lunedì 31 agosto 2015

Cosa è la vocazione e come riconoscerla?


Cari amici in cammino e in ricerca vocazionale, il Signore vi dia pace. 
Fra le tante questioni che molti di voi mi pongono, ritorna una domanda frequente: ma cosa è la vocazione? Come riconoscerla e decidersi per essa? Certamente se la parola stessa "vocazione" suscita molte domande, altrettanti sono sempre i timori e le paure che sa generare. In ogni caso su di essa vale assolutamente la pena riflettere e sostare ; dire "vocazione", infatti, non riguarda tanto "il fare", ma è ciò che la persona è chiamata "a essere". La vocazione definisce la persona così come Dio vuole che sia. E' dunque davvero importante per ognuno saper discernere la propria chiamata: ne va della vita!
Per questo motivo noi frati francescani sempre invitiamo i giovani a non scappare o nascondersi di fronte a tale interrogativo cruciale, (anche se la cultura contemporanea suggerisce invece continui rimandi e la fuga). Per lo stesso motivo suggeriamo, specie per chi porta nel cuore una domanda alla vita religiosa consacrata (diventare frate/prete), di frequentare percorsi e cammini di discernimento ben curati e seri (vedi corso vocazionale Gruppo san Damiano) . Ripeto: ne va della vita!   
Al riguardo vi propongo un articolo interessante che spero vi possa un poco aiutare . Carissimi, vi incoraggio nel Signore. A Lui sempre la nostra Lode. 
Fra Alberto (fra.alberto@davide.it)
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fra Alessandro (a sinistra- Rettore del
postulato di Brescia)
e fra Matè (giovane frate ungherese
che ha professato a Padova il 28 agosto)
IL PROBLEMA CENTRALE
Conoscere e rispondere alla vocazione é la questione centrale della vita di ogni persona, soprattutto degli anni giovanili. Il discernimento, e la conseguente decisione, non si improvvisa. Ha bisogno di alcune condizioni senza le quali si rischia di girare a vuoto.
Prendendo lo spunto dalla Bibbia, possiamo osservare che la nozione di chiamata è centrale per descrivere la persona umana nel suo rapporto con Dio. I patriarchi, i profeti, gli apostoli hanno iniziato la loro missione obbedendo a una chiamata di Dio. Spesso si è trattato di un evento non esente da timore per le implicazioni che comportava, poiché essi erano coscienti della loro debolezza; per questo erano restii ad accettare. Geremia diceva di essere troppo giovane, Isaia di essere un uomo dalle labbra impure, Pietro di essere un peccatore. Sapevano tuttavia di essere stati scelti e chiamati da Dio ed erano coscienti che il suo aiuto e la sua grazia sarebbero stati per loro sufficienti.
Il termine vocazione esprime spesso la missione a cui uno è chiamato da Dio, ma il suo significato va oltre ciò che si è chiamati a fare: prima ancora della missione, esprime ciò che la persona è chiamata a essere. In ultima analisi la vocazione definisce la persona così come Dio vuole che sia. L’importante per ognuno è saper discernere la propria chiamata. Tale processo richiede alcune “precondizioni”, ricordando che la vocazione non è solo missione, ma prima di tutto invito a entrare in una relazione d’amore con Dio. Charles J. Jackson, gesuita della California (cf. www.jesuitvocation.org), parla di alcune precondizioni indispensabili se si vuole realmente giungere a conoscere ciò che Dio desidera da ciascuno. È bene che questo percorso sia fatto con l’aiuto di una guida spirituale, una persona sapiente e di preghiera. Gli “autodidatti” sono piuttosto rari in questo campo… 
PER IL DISCERNIMENTO
Prima precondizionela capacità di riflettere sugli avvenimenti ordinari della propria vita. Il discernimento richiede infatti una particolare sensibilità verso il proprio mondo interiore e la capacità di riflettere su ciò che si sperimenta e si vive. L’azione di Dio può essere sottile e rimanere spesso anche irriconoscibile fintanto che non si presta ad essa un’attenzione nella calma. Purtroppo oggi viviamo in un mondo di rumore che non è solo quello delle strada, ma anche quello che ci creiamo con la televisione, la radio, i CD o i registratori; rumore che riempie ogni momento della giornata. Se uno vuole riflettere con calma sulla propria vita deve prendere le distanze da questo rumore.
