sabato 20 giugno 2009

Giovani in ricerca ed esperienze di servizio

29 Aprile-3 maggio 2009: Grumello dell Monte (Bg)- Istituto Luigi Palazzolo: In questi giorni i giovani del Gruppo di ricerca vocazionale “San Damiano” e i postulanti di Brescia hanno condiviso una forte esperienza di vita fraterna, di servizio e spiritualità presso una casa gestita dalle Suore delle Poverelle che accoglie un centinaio di donne (le “ragazze”) con gravi disabilità. Un luogo certo segnato dalla sofferenza e dal dolore, dove il limite si rivela nella sua cruda realtà, ma anche un luogo contrassegnato, soprattutto dalla gioia e dalla letizia pasquale. La speranza, la fede e quindi la preghiera e l’amore vi regnano e ne costituiscono l’aria e il respiro: difficile non esserne contagiati pur essendo travolti da subito da tante domande sul senso e il perché della vita come della morte, come della sofferenza ! Paradossalmente, tali domande che altrove non hanno facile risposta qui trovano una direzione, si quietano, si rivelano feconde. Infatti accanto a queste “ragazze” davvero povere di tutto, se è certo immediato incontrare il Signore Gesù sofferente sulla croce, diventa però più facile anche intuire e sperimentare la Sua vittoria sul male e la morte. Per questi motivi, insieme alla speciale accoglienza che ogni volta ci viene rivolta anche dalle suore e da tutto il personale, ormai da qualche anno Grumello è diventato un appuntamento importante per i giovani in discernimento vocazionale. Di seguito trascrivo la testimonianza “frizzante” di Matteo, uno dei più giovani partecipanti (20 anni) insieme alla testimonianza di Christian===================================================
Esperienza a Grumello descritta da un “VOCATO” (Matteo, giovane del Gruppo san Damiano!!).Ecco, ora andrò a descrivere la fantastica esperienza vissuta in quel di Grumello al ponte di maggio.
Noi, “VOCATI” e i postulanti di Brescia, insieme siamo partiti alla volta del R.S.D Palazzolo, un istituto per Disabili tutto al femminile, per cercare di concretizzare la spiritualità assimilata negli incontri e nella preghiera condivisa in un anno di cammino. Recandomi in quel luogo già sapevo che principalmente avrei dovuto fare compagnia a quelle “ragazze” portandole fuori a fare un giretto, aiutandole nei pasti, stando loro vicino per come mi era possibile…..Inizialmente non v’è stato quella distanza e forse quel po’ di “ribrezzo” tipico delle “prime volte” ; per me infatti questa non era la prima esperienza con queste persone (ero già venuto lo scorso anno). Ma devo anche dire che, rispetto alla precedente occasione, ho vissuto anche una sorta di delusione, forse aspettandomi la medesima grande emozione, lo stesso grande trasporto, vissuto un anno fa: sentimenti che invece non si sono ripetuti!!!
Questo però mi ha fatto comprendere che in me “bravo Volontariato” forse , accanto a nobili sentimenti e pure intenzioni , coesistevano anche ambiguità, attese nascoste , pretese di gratificazione e bisogno di riconoscimento ben lontani da un operare per l’altro gratuito e “puro”.
Ho compreso anche che bisogna stare attenti, vegliare su se stessi e soprattutto non usare le esperienze “forti” come mezzo di piacere per sé, ma piuttosto purificare la propria motivazione interna e “muoversi” e agire per una necessità genuina d’amore verso l’altro che sola scaturisce dall’esempio della croce e dalle parole di Gesù. Ma… tale cosa è difficile sia da comprendere che da attuare.
Ho poi notato nelle “ragazze” degli aspetti molto belli e provocanti: in loro c’è per esempio una spontaneità nella relazione che è assolutamente “assurda”! Esse infatti non si fanno problema alcuno mostrando tutte sé stesse, anche i loro difetti, senza avere dunque quegli atteggiamenti di difesa o interesse che a volte caratterizzano le nostre relazioni.Infatti, se guardo a me stesso, personalmente tante volte ho difficoltà nel relazionarmi sinceramente e in gratuità: sono talmente condizionato dagli “altri” e dalle loro opinioni, che spesso faccio una cosa per ricevere “rinforzi” o sostegno o riconoscimenti ( i complimenti delle persone, il successo, la “conquista dell’altra”, i bisogni impulsivi…).Queste donne, queste “ragazze” per la società dell’estetica e della produzione in cui siamo immersi, sono brutte, dis-abili e dunque non abili a svolgere attività manuali e mentali…; ma sono proprio queste, le cose più importanti di una persona?
