martedì 30 novembre 2010

Tu...seguimi

Incontri e chiamate

Non so se ci avete mai pensato, ma possiamo dire che le scritture raccontano una lunga serie di incontri tra Dio e gli esseri umani; come Dio, per poter parlare, per poter agire, ossia per portare avanti ciò che chiameremo il suo sogno, ha chiamato uomini e donne (a dire la verità, per quanto ricordano le scritture almeno, più uomini che donne).

La storia del popolo d’Israele attraverso il quale Dio agirà nel mondo comincia proprio con la chiamata di un uomo, Abramo cui viene semplicemente detto di mettersi in marcia : «Va’ via dal tuo paese, dai tuoi parenti e dalla casa del tuo padre e va’ nel paese che io ti mostrerò» (Gen 12,1). Tale chiamata che coinvolge in prima persona anche la moglie di Abramo, Sara, è alle radici di tutte le vicissitudini dei patriarchi, i primi testimoni del Dio d’Israele.

Ancora prima, però, Dio aveva portato avanti la sua storia col mondo (assicurando che il mondo avesse una storia) chiamando Noè. Noè (che in mezzo al degrado generale di quell’epoca lontana aveva «trovato grazia agli occhi del Signore») viene fatto partecipe deiprogetti divini: «Nei miei decreti, la fine di ogni essere vivente è giunta poiché la terra a causa degli uomini è piena di violenza... ecco io li distruggerò» (Gen 6,13) e gli viene affidato un compito, costruire una barca, la famosa arca. Così Noè, così Abramo, così tanti altri.

Prendiamo, per esempio, la storia della liberazione del popolo d’Israele finito schiavo in Egitto. Essa inizia con la chiamata di Mosè. Mentre Mosè sta pascolando il gregge di suo suocero sul monte, ecco che Dio lo chiama da un pruno ardente «Mosè! Mosè!». Come aveva fatto con Noè, Dio condivide i suoi progetti con Mosè: «Ho visto l’afflizione del mio popolo…; sono sceso per liberarlo dalla mano degli Egiziani» (Es 3,7s.) affidando anche a lui un compito: «Or dunque va’; io ti mando dal faraone perché tu faccia uscire dall’Egitto il mio popolo» (Es 3,10). Dio ha un grandissimo sogno, liberare gli schiavi dall’Egitto, farli diventare un popolo, dare loro una terra.

Come pensa di portarlo avanti? Tramite Mosè! Dio ha bisogno di noi. E così, mentre Samuele è ancora bambino, Dio lo chiama «Samuele, Samuele» per farlo diventare il suo messaggero, portavoce delle sue parole e guida del popolo; chiama Davide, scegliendolo come monarca di Israele quando è ancora ragazzo. Chiama i profeti: Isaia, mandato ad annunciare la distruzione del paese e anche il giovane Geremia, mandato ad annunciare un altro messaggio scomodo.

Gli incontri sono così tanti, le chiamate così abbondanti che dopo essere arrivato a Raab nel suo lungo elenco di testimoni, l’autore della lettera agli Ebrei esclama: «Che dirò di più? Poiché il tempo mi mancherebbe per raccontare di Gedeone, Barac, Sansone, Iefte, Davide, Samuele e dei profeti» ai quali aggiungiamo Sara, Debora, Miriam le quali, chiamate e chiamati da Dio «conquistarono regni, praticarono la giustizia, ottennero l’adempimento di promesse» (Ebr 11,32s.) In altre parole, è attraverso persone come noi che Dio porta avanti la sua storia col mondo.

Nel corso del tempo i racconti di chiamata che troviamo nelle scritture come quelli di Mosè o di Isaia hanno assunto forme simili mostrando dei tratti comuni.

Uno di questi tratti è il compito affidato alla persona chiamata.

In altre parole, la chiamata non è qualcosa di generico ma è specifica, individuale. Si è chiamati per qualcosa: Noè per costruire una nave, Abramo per emigrare, Mosè per andare dal faraone e liberare il popolo, Miriam per condurre il popolo, Geremia per parlare, Maria (sì, perché anche Maria viene chiamata) per concepire e partorire un bambino speciale.

Sì, perché a ciascuno e ciascuna di noi è affidato un compito, ad ognuno e ognuna di noi è data una vocazione. Per poter parlare, per poter agire, per poter amare, per poter diventare corpo, Dio ha bisogno di noi.

Tuttavia, alla luce di ciò che ho detto finora, ci stupisce la chiamata perentoria che Gesù rivolge alle persone che incontra.

Che cosa disse Gesù a Simone e Andrea che stavano gettando le reti lungo il lago? «Seguitemi» (Mc 1,16) o, nella versione di Matteo «Venite dietro a me» (Mt 4,19) che è la stessa cosa. Che cosa disse all’esattore delle tasse seduto al suo bancone di nome Levi? «Seguimi» (Mc 2,14). Che cosa disse all’uomo ricco? «Poi vieni e seguimi» (Mc 10, 21). E, alla fine del vangelo di Giovanni, quando pensiamo che a Pietro Gesù abbia già detto tutto, ecco le ultime parole che il Gesù risorto gli rivolge: «Tu seguimi». Parole che semplicemente ci rimandano di nuovo all’inizio del vangelo in modo che Pietro e forse anche noi con lui ora cominci il suo percorso.

Così la chiamata di Gesù è un po’ come quella rivolta ad Abramo, è un invito a metterci in marcia, non sapendo dove porterà il cammino, un invito ad intraprendere un’avventura non sapendo quale sarà il suo esito e non avendo neanche tanto chiaro il compito che ci sarà affidato.

È la chiamata a scoprire un passo alla volta come essere, insieme ad altri l’occhio, l’orecchio, la mano, il piede, la mente ma soprattutto il cuore di Dio. A rendere concreto il sogno di Dio per il mondo.

autore: Elizabeth E. Green

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Se desideri un chiarimento o la risposta ad alcune domande, o un contatto scrivi a: fra.alberto@davide.it

vedi video bellissimo di una canzone di Branduardi su San Francesco

La chiamata

La chiamata

Una delle mie preghiere preferite recita così: «Dio tacerà sempre se non gli presti la tua bocca. Dio non agirà mai se non gli presti le tue mani». Dio ha bisogno di noi! Per poter esprimersi, per poter dare segni della sua presenza, per agire, Dio ha bisogno di noi...

Dio ha bisogno di noi! Per poter esprimersi, per poter dare segni della sua presenza, per agire, Dio ha bisogno di noi. Ha bisogno della nostra bocca per parlare e cantare, ha bisogno delle nostre mani per costruire e accarezzare, ha bisogno delle nostre gambe per camminare e danzare: «Quanto sono belli i piedi di quelli che annunziano buone notizie!» esclama il profeta (Is 52,7). Per pensare, Dio si serve della nostra mente, per amare del nostro cuore. Dio, che nessuno ha mai visto, ha bisogno di noi per farsi vedere! All’inizio della lettera agli Ebrei si legge: «Dio, dopo aver parlato anticamente molte volte e in molte maniere ai padri per mezzo dei profeti, in questi ultimi giorni ha parlato a noi per mezzo del Figlio» (Ebr 1,1). Il vangelo di Giovanni esprime la stessa idea quando afferma che Dio si dice tramite Gesù, ovvero che la Parola («che era con Dio e era Dio») è «diventata carne» (Gv 1.14). La parola divina (mediante la quale Dio si dice) è diventata corpo, ossia è diventata occhi, orecchie, bocca, cuore, mente, mani, pancia, gambe, piedi.

Gesù, con che cosa sentiva compassione se non col cuore? Come guariva se non col tocco delle mani? Come andava da villaggio a villaggio se non con i piedi? Come ammaestrava se non con le labbra? Ecco, i vangeli mostrano un Gesù che mangia, che dorme, che parla, che cammina, che sente. Per esprimersi, per agire, Dio si «incarna», diventa corpo.

Non c’è da sorprenderci, quindi, se per parlare della comunità di credenti, composta di popoli diversi, uomini e donne, giovani e vecchi, poveri e meno poveri, schiavi e liberi, anche l’apostolo Paolo ricorre all’immagine del corpo che «non si compone di un membro solo, ma di molte membra» le quali insieme cooperano al buon funzionamento del tutto. Per poter agire, ognuno ha bisogno dell’altro, l’occhio dell’orecchio, la mano del piede, la mente del cuore e via dicendo. Non solo, volendo esprimere la relazione di questa comunità di credenti col Cristo, cioè con quel Gesù in cui Dio si era fatto corpo, l’apostolo Paolo scrive: «Poiché come il corpo è uno e ha molte membra, e tutte le membra del corpo, benché siano molte, formano un solo corpo, così è anche di Cristo» (1 Cor 12, 12); e un po’ più avanti (v. 27) rende ancora più esplicito il suo pensiero: «Ora voi siete il corpo di Cristo».