Seconda precondizione: la capacità di descrivere ciò che si sperimenta. Bisogna quindi andare al di là di una sempre presa di coscienza degli avvenimenti per sviluppare la capacità di sentire le risposte da dare. Si tratta di trovare le parole adatte per descrivere ciò che si prova, ma le parole da sole non bastano; più importante è che si incominci a capire e valorizzare il modo con cui Dio è all’opera nella propria vita. Si prenderà allora coscienza che ci sono anche altre forze all’opera che cercano di distogliere da Dio e dal rispondere al suo amore. Come avvenne, per esempio in sant’Ignazio che, mentre era in ospedale, leggendo la vita di Cristo e dei santi, si sentiva fortemente attratto da questi racconti, ma poi avvertiva che i suoi pensieri vagavano lontano facendogli immaginare di essere un valoroso cavaliere e di compiere gesta eroiche, anche se, come egli confessa, queste lo lasciavano poi vuoto e triste. Secondo p.  Jackson, tenere un diario spirituale quotidiano e scrivere la propria autobiografia costituisce un mezzo eccellente per favorire questo processo.
Terza precondizionel’abitudine alla preghiera personale. Il discernimento della vocazione non consiste soltanto nel giungere a un prudente giudizio circa il proprio futuro e nemmeno in una semplice risposta alla chiamata di Dio. Si tratta piuttosto di entrare nel movimento dell’amore di Dio e di stabilire una relazione sempre più profonda con questo amore. Ora, ciò che nutre e favorisce questa relazione è proprio la preghiera.
Occorre tuttavia tenere presente che la preghiera non riguarda tanto, come troppo spesso avviene, ciò che noi vogliamo dire a Dio e tanto meno le parole da utilizzare nel nostro dialogo con lui. Essa comincia non col parlare, ma con l’ascolto. L’intenzione profonda non deve essere semplicemente quella di voler pregare, ma di sviluppare un atteggiamento di preghiera che pervada tutta la vita quotidiana. Un aiuto formidabile può essere in questo una guida spirituale, una persona sapiente e di preghiera, che, oltre a offrire saggi consigli, possa risolvere molti dubbi e indicare la via giusta da seguire.
Quarta precondizione: la conoscenza di sé. Bisogna cioè che ciascuno guardi dentro se stesso e riconosca la trama del disegno di Dio nella propria vita: il modo in cui persone significative, eventi e decisioni hanno cooperato a plasmarla. Inoltre, che egli sappia riconoscere le lotte e i conflitti, le forze e le debolezze, le speranze e le paure. Che cosa è importante? Che cosa rappresentano? In una parola, è necessario che la persona conosca chi è.
Un passo ulteriore consiste nel conoscere i propri desideri più profondi. La domanda che Gesù rivolse ai due discepoli del Battista “che cercate” (Gv 1,38) deve sentirsi rivolta a tutti coloro che vogliano discernere la propria vocazione. Cosa desiderano nel profondo del loro cuore? Che cosa occupa la loro mente? Sono attirati primariamente al sacerdozio, alla vita religiosa, o semplicemente a una delle tante forme di servizio nella Chiesa? Se è il sacerdozio, che cosa in questa vocazione li attira? Se invece è la vita religiosa, che cosa trovano in essa di attraente? C’è per loro una forma particolare che ha un risalto speciale? Se sì, quale e per quale ragione?
 Quinta precondizionel’apertura a Dio e al suo orientamento. È importante che le persone conoscano i propri desideri più profondi e siano capaci di sognare circa il loro futuro. Ma è altrettanto importante che siano veramente aperti a Dio e abbiano la docilità interiore di accettare come e dove Dio li vorrà orientare. E si tratta di scoprirlo nella realtà di tutti i giorni.