Oppure l’importante è quello che ci sta dentro?
Penso che l’interiorità e l’umanità, siano le dimensioni più importanti e che da questo punto di vista noi cosiddetti “normali” siamo in realtà i veri “disabili”, quelli cioè che spesso non sono capaci di andare oltre i propri interessi e il proprio egoismo, quelli che nelle relazioni faticano a mostrarsi in verità( anche nella debolezza) spesso camuffandosi e nascondendosi dovendo e volendo invece mostrare solo e sempre il meglio di sé.
Loro sì che sono in gamba !! E poi… il dolore e la sofferenza che loro provano le rende molto simili a Cristo! Chissà… , forse è solo il dolore la strada dell’autenticità! Ma… c’è mistero dietro esso.
Credo che le “ragazze”, loro sì hanno capito Gesù: come Lui infatti, portano la sofferenza essendo per giunta innocenti e migliori di molti altri…Una sofferenza che , mi pare di intuire, oltre ad una possibile espiazione del “male del mondo”, permette loro di essere dimora dello Spirito di Gesù.Forse non so bene spiegarlo, ma i miei occhi hanno intravisto lo Spirito di Gesù che era dentro di loro … ed era fantastico! Era come se non fossero loro a vivere, ma Gesù in loro. Ma quante volte i nostri occhi non “sono capaci di vederLo” un pò come i discepoli sulla via di Emmaus che Lo riconobbero non per l’esteriorità, ma per il modo in cui spezzò il pane ( amò al punto di “perdersi”) e per come rese grazie ( non lamentandosi… anzi ringraziando ).
E quella misteriosa presenza invisibile perché non esteriore, ci influenzava e ci trasmetteva a noi, poveri mortali, quella strana gioia, assurda per le categorie di “giudizio” del “mondo” (infatti per esse quello è un luogo di disperazione e noia).
Un esperienza come questa non può essere comunicata tramite semplice descrizione, bisogna viverla..
Quindi coraggio RAGA abbattete i pregiudizi che provocano “paura” perché ne vale la pena…ma occhio, perché risulta brutto e limitante se a muoverci sono le nostre aspettative o il nostro piacere, magari rivestititi di spiritualità e di generosità…!!!
Matteo.
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Esperienza a Grumello: testimonianza di Christian
Per prima cosa mi presento brevemente: mi chiamo Christian, ho 27 anni e sto scrivendo questa lettera per raccontare una forte esperienza che ho vissuto nella speranza che questa possa essere d’aiuto a chi, come me, ha iniziato un cammino di profonda ricerca che lo sta portando a crescere nella fede. È passato circa un mese da quando sono partito da Padova per partecipare ad un’iniziativa di servizio e fraternità a Grumello del Monte insieme ai postulanti di Brescia e ai ragazzi del gruppo San Damiano: porto ancora oggi nel cuore la serenità di quei giorni e il ricordo delle emozioni vissute ma soprattutto della grande lezione di vita che le ospiti della casa mi hanno impartito. A Grumello è presente un centro che ospita circa 150 donne con problemi di salute di varia natura: quando ho deciso di partecipare ero convinto di andare a fare 3 giorni di servizio, ero deciso a mettermi a disposizione di queste ospiti per poterle aiutare e star loro vicino. Confesso prima di partire ero molto insicuro e preoccupato perché avevo avuto occasione di fare qualche ora di volontariato in un centro simile, ma comunque per me era un’esperienza nuova ed io, caratterialmente, mi preoccupo sempre un po’ quando devo affrontare un qualcosa di nuovo….cosa dirò quando incontrerò le ospiti? Cosa dovrò fare? Sarò in grado di essere loro d’aiuto? Mi dava un po’ di serenità sapere che non sarei stato solo nel gruppo in cui avrei prestato servizio, con me ci sarebbero stati 2 postulanti e questo placava un po’ le mie preoccupazioni ma allo stesso tempo sapevo che in questa