Esattamente come la preghiera che citavo all’inizio: «Dio tacerà sempre se non gli presti la tua bocca, Dio non agirà mai, se non gli presti le tue mani». Non solo Dio ha bisogno di te, ma ha bisogno di te insieme gli uni agli altri.

Il cammino che propone il cristianesimo, infatti, non è un percorso solitario, bensì un cammino collettivo, un cammino che ognuno e ognuna (come vedremo) è chiamato ad intraprendere in compagnia di altre persone. Neanche questo dovrebbe stupirci più di tanto, perché il vivere insieme è uno dei nostri grandi problemi. A volte non sopportiamo neanche noi stessi! Per non dire i nostri genitori, i nostri insegnanti, il ragazzo che non si veste come me, la ragazza che non parla come me e viene persino da lontano. Da quando Adamo ha cercato di addossare la sua colpa ad Eva, e Caino in un accesso di rabbia e risentimento ha ammazzato Abele, le relazioni tra gli esseri umani sono andati da male in peggio. Uno dei grandi problemi (se non il problema) che affligge l’umanità a tutti i livelli, locale, nazionale e internazionale è la con-vivenza tra fedi, popoli, nazioni, vicini, familiari. È assieme agli altri e alle altre che impariamo a vivere, è insieme agli altri e alle altre che impariamo a convivere, è insieme agli altri e alle altre che noi siamo appunto «corpo di Cristo, e membra di esso, ciascuna per parte sua» (1 Cor 12,27).

Infatti, la primissima cosa che fa Gesù, dopo esser stato battezzato da Giovanni nel Giordano (dopo cioè aver risposta alla sua chiamata), è chiamare altre persone ad unirsi a lui, i pescatori Simone e Andrea e poi Giacomo e Giovanni. Man mano, Gesù mette insieme un gruppo di uomini (e anche di donne) che insieme ad altri e altre ancora faranno parte di quel movimento che Gesù sta creando.

Detto altrimenti, dagli inizi Gesù si muove insieme ad altri e altre, i quali condividendo la sua missione vengono ammaestrati strada facendo per portare avanti il suo progetto quando lui non ci sarà più. Il movimento di Gesù è collettivo, ognuno vi partecipa insieme ad altri come il corpo è l’insieme degli occhi e delle gambe, del naso e delle mani. Tuttavia la chiamata è rivolta ad ognuno e ognuna di noi singolarmente.

autore: Elizabeth E. Green

Se desideri un confronto, la risposta ad alcune domande scrivimi: fra.alberto@davide.it

lunedì 29 novembre 2010

Avvento... attesa! Di chi? Di cosa?

Il Papa all’Angelus: . L’uomo è vivo finchè attende, dalle sue attese si riconosce la sua levatura morale. Ogni persona può chiedersi: cosa attendo io? Cosa la mia famiglia? Cosa attende la comunità nazionale?”....“L’attesa è una dimensione dell’esistenza umana, ma solo Dio può colmarla”
Domenica 28 novembre, durante la breve catechesi che precede di consuetudine la preghiera dell’Angelus, il Santo Padre ha ricordato l’inizio del nuovo anno liturgico con la prima domenica di Avvento. E’ il periodo dell’attesa della nascita di Gesù che si prolunga fino all’attesa del suo ritorno glorioso, quando verrà a giudicare i vivi e i morti.
“Il tema suggestivo dell’attesa fa crescere in noi la fede che diventa un tutt’uno con la carne e con lo spirito; del resto attendere è una dimensione costante dell’esistenza, ogni importante evento della vita è preceduto dall’attesa, l’attesa di un figlio, della visita di un amico, dell’esito di un esame, di un colloquio di lavoro, dell’incontro con la persona amata, del perdono…” afferma il Papa.
“ L’uomo è vivo finchè attende, dalle sue attese si riconosce la sua levatura morale. Ogni persona può chiedersi: cosa attendo io? Cosa la mia famiglia? Cosa attende la comunità nazionale”.
“Nel tempo precedente la venuta di Gesù era forte l’attesa del Messia liberatore dell’umanità da ogni schiavitù morale e politica, con l’instaurazione del regno di Dio”.
“Nessuno avrebbe mai immaginato che il Messia sarebbe nato da un’umile fanciulla di Nazareth, che lo attese con ardore, piena di grazia e trasparente all’Amore dell’Altissimo, per svolgere con totale dedizione il suo compito di madre”.
“Impariamo da lei ad attendere l’Avvento del Regno di Dio, Lui soltanto può colmare l’attesa”, conclude Benedetto XVI.
tratto da "Il Nord.com"
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E TU.....CHI ATTENDI NELLA TUA VITA? COSA TI ASPETTI NELLA TUA ESISTENZA?
se vuoi scrivimi: fra.alberto@davide.it

venerdì 26 novembre 2010

Vita religiosa e castità


Lo stupore della castità

Che cosa c'è dietro la scelta di rinunciare al matrimonio per dedicare la propria vita a Dio? Perché è difficile comprendere questo tipo di scelta? Domande che interpellano giovani e famiglie. E che esigono risposte.

C’è una parola che, al di fuori degli ambienti strettamente religiosi, suscita insieme curiosità e diffidenza, stupore ma anche perplessità. Ed è "castità". Non me ne meraviglio, anzi credo che queste reazioni siano normali. La castità come scelta di vita, cioè la rinuncia a sposarsi e ad una propria famiglia per dedicare interamente la propria vita a Dio e, di riflesso, ai fratelli è effettivamente uno scandalo perché è qualcosa che sembra andare contro la stessa natura umana. Eppure, pur con modalità diverse, è una scelta che accomuna parecchi percorsi spirituali anche non cristiani. Perché, come dice Gesù di questo stato di vita: «Non tutti possono capirlo, ma solo coloro ai quali è stato concesso. Vi sono infatti eunuchi che sono nati così dal ventre della madre; ve ne sono alcuni che sono stati resi eunuchi dagli uomini; e vi sono altri che si sono fatti eunuchi per il regno dei Cieli. Chi può capire, capisca» (Mt 19,11-12).

Chiariamo subito una cosa. In realtà, a proposito di questa scelta di vita sarebbe meglio parlare di "verginità", essendo in qualche - modo la castità (intesa più in generale come custodia del cuore, come purezza da applicare ad ogni atto della vita) un impegno e un atteggiamento che dovrebbe riguardare chiunque creda e si sforzi di seguire gli insegnamenti evangelici e l'esempio di Gesù. E anche per restare al campo più strettamente sessuale, non è che agli sposati o ai non sposati in attesa di trovare un partner sia concessa ogni libertà. La sessualità, infatti, va comunque vissuta in modo ordinato e conforme al disegno di Dio sull'uomo perché possa trovare la sua migliore realizzazione.

Se, dunque, dopo questa precisazione, impieghiamo il termine un po' improprio di "castità" è perché questo è l'uso invalso nella Tradizione. D'altra parte, sempre nella stessa Tradizione, la castità non viene mai considerata da sola, ma strettamente unita ad altri due elementi che la accompagnano, cioè la "povertà" e "l'obbedienza". Questo perché si è sempre reputato che questi tre aspetti si aiutino e si sostengano a vicenda: non può reggere a lungo una vera castità chi non sia anche povero nello spirito e, quantomeno, parco nella vita, come chi non sia davvero obbediente e disponibile alla volontà di Dio anzitutto, ma anche alla materna guida della Chiesa ed, eventualmente, alla comunità nella quale è inserito.

Ma perché questa scelta - così anticonformista soprattutto oggi - che, proprio perché tale, non a tutti è dato capire? Che cosa c'è dietro, che cosa la muove e la sostiene? C'è l'intuizione - ma forse sarebbe meglio dire l'illuminazione - che Dio è Tutto e che, al contempo, è Amore. Un Tutto, un Amore che già di per sé riempie in modo così pieno la vita al punto che quest'ultima gli può essere, fin da qui, interamente dedicata. "Dio sarà tutto in tutti" ci dice s. Paolo riferendosi al Paradiso. Ecco, il vergine è stato così folgorato da questa rivelazione da volerla anticipare, da cercare di viverla con la maggior pienezza possibile fin da ora. La sua è, dunque, al contempo, una scelta e una testimonianza: quella che si può vivere di Dio rinunciando anche a gioie terrene lecite e giuste come quelle che nascono dall'amore di una famiglia umana. Non rinunciando invece, a praticare un amore casto verso i fratelli in umanità, anzi dedicandosi totalmente ad essi come è più facile fare, con cuore indiviso, nella verginità e nel celibato.

