giovedì 24 febbraio 2011

Prete o frate?? Quale la differenza?

Spesso, quando mi capita di incontrare un gruppo di giovani, ragazzi o bambini... specie in seguito ad una testimonianza vocazionale, arriva questa domanda:
«Ma che differenza c'è tra un prete e un frate?».


Non è solo una domanda da bambini. È una vera e propria domanda "ecclesiologica", cioè sulla natura della Chiesa e di alcune sue componenti essenziali: il sacerdozio e la vita consacrata. Senza il sacerdozio la Chiesa non sta in piedi. Senza la vita dei consacrati la chiesa è meno bella.
Per cercare di cogliere con uno sguardo semplice ciò che differenzia (e fa assomigliare) queste due vocazioni, occorre guardare al loro rapporto con Gesù.

Il Signore Gesù, nel corso del suo ministero pubblico, è stato seguito da molte persone, uomini e donne. Tutti più o meno esplicitamente da lui chiamati a condividere la sua strada. Se guardiamo al vangelo di Marco, notiamo che viene raccontata la chiamata di Simone e Andrea, e subito anche di Giacomo e Giovanni (Mc 1, 16-20; cfr. 2, 13-14). Non sono però gli unici a sentirsi invitati a seguire Gesù. Anche il "giovane ricco" si sente proporre questa chiamata (Mc 10, 21). Ma sappiamo che se ne va in un'altra direzione, triste. A seguire Gesù poi ci sono anche diverse donne: solo alcune di loro saranno con lui anche ai piedi della croce (Mc 15, 40-41). Questa prima chiamata fa di queste persone dei discepoli.
È una cosa ben diversa quando Gesù, ritiratosi sul monte con vari discepoli, ne individua una dozzina e a questi dà un mandato e un nome ulteriore: li costituisce apostoli (Mc 3, 13-19; cfr. 6, 7-13).

La Chiesa associa la chiamata e il servizio tipico degli apostoli alla Gerarchia costituita dal sacramento dell'Ordine. I vescovi sono i successori degli Apostoli: ciascuno di loro guida la Chiesa particolare a lui affidata in comunione con il Papa, successore del Principe degli Apostoli. Qual è la peculiarità dei vescovi (e di coloro a cui essi "delegano"alcune delle caratteristiche più importanti del loro sacerdozio, cioè i sacerdoti)? La vocazione peculiare del vescovo e del prete (e in qualche modo anche del diacono) è fare ciò che Gesù ha fatto. E cosa ha fatto Gesù nella sua vita e nel suo ministero pubblico? Essenzialmente ha annunciato il Vangelo e ha operato miracoli e guarigioni. Il vescovo e il prete, in effetti, sono tali per predicare la Parola di Dio e compiere quei miracoli che sono i sacramenti. Attraverso di loro Gesù opera ancora per noi in modo indubitabile.

D'altra parte, nella Chiesa ci sono molti uomini e donne che – come molti tra i discepoli del Gesù storico – vogliono vivere come Gesù è vissuto. Intendono, in qualche modo, fare proprio ciò che era essenziale e tipico del suo stile di vita. Egli non si è mai sposato o unito a una donna: è stato casto. Non ha avuto niente per sé, specie negli ultimi tre anni di vita: è stato povero. Ha poi affrontato la vita facendo propria   la volontà del Padre celeste: è stato obbediente. Le caratteristiche peculiari dello stile di vita che Gesù ha scelto per se stesso, sono i tre voti che fondano la vita consacrata di monaci e monache, di frati e suore, e pure di uomini e donne consacrati pur rimanendo "nel mondo". Tramite loro, la vita di Gesù è ancora viva e attuale in mezzo agli uomini di ogni epoca.

Sappiamo tutti che di religiosi e consacrati ce n'è nella Chiesa una enorme varietà. Ovvero si può vivere la castità, povertà e obbedienza di Cristo in modi estremamente diversi: nella clausura estrema del Certosino, nell'accompagnamento dei giovani del Salesiano, nella contemplazione della Carmelitana, nella sollecitudine dei malati del Camilliano, nello studio e nella predicazione del Domenicano... nella fraternità e minorità del Francescano. E non solo!

Come le due vocazioni evangeliche – discepolo e apostolo – hanno coinciso nelle persone dei Dodici,  così oggi le due vocazioni alla consacrazione religiosa e al sacerdozio ministeriale giungono a coincidere talvolta nella stessa persona. In modo molto evidente nel caso di congregazioni nate e cresciute come clericali, come i gesuiti o i salesiani. Ma questo accade spesso anche in famiglie religiose che potremmo definire "miste" come francescani o carmelitani.

Ma allora perché i preti – nonostante le varie polemiche che periodicamente si rilanciano sui giornali – continuano a vivere nel celibato (così si chiama la loro "promessa di celibato"), se questo invece è "tipico" della forma di vita religiosa come "voto di castità"? Perché, fin dai primi secoli, molte chiese locali di tradizione latina hanno ritenuto importante che i loro preti per poter essere bravi apostoli, fossero anche discepoli. Della serie: il modo migliore per operare le azioni di Cristo è farlo a partire da uno stile di vita il più possibile simile al suo. Cioè celibi. Più tardi il Papa san Gregorio VII ha pensato bene di estendere questa disciplina a tutti i preti latini (rito romano, ambrosiano, ecc...).
Resta il fatto che – come testimonia la disciplina delle Chiese orientali (e non solo) dei preti sposati –, per accedere al sacerdozio, il celibato non è una conditio sine qua non teologica, ma disciplinare. Ovvero la Chiesa romana ha deciso di ammettere al sacerdozio soltanto coloro che si sentono chiamati a vivere nel celibato. Ma questa è un'altra storia...

Ecco in definitiva a cosa si può ridurre la differenza:
  • i preti sono chiamati e inviati per fare ciò che Gesù ha fatto (... e magari riescono a farlo meglio se anche vivono come lui);
  • i frati sono tali anzitutto per vivere come Gesù è vissuto (e per questo molti di loro sono in una condizione ottimale per potersi anche dedicare alle sue opere più importanti: vangelo e sacramenti).
fr. Francesco

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7 commenti:

  1. Bel post, chiaro e semplice. Un abbraccio Alberto!

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  2. grazie per il chiarimento

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  3. Ci ho messo un po a capire ma grazie infinitamente!!!!

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  4. Bella spiegazione....un abbraccio

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  5. Siete sempre molto efficienti e chiari nelle risposte, grazie. Vi ammiro molto

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