Anche il 2024 è stato un anno ricco di esperienze in missione per tanti giovani (e meno giovani), che hanno accolto l’invito di vivere un tempo di incontro con l’altro, il diverso, in luoghi lontani o vicini, assieme a noi frati francescani. Condividiamo con voi allora alcune testimonianze, certi che le parole di questi “missionari” possano essere di stimolo e ispirazione per i cammini di ciascuno di noi!
Siamo Alessandra e Bianca, insegnanti di scuola superiore. Questa estate abbiamo vissuto una esperienza di volontariato lungo la rotta balcanica dei migranti.
Nella scelta della meta, fondamentale è stato l’aiuto di fra Valerio Folli, responsabile del Centro Missionario Francescano dei Frati Minori Conventuali del nord Italia. Fra Valerio ci ha messo in contatto con l’organizzazione JRS, Jesuit Refugee Service, che in Bosnia opera all’interno dei campi e dei servizi di ospitalità per i migranti.
Il confine tra Bosnia e Croazia è in realtà il confine con l’Europa e qui, dopo viaggi estenuanti a partire dalle loro terre di origine, si concentrano famiglie e giovani uomini che, scappando da guerre e povertà, sognano di entrare in Europa per trovare pace e condizioni di vita dignitose.

La prima settimana siamo state a Sarajevo, dove abbiamo alloggiato in una casa per minori non accompagnati gestita dal JRS. Qui erano ospitati sei giovani ragazzi, afgani e marocchini, in Bosnia ormai già da parecchi mesi. Con loro trascorrevano le serate tra cucina etnica ed infinite partite a uno. Inizialmente i ragazzi erano timidi e diffidenti, ma in breve l’ambiente è diventato molto familiare e li abbiamo sentiti come nostri figli. Impossibile non voler bene a quegli occhi scuri e profondi che ti guardano e si raccontano! Qui abbiamo incontrato anche gli operatori della casa, cominciando a vedere quel mondo di persone che, in silenzio, per lavoro o per volontariato, dedicano la loro vita e il loro tempo ad aiutare i migranti.
Sempre a Sarajevo, durante il giorno ci recavamo in un campo profughi per famiglie. Qui operano diverse organizzazioni umanitarie e noi ci siamo affiancate alle attività della Caritas Italiana nel Social Corner del campo, un grande stanza dove gli ospiti possono trovare momenti di ristoro e socialità. Facevamo un po’ di tutto: preparavamo caffè e tè, giocavamo con i bambini, aiutavamo nelle pulizie e cucinavamo insieme. Ed ecco la scoperta: conta poco quello che fai, conta esserci! Piccoli gesti, che nella quotidianità possono sembrare insignificanti, nel contesto alienante del campo fanno la differenza. Le persone che abbiamo incontrato hanno lasciato alle spalle amici, case e famiglie, viaggiano da mesi o anni, indesiderate e mal tollerate, sono ormai rassegnate ad incontrare diffidenza e ostilità. Tu non fai nulla di grande: sorridi ed offri un bicchiere di tè zuccherato; loro ti guardano e sembrano non crederci… è per loro una porta che si apre, è accoglienza.

La seconda settimana ci siamo spostate a Bihac, una cittadina vicino al confine con la Croazia, e abbiamo partecipato alle attività del Centro Diurno del JRS. Il clima qui è diverso: ancora un passo e c’è l’Europa. La vita dei migranti qui si intreccia solamente per un istante con quella di chi li accoglie: loro vogliono andare, non sono qui per fermarsi. Tu credi di essere lì per condividere cibo e semplici cure e invece scopri che se solo gliene dai l’opportunità loro sono pronti a condividere le storie: ti aprono il cuore, e con il cuore ti fanno scoprire i loro mondi. Pensavi di dare e ti trovi a ricevere
A Bihac i migranti stanno sempre per partire, camminare… hanno i piedi feriti, piagati, hanno bisogno di scarpe e di calze. Partono per quello che chiamano “il game”: con uno zaino leggero sulle spalle, una busta di plastica con pochi averi e un sorriso, affrontano l’ennesimo tentativo di attraversare il confine. Partono sapendo quanto sarà difficile e rischioso, eppure quel sorriso non scompare dai loro volti. Spesso tornano indietro dopo pochi giorni, in condizioni terribili, vittime della brutalità della polizia di frontiera, privati dei loro pochi averi, restano senza scarpe, giacche, telefono (unico contatto con le famiglie). In queste condizioni mantenere la dignità è davvero difficile.
Al Centro diurno del JRS, vengono accolti, curati e abbracciati. Basta poco, 4 fornelli e un frigorifero pieno. A cucinare ci pensano loro: uova, pomodoro, pollo e spezie diventano in pochi istanti una padella piena in cui molte mani intingono il pane. È comunione!

