Tra due giorni celebreremo una delle feste più significative della fede cristiana: la Trasfigurazione del Signore.
Il Vangelo racconta che Gesù prende con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e sale sul monte Tabor. Lì, davanti ai loro occhi, il suo volto cambia: lascia trasparire la sua gloria, la sua identità più profonda, quella di Figlio di Dio. Gesù mostra ai suoi discepoli chi è veramente per prepararli ad affrontare quello che accadrà di lì a poco: la passione e la croce. Prima della prova, dona loro uno sguardo sulla meta.
Anche la nostra vita assomiglia a questo cammino. Viviamo continuamente tra un “già” e un “non ancora”. Con il Battesimo apparteniamo già a Cristo: siamo figli di Dio, parte della Chiesa, chiamati per nome. Ma allo stesso tempo siamo ancora in cammino. La vocazione, infatti, non è solo scoprire cosa fare nella vita, ma soprattutto diventare sempre di più la persona che Dio ha pensato fin dall’inizio.
Essere trasfigurati significa lasciare che Cristo trasformi il nostro modo di vivere, di amare, di scegliere. Significa imparare ad avere i suoi stessi sentimenti, mettere al centro la volontà del Padre e lasciarsi guidare dallo Spirito Santo. È un cammino che ci rende capaci di amare davvero: donando tempo, energie, intelligenza, affetto, mettendo i nostri talenti al servizio degli altri. È così che diventiamo familiari di Gesù.
Ma come avviene questa trasformazione?
Possiamo riconoscere tre tappe. La cosa più importante, però, è ricordare che il protagonista non siamo noi. È Dio che prende l’iniziativa. È il suo amore che ci trasforma, se gli permettiamo di entrare nella nostra vita.
La prima tappa è conoscere Gesù.
Non si tratta semplicemente di sapere qualcosa su di lui o di conoscere il catechismo. Si tratta di fare esperienza della sua presenza. È una conoscenza che nasce dalla preghiera, dall’incontro personale con lui.
La Trasfigurazione avviene proprio mentre Gesù prega. È immerso nel dialogo con il Padre e questa relazione è così profonda da far emergere anche esteriormente ciò che lui è interiormente: il Figlio amato. Accanto a lui compaiono Mosè ed Elia, che rappresentano tutta la Scrittura. Questo ci ricorda che anche la nostra preghiera ha bisogno di essere nutrita dalla Parola di Dio. Altrimenti rischia di diventare solo un dialogo con noi stessi.
Se vogliamo capire la nostra vocazione, abbiamo bisogno di ritagliare tempi veri di silenzio, di ascolto e di preghiera. Dio parla, ma spesso siamo noi a non trovare il tempo per ascoltarlo.

La seconda tappa è imitare Gesù.
Dal cielo il Padre dice: “Questi è il Figlio mio, l’eletto: ascoltatelo.”
Ascoltare Gesù significa lasciare che la sua Parola illumini le nostre scelte concrete: il modo di vivere le relazioni, di affrontare il lavoro, di usare il tempo, di prendere decisioni.
La domanda allora diventa molto semplice: chi sta formando il mio cuore?
A chi do davvero ascolto? Al Vangelo oppure alle mode, ai social, alle aspettative degli altri, alle mie paure?
Il cuore prende la forma di ciò che ascolta. Se lasciamo che sia Cristo a educarlo, diventeremo capaci di guardare il mondo con i suoi occhi, di vivere con misericordia, di amare senza calcoli.
Se invece seguiamo altre voci, rischiamo di indurirci e di perdere la capacità di riconoscere il bene.

La terza tappa è entrare in comunione con lui
Quando lo conosciamo e impariamo a seguirlo, poco alla volta nasce una comunione profonda con lui. Non è qualcosa che conquistiamo con i nostri sforzi: è un dono che accogliamo.
Questa comunione raggiunge il suo vertice nell’Eucaristia. A prima vista sembra che siamo noi a ricevere Gesù. In realtà è lui che accoglie noi dentro la sua vita e ci rende sempre più simili a lui.
Gesù stesso dice: “Chi mangia di me vivrà per me.” E san Leone Magno afferma: “L’effetto dell’Eucaristia è di farci diventare ciò che mangiamo.”
Ogni volta che partecipiamo con fede all’Eucaristia, Cristo ci trasforma un po’ di più. Ci rende capaci di portare la sua luce nelle situazioni ordinarie della vita.
Ed è forse questa la definizione più bella della vocazione: lasciare che la luce di Cristo prenda forma nella nostra vita, fino a diventare visibile nel nostro volto, nelle nostre parole e nelle nostre scelte.

Conclusione
Chiediamo allora al Signore di lasciarci trasfigurare dal suo amore. Perché il mondo ha bisogno di persone perfette? No. Ha bisogno di uomini e donne che, pur con i propri limiti, lasciano trasparire la presenza di Dio nella vita di ogni giorno.
fra Alessandro – fraalessandro@vocazionefrancescana.org


