La figura di Abramo ha molto da insegnarci. La sua esperienza può parlare anche a noi, uomini con millenni di distanza dalla sua realtà e dalla sua vita. Tuttavia, il racconto del suo incontro con Dio può aiutarci a sfatare alcuni modi di leggere la vocazione e alcuni aspetti riguardanti l’esperienza di fede.
Vi propongo qui un estratto dal libro della Genesi (in particolare gli ultimi versetti del capitolo 11 e l’inizio del capitolo 12), in cui si parla per la prima volta Abram e veniamo a conoscenza del suo incontro con il Signore. Per correttezza vi dico subito che quanto dirò non è tutta farina del mio sacco, ma frutto di qualche lettura e approfondimento sul tema che ha dato vita anche a riflessioni personali.
Dal libro della Genesi (Gen 11,27-12,6)
1127Questa è la discendenza di Terach: Terach generò Abram, Nacor e Aran; Aran generò Lot. 28Aran poi morì alla presenza di suo padre Terach nella sua terra natale, in Ur dei Caldei. 29Abram e Nacor presero moglie; la moglie di Abram si chiamava Sarài e la moglie di Nacor Milca, che era figlia di Aran, padre di Milca e padre di Isca. 30Sarài era sterile e non aveva figli.
31Poi Terach prese Abram, suo figlio, e Lot, figlio di Aran, figlio cioè di suo figlio, e Sarài sua nuora, moglie di Abram suo figlio, e uscì con loro da Ur dei Caldei per andare nella terra di Canaan. Arrivarono fino a Carran e vi si stabilirono.
32La vita di Terach fu di duecentocinque anni; Terach morì a Carran.121 Il Signore disse ad Abram:
“Vattene dalla tua terra,
dalla tua parentela
e dalla casa di tuo padre,
verso la terra che io ti indicherò.
2Farò di te una grande nazione
e ti benedirò,
renderò grande il tuo nome
e possa tu essere una benedizione.
3Benedirò coloro che ti benediranno
e coloro che ti malediranno maledirò,
e in te si diranno benedette
tutte le famiglie della terra”.4Allora Abram partì, come gli aveva ordinato il Signore, e con lui partì Lot. Abram aveva settantacinque anni quando lasciò Carran. 5Abram prese la moglie Sarài e Lot, figlio di suo fratello, e tutti i beni che avevano acquistati in Carran e tutte le persone che lì si erano procurate e si incamminarono verso la terra di Canaan. Arrivarono nella terra di Canaan 6e Abram la attraversò fino alla località di Sichem, presso la Quercia di Morè. Nella terra si trovavano allora i Cananei.
Com’è evidente, il capitolo 11 fornisce il contesto di partenza: ci parla del padre di Abram, Terach, e del suo desiderio di spostarsi in una nuova terra, Canaan. Solo in seguito alla sua scomparsa emerge la figura di Abram (cap. 12). È lui a ricevere un comando divino, a cui seguono una promessa e l’azione conseguente all’obbedienza.

Una Parola che irrompe nella vita
Stupisce come l’inizio di tutto avvenga per l’irrompere della Parola di Dio. In tutto il brano non ci sono dialoghi, non c’è nessuno che parli. Ci sono molte azioni, ma poche parole. L’unica parola è quella del Signore, che irrompe improvvisamente nella vita di Abram. Essa appare come una parola misteriosa. Non ci viene detto cosa accada di preciso, né in che modo si manifesti Dio.
Questo silenzio ci lascia sicuramente interdetti e ci fa domandare in quale modo Dio si faccia sentire. È anche vero, però, che tacere questa informazione ci rimanda alla nostra esperienza di incontro con Dio. Quando nelle storie vocazionali si sente dire “il Signore mi ha detto”, spesso ci si riferisce ad un’esperienza intima di incontro profondo con il Signore. Essa non consiste in tante parole, ma in un’intuizione che assume la forma di una Parola o si identifica con un’espressione particolare che assume per noi significato.
Questo incontro fa poi scoprire una promessa di bene che mette in gioco Abram e lo sprona a mettersi in cammino. Riconosciamo che è avvenuto un incontro con Dio proprio dai gesti di Abram. Improvvisamente qualcosa cambia, non è più lo stesso e allora gli viene chiesto di andare. L’irrompere della Parola di Dio è sì misterioso nella sua modalità, ma è forte ed efficace.
Una promessa che attraversa la storia
Il comando divino, infatti, viene preso sul serio. Chiederà ad Abram una promessa “prolungata”, non semplicemente in un solo istante o in pochi anni, ma nel tempo. Questa promessa attraversa tutta la vita di Abram. Il Signore chiama ciascuno di noi ad assumere tutta la vita come luogo in cui cercare e trovare il vero dono di Dio, luogo in cui cercare e trovare Dio stesso, datore di ogni dono.
È opportuno sottolineare come Dio non inviti Abram a lasciare le cose che gli appartengono. Spesso questo brano viene affiancato ai racconti di vocazione presenti nei Vangeli. Lì è Gesù che chiama. Il Verbo fatto carne passa lungo le strade della Galilea e invita alla sequela. Lì si legge che i discepoli lasciano tutto e lo seguono. Nell’episodio del giovane ricco, si legge della difficoltà a lasciare le proprie ricchezze, ciò che uno possiede.
Qui, però, l’invito è diverso. Dio invita Abram a lasciare, certamente… ma cosa? Lasciare un’identità geografica, sociale e familiare: la terra in cui stava, la parentela, la casa del padre. Ma in che senso lo invita a lasciare? Da quello che Abram farà poi, è chiaro che l’invito consiste nel prendere le distanze dalla realtà in cui si trovava bloccato. Fino ad allora, Abram non aveva agito in prima persona. Fino ad allora, Abram era legato alla figura autorevole di riferimento, suo padre. Abram era stato “preso” (cf. Gen 11,31) da Terach, insieme a tutti gli altri membri del clan familiare, per muoversi verso Canaan. Si erano però fermati a Carran, stabilendosi lì, lasciando il cammino a metà.
Lì Terach muore. Proprio lì Dio incontra Abram e lo invita a lasciare quel luogo in cui la vita si era insabbiata. Dio invita quindi Abram a lasciare ciò che non gli dava vita per rimettersi in cammino sulla base della Parola di un altro Padre.