NON C’È VOCAZIONE SENZA CRISTO

Dobbiamo ora affermare con forza che, se anche tutte le precondizioni fossero attuate, non vi è possibilità di discernimento vocazionale a prescindere dal rapporto con Cristo.
La scelta vocazionale, infatti, scaturisce dalla scelta di Cristo e nella scelta della propria vocazione la scelta di Cristo trova il suo habitat in cui maturare sempre più. Ha scritto il Giovanni Paolo II nel messaggio per la 42a Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni: «Chi apre il cuore a Cristo non soltanto comprende il mistero della propria esistenza, ma anche quello della propria vocazione, e matura splendidi frutti di grazia […]. Carissimi ragazzi e ragazze! Fidatevi di Lui, mettetevi in ascolto dei suoi insegnamenti, fissate lo sguardo sul suo volto, perseverate nell’ascolto della sua Parola. Lasciate che sia Lui a orientare ogni vostra ricerca e aspirazione, ogni vostro ideale e desiderio del cuore».
Senza questo incontro personale con il Cristo difficilmente potranno nascere e svilupparsi le vocazioni, soprattutto quelle di speciale consacrazione. Ce lo ricordava Paolo VI, in uno dei suoi ultimi messaggi per la Giornata Mondiale per le Vocazioni: «Nessuno segue un estraneo, nessuno dà la vita per una persona che non conosce. Se c’è crisi di vocazione, non è perché c’è innanzitutto crisi di fede?». Scaturisce di qui il primo e urgente impegno: condurre i giovani ad incontrarsi con Cristo! 

DECIDERSI

Viste le precondizioni e chiarita la centralità della imprescindibile relazione con Cristo, rimane ora un passo fondamentale: decidersi. Tale tappa, apparentemente più facile nella scelta della vita di coppia, diviene talora insormontabile nella risposta ad una chiamata alla vita consacrata o sacerdotale. La paura prevale sull’abbandono, l’ansia di sbagliare sulla tempestività della scelta, la “scusa” (molte volte consiste nel fatto che “non tutto è chiaro” o “potrei sbagliarmi”) sull’evidenza di alcuni segni.
Occorre tenere presente che il discernimento implica una decisione che riguarda ciò che si deve fare adesso. Dio non chiede di scegliere ciò che saremo o di deciderci per la persona che uno spera di diventare. E nemmeno invita a considerare tutte le possibili conseguenze che il futuro potrà riservarle. Dio ci pone la scelta “qui e ora”. L’invito consiste nel mettersi in cammino, scelta dopo scelta, e lasciare che Dio continui a orientare e a guidare. Ciò richiede generosità e coraggio. Dio chiama ciascuno di noi a seguirlo sulle stesse orme di Abramo il quale “partì senza sapere dove andava” (Eb 11,8). Altrimenti… che “fidarsi” sarebbe se conoscessimo già la destinazione e le conseguenze del nostro camminare? (...)
Così anche papa Benedetto si rivolgeva ai giovani : «Non abbiamo forse tutti in qualche modo paura – se lasciamo entrare Cristo totalmente dentro di noi, se ci apriamo totalmente a lui – paura che Egli possa portar via qualcosa della nostra vita? Chi fa entrare Cristo, non perde nulla, nulla, assolutamente nulla di ciò che rende la vita libera, bella e grande. Solo in quest'amicizia si spalancano le porte della vita». (Benedetto XVI)



domenica 30 agosto 2015

Ad Assisi 14 nuovi frati


Il 29 agosto le Professioni temporanee


Cari amici, la nostra famiglia francescana (frati minori conventuali) ha vissuto nei giorni scorsi due momenti davvero intensi e gioiosi : la Professione religiosa dei Novizi di Padova (avvenuta venerdì 28 agosto e di cui già ho scritto in post precedenti) e dei Novizi di Assisi. Anche questi ultimi infatti, sabato 29, nella Basilica inferiore di san Francesco, hanno detto il loro SI’ alla chiamata di Dio entrando a far parte dell’Ordine Francescano. Provenienti da luoghi, percorsi e storie diverse, hanno vissuto per un anno nel noviziato presso la comunità del Sacro Convento, guidati dai loro formatori, e hanno pregato e prestato il loro prezioso servizio liturgico niente meno che nella basilica che custodisce il corpo del Poverello. Che grande dono e grazia!!
Così, come già i loro fratelli di Padova, anche i novizi di Assisi, a conclusione dell’anno "della prova", con il rito della Professione temporanea dei voti, hanno compiuto un passo fondamentale verso la consacrazione definitiva della loro vita al Signore che avverrà successivamente con la Solenne Professione perpetua. 

