L’inizio di questo tempo estivo, in cui i ritmi frenetici tendono a dare maggior spazio a momenti di maggior respiro e distensione, nasconde una bella opportunità: quella di coltivare maggiormente il silenzio.
Questo atteggiamento è essenziale per fare chiarezza dentro di noi, far emergere ciò che ci abita davvero e ci aiuta a capire chi siamo, cosa vogliamo davvero, quale direzione desideriamo dare alla nostra vita. Inutile dire perciò che per fare discernimento è vitale coltivare questo stile di silenzio nell’apertura all’ascolto. Un silenzio buono, infatti, vissuto in relazione con il Signore, aiuta a rimettere ordine, a fornire punti di osservazione nuovi, a non farci reagire solo di pancia o di testa ma unificando il nostro vissuto. Il silenzio è capace di restituirci il senso e il gusto della vita. Soprattutto se lasciamo che venga abitato da Dio e dal suo Spirito.
In questi giorni mi è capitato di ritornare sulla lettera pastorale del 2023 scritta dal vescovo di Verona, Domenico Pompili. Il testo affronta proprio il tema del silenzio. Vi propongo di leggere la prima parte di questo documento. Per chi fosse interessato, qui trova tutta la lettera.
Buona lettura!
fra Damiano – fradamiano@vocazionefrancescana.org
Nel silenzio è insito un meraviglioso potere di osservazione, di chiarificazione, di concentrazione sulle cose essenziali. (Dietrich Bonhoeffer)

Non è un caso, forse, che sempre più numerosi siano quelli che cercano spazi e tempi di deserto. È possibile che anche lo straordinario successo che ha oggi il camminare, rappresenti una forma di riscoperta del silenzio. In un mondo segnato dalla velocità, dall’utilità e dal rendimento, andare a piedi è una prova di resistenza che privilegia la lentezza e la gratuità, a volte perfino la conversazione. Risponde, in ogni caso, a una ricerca di interiorità e di ritorno all’essenziale perché diventa un modo per stabilire una distanza tra sé e il rumore, per immergersi nel silenzio di una foresta, per misurarsi lungo un sentiero impervio, per arrivare dinanzi a un mare d’inverno su una spiaggia deserta. Riposizionare il silenzio al centro della propria esistenza significa ascoltare la parte più vera di sé, in mezzo al frastuono frenetico di un mondo inquinato dal rumore: il rumore esterno e quello, ancor più pervasivo, dei vari dispositivi elettronici, che creano una “eco” assordante ed isolante. Ritrovare il silenzio interiore è indispensabile per evitare che tutto diventi opaco e confuso e per non chiudersi all’altro da sé. Senza il silenzio, infatti, è impossibile capire chi siamo e che cosa vogliamo diventare. Il silenzio è una sorta di bene comune da preservare nella propria esperienza, nella relazione interpersonale, nella vita sociale e politica. In primis, però, nella vita spirituale.

Sono consapevole che si tratta di un tema che spinge ad andare contro-corrente: il silenzio è una realtà “contro-ambientale”, perché oggi tutto tende ad essere “riempito”, mentre per essere generativi occorre essere accoglienti e non già saturi. Il silenzio è recettivo, non impositivo; è comprendere, non prendere; è contemplativo e proattivo insieme. Vivere concretamente il silenzio, farne l’esperienza, capovolge il nostro sguardo sulla realtà perché svela un’altra postura esistenziale e quindi un atteggiamento pratico diverso. C’è forse una nostra responsabilità nell’aver abbassato il livello dell’ascolto ed aver riempito il mondo, quello esteriore e quello interiore, di rumore. Ma può diventare anche un compito possibile da ripensare: diventare, sia come persone che come comunità, spazi di ascolto, laboratori di contemplazione.
Del resto, se ci si sofferma un istante di più oltre la narrazione evangelica, si scoprono di Gesù non solo le parole, ma anche i silenzi. Come quando si accovaccia accanto alla donna buttata in pasto alla violenza e all’umiliazione e, stando in silenzio, scrive sulla sabbia (cfr. Gv 8,1-11). Solo dopo dirà “chi non ha peccato scagli la prima pietra”. Forse il Maestro ci ha voluto insegnare quale debba essere, in ciò che siamo chiamati a fare, l’ordine di precedenza. Non a caso, nel miracolo del sordomuto (cfr. Mt 7,31-37), prima guarisce le orecchie e poi scioglie la lingua di quell’uomo. Sembra dire: prima viene l’ascolto, ovvero il silenzio. Ma poi, tutte le volte che si commuove, che prova compassione, entriamo anche noi nel suo silenzio che, prima ancora di farsi cura si fa contemplazione e commozione.
È proprio vero: dal vuoto nascono le “chiacchiere”, dal silenzio nascono le “parole”. Però, come nel nostro organismo c’è un colesterolo “buono” e uno “cattivo”, così c’è anche un “silenzio buono” e un “silenzio cattivo”. L’omertà, ad esempio, è un silenzio cattivo; non infrangere il muro di certi silenzi che coprono le ingiustizie, delle connivenze con poteri violenti è silenzio cattivo. Tacere su questioni vitali come pace, giustizia e salvaguardia del creato è un esempio di questo mutismo irresponsabile e colpevole. Per contro, è un silenzio buono quello di chi si concede spazi di solitaria riflessione al mattino o alla sera, così come è buono il silenzio di chi non pretende di avere immediatamente qualcosa da replicare su qualsiasi notizia, ma sa meditare nel proprio cuore, cercando di non reagire con la pancia, ma neppure solo con la testa.

Oggi c’è bisogno di silenzio per ritrovare il senso, il gusto della vita. Il rischio o, forse, il fatto è che chi bussa alle nostre porte, alle porte delle nostre comunità, invece troppo spesso non lo trovi. Come se il silenzio sia un bene di prima necessità che abbiamo però consumato, finito, senza farne scorta. Come può finire l’olio o il sale. Il problema vero è se la ricerca del silenzio viene colmata con l’offerta di cose, di rumore, ma non di ciò che dal silenzio si genera: la Parola.
Invece, questo è il nostro compito se qualcuno bussa: il Silenzio e la Parola devono brillare sempre sulle nostre tavole. Nella vita, nella morte, nel dolore, nell’amore, cerchiamo parole e gesti in grado di esprimere qualcosa e non li troviamo. Spesso, anche le nostre stanche liturgie sembrano aver smarrito la sapienza di una ritualità che aiuta a dare forma e senso alla vita e ai suoi momenti topici. Eppure, proprio questo sarebbe uno dei regali che possiamo fare ancora al mondo, senza presunzione, ma coltivando quel che a nostra volta abbiamo ricevuto e che siamo chiamati a trasmettere: “Fate questo in memoria di me”.
Domenico Pompili, Sul silenzio. Lettera pastorale alla chiesa di Verona, 2023.