Abbiamo incontrato persone meravigliose, sia tra gli operatori che tra i migranti: Dzeneta, con la sua intelligenza acuta e travolgente, Goga, un vulcano di energia, Luisa, folle ed entusiasta, Roberta, forte e dolce allo stesso tempo, Luna con il suo zaino pieno di garze e pomate. C’era Sadat, con il suo sguardo triste in cerca di risposte, Ibrahim, che alla sera ci preparava il tè marocchino, Jamal, il cuoco di Bihać, Salah e Hamza, che ci hanno scelto come “mamme adottive”. E ancora Amina, Emina, Selma, Lamia, Akmed, Vedram e tanti altri i cui volti resteranno per sempre impressi nel nostro cuore.
Ogni giorno è stato vita semplice, ma di giorno in giorno i nostri occhi hanno imparato a guardare oltre lo sporco e i vestiti logori; se smetti di guardare la loro povertà, scopri le persone, la loro bellezza, la loro ricchezza.
Descrivere le emozioni vissute non è semplice: gli sguardi che abbiamo incontrato, gli abbracci che ci hanno riscaldato, le storie che ci hanno toccato profondamente e le speranze che, nonostante tutto, hanno saputo rasserenarci.

“Non ho fatto la differenza nelle loro vite, vite difficili e piene di ostacoli, ancora tutte da scrivere, ma loro, senza dubbio, hanno segnato la mia. Vivendo quei pochi giorni immersa nelle loro realtà, ho imparato il valore della gratuità. Ho ridimensionato ciò che pensavo fosse importante, rendendomi conto che molte cose sono solo accessorie. Ho scoperto la bellezza di dare senza aspettarsi nulla in cambio, di condividere il proprio tempo e il proprio cuore con chi ne ha bisogno. Ho capito che non serve essere eroi per fare la differenza: basta esserci, mettere il cuore in ogni gesto, grande o piccolo che sia. Anche offrire una tazza di tè con un sorriso può significare molto.”
Alessandra

“Sono tornata con una domanda in testa: perché sono andata? perché il Signore mi ha portato lì? Le parole di Hamza il giorno della nostra partenza sono suonate in principio come una carezza, una lusinga: “from now on, I’ve got two moms”, ma poi si sono piantate come un seme nel mio cuore: non sono io ad essere andata lì per loro, loro erano lì per me, loro sono i miei figli, loro sono i miei fratelli. Sono dispersi, sono lontani, sono sofferenti….cosa devo fare? Forse ciò che devo fare è semplicemente andare a cercarli qui, nella mia città, dietro l’angolo di casa mia.”
Bianca

Mi chiamo fra Alberto e sono in cammino come Frate Minore Conventuale. Il mio desiderio di rimettere piede terra cilena si è concretizzato molto prima di quanto potessi pensare, poiché non è consuetudine rifare un’esperienza di missione per la seconda volta durante il periodo di formazione come frate. Sono rimasto molto sorpreso che i miei formatori mi chiedessero di andarci nuovamente ma questa volta per un periodo di circa sei mesi: dalla fine di luglio 2023 agli inizi di febbraio 2024.