Si tratta di una vocazione di minoranza. La chiamata al matrimonio è la più diffusa ed è altrettanto nobile e importante, dal momento che è attraverso di essa che vedono la luce i nuovi figli di Dio. Però è una vocazione preziosa perché, anche attraverso lo scandalo che suscita, ma pure per i frutti spirituali che produce, è una testimonianza e al contempo un simbolo molto forte. Una sorta di piccolo faro che illumina e fa pensare.
Una vocazione che nel tempo ha assunto forme diverse. Monaci e monache ritirati nei loro monasteri, dai quali ci garantiscono un ricordo costante nella preghiera. Solo in Cielo sapremo quanto dobbiamo a questi fratelli che vegliano lodando e impetrando Dio per noi così indaffarati in tutti i nostri numerosi impegni. Religiosi e religiose di vita attiva dediti alle più varie opere sociali e di apostolato. E, da ultimo, laici che in forme diverse e spesso non rinunciando ad una professione testimoniano in mezzo a tutti questa loro scelta portandola, come testimonianza umile ma preziosa fin dentro agli ingranaggi della vita. Confusi in mezzo agli altri, professionalmente impegnati ma, al contempo presenza che richiama alla consapevolezza che tutti, vergini e non vergini, siamo incamminati verso una meta preziosa. Una meta dalla quale a essi viene speranza e linfa e che, proprio per questo, dimostra come non tutto si esaurisca nei gesti e negli eventi di questa vita.
Forse a questo punto ci è più facile capire perché la Chiesa latina insista - anche contro una opinione pubblica spesso contraria - nel mantenere il sacerdozio ministeriale legato ad una scelta di verginità. Non sarebbe indispensabile. Si tratta infatti di una legge ecclesiastica e non di diritto divino. Tuttavia - al di là dei problemi pratici che il matrimonio comporterebbe per un prete: il mantenimento di una famiglia, la cura da dedicare a moglie e figli, che molto toglierebbero alla disponibilità di tempo per i fedeli - ciò che la Chiesa ha voluto sempre sottolineare è la testimonianza di un cuore sacerdotale che, similmente alla scelta fatta da Gesù, si offre totalmente a Dio ed ai fratelli con cuore indiviso, in un servizio di dedizione generosa e piena. Certo, molti di loro potranno qualche volta cadere, come del resto può succedere a tutti noi. ma è la meta che conta.
La misericordia di Dio è a loro disposizione come per ogni cristiano. Per questo possono rialzarsi anch'essi e ripartire con coraggio e speranza. È segno di poca comprensione delle radici profonde della scelta della Chiesa affermare, per esempio, che se i preti si sposassero sarebbero più equilibrati sessualmente e tra loro ci sarebbero meno pedofili. Occorre scegliere bene i candidati, questo sì, escludendo ovviamente le patologie. Occorre seguire bene la formazione dei sacerdoti - ma più in generale di chi abbia questa vocazione alla verginità - perché maturino la loro umanità in modo giusto e diventino capaci di fare una corretta sublimazione della loro energia sessuale e affettiva. Ma pensare che il rimedio alle difficoltà sia abbassare la grandezza della meta è togliere speranza alla fede e a tutta la lunga e gloriosa esperienza della Chiesa. Lo Spirito, che aiuta tutti a santificarsi nel modo più adatto a ciascuno, non può certo abbandonare questi suoi figli che ha chiamati ad un ruolo e ad una testimonianza speciali. Coraggio dunque, a tutti loro che oggi più che mai remano contro corrente, e a noi, chiamati a stimarli profondamente e a sostenerli con la nostra preghiera.
La cultura di oggi vuole convincerci che rinunciare al sesso, al denaro, ad una libertà quasi senza limiti sia una scelta assurda, incomprensibile, addirittura malata. E qualche volta rischia di riuscirci o, quanto meno, di insinuarci dei dubbi. È un fatto che oggi, anche in famiglie di credenti, spesso si lotta contro eventuali vocazioni verginali dei figli.
Eppure, al di là di ogni ragionevole aspettativa, ad ogni generazione, anche oggi, si ripete questo meraviglioso evento, quasi un miracolo che sempre provoca stupore: che un giovane (o anche un meno giovane) rispondano "sì" alla chiamata divina a seguire Gesù in povertà, castità, obbedienza. A seguirlo per testimoniare di un Amore che ha illuminato il loro cuore e che lo ha totalmente conquistato. Nuovi figli di Dio che vanno ad unirsi alla schiera dei vergini che nella Chiesa, pur con i loro limiti, cercano di anticipare coraggiosamente il Regno e aiutano tutti noi a ricordare la giusta gerarchia delle cose, il primato di Dio su tutto, la speranza che nasce dalla fede, la meta che ci attende.
di Rosanna Brichetti
fonte: il Timone

Il papa scrive ai seminaristi

Lettera del Santo Padre ai seminaristi
(ma "buona" per tutti i giovani in ricerca..e che nel cuore hanno una chiamata alla vita sacerdotale...)

Dio vive, e ha bisogno di uomini che esistono per Lui e che Lo portano agli altri. Sì, ha senso diventare sacerdote: il mondo ha bisogno di sacerdoti, di pastori, oggi, domani e sempre, fino a quando esisterà..