esperienza dovevo mettermi in gioco in prima persona! In questi giorni tante sono le sorprese e i doni che Dio mi ha fatto…la prima sorpresa l’ho vissuta proprio la prima mattina, quando ho incontrato le ospiti del gruppo a cui avrei prestato servizio: la loro accoglienza, i loro gesti, la loro semplicità di cuore hanno subito fatto scomparire ogni preoccupazione mettendomi completamente a mio agio. Nei tre giorni vissuti in loro compagnia ho ricevuto davvero una grande lezione di vita e per questo oso affermare che questa è stata un’esperienza che “stravolge”. Il loro modo di affrontare la vita e la loro semplicità nell’incontro e nelle relazioni con le altre persone mi ha fatto capire quanto a volte nella mia vita di tutti i giorni stavo sbagliando: il loro essere felice per le piccole cose e per i piccoli gesti che ricevono dai volontari, i loro sorrisi anche nel dolore e nella sofferenza che la vita pone davanti, la loro semplicità anche nella preghiera che sentivano fondamentale nella loro vita mi ha fatto capire quanto sia bello affrontare nella semplicità e senza troppe preoccupazioni l’incontro con le persone e la vita di tutti i giorni mettendo al centro della propria vita l’esempio del Signore. Le mie preoccupazioni iniziali si sono quindi trasformate in un desiderio di mettermi in gioco davvero e completamente, non solo durante i tre giorni in loro compagnia ma soprattutto nell’affrontare la vita di tutti i giorni: ho percepito il desiderio di seguire il loro esempio trovando non più in tutto ciò che mi stava attorno ma dentro di me la forza necessaria, senza preoccuparmi per mille cose, per il come e il cosa ma affrontando la vita e anche le difficoltà con serenità e semplicità e soprattutto con grande fede nel Signore. Pensavo di essere io a fare servizio a loro: il ruolo si era invertito! Le ospiti mi avevano donato un insegnamento grande per la mia vita! Un altro dono importante che ho ricevuto in questi giorni è la fraternità, il clima familiare che si è subito creato con i ragazzi che ho incontrato e che con me condividevano questa esperienza. È stato davvero bello e importante per la mia crescita poter condividere con loro l’esperienza vissuta, potermi confrontare in quello che stavo provando e vivendo: da ognuno di loro ho ricevuto consigli importanti ed una parola di sostegno e d’aiuto per il cammino che sto affrontando. Nella fraternità ti senti appoggiato, sostenuto e questo ti permette allo stesso tempo di imparare a camminare con le tue gambe, di crescere e trovare sempre maggiore forza e coraggio in te stesso, per lanciarti e affrontare le tue difficoltà, le tue paure e superare quelli che tu consideri i tuoi limiti. Il terzo dono importante che ho ricevuto durante questi giorni è stato riscoprire l’importanza della preghiera nella mia vita. Durante i tre giorni passati nel servizio ho riscoperto quanto sia arricchente prendermi del tempo per la preghiera, per mettermi in ascolto del Signore: ho potuto capire quanto sia bello mettere Gesù al centro della mia vita, potersi donare agli altri perché ogni giorno senti l’amore che proviene da Dio, sentire la Sua presenza che ti dona una grande forza e ti permette di superare ogni paura e accogliere l’amore ed i doni che ogni giorno Dio ti fa.
Come accennavo all’inizio è ormai passato un mese da questa esperienza e i tre doni che ho descritto sono quanto di più prezioso questa esperienza poteva darmi… ora sto imparando a coltivare i doni ricevuti durante questa esperienza, piccoli germogli di crescita che sono nati grazie alla fraternità, al servizio e all’ascolto della Parola, nella vita di tutti i giorni, nel mio quotidiano… lo ammetto non è sempre semplice, le difficoltà non mancano… ma sento che il Signore rinnova ogni giorno l’invito a seguirLo portando con se la propria croce fatta di problemi e difficoltà. Sento che è anche grazie ad esperienze come quella che ho vissuto che Dio ci indica la via da seguire e ci dona la forza necessaria per seguirLo anche nelle difficoltà che ogni giorno ci troviamo ad affrontare.
Christian