Prendere in mano la propria esistenza
Abram, però, non è invitato a lasciare ogni cosa. Dio lo invita a prendere in mano la propria esistenza. Potremmo quindi dire che Dio invita Abram alla responsabilità verso la propria vita, a giocarsi sul serio e a mettersi in discussione in prima persona per il proprio futuro!
Dio chiama Abram a lasciare quella realtà legata unicamente a suo padre e a prendere ciò che è ora suo per portare frutti propri. La cosa ancor più sorprendente è che Dio non stravolge l’itinerario previsto, ma guida Abram proprio lì dove suo padre Terach aveva intenzione di andare: Canaan!
La richiesta del Signore ad Abram è quindi quella che rivolge a chiunque venga incontrato da Lui e desideri iniziare un cammino per una vita ricca di senso. Questa richiesta è infatti quella di assumere la presente condizione che viviamo come luogo nel quale il Signore manifesta la sua potenza e la sua benevolenza.
La promessa di Dio, infatti, si radica lì dove sperimentiamo la nostra maggiore povertà, precarietà e marginalità. È in questa fragilità che Abram incontra l’aspirazione ad una vita autentica, ottenibile solamente dall’adesione al solo vero bene che è il Signore.
Le ferite di Abram sono quella della mancanza di una discendenza e dell’essere un esule. L’invito di Dio ad andare è invito ad assumere la condizione di precarietà così da fare esperienza della benedizione. La vocazione collega il mettersi in cammino con la promessa che si traduce in benedizione universale, per tutte le genti. Tutto ciò lo porterà a sperimentare quanto può dire anche san Paolo: «per grazia di Dio sono quello che sono» (1Cor 15,11).
Da oggetto a soggetto
È bello notare come, a seguito di tutto questo, sia ora Abram a “prendere” le proprie cose. La lista è la stessa di Terach: Abram prende Lot, figlio di suo fratello, Sarai, sua moglie, e tutti i beni ereditati o ottenuti. È però Abram, ora, a compiere quelle azioni. È diventato lui protagonista dell’inizio della propria vita nuova insieme al Signore.
Spesso crediamo che sia necessario spogliarci di tutto e così “gettiamo via l’acqua sporca con il bambino”, ritrovandoci senza nulla tra le mani. Solitamente, invece, non ci viene richiesto di privarci di ciò che il Signore stesso ci ha donato, ma di liberarci da ciò che non ci permette di essere liberi.
La contraddizione della fede appare evidente: la chiamata di Abram è un invito ad andare incontro ad una realtà futura senza fuggire la realtà presente, ma prendendola su di sé.

«Vai verso te stesso»
Prendendola con sé, Abram coinvolge tutta la sua famiglia. Per fede siamo figli di Abram e noi, famiglia di Abram, possiamo lasciarci a nostra volta coinvolgere in questa chiamata ad una fede profonda in Dio.
Possiamo anche noi prendere sul serio e con responsabilità (cioè come una risposta a una chiamata) la nostra vita e seguire ciò che il Signore già suscita nel nostro cuore. È ciò che abita la profondità di noi stessi ad essere risvegliato dall’incontro con Lui ed è questa stessa realtà di chi siamo ad essere liberata gradualmente per venire alla luce.
Nell’originale ebraico, l’espressione “vattene” può essere interpretata anche in senso riflessivo. Essa quindi può avere il significato metaforico di “vai verso te stesso, vai dentro di te”. Solo entrando in contatto con la nostra coscienza possiamo riconoscere la voce di Dio che ci chiama nuovamente all’esistenza, ad una vita piena che valga la pena di essere vissuta.
Una promessa che apre nuovi orizzonti
Le promesse che Dio rivolge non sono delineate nei dettagli. Hanno piuttosto la forma di intuizioni che aprono orizzonti nuovi, più grandi e più ampi di quelli che Abram stesso aveva in mente.
La terra gli verrà indicata, la sterilità di coppia non riceve modalità immediata di soluzione. Entrambe le cose si fondano su un’unica certezza: il Signore agirà perché si è impegnato a portare a compimento la sua promessa.
Questa promessa è capace di interpellare il passato e il futuro di Abram secondo gli stessi ingredienti: la genealogia (di Terach e poi di Abram) e la terra (di Carran e di Canaan), a cui si aggiunge la benedizione. In queste ferite di morte, Dio è capace di suscitare novità di vita e pienezza di benedizione.

Il coraggio di mettersi in cammino
In Gesù possiamo trovare il coraggio per fare passi autentici che abbiano il sapore di vita… Lui stesso ci invita a farli senza paura. Possano queste parole essere sprone per molti e molte di voi che si chiedono quale direzione dare alla propria esistenza.
«Vi ho detto questo perché abbiate pace in me. Nel mondo avete tribolazioni, ma abbiate coraggio: io ho vinto il mondo!» (Gv 16,33)
Se desideri metterti in cammino come Abram, ecco quello che fa per te! Per quelli che cercano!
Al Signore Gesù sempre la nostra lode!
Fra Damiano – fradamiano@vocazionefrancescana.org