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Cari Seminaristi, nel dicembre 1944, quando fui chiamato al servizio militare, il comandante di compagnia domandò a ciascuno di noi a quale professione aspirasse per il futuro. Risposi di voler diventare sacerdote cattolico.
Il sottotenente replicò: Allora Lei deve cercarsi qualcos’altro. Nella nuova Germania non c’è più bisogno di preti. Sapevo che questa “nuova Germania” era già alla fine, e che dopo le enormi devastazioni portate da quella follia sul Paese, ci sarebbe stato bisogno più che mai di sacerdoti.
Oggi, la situazione è completamente diversa. In vari modi, però, anche oggi molti pensano che il sacerdozio cattolico non sia una “professione” per il futuro, ma che appartenga piuttosto al passato. Voi, cari amici, vi siete decisi ad entrare in seminario, e vi siete, quindi, messi in cammino verso il ministero sacerdotale nella Chiesa Cattolica, contro tali obiezioni e opinioni. Avete fatto bene a farlo. Perché gli uomini avranno sempre bisogno di Dio, anche nell’epoca del dominio tecnico del mondo e della globalizzazione: del Dio che ci si è mostrato in Gesù Cristo e che ci raduna nella Chiesa universale, per imparare con Lui e per mezzo di Lui la vera vita e per tenere presenti e rendere efficaci i criteri della vera umanità. Dove l’uomo non percepisce più Dio, la vita diventa vuota; tutto è insufficiente. L’uomo cerca poi rifugio nell’ebbrezza o nella violenza, dalla quale proprio la gioventù viene sempre più minacciata. Dio vive. Ha creato ognuno di noi e conosce, quindi, tutti. È così grande che ha tempo per le nostre piccole cose: “I capelli del vostro capo sono tutti contati”. Dio vive, e ha bisogno di uomini che esistono per Lui e che Lo portano agli altri.
Sì, ha senso diventare sacerdote: il mondo ha bisogno di sacerdoti, di pastori, oggi, domani e sempre, fino a quando esisterà.
Il seminario è una comunità in cammino verso il servizio sacerdotale. Con ciò, ho già detto qualcosa di molto importante: sacerdoti non si diventa da soli. Occorre la “comunità dei discepoli”, l’insieme di coloro che vogliono servire la comune Chiesa.
Con questa lettera vorrei evidenziare – anche guardando indietro al mio tempo in seminario – qualche elemento importante per questi anni del vostro essere in cammino.
1. Chi vuole diventare sacerdote, dev’essere soprattutto un “uomo di Dio”, come lo descrive san Paolo (1 Tm 6,11). Per noi Dio non è un’ipotesi distante, non è uno sconosciuto che si è ritirato dopo il “big bang”. Dio si è mostrato in Gesù Cristo. Nel volto di Gesù Cristo vediamo il volto di Dio. Nelle sue parole sentiamo Dio stesso parlare con noi. Perciò la cosa più importante nel cammino verso il sacerdozio e durante tutta la vita sacerdotale è il rapporto personale con Dio in Gesù Cristo. Il sacerdote non è l’amministratore di una qualsiasi associazione, di cui cerca di mantenere e aumentare il numero dei membri. È il messaggero di Dio tra gli uomini. Vuole condurre a Dio e così far crescere anche la vera comunione degli uomini tra di loro. Per questo, cari amici, è tanto importante che impariate a vivere in contatto costante con Dio. Quando il Signore dice: “Pregate in ogni momento”, naturalmente non ci chiede di dire continuamente parole di preghiera, ma di non perdere mai il contatto interiore con Dio. Esercitarsi in questo contatto è il senso della nostra preghiera. Perciò è importante che il giorno incominci e si concluda con la preghiera. Che ascoltiamo Dio nella lettura della Scrittura. Che gli diciamo i nostri desideri e le nostre speranze, le nostre gioie e sofferenze, i nostri errori e il nostro ringraziamento per ogni cosa bella e buona, e che in questo modo Lo abbiamo sempre davanti ai nostri occhi come punto di riferimento della nostra vita. Così diventiamo sensibili ai nostri errori e impariamo a lavorare per migliorarci; ma diventiamo sensibili anche a tutto il bello e il bene che riceviamo ogni giorno come cosa ovvia, e così cresce la gratitudine. Con la gratitudine cresce la gioia per il fatto che Dio ci è vicino e possiamo servirlo.
2. Dio non è solo una parola per noi. Nei Sacramenti Egli si dona a noi in persona, attraverso cose corporali. Il centro del nostro rapporto con Dio e della configurazione della nostra vita è l’Eucaristia. Celebrarla con partecipazione interiore e incontrare così Cristo in persona, dev’essere il centro di tutte le nostre giornate. San Cipriano ha interpretato la domanda del Vangelo: “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”, dicendo, tra l’altro, che “nostro” pane, il pane che possiamo ricevere da cristiani nella Chiesa, è il Signore eucaristico stesso. Nella domanda del Padre Nostro preghiamo quindi che Egli ci doni ogni giorno questo “nostro” pane; che esso sia sempre il cibo della nostra vita. Che il Cristo risorto, che si dona a noi nell’Eucaristia, plasmi davvero tutta la nostra vita con lo splendore del suo amore divino. Per la retta celebrazione eucaristica è necessario anche che impariamo a conoscere, capire e amare la liturgia della Chiesa nella sua forma concreta.
Nella liturgia preghiamo con i fedeli di tutti i secoli – passato, presente e futuro si congiungono in un unico grande coro di preghiera. Come posso affermare per il mio cammino personale, è una cosa entusiasmante imparare a capire man mano come tutto ciò sia cresciuto, quanta esperienza di fede ci sia nella struttura della liturgia della Messa, quante generazioni l’abbiano formata pregando.
3. Anche il sacramento della Penitenza è importante. Mi insegna a guardarmi dal punto di vista di Dio, e mi costringe ad essere onesto nei confronti di me stesso. Mi conduce all’umiltà. Il Curato d’Ars ha detto una volta: Voi pensate che non abbia senso ottenere l’assoluzione oggi, pur sapendo che domani farete di nuovo gli stessi peccati. Ma – così dice – Dio stesso dimentica al momento i vostri peccati di domani, per donarvi la sua grazia oggi. Benché abbiamo da combattere continuamente con gli stessi errori, è importante opporsi all’abbrutimento dell’anima, all’indifferenza che si rassegna al fatto di essere fatti così. È importante restare in cammino, senza scrupolosità, nella consapevolezza riconoscente che Dio mi perdona sempre di nuovo. Ma anche senza indifferenza, che non farebbe più lottare per la santità e per il miglioramento. E, nel lasciarmi perdonare, imparo anche a perdonare gli altri. Riconoscendo la mia miseria, divento anche più tollerante e comprensivo nei confronti delle debolezze del prossimo.
4. Mantenete pure in voi la sensibilità per la pietà popolare, che è diversa in tutte le culture, ma che è pur sempre molto simile, perché il cuore dell’uomo alla fine è lo stesso. Certo, la pietà popolare tende all’irrazionalità, talvolta forse anche all’esteriorità. Eppure, escluderla è del tutto sbagliato. Attraverso di essa, la fede è entrata nel cuore degli uomini, è diventata parte dei loro sentimenti, delle loro abitudini, del loro comune sentire e vivere. Perciò la pietà popolare è un grande patrimonio della Chiesa. La fede si è fatta carne e sangue. Certamente la pietà popolare dev’essere sempre purificata, riferita al centro, ma merita il nostro amore, ed essa rende noi stessi in modo pienamente reale “Popolo di Dio”.
5. Il tempo in seminario è anche e soprattutto tempo di studio. La fede cristiana ha una dimensione razionale e intellettuale che le è essenziale. Senza di essa la fede non sarebbe se stessa. Paolo parla di una “forma di insegnamento”, alla quale siamo stati affidati nel battesimo (Rm 6,17). Voi tutti conoscete la parola di San Pietro, considerata dai teologi medioevali la giustificazione per una teologia razionale e scientificamente elaborata: “Pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ‘ragione’ (logos) della speranza che è in voi” (1 Pt 3,15). Imparare la capacità di dare tali risposte, è uno dei principali compiti degli anni di seminario. Posso solo pregarvi insistentemente: Studiate con impegno! Sfruttate gli anni dello studio! Non ve ne pentirete. Certo, spesso le materie di studio sembrano molto lontane dalla pratica della vita cristiana e dal servizio pastorale. Tuttavia è completamente sbagliato porre sempre subito la domanda pragmatica: Mi potrà servire questo in futuro? Sarà di utilità pratica, pastorale? Non si tratta appunto soltanto di imparare le cose evidentemente utili, ma di conoscere e comprendere la struttura interna della fede nella sua totalità, così che essa diventi risposta alle domande degli uomini, i quali cambiano, dal punto di vista esteriore, di generazione in generazione, e tuttavia restano in fondo gli stessi. Perciò è importante andare oltre le mutevoli domande del momento per comprendere le domande vere e proprie e capire così anche le risposte come vere risposte. È importante conoscere a fondo la Sacra Scrittura interamente, nella sua unità di Antico e Nuovo Testamento: la formazione dei testi, la loro peculiarità letteraria, la graduale composizione di essi fino a formare il canone dei libri sacri, l’interiore unità dinamica che non si trova in superficie, ma che sola dà a tutti i singoli testi il loro significato pieno. È importante conoscere i Padri e i grandi Concili, nei quali la Chiesa ha assimilato, riflettendo e credendo, le affermazioni essenziali della Scrittura. Potrei continuare in questo modo: ciò che chiamiamo dogmatica è il comprendere i singoli contenuti della fede nella loro unità, anzi, nella loro ultima semplicità: ogni singolo particolare è alla fine solo dispiegamento della fede nell’unico Dio, che si è manifestato e si manifesta a noi. Che sia importante conoscere le questioni essenziali della teologia morale e della dottrina sociale cattolica, non ho bisogno di dirlo espressamente. Quanto importante sia oggi la teologia ecumenica, il conoscere le varie comunità cristiane, è evidente; parimenti la necessità di un orientamento fondamentale sulle grandi religioni, e non da ultima la filosofia: la comprensione del cercare e domandare umano, al quale la fede vuol dare risposta. Ma imparate anche a comprendere e - oso dire – ad amare il diritto canonico nella sua necessità intrinseca e nelle forme della sua applicazione pratica: una società senza diritto sarebbe una società priva di diritti. Il diritto è condizione dell’amore. Ora non voglio continuare ad elencare, ma solo dire ancora una volta: amate lo studio della teologia e seguitelo con attenta sensibilità per ancorare la teologia alla comunità viva della Chiesa, la quale, con la sua autorità, non è un polo opposto alla scienza teologica, ma il suo presupposto. Senza la Chiesa che crede, la teologia smette di essere se stessa e diventa un insieme di diverse discipline senza unità interiore.
6. Gli anni nel seminario devono essere anche un tempo di maturazione umana. Per il sacerdote, il quale dovrà accompagnare altri lungo il cammino della vita e fino alla porta della morte, è importante che egli stesso abbia messo in giusto equilibrio cuore e intelletto, ragione e sentimento, corpo e anima, e che sia umanamente “integro”. La tradizione cristiana, pertanto, ha sempre collegato con le “virtù teologali” anche le “virtù cardinali”, derivate dall’esperienza umana e dalla filosofia, e in genere la sana tradizione etica dell’umanità. Paolo lo dice ai Filippesi in modo molto chiaro: “In conclusione, fratelli, quello che è vero, quello che è nobile, quello che è giusto, quello che è puro, quello che è amabile, quello che è onorato, ciò che è virtù e ciò che merita lode, questo sia oggetto dei vostri pensieri” (4,8). Di questo contesto fa parte anche l’integrazione della sessualità nell’insieme della personalità. La sessualità è un dono del Creatore, ma anche un compito che riguarda lo sviluppo del proprio essere umano. Quando non è integrata nella persona, la sessualità diventa banale e distruttiva allo stesso tempo. Oggi vediamo questo in molti esempi nella nostra società. Di recente abbiamo dovuto constatare con grande dispiacere che sacerdoti hanno sfigurato il loro ministero con l’abuso sessuale di bambini e giovani. Anziché portare le persone ad un’umanità matura ed esserne l’esempio, hanno provocato, con i loro abusi, distruzioni di cui proviamo profondo dolore e rincrescimento. A causa di tutto ciò può sorgere la domanda in molti, forse anche in voi stessi, se sia bene farsi prete; se la via del celibato sia sensata come vita umana. L’abuso, però, che è da riprovare profondamente, non può screditare la missione sacerdotale, la quale rimane grande e pura. Grazie a Dio, tutti conosciamo sacerdoti convincenti, plasmati dalla loro fede, i quali testimoniano che in questo stato, e proprio nella vita celibataria, si può giungere ad un’umanità autentica, pura e matura. Ciò che è accaduto, però, deve renderci più vigilanti e attenti, proprio per interrogare accuratamente noi stessi, davanti a Dio, nel cammino verso il sacerdozio, per capire se ciò sia la sua volontà per me. È compito dei padri confessori e dei vostri superiori accompagnarvi e aiutarvi in questo percorso di discernimento. È un elemento essenziale del vostro cammino praticare le virtù umane fondamentali, con lo sguardo rivolto al Dio manifestato in Cristo, e lasciarsi, sempre di nuovo, purificare da Lui.
7. Oggi gli inizi della vocazione sacerdotale sono più vari e diversi che in anni passati. La decisione per il sacerdozio si forma oggi spesso nelle esperienze di una professione secolare già appresa. Cresce spesso nelle comunità, specialmente nei movimenti, che favoriscono un incontro comunitario con Cristo e la sua Chiesa, un’esperienza spirituale e la gioia nel servizio della fede. La decisione matura anche in incontri del tutto personali con la grandezza e la miseria dell’essere umano. Così i candidati al sacerdozio vivono spesso in continenti spirituali completamente diversi. Potrà essere difficile riconoscere gli elementi comuni del futuro mandato e del suo itinerario spirituale. Proprio per questo il seminario è importante come comunità in cammino al di sopra delle varie forme di spiritualità. I movimenti sono una cosa magnifica. Voi sapete quanto li apprezzo e amo come dono dello Spirito Santo alla Chiesa. Devono essere valutati, però, secondo il modo in cui tutti sono aperti alla comune realtà cattolica, alla vita dell’unica e comune Chiesa di Cristo che in tutta la sua varietà è comunque solo una. Il seminario è il periodo nel quale imparate l’uno con l’altro e l’uno dall’altro. Nella convivenza, forse talvolta difficile, dovete imparare la generosità e la tolleranza non solo nel sopportarvi a vicenda, ma nell’arricchirvi l’un l’altro, in modo che ciascuno possa apportare le sue peculiari doti all’insieme, mentre tutti servono la stessa Chiesa, lo stesso Signore. Questa scuola della tolleranza, anzi, dell’accettarsi e del comprendersi nell’unità del Corpo di Cristo, fa parte degli elementi importanti degli anni di seminario.
Cari seminaristi! Con queste righe ho voluto mostrarvi quanto penso a voi proprio in questi tempi difficili e quanto vi sono vicino nella preghiera. E pregate anche per me, perché io possa svolgere bene il mio servizio, finché il Signore lo vuole.
Affido il vostro cammino di preparazione al Sacerdozio alla materna protezione di Maria Santissima, la cui casa fu scuola di bene e di grazia. Tutti vi benedica Dio onnipotente, Padre e Figlio e Spirito Santo. Dal