giovedì 11 giugno 2009

Giocare o...Giocarsi?


I mesi estivi sono per molti giovani il tempo dove "si tirano le fila" di percorsi e ricerche vocazionali: c'è un "decidersi", un "fruttificare" che deve prendere forma e direzione , pena la sterilità di una ricerca per quanto vissuta in modo impegnato e serio. La scelta, qualsiasi scelta, è di per sè sempre un poco drammatica: è aprire una porta.. è un chiuderne altre. Senza la scelta però il pericolo incombente è l'eterno procrastinare, il continuo svolazzare di esperienza in esperienza, il non afferrare la vita: un GIOCARE anzichè ...GIOCARSI. Al riguardo vi propongo una profonda riflessione del cardinal Martini.


L’icona che può rimanere come sfondo della nostra riflessione sul giocarsi è quella di Gesù che «si gioca» nell’Eucaristia e nella Croce, amando i suoi fino alla fine, eis to télos. Troviamo espressa bene questa immagine nel vangelo secondo Giovanni: «Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta l’ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine» (Gv 13,1).
Nel verbo giocarsi c’è anzitutto il tema della definitività: saprò pronunciare un «sì» definitivo al Signore? Adempirò le mie promesse? Vivrò correttamente la castità? Sarò in grado di affrontare il compito e le responsabilità che mi vengono affidate?
Perché ‘giocarsi’ è, di fatto, molto diverso dal ‘giocare’. Quando gioco, niente mi proibisce, a un certo punto, di ritirarmi, mentre se mi gioco taglio i ponti, mi comprometto definitivamente, non mi è più possibile tornare indietro.
E c’è anche l’aspetto del rischio, dal momento che ‘giocarsi’ non significa semplicemente calcolare, valutare accuratamente, bensì mettere in conto l’imprevedibile. Addirittura, nel ‘giocarsi’ c’è, come ingrediente, un pizzico di irresponsabilità; devo andare al di là di ciò che è garantito, che rientra sicuramente in tasca. Un pizzico di follia, dunque, un gusto dell’avventura.

Paolo si gioca (At 20,22-24)
Volendo cercare, nella Sacra Scrittura, qualche testo che ci aiuti a riflettere sul tema del giocarsi, comincio ricordando alcune parole di Gesù in Marco: «Chi perderà la propria vita, la troverà» (Mc 8,35). E ancora: «Entrate per la porta stretta» (Mt 7,13).
Che cosa è la porta stretta? Istintivamente pensiamo che stretta è la porta della rinuncia, del sacrificio, per la quale ci si sforza a passare vincendo se stessi, ponendo qualche gesto significativo di austerità. Al contrario, larga è la porta che tutti preferiscono, la porta della facilità e della comodità. C’è del vero in tutto questo, perché in realtà il Signore ci chiama alla vigilanza, al sacrificio. Credo tuttavia che è stretta la porta di chi si accetta povero, inadeguato, fragile, senza però temere il giudizio misericordioso di Dio; di chi non ha paura di fronte agli altri né di fronte al futuro, sentendosi amato, accolto, valorizzato, riabilitato dal Signore, ed è così che uno può giocarsi. Larga è la porta di chi non vuole aver bisogno della divina misericordia, di chi si erede autosufficiente e non si scopre, non chiede, si nasconde.
Mi sembra tuttavia più utile ricorrere a un altro brano del Nuovo Testamento, che descrive l’esperienza concreta vissuta da un uomo che si è giocato e che a un dato momento della sua vita, ha compreso che si stava giocando l’avvenire. Parlo dell‘apostolo Paolo e del suo famoso discorso a Mileto, dove tra l’altro dice:
«Ed ecco ora, avvinto dallo Spirito santo, io vado a Gerusalemme senza sapere ciò che là mi accadrà. So soltanto che lo Spirito santo in ogni città mi attesta che mi attendono catene e tribolazioni. Non ritengo tuttavia la mia vita meritevole di nulla, purché conduca a termine la mia corsa e il servizio che mi fu affidato dal Signore Gesù, di rendere testimonianza al messaggio della grazia di Dio» (At 20,22-24).
E’ un testo che possiamo dividere in tre parti:
1) giocarsi la vita;
2) giocarsi la vita avvinto dallo Spirito
(è la condizione senza la quale non ci si può giocare);
3) la motivazione del giocarsi: «purché porti a termine il servizio che mi è stato affidato».