I frati che hanno professato sono fr. PASQUALE DELLO IACOVO, di anni 45, presbitero, della Provincia religiosa di Puglia; fr. ANICET NGENDANDUMWE, di anni 43, della Provincia Italiana di Sant’Antonio di Padova; fr. MICHELE BRATTOLI, di anni 40, della Provincia Romana; fr. SIMONE PAGNONI, di anni 38, della Provincia Italiana di Sant’Antonio di Padova; fr. ANDREA PORCEDDU, di anni 36, della Provincia Italiana di Sant’Antonio di Padova; fr. FLAVIO AGOSTINI, di anni 34, della Provincia Umbra; fr. ALBERTO TONELLO, di anni 30, della Provincia Italiana di Sant’Antonio di Padova; fr. GIANLUCA CATAPANO, di anni 29, della Provincia di Puglia; fr. GIACOMO MANGANO, di anni 29, della Provincia di Sicilia; fr. EMANUEL DORCU, di anni 27, della Provincia di Romania; fr. BAPTISTE MACÉ, di anni 26, della Custodia provinciale di Francia-Belgio; fr. CIRO VIRGA, di anni 24, della Provincia di Sicilia; fr. THIERRY DUBREZ, di anni 22, della Custodia provinciale di Francia-Belgio; fr. PETAR KRAŠEK, di anni 19, della Provincia di Croazia. 

I frati del Sacro Convento e molti altri giunti per l'occasione dalle Province religiose di appartenenza, insieme con le loro famiglie, si sono stretti attorno a questi fratelli ringraziando il Signore e invitando tutti ad unirsi nella preghiera di Lode e di ringraziamento.
Invito anche ciascuno di voi a sostenere questi frati "novelli" nel cammino appassionante e arduo che ora stanno per iniziare sulle orme di Gesù. Il Signore vi benedica e sostenga anche nel vostro discernimento vocazionale. fra Alberto (fra.alberto@davide.it)

Foto di Gruppo con il Padre Custode e i Ministri provinciali
Altri momenti della celebrazione...




sabato 29 agosto 2015

Omelia alla Professione dei Novizi di Padova

Cari amici in ricerca vocazionale, il Signore vi dia pace. Riporto di seguito l'omelia pronunciata dal ministro provinciale, p. Giovanni Voltan, alla Professione di Novizi di Padova: parole sgorgate dal cuore per questi 7 fraticelli all'inizio del loro cammino francescano. Il Signore li benedica e protegga, sempre regalando loro la letizia di questo giorno. A Lui la nostra Lode!
fra Alberto (fra.alberto@davide.it)


Omelia nella s. messa della prima Professione dei Novizi, 
Basilica del Santo - Padova 28 agosto 2015, ore 11,00
 “Carissimi, durante l’anno del noviziato abbiamo verificato la chiamata di Dio. Abbiamo deciso di seguire Gesù Cristo più da vicino, sulle orme di frate Francesco d’Assisi. Pertanto, vi annunciamo con gioia la professione temporanea nell’Ordine dei Frati Minori Conventuali”. Firmato: fra Diego, fra Andrea, fra Giuseppe Paolo, fra Michele, fra Davide, fra Filippo, fra Máté.
Ci avete raggiunti così, -nel vostro invito-,  per dirci che quest’anno di noviziato, definito anche “l’anno della prova”, è stato importante e vi ha condotti a questa scelta: essere frati sulle orme di s. Francesco d’Assisi. Una scelta la vostra che è ben inquadrata dalla Parola di Dio ascoltata: avete voluto per questa celebrazione la Parola del giorno e, come sempre, sentiamo che cade puntuale, “giusta” per quello che noi stiamo vivendo.