Vaticano, 18 ottobre 2010, Festa di San Luca, Evangelista. Vostro nel Signore
BENEDETTO PP. XVI

http://www.vatican.va


Con i frati ad Assisi? Week end vocazionali e fine anno


Esperienze spirituali per giovani con i frati ad Assisi?
Cari giovani, il mese di dicembre ci offre la stupenda opportunità di trascorrere alcuni giorni con i frati francescani della basilica di San Francesco in Assisi, fra le mura del sacro convento, a pochi passi dalla tomba del Poverello.
Due in particolare le proposte:
dal 3 dicembre al 5 dicembre: Week End vocazionale per giovani "in ricerca"
dal 29 dicembre al 1 gennaio 2011: Con san Francesco verso il nuovo anno; per ringraziare il Signore dell'anno trascorso e invocarlo per l'anno che inizia.

vedi tutti i dettagli al sito: www.riparalamiacasa.it : oppure http://www.cnpgv.it/
puoi scrivermi: fra.alberto@davide.it

un pò di musica francescana per te: http://www.youtube.com/watch?v=8GQsKHVs-G0

venerdì 19 novembre 2010

Dalla lotta armata al convento


Dalla lotta armata al convento: dopo 10 anni di latitanza in Italia e una condanna a quattro anni e mezzo di carcere, padre Daniel Thevenet oggi è il superiore del convento francescano di Cholet, in Francia. In Italia fa discutere l'annunciata conversione di Gianfranco Stevanin, condannato all'ergastolo per l'omicidio di sei donne, che vorrebbe entrare a far parte del Terz'ordine francescano. Sull'esempio di San Francesco, i frati accolgono tutti e qualcuno fa persino carriera nonostante il passato burrascoso, come dimostra la storia di padre Daniel. Ordinato sacerdote ad Assisi nel 1991, questo ex terrorista con il saio è tornato nel suo paese da qualche anno per guidare la comunità francescana di Cholet, nell'ovest della Francia, ed è diventato un punto di riferimento per centinaia di ragazzi e ragazze che si ritrovano nei gruppi giovanili animati dai frati. Panorama è andato a trovarlo. La «vocazione rivoluzionaria» di padre Daniel si è manifestata molto presto: «A 14 anni sono entrato a far parte dell'Ags, un gruppo trotzkistaleninista che teorizzava la necessità della lotta armata. Era il 1971 e frequentavo il liceo cattolico di Lione, ma, contagiato dagli ideali del Maggio francese, ero convinto che solo la rivoluzione proletaria potesse cambiare la società. Partecipavo alle manifestazioni e spesso ci scontravamo con i fascisti. Un anno dopo sono passato nell'Lcr, dove si formavano le prime cellule combattenti. Ho lasciato la scuola e la famiglia e ho cominciato a vivere in semiclandestinità. Il mio nome di battaglia era "Rameau" (Ramoscello)». La vita di Daniel a quel tempo non era molto diversa da quella di altri giovani, in Francia come in Italia, che si preparavano a diventare terroristi: «Andavamo nelle scuole e nelle fabbriche per organizzare gli scioperi, distribuivamo volantini e qualche volta ci portavano in campagna per perfezionare il nostro addestramento militare». Per finanziare la cellula organizzavano rapine in banca: Daniel ne fece quattro in tutto, a mano armata. «La notte rubavamo un'auto e il mattino seguente entravamo in azione. Una volta fatto il colpo andavo a rifugiarmi in Alta Savoia, in attesa che si calmassero le acque».
Tutto fila liscio finché un giorno Giacomo, un suo compagno, viene arrestato e fa il nome dei complici. Il padre di Daniel corre ad avvertire il figlio: «Mi è crollato il mondo addosso con tutti i miei ideali e i miei progetti. Decisi di fuggire» racconta il frate. È il 1978: nascosto in un'auto Daniel raggiunge Ventimiglia e da lì Genova. «Ho dormito in un giardino pubblico insieme con i barboni. E quella notte, angosciato, al freddo, per la prima volta ho sentito una voce dentro di me che mi ha detto: "Ora sei solo". Ho deciso che dovevo ricostruirmi una vita e farmi dimenticare da tutti». Il giovane ricercato tenta allora di raggiungere Roma in autostop, ma si ferma a Firenze: «Ho trovato lavoro in un negozio che esiste ancora, accanto alla stazione. La notte dormivo al campeggio Michelangelo, spesso facendomi ospitare dai ragazzi e dalle ragazze di passaggio». Ma ricostruirsi una vita non è facile. Dalla Francia arriva la notizia della condanna in contumacia: quattro anni e sei mesi di carcere. Daniel scivola nel tunnel della droga: marijuana, hascisc e poi eroina. «Ero sempre più solo e disperato, pensavo al suicidio. Così ho scritto ai miei genitori con uno pseudonimo, Alessandro, per non farmi rintracciare dalla polizia, e ho persino telefonato. Ho parlato con mio padre. Anche lui mi chiamava Alessandro e mi dava del lei, per non farsi scoprire. Ma è bastato quel breve colloquio per trovare la forza di reagire e ricominciare ancora una volta daccapo. Mi sono fatto prestare 30 mila lire dal mio datore di lavoro a Firenze e sono partito». Giunto a Milano, Daniel vende porta a porta prodotti per la casa. «Raccontavo di essere un giovane studente francese che doveva pagarsi gli studi. La gente era generosa. Ma quei soldi mi servivano per pagare la droga. Mi bucavo nei finesettimana. Non mangiavo quasi più, ero diventato uno scheletro.