Consideriamo le singole parti.

1). Il giocarsi la vita
Il giocarsi la vita è al centro del discorso: «Non ritengo tuttavia la mia vita meritevole di nulla», quindi mi butto, mi lascio andare. La nota della Bibbia di Gerusalemme suggerisce un altro modo di tradurre questa parola - chiave: «Ma che cosa valga la vita ai miei occhi, non vale la pena di parlarne». Ancora più efficace, a mio avviso, è la traduzione della Bibbia interconfessionale: «Quel che mi importa non è la mia vita, ma portare a termine la corsa». E Jean Dupont, commentando il discorso di Mileto, sintetizza ulteriormente il significato della frase:
«La mia vita non vale nulla di fronte a ciò che mi sta davanti».
La versione greca è indubbiamente difficile da tradurre, perché è densa, probabilmente frutto di due espressioni:
— «non faccio conto della mia vita» e «non ritengo la mia vita preziosa» — fuse insieme. In ogni caso, chi legge non può non avvertire la forte emozione con cui Paolo ha pronunciato queste parole nelle quali si gioca totalmente.
Che cosa vuol dire, per l’Apostolo, ‘giocarsi’?
a) Una prima risposta la troviamo nella lettera del Concilio di Gerusalemme che, presentando Paolo e Barnaba, li descrive così: « I carissimi Barnaba e Paolo, uomini che hanno votato la loro vita al nome del Signore Gesù Cristo» (At 15,26). Paolo non fa conto della sua vita perché l’ha votata al nome del Signore Gesù. Il testo greco di At 15,26 è più pregnante: «Hanno abbandonato la loro vita al nome del Signore Gesù Cristo», l’hanno dedicata in perpetuo.
Paolo si gioca la vita non per disprezzo, per stanchezza, bensì in conseguenza del fatto che l’ha votata al suo Signore.
L’impeto che lo muove irresistibilmente appare pure dal seguito del racconto, quando tutti lo supplicano di non andare a Gerusalemme, perché si sa che lo aspettano catene e prigione. Egli però risponde: «Perché fate così, continuando a piangere e a spezzarmi il cuore? Io sono pronto non soltanto a essere legato, ma a morire a Gerusalemme per il nome del Signore Gesù» (At 21,13).

b) Un secondo sentimento vive Paolo, e appare, per esempio, nella prima Lettera ai Tessalonicesi: «Così affezionati a voi, avremmo desiderato darvi non solo il Vangelo di Dio, ma la nostra stessa vita, perché ci siete diventati cari» (1 Ts 2,8). Ciò che gli permette di giocarsi è anche l’affetto profondo per coloro che ha generato in Cristo e che, per questo, gli sono diventati carissimi. Essendosi lasciato, per primo, perdonare e amare dal Signore, avendo capito di essere amato da Dio nella sua povertà, è divenuto capace di dare perfino la vita per gli altri. Torna qui l’immagine della porta stretta nella quale si entra con la vera misura di noi stessi, misura di poveri peccatori, misura di persone che, avendo perso la propria dignità e avendola ricevuta da Dio in pienezza e in totalità, non solo si sentono spinte ad annunciare con gioia il Vangelo della grazia, ma a sacrificare la vita pur di annunciarlo.
Dunque Paolo è pronto a morire per Cristo e per coloro che ha generato in lui.

2. Giocarsi la vita «avvinto dallo Spirito».
Per comprendere meglio l’espressione, occorre leggerla insieme ad altre due: «Io vado a Gerusalemme», «senza sapere che cosa là mi accadrà».
* “Avvinto dallo Spirito” non vuol dire semplicemente: ‘legato nello Spirito’, cioè, non posso fare altro, avverto che è l’unica scelta possibile; significa piuttosto essere legato dallo Spirito. E lo Spirito Santo che gli ha impresso nel cuore quella decisione irrevocabile, è lo Spirito che lo muove. Nella Lettera a Filemone, scriverà: «Sono prigioniero di Cristo» (Fm 1,9), in catene materiali e insieme avvinto da Gesù. Siamo di fronte a una condizione spirituale in qualche modo mistica; il Signore agisce in lui al punto che Paolo vede il giocarsi come la realizzazione piena della sua vita.

