Tra i primi compagni di san Francesco, uno dei più sorprendenti è sicuramente fra Ginepro. A prima vista poteva sembrare un uomo strano, quasi un buffone o un pazzo. Ma chi lo conosceva davvero scopriva in lui un “giullare di Dio”: una persona libera, autentica e profondamente innamorata del Vangelo.
Era umbro come san Francesco e proveniva da una famiglia semplice. Aveva un carattere fuori dal comune e viveva quella che potremmo chiamare la “santa pazzia”: una fiducia in Dio così grande da far sembrare folli alcune sue scelte. San Francesco diceva che avrebbe desiderato avere una selva di frati come Ginepro, e anche santa Chiara amava la sua compagnia.
Un famoso episodio che descrive bene questo suo essere semplicite è il seguente:
Un confratello malato chiese a Ginepro di preparargli un “peduccio di porco” (una zampa di maiale). Ginepro si diresse nel bosco, trovò un maiale che grufolava e, colto da un entusiasmo smisurato, tagliò la zampa all’animale vivo per portarla al malato. Il proprietario del maiale, infuriato per la mutilazione, andò a lamentarsi con i frati. Ginepro, invece di difendersi, raccontò l’accaduto con gioia e candore, muovendo così a compassione il padrone del maiale che, pentito, finì per macellare l’animale per donarlo ai frati.
La sua vita ci ricorda che si può seguire Gesù con gioia, con umorismo e con un cuore leggero, senza prendersi continuamente troppo sul serio.
La semplicità secondo san Francesco
Quando san Francesco parla di semplicità non intende ingenuità o superficialità. La semplicità è uno stile di vita che nasce dal Vangelo. Significa liberarsi di ciò che è superfluo, vivere con un cuore povero, riconoscere ogni persona come un fratello o una sorella e lasciare spazio a Dio invece che al proprio orgoglio.
Uno dei primi biografi racconta che Francesco si impegnava con grande cura a educare i suoi frati “a camminare con passo sicuro sulla via della santa povertà e della beata semplicità”.
Essere semplici significa avere un cuore autentico. Vuol dire vivere senza maschere, senza doppi fini, senza cercare di apparire diversi da ciò che si è. Francesco e Ginepro erano persone trasparenti: quello che pensavano, dicevano; quello che dicevano, cercavano di viverlo.
Nel Vangelo Gesù invita a diventare semplici come i bambini. Non perché siano ingenui, ma perché si fidano, si affidano, non sono ossessionati dalla propria immagine e non vivono facendo continuamente calcoli. Anche Francesco e Ginepro avevano questo atteggiamento: affrontavano la vita con fiducia, senza essere troppo preoccupati del proprio prestigio o di ciò che gli altri pensavano di loro.
Questa semplicità rende davvero liberi. Liberi dal bisogno di dimostrare qualcosa, di apparire migliori, di cercare continuamente approvazione. E quando una persona è libera, riesce anche a costruire relazioni più vere, profonde e sincere, fondate sulla fiducia reciproca.

Semplicità e discernimento vocazionale
Che rapporto c’è tra la semplicità e il discernimento della propria vocazione?
Un rapporto molto profondo. È difficile riconoscere la chiamata di Dio se il nostro cuore è pieno di paure, di maschere, di aspettative o del desiderio di piacere agli altri. La semplicità ci aiuta a spogliarci di tutto ciò che non siamo veramente, per riscoprire la nostra identità più profonda.
Discernere significa imparare a distinguere ciò che è essenziale da ciò che è secondario. Significa riconoscere i doni che Dio ci ha affidato e capire come metterli al
servizio degli altri. Ma questo richiede il coraggio di “potare” tante cose inutili: abitudini, sicurezze, immagini di noi stessi, sogni che forse non ci appartengono davvero. E, come ogni potatura, anche questa può fare male.
Per questo la semplicità non è una strada facile. È un cammino di libertà interiore.
Chi vive con un cuore semplice non passa la vita a fare calcoli su ciò che gli conviene. Cerca piuttosto ciò che è vero, ciò che è buono, ciò che conduce a Dio.
Per questo san Francesco amava profondamente questa virtù. Uno dei suoi primi biografi scrive:
«Amava negli altri la santa semplicità, figlia della Grazia, vera sorella della Sapienza, madre della Giustizia. […] È la semplicità che, contenta del suo Dio, disprezza tutto il resto; che non sa dire né fare il male; che non desidera per sé alcuna carica; che preferisce l’agire all’imparare o all’insegnare. È la semplicità che non cerca la scorza ma il midollo, non il guscio ma il nocciolo, non molte cose ma il molto.»
Conclusione
Forse è proprio questa la domanda che fra Ginepro consegna anche a noi: che cosa sto cercando davvero? Sto inseguendo l’apparenza o la verità? Cerco di costruire un’immagine di me oppure desidero diventare la persona che Dio ha sognato fin dall’inizio?
La vocazione nasce proprio qui: in un cuore che diventa semplice, libero e disponibile ad ascoltare la voce di Dio.
fra Alessandro – fraalessandro@vocazionefrancescana.org
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