista agente nel cuore dell’uomo che permette all’uomo stesso di far emergere quella radice, quell’impronta e quel riconoscimento che ci lega al nostro creatore.
Così, spero, anche noi mettendo da parte ogni tentazione “utilitaristica” nei confronti della preghiera possiamo uscire dal quella polarità che contrapponeva la contemplazione (passiva, ad opera solo di alcune persone “elette”) all’azione (al fare, capacità garantita a tutti coloro non potevano elevarsi dalle preoccupazioni della carne) e riscoprire la profonda unità che c’è in questi due movimenti per poter compiere una autentica e sempre più meravigliata sequela del Signore Gesù.
fra Andrea Bosisio – info@vocazionefrancescana.org