Ripensavo agli anni passati in Francia come alla vita vissuta da qualcun altro. Finché con un amico calabrese, Rodolfo, decidemmo che era ora di riprendere in mano le nostre vite. Progettammo di trasferirci in provincia di Cosenza per dedicarci a costruire marionette. Troppo tardi: nel frattempo mi ero preso l'epatite B e C e sono stato ricoverato in ospedale a Roma per mesi». Uscito dall'ospedale, Daniel va a vivere con un gruppo di amici e di amiche alla Garbatella: «Loro lavoravano, io ero clandestino. Di giorno stavo in casa a cucinare, la notte facevo il guardiano in un parcheggio. Con quel gruppo di amici ho riscoperto la gioia di vivere, senza più il bisogno della droga. Un giorno mi hanno chiesto di tradurre dal francese un Dizionario dei simboli dedicato all'esoterismo. Fu così che cominciai ad appassionarmi di spiritualità, cabala, astrologia». Spinto da questa nuova inquietudine Daniel si trasferisce in Umbria: «Trovai lavoro in un'azienda che produceva tabacco. La sera leggevo i miei libri. Tra questi c'era anche la Bibbia che mi aveva regalato un prete. Un giorno mi fermai sul Vangelo di Giovanni, nel versetto in cui Gesù dice: "Io sono la via, la verità e la vita". Quella frase dentro di me ebbe l'effetto di un'esplosione. La domenica seguente sono tornato a messa dopo più di 10 anni». Su suggerimento di un'amica astrologa, Daniel bussa al Sacro convento di Assisi: «Volevo restarci una settimana, ci trascorsi un mese e chiesi di restare per sempre. Raccontai tutta la mia storia, senza nascondere nulla. Mi dissero di tornare dopo due mesi». Tornato al Sacro convento, il giovane chiede nuovamente di diventare frate, ma lo invitano ancora a ripensarci. «Tornai un'altra volta, dopo qualche mese, e finalmente mi accolsero come postulante. A quel punto mi sentivo pronto per finire di pagare il mio debito con la giustizia in Francia. Chiesi al mio superiore di lasciarmi andare, ma lui mi sorprese: "Hai sofferto per tutti questi anni, sei stato solo, hai avuto freddo e fame, hai lavorato, ti sei ricostruito, hai avuto la forza di abbandonare la droga. La giustizia di Dio è stata più forte di quella degli uomini. Non tornare in Francia per il momento. Aspetta di diventare sacerdote"». Così l'ex aspirante terrorista diventa frate con il nome di Daniel Marie e viene ordinato prete nel 1991. Quando torna finalmente in Francia i suoi reati sono prescritti. Oggi ha 53 anni e si occupa dei giovani, molti dei quali con storie difficili alle spalle. Il convento è stato un modo per sfuggire alla giustizia? «Non credo» risponde sicuro fra Daniel. «La Provvidenza ha voluto che espiassi la mia colpa in modo diverso e oggi vuole che io ripaghi il mio debito con la società cercando di aiutare i giovani, i poveri, le persone sole che si rivolgono al nostro convento. Grazie alla mia esperienza forse è più facile capire tante situazioni. Ho sbagliato, ma ho sperimentato la misericordia di Dio. Tutti possono cambiare purché si aprano al Signore con cuore sincero».

Giacomo Galeazzi
vaticanista La Stampa
articolo comparso nel mensile "san Francesco patrono d'Italia" (novembre 2010)

giovedì 18 novembre 2010

Diventare frate


MA....TU????
HAI MAI PENSATO DI...????

farti frate, diventare sacerdote, religioso,
missionario francescano , .....
hai mai pensato in cuor tuo di dedicare tutta la tua vita..
al Signore? PERCHE' NO?


Caro giovane ..,
forse non ci hai mai pensato prima...o se qualche volta l'hai fatto può darsi anche tu abbia scacciato questo pensiero come importuno o a te non adatto. Magari anche ora credi di essere capitato "per caso" a visitare questa pagina!
E invece no!
Il Signore ti attendeva proprio qui per farti un grande dono....e rivolgerti proprio questi interrogativi!
Anch'io ho incontrato "per caso" i frati francescani, non sapendo quasi nulla della loro vita. Per il mio futuro pensavo a tutto, eccetto che ad entrare in un convento...Lontano da me, per molto tempo, l'idea di dedicare l'intera mia vita al Signore e al prossimo...; avevo solo di mira il mio progetto e la strada scelta e pensata da me e non... da un Altro.
Attraverso i fatti concreti della mia vita, le gioie, le delusioni e le sofferenze, le molte domande che mi portavo nel cuore ...
ho iniziato però a riflettere meno superficialmente sul senso da dare alla mia esistenza ; cercavo delle risposte più profonde alla mia inquitudine, ai miei perchè..Ho iniziato quasi inconsapevolmente a ricercare qualche spazio di silenzio e ad apprezzare un pò di più la preghiera, impegnandomi un pò alla volta a mettermi nelle mani di Gesù, fidandomi di Lui, provando ad accogliere giorno dopo giorno la Sua volontà. Gradualmente, la possibilità di una consacrazione religiosa si è rivelata come un qualche cosa che non potevo più scartare a priori..anche se ne ero terribilmente spaventato! Ho iniziato allora un periodo di discernimento e accompagnato da un bravo frate che sempre "per caso" avevo incontrato nella chiesa di S. Francesco della mia città e al quale avevo chiesto un aiuto..ho intrapreso un cammino. Sempre risuonava in me la domanda: " Signore cosa vuoi che io faccia...?"
Oggi sono un frate e sono contento. Ti auguro altrettanta disponibilità e gioia. Ciao!
Se vuoi, puoi scrivermi, ti risponderò volentieri.

frate Alberto
mail: fra.alberto@davide.it

mercoledì 10 novembre 2010

... ma esistono ancora dei Postulanti?!



Che cos'è un Postulante?
Un postulante è colui che “postula” che fa una domanda, che si interroga se Dio lo chiama a seguirLo più da vicino sulle orme di San Francesco.
Dova abita un Postulante?
Un postulante abita in un postulato, cioè una casa formativa, per lo più un convento, che per quanto riguarda il Nord Italia corrisponde al convento dei Francescani di Brescia.
Cosa fa un Postulante?
Un postulante si interroga e si cimenta nella vita francescana: cioè sperimenta la fraternità vivendo insieme ad altri postulanti, sperimenta la carità facendo dei servizi di volontariato, sperimenta la povertà cercando di avere solamente l'essenziale.
Come un Postulante capisce se quella è la sua vocazione?
Un Postulante lo può capire innanzitutto vivendo, pregando e facendo Discernimento grazie a tutti gli strumenti che il postulato offre: un Rettore col quale parlare, un Padre Spirituale col quale discutere e condividere il cammino, un eventuale Psicologo attraverso il quale si integra la parte umana con quella spirituale, e una vita di Preghiera intensa che permette di chiedere direttamente alla “Voce” che ha chiamato.
Una persona può rimanere Postulante per sempre?
Il postulato è la prima tappa del cammino francescano che dura 2 anni circa e che finisce con l'ingresso alla tappa successiva: il Noviziato che farà diventare il Novizio, un Frate. Non auguro a nessuno di rimanere postulante a vita...
Come si diventa Postulante?
Chiunque pensa di sentire dentro di sé una vocazione a seguire più da vicino Gesù, può cominciare un cammino di discernimento con un “gruppo vocazionale” ( gruppo San Damiano ) o può cominciare degli incontri con un Padre Spirituale.
Per ulteriori informazioni chiedete a fr. Alberto responsabile di questo Blog.
gli attuali postulanti
di Brescia