* Avvinto dallo Spirito, dichiara: «Io vado a Gerusalemme». Quella dell’andata nella Città santa è una metafora ricchissima; indica infatti il termine del cammino umano, dove ci si identifica con Gesù proprio nel luogo dove il Figlio del Padre si è consegnato per noi, dove l’umanità è stata raggiunta e salvata dalla dedizione di Dio.
Gerusalemme è il termine reale e simbolico del cammino in cui si è legati e mossi dallo Spirito, e si sperimenta che questo è il proprio destino e quello della umanità. Non dipende da noi la decisione di andare a Gerusalemme, bensì dall’impulso che il Signore mette nel nostro cuore.

* «Senza sapere ciò che là mi accadrà»: meglio, sapendo che non mi attendono gloria, successo, trionfi. Tuttavia non ho alcuna incertezza, mi affido completamente.
Viene alla mente un versetto della Lettera agli Ebrei:
«Per fede Abramo, chiamato da Dio, obbedì, partendo da un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava» (Eb 11,8).
Non si può calcolare ciò che accadrà, anzi si sa che potranno capitare incidenti gravi, fatti spiacevoli, incomprensioni e sofferenze, ma ci si gioca, ci si butta quando si è avvinti dallo Spirito di Dio. Abramo partì sapendo quello che lasciava, ed era molto, e non quello che avrebbe trovato. Paolo si avvia a Gerusalemme prevedendo addirittura eventi negativi e drammatici, però nella certezza che deve andare per giocarsi così come si è giocato il suo Signore nella passione e nella morte.
Ci accorgiamo come l’icona di Paolo che sale a Gerusalemme sia molto importante per definire il cammino del cristiano.

3. Purché conduca a termine la mia corsa e il servizio che mi fu affidato dal Signore Gesù

«Purché conduca a termine la mia corsa e il servizio che mi fu affidato dal Signore Gesù di rendere testimonianza al messaggio della grazia di Dio», cioè la buona notizia che Dio ama gli uomini. Ogni parola di questo versetto 24 andrebbe medita a lungo.

* «Purché conduca a termine la mia corsa»: Paolo paragona il suo cammino a una gara sportiva bella, coraggiosa, nella quale si butta con entusiasmo, una corsa da vincere, non un peso da portare. Egli vuole giocarsi in maniera definitiva, giungendo al traguardo della corsa.

* «E il servizio che mi fu affidato dal Signore», il ministero. Ministero o servizio o diaconia che, come sappiamo, non consiste soltanto nella colletta che deve portare a Gerusalemme (pur se essa è significativa della Chiesa primitiva e dell’importanza delle relazioni fraterne tra le Chiese). È il suo impegno pastorale che condurrà a termine solo giocandosi in quel modo.

* Il servizio pastorale affidatogli dal Signore è, in realtà, di «rendere testimonianza al messaggio della grazia di Dio», dell’amore di Dio per l’umanità. Ciò che dunque Paolo vuole a ogni costo e che gli permette di giocarsi è l’assolutezza del ministero; la vuole a ogni costo perché è il dono supremo del Padre all’uomo, è l’annuncio definitivo che può testimoniare, annuncio per cui vale la pena di giocare la vita.
Paolo si gioca sul suo legame con Gesù «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me»: (Gal 2,20), sull’importanza dell’annuncio del Vangelo per noi; si gioca per tutti i credenti del suo tempo, per i suoi fratelli ebrei, per coloro che in futuro crederanno all’amore di Dio, all’amore di Cristo Gesù.
Vi suggerisco di riflettere più ampiamente e più attentamente sul brano del discorso a Mileto, in modo da penetrare nel cuore di Paolo. Noi siamo chiamati allo stesso fuoco che ardeva in lui, che lo animava, e lo Spirito vuole avvincere anche noi, vuole che ci giochiamo per il nome del Signore Gesù e per un ministero da portare a termine a tutti i costi, pur non sapendo chiaramente che cosa tale ministero comporterà.