Arrivando in Cile, mi sono reso conto di come l’esperienza di poco più di un mese dell’anno precedente avesse lasciato in me dei semi che sono fioriti inconsapevolmente nell’arco di poco tempo, infatti, conoscendo già alcune usanze culturali o modalità relazionali del popolo cileno e alcuni vocaboli che avevo imparato, sono riemersi nell’arco di pochi giorni, a differenza dell’esperienza precedente dove tutto era nuovo e andava scoperto.
La mia permanenza si è divisa in due momenti: ho vissuto i primi tre mesi nel convento di Santiago del Cile dove ho fatto un corso di lingua spagnola per consolidare la lingua. È stato interessante vedere come fosse diverso quello che studiavo da quello che avveniva nel momento in cui uscivo dalla scuola: pur comprendendo la lingua nelle lezioni, appena sentivo parlare le persone del luogo facevo molta fatica a comprenderli, quasi che parlassero un’altra lingua che aveva poco a che fare con lo spagnolo. Questo mi ha fatto capire come la scuola mi poteva dare solo delle basi da cui partire, e il lavoro più grosso andava fatto tra la gente e in strada.
Ho avuto la possibilità di festeggiare la grande ricorrenza cilena della “festa patria” nel mese di settembre, giorni in cui le persone si sentono parte di un unico Paese nonostante le varie difficoltà economico e sociali: si mette al centro lo stare insieme con musica, danze cibo e condivisione. Un elemento tipico di questa festa è la Messa cilena che presenta, al termine della celebrazione, un “passo di cueca”, un ballo tipico della cultura cilena dedicato alla Vergine Maria. Questo è forse un elemento significativo che mi ha fatto comprendere come ogni popolo ha qualcosa di proprio nel vivere la fede, qualcosa che lo caratterizza, intrinseco della propria cultura e religiosità, e lo manifesta come un dono di qualcosa che gli appartiene.

In questi mesi ho scoperto quanto sia importante per un cileno lo stare insieme e il condividere. È un popolo molto sentimentale e affettuoso, che non ha paura di aprirsi e di commuoversi anche in pubblico. Mi ha colpito, di fatto, come siano molto calorosi e accoglienti, con la forza di essere felici nonostante le difficoltà quotidiane. Un popolo religioso che ama coltivare la propria fede personalmente e comunitariamente. Patriottici e legati alle proprie origini, mettono al centro come valore primario la persona e il rispetto per chi hanno davanti. Infatti è tipico che prima di ogni incontro o appuntamento è necessario condividere la giornata o qualcosa del vissuto e solo poi si può iniziare l’incontro. Non importa l’età: giovani, adulti o anziani, possono stare insieme e conoscersi fino a notte fonda perché spesso è la sola occasione da sfruttare al meglio. Significativo è che uno dei pasti più importanti della giornata sia la “once”, che viene fatta nel tardo pomeriggio, a base di te o caffè e accompagnato da panini, cibi salati e dolci da condividere: la convivialità e lo stare insieme in modo informale sono il nucleo principale della cultura cilena. Non solo, i cileni sanno distinguere i momenti seri da quelli di divertimento, che sono molto intensi, e sanno passare dall’uno all’altro nell’arco di pochissimo tempo senza che si minimizzi uno o si renda monotono l’altro.
Durante il periodo di permanenza in Cile ho vissuto in due conventi, Santiago e Curicò, dove ho sperimentato il servizio pastorale tipicamente missionario. I frati vivono la vita di convento e da questa partono per svolgere i servizi pastorali e poi vi ritornano nuovamente, perché, tutto ciò che svolgono è solo la cornice di un quadro che è la vita fraterna. I frati custodiscono il loro stare insieme che è fatto di preghiera, pasti condivisi, lavori in casa e uscite fraterne. La bellezza dell’essere missionario forse risiede proprio in questo, nel custodire e nel sentirsi custoditi per poi spendersi e donarsi al servizio.
Infine il mese di gennaio è stato un tempo in cui mi sono preparato al rientro in Italia, infatti ho iniziato a salutare chi avevo incontrato perché, dopo tanti mesi di esperienza, le relazioni si sono intensificate ed era necessario preparare il distacco. I saluti calorosi e la mia commozione mi hanno fatto capire come mi sia legato molto a queste persone tanto da desiderare, in futuro, di poter ritornare nuovamente in Cile per continuare con la missione e passare da una semplice esperienza a un periodo di vita più lungo.