il Dono più Grande: Gesù Cristo



Quest'anno, anche noi postulanti, abbiamo potuto partecipare al convegno Giovani Verso Assisi (www.giovaniversoassisi.it) ed è stata un'occasione per riscoprire il dono “scartato” lungo i nostri cammini: la speranza della nostra vocazione. Ma quale speranza se non quella di un uomo assetato e bisognoso che ci viene incontro per chiederci la nostra misera acqua e per donarci in cambio la sua acqua viva? È quello che abbiamo vissuto nella prima giornata grazie alla frizzante relazione di Don Fabio Rosini incentrata sull'incontro tra Gesù e la Samaritana, e alla liturgia penitenziale nella quale, come il lebbroso, abbiamo accolto il dono della sua misericordia e una volta “guariti” siamo accorsi a ringraziarlo. Per comprendere in pienezza il Dono scoperto è necessario tuttavia confrontarsi in primo luogo con il dono che è Gesù Cristo attraverso la Sua Parola, attraverso coloro che sono sua mediazione e poi con coloro che avendolo accolto ne testimoniano la sua presenza nella quotidianità. Infatti nel secondo giorno abbiamo ascoltato chi, nelle diverse vocazioni, ha risposto con generosità all'appello del dono nonostante le difficoltà che la vita può presentare come la perdita del marito o come l'imprevedibilità della missione in Venezuela. Infine, dopo esserci confrontati con esso, siamo stati invitati ad accoglierlo grazie alla meditazione del brano dei discepoli di Emmaus guidata da Fra Gianni Cappelletto, nostro ministro provinciale. Anche per noi infatti Emmaus, come Assisi, rappresenta il luogo in cui Gesù cammina con noi per accompagnarci ad una vita piena non ripiegata su noi stessi e sui nostri progetti, ma aperta alla bellezza del Dono di Dio, che va oltre ciò che potremmo immaginare. Infatti, come ci ha ricordato Don Fabio, Dio non ci chiama ad un progetto a nostra misura, ma ad una sua opera.Dio ci ha fatto il dono della vita e non accontentandosi ci ha dato la possibilità di viverla in pienezza. Come? Se accogliamo il Dono più grande che è Gesù Cristo, il dono della nostra vita viene reso pieno e completo. Infatti, la nostra vita diventa piena solo quando, una volta accolto il Dono di Gesù, a nostra volta come Lui ci doniamo, anche con fatica, agli altri.

I Postulanti di Brescia

Personalmente mi ha colpito l'estrema schiettezza di Don Fabio che, dopo la morte di suo fratello, ha scelto di non parlare più di “aria fritta” ma di cose concrete, reali, quotidiane, e in particolare mi è rimasta impressa una sua frase lapidaria: “La vocazione è come trovarsi di fronte ad un incendio: o si sceglie di spegnerlo o si fa finta di niente...”. Un appello quindi a intervenire senza farsi troppi problemi perché si è di fronte ad un esigenza, ad una necessità, sicuri comunque che Dio ci vuole bene, che non ci vuole ingannare, e quindi ci farà capire se quella scelta è la cosa giusta o meno.

Matteo

Io invece, sono tornato al luogo dei regali, al “pozzo” dei francescani, al luogo grazie al quale ho preso scelte su come seguire Gesù nella mia vita: come il cammino con una guida spirituale (dopo gva 2008) e l'ingresso in convento (dopo un campo vocazionale). Dio mi riempie di regali l'ha sempre fatto e ancora lo farà ...l'unica cosa che mi chiede ora l'ho compresa maggiormente grazie alla relazione di Cosetta Zanotti, scrittrice bresciana che ha condiviso l'esperienza del dolore dopo la perdita del suo marito. Io sono chiamato a coltivare 2 giardini tra di loro complementari: più mi lascerò amare da Dio nel primo, coltivando la relazione con Lui, più nel secondo sarò capace di costruire relazioni piene di amore verso il prossimo.

Vincenzo


martedì 9 novembre 2010

"UOMINI DI DIO": un film da vedere...e meditare

Da poche settimane è finalmente arrivato in Italia «Uomini di Dio», il film di Xavier Beauvois che racconta la vita dei monaci di Tibhirine, uccisi in Algeria nel 1996. Vincitore del Gran Premio della giuria all’ultimo festival di Cannes, il film è distribuito dalla Lucky Red, non certo un colosso del mercato, che però in questo caso ha dimostrato maggior coraggio di major più famose. In Francia - la patria della «laicità» - nelle prime tre settimane di programmazione, Des hommes et des Dieux (questo il titolo originale della pellicola) ha superato la soglia del milione e mezzo di spettatori. Un successo sorprendente, che il quotidiano cattolico La Croix ha spiegato così: «Il lavoro di Xavier Beauvois è notevole, sia sul piano estetico, sia per la prova degli attori che per la profondità dei temi che affronta: “Uomini di Dio” unisce un soggetto forte - la storia di individui che sono realmente esistiti e la cui evocazione suscita forte emozione - a temi estremamente moderni, che interrogano ciascuno di noi sulla relazione con la propria libertà, il fatto di partire o di restare, sulla propria autenticità e sulla capacità di esistere come individuo all’interno di una comunità...»... «È un film che si ama e di cui si ama parlare - ha scritto un critico -. Gli spettatori sono felici di trovare le parole per discutere le questioni affrontate, per dire cose che raramente vengon dette e di cui solo il cinema permette di parlare. E questo indipendentemente dalla loro età, categoria sociale, e persino dal loro rapporto con la fede. Molti, dopo averlo visto, sollecitano i loro conoscenti: “Andate a vederlo, poi ne parliamo!”. Questo tipo di reazione appartiene solo ai grandi successi cinematografici». C’è un caso analogo e recente di pellicola «spirituale» che ha conquistato il pubblico in maniera imprevedibile: «Il grande silenzio», film-documentario del regista tedesco Philip Gröning, girato nel monastero della Grande Chartreuse, sulle Alpi francesi. Un film che anche la Bbc (accusata, non più tardi di qualche mese fa, di ostracismo nei confronti del cristianesimo) ha mandato in onda di recente. I casi delle due pellicole citate dicono che una domanda spirituale diffusa esiste: tutto sta a coglierla e interpretarla. Dicono pure che vanno superati certi atteggiamenti vittimistici - che non di rado si respirano in ambito cattolico - circa la sordità e l’indifferenza che il «mondo» presta alle proposte della Chiesa. Per il semplice fatto che il Vangelo non ha smesso di essere Buona Notizia. Forse il punto è che siamo noi a non saperlo trasmettere come tale.

Dicono infine, che al messaggio cristiano l’uomo d’oggi - quello che già Paolo VI aveva definito come attento ai testimoni più che ai maestri - è interessato quando percepisce autenticità e radicalità. Perché, infatti, le storie dei monaci di Tibhirine oppure dei certosini francesi colpiscono lo spettatore? Perché fanno percepire uomini veri e radicali, senza mezze misure, nel loro gesto di offerta a Dio e ai fratelli.

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Algeria, i monaci dieci anni dopo

Tibhirine: memoria Viva
di Anna Pozzi
La Chiesa d'Algeria si appresta a celebrare, tra molte difficoltà, il decimo anniversario della morte dei monaci. Ma non c'è riconciliazione senza verità e memoria. Parola di Mons. Teissier

«Se un giorno mi capitasse - e potrebbe essere oggi - di essere vittima del terrorismo che sembra voler coinvolgere attualmente tutti gli stranieri che vivono in Algeria, vorrei che la mia comunità, la mia Chiesa, la mia famiglia, si ricordassero che la mia vita era stata donata a Dio e a questo Paese».

È un dichiarazione di fedeltà al Signore e all'Algeria quella che ricorre nelle pagine del testamento spirituale di padreChristian de Chergé, uno dei sette monaci trappisti rapiti nel monastero di Tibhirine nella notte tra il 26 e il 27 marzo del 1996 e ritrovati morti due mesi dopo.