Quattro tesi per la meditazione
Vorrei esprimere alcune tesi che riassumano, in forma propositiva, il giocarsi di Paolo.

1. Se lo consideriamo nella sua natura, condizioni e motivazioni, ci accorgiamo che il giocarsi dell’Apostolo non è affatto un’operazione irresponsabile, anche se audace e rischiosa. E’ un’operazione compiuta nella luce dello Spirito Santo e nella grande motivazione del ministero, che non ha nulla a che vedere con il volontarismo, con la ricerca del brivido. Si è lasciato invadere dalla forza di Dio e l’ha sentita in maniera talmente prepotente da mettere al primo posto l’annuncio che il Padre ama gli uomini, quindi l’amore per Gesù a cui si è donata la vita e l’amore per i fratelli. Questo duplice amore è salvezza e rende vero il giocarsi: chi si perde così, si salva.
Giocarsi allora è un atto supremo di saggezza, è comprendere che l’uomo non sarà mai se stesso se non si decide ad andare al di là di sé, se non accetta l’invito a buttarsi oltre se stesso; però con le condizioni di pienezza dello Spirito, di amore per Cristo, di percezione della sublimità del ministero, superiore a qualunque altro servizio all’umanità: proclamare che Dio ama gli uomini.

2. La seconda tesi è che il giocarsi è frutto di tre realtà: è frutto dello Spirito santo, quindi dono che possiamo umilmente chiedere, riconoscendo di non averlo e confessando di desiderarlo (frutto dunque dell’accettazione della nostra creaturalità, fragilità, povertà). È frutto di legame intenso e unico con Gesù, instaurato in totalità di dono. E’ frutto di legame con la gente, già vissuto nel ministero o come anticipazione (voglio donarmi per il bene degli altri).

3. Nel giocarsi, così come l’abbiamo inteso, è implicita la perseveranza. Paolo non vuole fare semplicemente un gesto eroico, di un momento, bensì vuole condurre a termine la sua corsa. Il giocarsi implica una dedicazione definitiva, fino alla fine, ed è quindi qualcosa di molto grande.

4. Nel giocarsi è inoltre implicita la scioltezza e il gusto del rischio. Per questo è profondamente umano e ha un certo rapporto con l’arte, con la musica, con la fantasia, con l’estetica, con il gioco. Mentre Paolo risponde agli amici che lo pregano insistentemente di non andare a Gerusalemme, ci appare sciolto e ben consapevole che il suo giocarsi è un rischio.

Domande per la preghiera personale
Le quattro tesi che ho voluto offrirvi, a modo di sintesi, ci introducono a quattro domande per la preghiera e per la vostra personale riflessione.

A) Sono avvinto dallo Spirito di Cristo? Naturalmente non dobbiamo cercare in noi dei segni esteriori o una coscienza sperimentale dell’essere avvinti dallo Spirito. Invece, dobbiamo pensare alle tante difficoltà che abbiamo superato fino a questo momento, e riconoscere che non ci saremmo riusciti se non fossimo stati avvinti dallo Spirito.
Chiediamo con umiltà la presenza dello Spirito che ci ha già donato di perseverare in un cammino irto di difficoltà interne, esterne, di ambiente, di mentalità, di costume, di cultura, in una società che rende improbabili le scelte da noi compiute o che stiamo per compiere.
Essere avvinti dallo Spirito significa, in altre parole, riconoscere la grazia che ci muove giorno dopo giorno.
B) Sono prigioniero di Cristo Gesù? Lo ritengo davvero necessario per me?
Siamo prigionieri di Cristo se avvertiamo che senza di lui la vita non ha alcun senso, che Gesù solo dà significato a ciò che viviamo, che è lui il nostro essere più profondo.
C) Come anticipo la mia responsabilità per gli altri? In quale modo sento che gli altri mi sono cari e li porto nella mia offerta, nella mia ricerca, nel dono di me stesso?
D) Come vedo la perseveranza futura con il suo quotidiano giocarsi? E’ una domanda sull’implicazione ovvia del giocarsi che è la perseveranza. La considero un peso di cui ho paura, oppure l’unico modo di essere autentico? Autenticità è un insieme di attenzione, intelligenza, riflessione e amore, Non è sfuggendo a un peso, bensì giocandomi in esso che cresco nella verità di me stesso di fronte a Dio e di fronte ai fratelli.
Come dunque immagino e sento la mia perseveranza?