Ciao! Mi chiamo Tommaso, ho 23 anni e sono nato e cresciuto a Milano, sebbene ora vivi in Danimarca per motivi di studio. Quest’estate ho avuto la fortuna di partecipare all’esperienza missionaria “Testimoni della Speranza in Indonesia”, organizzata dal Centro Provinciale Missionario della Provincia Italiana Sant’Antonio di Padova dei Frati Minori Conventuali. Dopo un periodo di preparazione, sono partito per l’isola di Sumatra dove ho soggiornato per circa quattro settimane a Pematangsiantar, in un centro di riabilitazione chiamato Harapan Jaya, tradotto “Buona Speranza”. Il centro è gestito da otto suore francescane, tutte e otto indonesiane, e ospita bambini giovani e adulti con disabilità motorie e/o mentali.
I ragazzi, che in questo centro vivevano a tempo pieno, venivano assistiti in ogni aspetto della loro vita quotidiana: erano nutriti e lavati, e ricevevano cure mediche con percorsi di fisioterapia, ergoterapia e logopedia, adattati alle esigenze individuali di ciascuno. A chi era in grado, veniva garantito l’accesso all’istruzione presso le scuole del quartiere. Oltre a queste cure e attenzioni, bambini e ragazzi venivano trattati e amati proprio come dei figli. Nel centro lavoravano inoltre stabilmente una quindicina di operatori che aiutavano le suore nella gestione del centro.

Sono partito con il desiderio di incontrare una cultura profondamente diversa e di interfacciarmi con condizioni di minor agio economico. Partivo anche e soprattutto con la certezza che a fare esperienze nuove e singolari, si scopre sempre qualcosa di nuovo e inatteso. I primi giorni dal mio arrivo sono serviti per ambientarmi e fare conoscenza, poi amicizia, con suore, ragazzi e operatori del centro. La mattina, dopo sveglia presto e la colazione in sala da pranzo con le suore, mi univo agli operatori per accompagnare i bambini a scuola, a cinque minuti a piedi dal centro. Vedevo che erano molto contenti di essere accompagnati, mi salutavano calorosamente prima di iniziare la loro giornata. Tornato, aiutavo in cucina, fino all’ora di pranzo. Amo cucinare, ed essere stato esposto a gusti, ortaggi, frutti e approcci alla cucina così diversi da quelli a cui siamo abituati in Europa è stato davvero affascinante.
Il pomeriggio era dedicato al gioco. Tenevo compagnia ai bambini per quanto potevo e loro tenevano compagnia a me. Al centro, in quel momento, ero l’unico volontario, e a volte faticavo nel sentirmi un po’ isolato e solo a causa della forte barriera linguistica. Sono grato di cuore a suore, bambini e al personale di Harapan Jaya che si sono spesi molto per farmi sentire accolto e ben voluto. La sera dopo cena amavo giocare a carte con le suore, il cui gioco preferito era il burraco: al popolo indonesiano piace molto ridere, e l’atmosfera era sempre allegra e frizzante.
Dall’esperienza vissuta mi porto via diversi insegnamenti importanti, e mi piacerebbe soffermarmi su due in particolare. Durante la mia permanenza, mi sono particolarmente affezionato a un bambino di nove anni di nome Ando. Nonostante la sua difficile condizione, essendo privo di mani, piedi e della mandibola inferiore, il suo sorriso non mancava mai. Nei suoi occhi ho scorto una vitalità rara e autentica. In opposizione alla mentalità occidentale che spesso associa la felicità a comodità, benessere e possesso, Ando rappresenta per me la prova che la felicità non dipende dalle circostanze materiali e non passa attraverso di esse.
Il secondo aspetto riguarda il valore del tempo. Noto che nel nostro paese, nei grandi centri urbani in particolare, si viva riempiendo le giornate di cose da fare, con la fretta di arrivare la sera con la lista più alta di impegni portati a compimento. In questa frenesia io personalmente perdo facilmente la consapevolezza di ciò che sto facendo e le ragioni che mi inducano a farlo, finendo a operare per automatismi. Un esempio positivo viene invece dagli indonesiani che ho conosciuto, capaci di dare il giusto tempo ai singoli eventi della giornata, aiutati anche dal minor numero di distrazioni a loro disposizione.
