Sono passati dieci anni, eppure quella della fedeltà resta la cifra più profonda e autentica della presenza della Chiesa in questo Paese, segnato da oltre un decennio di violenza cieca e crudele, da cui non è stata risparmiata. Più di un terzo dei religiosi e dei cristiani sono stati
costretti a fuggiredall'Algeria. Molti tra quanti sono rimasti l'hanno pagato col sangue. Oltre ai sette monaci di Tibhirine, altri dodici tra religiosi e religiose hanno dato la vita. Per non parlare dei dodici cristiani croati, massacrati il primo dicembre 1993, poco distante dal monastero, e di circa 150 europei, molti dei quali cristiani, vittime delle violenza cieca e insensata degli integralisti islamici. Sino all'assassinio di mons. Pierre Claverie, vescovo di Orano, ucciso con una bomba il primo agosto 1996.


Evocando tutto questo,
mons. Henry Tessier, arcivescovo di Algeri, non si stanca di parlare di fedeltà. Lo ha fatto anche nelle scorse settimane, di passaggio a Milano, rievocando quegli anni bui e crudeli, con un velo di commozione, quando davanti agli occhi gli si stagliano le figure umilmente «eroiche» dei suoi «fratelli» e «sorelle» barbaramente uccisi. E, tuttavia, non ha cessato di ribadire, con grande convinzione e determinazione, che è «quella» scelta di fedeltà che ha contraddistinto - e continua a farlo - la Chiesa d'Algeria. «Il testamento del padre Christian è una prova di fedeltà al Vangelo nella relazione con l'islam - ripete -. Una testimonianza di una bellezza capace di toccare il cuore di tutte le persone di buona volontà. Anche il nostro rimanere qui, ieri come oggi, nella guerra come in questa fase di riconciliazione, è un segno della nostra fedeltà alla chiamata del Signore e al popolo algerino».


È, dunque, una storia di incontro, impegno e servizio quella che ha contraddistinto la complessa e drammatica presenza della Chiesa cattolica in Algeria . Non senza equivoci - specialmente nel periodo coloniale - e dure prove, dopo l'indipendenza e soprattutto durante la guerra civile cominciata nel 1992, all'indomani delle elezioni vinte dal Fronte islamico di salvezza (Fis) e annullate dai militari. Eppure, nonostante tutto, questo
piccolo, piccolissimo gregge- circa diecimila fedeli -, drasticamente assottigliato dal conflitto, oggi si sente più algerino che mai. Un'identità conquistata in lunghi anni di presenza, servizio, lotta e, appunto, fedeltà. Con questo spirito ha celebrato, lo scorso novembre, la beatificazione di frère Charles de Foucauld, il «cantore della fraternità universale», come lo definisce mons. Teissier. E ora si appresta a onorare la memoria dei sette martiri di Tibhirine.


«Non sappiamo ancora come potremo celebrare il decimo anniversario della loro morte - afferma l'arcivescovo -. La autorità continuano a ostacolare ogni iniziativa e a porre problemi di sicurezza. Forse hanno paura che si faccia una pellegrinaggio in questo luogo...». Si ferma un attimo, mons. Teissier, assorto, e poi aggiunge convinto: «Ma un
pellegrinaggio si farà!». E non perché la Chiesa lo vuole imporre o per sfidare in qualche modo le autorità locali. Ma perché è qualcosa che, in qualche modo, sta già avvenendo in maniera del tutto spontanea e occasionale. «L'uccisione dei sette monaci di Tibhirine non è qualcosa che si può cancellare o dimenticare. È parte della storia di questo Paese e della sua Chiesa».

Attualmente, c'è un monaco che si reca al monastero tre volte alla settimana per mantenere vive le relazioni con i contadini del posto e accogliere i pellegrini che vi si recano per raccogliersi in preghiera. Qui vorrebbero venire i parenti dei monaci uccisi che, dieci anni fa, a causa dell'imperversare della guerra, non poterono recarsi al monastero (con l'eccezione di una famiglia) per rendere l'ultimo saluto ai loro cari. Ma le autorità locali continuano a porre ostacoli.
Un
ostruzionismo che mons. Teissier legge nel quadro del «processo di riconciliazione» avviato dal presidente Abdelaziz Bouteflika.

Processo culminato nel referendum del 29 settembre 2005, che chiedeva ai cittadini un'adesione alla «Carta per riportare la pace e la riconciliazione».«Certo, tutti quanti lavoriamo per promuovere la pace e la riconciliazione - dice l'arcivescovo - ma questo non può avvenire, cancellando il passato. C'è un dovere di memoria e di verità. Al quale lo Stato contrappone la volontà di non parlare più della guerra e di dimenticare la violenza. Noi, invece, desideriamo ricordare la fedeltà dei monaci al popolo algerino e il dono della loro vita».


Ricordare i monaci vuol dire, innanzitutto, mantenere vivo il significato della loro presenza a Tibhirine. Il monastero, infatti, l'unico in zona rurale - ne esiste un altro delle clarisse nella capitale Algeri -, era un importante luogo di preghiera, che affondava le sue radici e la sua ragion d'essere nella dimensione contemplativa, ma era al tempo stesso un riferimento per la popolazione del posto e in special modo per i contadini, con cui i monaci avevano stretto relazioni feconde, attraverso la creazione di una cooperativa, l'assistenza medica offerta dal loro dispensario, il lavoro con le donne...

Un modo di essere Chiesa tra la gente, a cui si aggiungeva l'accoglienza di molti cristiani che qui venivano in ritiro e in preghiera, e una speciale relazione con un gruppo di sufi, mistici islamici.

«Il monastero di Tibhirine - sottolinea mons. Teissier - incarnava la realizzazione simbolica della nostra vocazione: essere una Chiesa cristiana in relazione profonda con una popolazione musulmana. In questo contesto, anche le parole che avevano un significato teologico sgorgavano sempre dall'incontro quotidiano con la gente che si incontrava».


Da questo incontro, da questo dialogo semplice - dialogo della vita -, dalla preghiera e anche dalla fatica e dalla sofferenza è nato quello che mons. Teissier definisce «uno dei più bei testi cristiani mai scritti», il
testamento spirituale di padre Christian, il priore del monastero di Tibhirine. Un testamento che esemplifica mirabilmente il senso della sua presenza e della sua paziente opera di incontro e di dialogo con i musulmani. Ma che, in un certo senso, rende onore allo spirito con cui tutti gli altri sacerdoti, religiose e laici cristiani hanno vissuto e hanno donato la loro vita in Algeria . E anche a quelli che, tra minacce e attentati, l'hanno ripetutamente rischiata. «In tutti questi anni abbiamo cercato di lavorare per l'incontro, il servizio e la relazione gratuita - conclude mons. Teissier -. Non siamo qui per fare proseliti, ma per essere con loro in nome di Gesù. E chi ci conosce accetta la nostra identità, proprio perché si fonda in questo: un amore cristiano che è amore gratuito».

Mistero e testimonianza

Una prima minaccia, i monaci di Tibhirine l'avevano ricevuto la vigilia di Natale del '93. Ne seguirono altre. Nella zona di Medea, dove si trova il monastero, operavano due gruppi di integralisti islamici, frutto di scissioni interne al Gruppo islamico armato, il Gia, responsabile delle stragi più efferate commesse in Algeria. Ed è proprio il Gia che, un mese dopo, rivendica il rapimento dei sette monaci. Seguiranno altre tre lettere con cui il gruppo chiede la liberazione di alcuni capi islamisti. «Tutti dicevano che non potevano ucciderli - ricorda mons. Teissier -. "Chi segue la religione islamica non può uccidere dei monaci", ci incoraggiavano i nostri amici musulmani».
E invece, il 26 maggio arriva la notizia che due giorni prima i sette monaci sono stati assassinati. Tuttavia, vengono ritrovate solo le teste e sino ad oggi non sono ancora stati rinvenuti i corpi. Così come, a dieci anni di distanza, non è ancora stata fatta piena luce sull'intera vicenda. Chi ha ucciso i monaci? L'ipotesi più accreditata presso la Chiesa algerina, è che siano stati vittima di un conflitto interno al Gia. Tuttavia, un ruolo potrebbero averlo avuto anche l'esercito e i servizi segreti algerini, così come qualcosa sapevano e sanno - senza averlo mai rivelato - i servizi segreti francesi, che pare fossero in contatto con un emissario dei rapitori. Sta di fatto che, oggi, oltre ad offuscare la verità, qualcuno cerca di cancellarne anche il ricordo. Trascurando il fatto che quella dei monaci di Tibhirine è una memoria viva.

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