Scrive s. Paolo ai cristiani di Tessalonica: “Vi preghiamo e supplichiamo nel Signore Gesù affinchè,  come avete imparato da noi il modo di comportarvi e di piacere a Dio ˗ e così già vi comportate ˗, possiate progredire ancora di più” (1 Ts 4,1). Sembra proprio la fotografia del cammino del noviziato: un cammino per tappe nel quale qualcuno ˗il maestro fra Vincenzo e il vicemaestro fra Alberto˗ vi ha insegnato come fare a comportarsi in modo da “piacere a Dio” e, giunto alla fine di questo corso speciale, vi fa l’augurio: “possiate progredire ancora di più”.
Già, possiate progredire, secondo la volontà di Dio e l’azione dello Spirito, verso un obiettivo grande: “la vostra santificazione”. “Progredire” significa che non siete, -e noi come voi-, non siete degli arrivati; che la professione di quest’oggi non chiude un percorso, semmai apre ad un’altra tappa ancor più grande, più profonda. Qualcuno di voi mi ha detto -in uno degli ascolti fatti- che l’anno di noviziato ha un difetto: è troppo breve, il tempo vola (e ci fa piacere questo vostro sentire: significa che vi siete trovati bene; che non avete subito la proposta). Sì, è una tappa il noviziato, che segue a sua volta quella del discernimento e i due anni del postulato, una tappa fatta apposta per imparare dalla fraternità come comportarsi e come fare per piacere a Dio, al modo di s. Francesco, ma poi -nel tempo post-professione- vi attende il vivere concreto da frati, l’assunzione delle prime responsabilità, l’impegno nella scuola, il misurarsi alla distanza con almeno 3-4 anni di questa vita in attesa della tappa successiva che è il Sì per sempre della professione solenne.
Non è definitivo il vostro Sì di quest’oggi ma porta già in sé la verità e la forza dell’adesione totale al Signore, la gioia di appartenergli, nella promessa e speranza del Sì definitivo che sigilli per l’eternità questa consacrazione a lui nella famiglia francescana.

Il Vangelo (Mt 25) ci fa incontrare la parabola delle dieci vergini, cinque sagge e cinque stolte. Un fremito ci percorre nell’ascolto di questa parola impegnativa di Gesù: la paura di essere stolti, di non avere con noi olio, magari credendo -illudendoci- di averlo. Comprendiamo ancor meglio perchè s. Paolo ci esorti nel “progredire sempre”, a non sentirci mai arrivati, a “vegliare” che non significa essere sempre svegli (bisogna pur dormire di notte), bensì non dimenticare mai il dono ricevuto, coltivarlo. Qui sta il confine tra saggezza e stoltezza. Per questo tutti noi vi auguriamo di rinnovare la gioia di questo giorno, alimentando la lampada della vostra vita con olio buono. Gesù nel Vangelo afferma che le vergini sagge per caricare la lampada avevano l’olio contenuto “in piccoli vasi”.
Vorrei tentare di dare un nome a questi “piccoli vasi”, preziosissimi perché contengono l’olio senza il quale la lampada della nostra vita rimarrebbe spenta.

-Il primo piccolo vaso è l’amore del Signore. Se volete, possiamo chiamarlo anche il primato di Dio nella nostra vita, la priorità della preghiera, dello stare con lui per corrispondere al dono, consci che tutto ciò che siamo non è merito nostro, ma è dono suo; che non noi abbiamo scelto lui, ma lui ha scelto noi, che lui per primo ci ama e perdona.
-Il secondo piccolo vaso è la fraternità. Come frati non seguiamo da soli il Signore, ma insieme, camminando con dei fratelli che sono dono del Signore, fratelli non scelti ma ricevuti. Sì, è vero, a volte ci sono fratelli che “rompono”, che sono così diversi da noi, dai nostri gusti, dalla nostra età…eppure questa capacità di star assieme, -pur così differenti-,  al servizio del Signore è divina, è crescita, è stimolo, è testimonianza offerta al mondo che è possibile vivere da fratelli cercando insieme, oltre che personalmente, ciò che piace al Signore.
-Il terzo piccolo vaso è la missione. Seguiamo e serviamo il Signore da frati per dargli volentieri una mano a salvare questo mondo, perchè venga il suo Regno, perchè la nostra vita -come la sua- abbia “l’odore delle pecore” (cf. Papa Francesco), sia cioè impastata con la vita degli altri, della gente che lotta-soffre-spera, sia a loro servizio. Non ci facciamo frati per salvare la nostra anima: certamente questo è importante, ma soprattutto per dare la vita nel nome di Gesù. E così salveremo anche noi stessi: donandoci, appassionandoci dell’uomo, ascoltando il suo grido (quello di chi muore nei barconi sperando in una vita degna di questo nome, e di chi, più vicino a noi, è senza lavoro, senza salute, senza speranza), chiedendoci insieme, come frati, quali risposta concrete offrire.

