La vita
Continuiamo il nostro viaggio alla scoperta dei primi compagni di san Francesco. Oggi incontriamo il beato Egidio di Assisi, che molti autori considerano, dopo san Francesco, la più autentica incarnazione dello spirito francescano.
Egidio fu il terzo compagno del Poverello di Assisi, dopo Bernardo di Quintavalle e Pietro Cattani. A differenza di loro, però, non proveniva da una famiglia ricca: era un semplice bracciante, analfabeta e di umili origini. Non dovette lasciare grandi beni per seguire Francesco, perché viveva già nella povertà. Possedeva soltanto un mantello, che dopo pochi giorni donò a un mendicante incontrato lungo la strada.
La sua vita fu caratterizzata da due pilastri: una preghiera intensa e il lavoro. Soffermiamoci proprio su quest’ultimo, perché ci aiuta a comprendere quanto san Francesco considerasse importante guadagnarsi il pane con il proprio impegno. Per lui il lavoro, quando è vissuto con fedeltà e devozione, è una vera grazia di Dio.

La grazia del lavoro
Nelle Fonti Francescane questo tema ritorna spesso, soprattutto parlando del lavoro manuale, visto non solo come un mezzo di sostentamento, ma come una via di santificazione e un modo concreto per contribuire a costruire un mondo più fraterno.
«Tutti i frati cerchino di applicarsi alle opere buone; poiché sta scritto: Fa’ sempre qualche cosa di buono affinché il diavolo ti trovi occupato… L’ozio è il nemico dell’anima. Perciò i servi di Dio devono sempre dedicarsi alla preghiera o a qualche opera buona.» (FF 25)
Per Francesco il lavoro aveva anzitutto il compito di tenere lontano l’ozio, che considerava il vero nemico della crescita umana e spirituale. L’ozio, infatti, apre la porta alle lamentele, all’egoismo, allo sfruttamento degli altri e mina la fraternità. Per questo chiamava “frati mosca” coloro che vivevano alle spalle degli altri senza impegnarsi, perché “volavano” continuamente senza produrre nulla di buono per la comunità.
Nel suo Testamento ribadisce con decisione questa convinzione:
«Ed io lavoravo con le mie mani e voglio lavorare; e voglio fermamente che tutti gli altri frati lavorino di un lavoro quale si conviene all’onestà. Coloro che non sanno, imparino, non per la cupidigia di ricevere la ricompensa del lavoro, ma per dare l’esempio e tener lontano l’ozio.» (FF 119)
Il valore del lavoro manuale era già presente nella tradizione monastica, in particolare tra i benedettini. La novità di Francesco fu quella di portarlo fuori dai monasteri: il lavoro diventava itinerante, vissuto tra la gente, condividendo la vita delle persone e annunciando il Vangelo anche attraverso l’impegno quotidiano.

Il lavoro luogo di testimonianza del vangelo
In questo, Egidio fu un esempio straordinario. Quando ne aveva l’occasione lavorava a giornata nei campi insieme ai contadini, procurando il necessario per sé e per i confratelli. Ma il suo contributo non era solo materiale: con la semplicità della sua vita e la gioia della sua fede riusciva a parlare di Dio anche a chi sembrava più distante.
Pur essendo analfabeta, Egidio era un uomo di profonda sapienza. I suoi consigli e i suoi detti sono rimasti nella tradizione francescana come testimonianza di una fede vissuta con autenticità.
La sua esperienza ci ricorda che il lavoro non è soltanto un modo per costruirsi un futuro o guadagnare uno stipendio. È anche uno spazio in cui possiamo crescere come persone, metterci al servizio degli altri e rispondere alla vocazione che Dio affida a ciascuno.
Conclusione
San Francesco e il beato Egidio aiutino noi frati a vivere il lavoro con responsabilità, generosità e fede. E aiutino ciascuno di voi, soprattutto chi studia, chi sta entrando nel mondo del lavoro o è alla ricerca della propria strada, a scoprire che anche attraverso il proprio impegno quotidiano è possibile rispondere alla chiamata di Dio e fare della propria vita un dono.
fra Alessandro – fraalessandro@vocazionefrancescana.org
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