Conclusione

«Ti ringraziamo, Signore Dio fedele, perché continuamente ci dimostri la fedeltà al tuo progetto fondamentale che è Cristo Gesù in noi. Tu non rinneghi tale progetto e non rinneghi nessuno di noi; ci dai, invece, la certezza di poter risponderti con analoga fedeltà, pur se siamo deboli, fragili, inadeguati. Rafforza in noi questa certezza, nella contemplazione del Mistero eucaristico che attualizza il sacrificio di tuo Figlio, e nella frequentazione assidua della tua Parola. Fa’ che, sonetti da tale certezza, riusciamo davvero a seguire Gesù, a conformarci alla sua condizione filiale con animo sicuro e pacificato. Amen».

Frate Francesco Ravaioli, novello sacerdote


Ho visto la gioia sul volto della Chiesa
Una testimonianza all’indomani dell’ordinazione

Nel mese di maggio frate Francesco, un nostro giovane frate francescano conventuale della comunità di Brescia, è stato ordinato sacerdote. La celebrazione ha avuto luogo nella chiesa francescana della sua città natale, la Basilica di San Francesco a Ravenna, nel pomeriggio di sabato 9 maggio 2009. Tra i presenti anche vari sacerdoti ravennati, oltre ai molti confratelli provenienti da Brescia, Padova e dall’Emilia-Romagna. Di seguito ecco la sua bella testimonianza anche ad incoraggiamento dei tanti giovani che in questi mesi estivi concludono i loro cammini vocazionali e sono nella fase "critica" e importante di una scelta di vita per il Signore.

Cari amici,
con queste righe desiderio condividere con voi ciò che ho vissuto e vivo attorno all’ordinazione presbiterale. Fr. Alberto più volte mi aveva incoraggiato a “dargli una mano”: in questa circostanza proprio non posso e non voglio tirarmi indietro. Mi spingono i traboccanti sentimenti di gratitudine che provo in questo periodo. Ho manifestato in vario modo il mio ‘grazie’ a tanti e in modo particolare ai miei frati, ma mi pare cosa buona fare risuonare questa parola... anche in questo angolo di www, che so esse utile a molti.
I giorni dell’ordinazione mi hanno donato moltissimo. Anzitutto la presenza viva del Signore, che ha vegliato con amore i miei slalom tra un impegno e l’altro. Il dono di un sacramento e di una nuova identità, che non so se riuscirò mai a comprendere fino in fondo. La consapevolezza viva e sensibile delle molte cure che ho ricevuto e ricevo dai miei confratelli, familiari ed amici.
E poi varie ed intense emozioni: una non piccola novità interiore – maturata anche grazie a questo passaggio – è stata proprio una rinnovata capacità di gustare e condividere ciò che ho provato. Prima dell’ordinazione tanta trepidazione: ansietà, dubbi, paure, preoccupazioni. E poi dentro la liturgia di ordinazione e oltre: pace, pace e ancora pace. Infine una gioia sovrabbondante. Il bello e il soprannaturale di questa gioia sta nel fatto che mi è stata donata! Dall’Alto. E dai molti presenti (con il corpo, oppure no). È una gioia incapace di stare immobile: si spostava continuamente di mano in mano e spessissimo tornava tra le mie mani. Una vera gioia di Chiesa!
Sì, credo proprio che non riuscirò a dimenticare facilmente questi giorni, perché ho potuto vedere il volto della Chiesa brillare di gioia. È davvero importate che io faccia tesoro di questa esperienza unica, perché – come mi ha scritto un giovane prete – già so che le difficoltà e le sofferenze non mancheranno nel ministero. Ma allora potranno trovare senso e persino utilità se entreranno in dialogo con la gioia: mia e della Chiesa.
Grazie ancora, fratelli!

frate Francesco Ravaioli