Infine, uno spunto viene dal santo del giorno, di quest’oggi, s. Agostino, il grande convertito, il pastore e profondo teologo. Quando ci imbattiamo nei suoi scritti, avvertiamo come una marcia in più: l’amore, che ci conduce all’Amore che mai è abbastanza. Dio è amore e si conosce amandolo, entrando e progredendo in lui.
Non ci basterà una vita per questo cammino avvincente di conoscenza amante.

Concludo con un esperto di s. Agostino, un canonico di s. Agostino poi fattosi frate, il nostro s. Antonio, nella cui basilica voi emettete la vostra prima professione religiosa. In quest’anno avete imparato a conoscere e voler bene a s. Antonio, ai frati, ai fedeli e pellegrini che vengono al Signore attraverso lui. Sia il caro Santo, discepolo fedele del Padre s. Francesco, ad accompagnare i vostri passi nella letizia della vita francescana.

Last but not least”, come dicono gli inglesi (“ultimo ma non ultimo”), esprimo un grande grazie a fra Vincenzo, vostro maestro, al vice maestro, fra Alberto, che vi hanno accompagnato con grande dedizione e cura fraterna; grazie al p. Rettore e alla comunità del Santo che vi ha seguito e sostenuto con simpatia e con il buon esempio. In queste persone vorrei come sintetizzare tutte le mediazioni che vi han accompagnato sin qui: i familiari, i parroci, gli amici, i frati, quanti vi sono cari. Su tutti scenda la benedizione del Signore.

Buon cammino, cari fratelli: progredite ancora e sempre nell’amore che non delude, quello del Signore, confidando nella nostra fraternità!

Fra Giovanni Voltan 
Ministro Provinciale della Provincia italiana di sant'Antonio 


venerdì 28 agosto 2015

La formula della Professione Religiosa dei frati francescani

Cari amici in ricerca e in cammino vocazionale il Signore vi dia pace. Questa mattina alle ore 11.00, presso la Basilica del Santo di Padova, sette giovani (vedi post precedente), a conclusione dell'anno di Noviziato o "della Prova", emetteranno la loro Professione semplice promettendo di vivere in povertà, castità e obbedienza, per tre anni in vista di un impegno definitivo e per sempre che avverrà con la Professione Solenne. 
Si tratta di una importante tappa nel cammino vocazionale di questi fratelli: si consegnano, infatti, nelle braccia del Signore, nel desiderio di lasciarsi condurre e ispirare da Lui, vivendo il Vangelo sulle orme di san Francesco d'Assisi e di sant'Antonio di Padova (santo che hanno potuto conoscere molto da vicino in questi mesi). Vi rinnovo l'invito alla preghiera per loro, già preparandoci all'appuntamento di domani in Assisi, dove presso la Basilica di san Francesco, un altro gruppo di giovani abbraccerà la vita francescana pronunciando anch'essi, nelle mani dei rispettivi ministri provinciali (i superiori delle varie circoscrizioni geografiche, o Provincie, in cui si suddividono i frati), la formula della Professione Religiosa che di seguito vi trascrivo. 
Vi chiedo una preghiera anche per quanti hanno accompagnato in questi anni il percorso umano e spirituale e vocazionale di questi Novizi ( genitori, educatori, religiosi, amici, parenti...): il frate, è sempre, infatti, il buon frutto di un albero che ha avuto cure e attenzioni e preghiere ed  esempi e sproni da molte, molte persone. Rendiamo grazie al Signore! A Lui sempre la nostra Lode.
fra Alberto (fra.alberto@davide.it)


FORMULA DELLA PROFESSIONE RELIGIOSA
A lode e gloria della Santissima Trinità.
lo, fra....( il candidato pronuncia il proprio nome)
poiché il Signore mi ha ispirato
di seguire più da vicino il Vangelo
e le orme di nostro Signore Gesù Cristo,
davanti ai fratelli qui presenti,
nelle tue mani, fra (qui si pronuncia il nome del Ministro provinciale)
con fede salda e volontà decisa:
faccio Voto 
a Dio Padre santo e onnipotente
di vivere per tre anni (se la Professione è semplice), 
per tutta la vita (se si pronuncia la Professione solenne)
in obbedienza, 
senza nulla di proprio 
e in castità
e insieme professo
la vita e la Regola dei Frati Minori
confermata da papa Onorio
promettendo di osservarla fedelmente
secondo le Costituzioni dell'Ordine dei Frati Minori Conventuali;
Pertanto mi affido con tutto il cuore a questa fraternità
perché, con l'efficace azione dello Spirito Santo,
guidato dall'esempio di Maria Immacolata,
per l'intercessione del nostro Padre san Francesco
e di tutti i santi,
sostenuto dal vostro fraterno aiuto,
possa tendere costantemente alla perfetta carità
nel servizio di Dio, della Chiesa e degli uomini.


mercoledì 26 agosto 2015

Ho tutto, ma sono sempre scontento e mai pienamente felice!! Perchè??

Cari amici, il Signore vi dia pace. 
Ricevo sovente lettere in cui mi si esprime un senso profondo di scontentezza o comunque di non piena felicità, anche quando apparentemente non parrebbero esserci motivi per affermare questo. Si tratta spesso, infatti, di giovani molto fortunati, universitari, con tante possibilità umane, personali ed economiche... Eppure la felicità e una vita ricca di senso e gioia profonda sembra loro sfuggire o mai pienamente gustata!! Perchè?? Che succede? Al riguardo, recentemente mi ha molto colpito e interpellato la bella testimonianza di un giovane, Pierantonio, nel racconto del suo tormentato cammino di ricerca personale, fino alla scoperta di Dio. Sottolineando, infatti, il ruolo fondamentale dei desideri (in primis la ricerca talvolta disordinata e spasmodica della felicità) egli evidenziava però come, proprio attraverso la frustrazione e l'insoddisfazione di alcuni di questi come di alcune sue aspirazioni e sogni pur belli e legittimi, avesse potuto inaspettatamente intuire una via nuova e realizzabile per quella felicità tanto voluta e mai prima a pieno incontrata! Non vi pare un controsenso che la frustrazione e la non soddisfazione dei desideri generino e portino tali frutti? La nostra società non ci insegna forse che solo l'appagamento di ogni nostro anelito o brama o idealità più o meno nobile, porti alla pienezza di vita e alla tanto agognata felicità? A quanto pare non è proprio così!!! Forse le strade della gioia e del senso percorrono altre vie! Al riguardo vi propongo un bel articolo per riflettere un pò. Spero vi possa servire!
Vi benedico. Al Signore Gesù sempre la nostra lode. fra Alberto (fra.alberto@davide.it)

L'isola dei morti (Die Toteninsel) di  Arnold Böcklin (1827-1901).
BENEDETTI DESIDERI
"L'insoddisfazione del desiderio è l'agguato di Dio per il quale il nostro cuore è stato fatto".

Il desiderio è senz'altro tra i fattori primari dell'infelicità umana. Questo moto dell'animo che aspira a un bene che manca è una specie di anticipazione della realtà intravista dalla nostra fantasia la quale, si sa, non contiene mai nei debiti limiti la realtà, ma la deforma.
Il desiderio è una fase di aspettativa e, scrive Manzoni, «sapete come è l'aspettativa: immaginosa, credula, sicura; alla prova poi, difficile, schizzinosa: non trova mai tanto che le basti, perché, in sostanza, non sapeva quello che si volesse; e fa scontare senza pietà il dolce che aveva dato senza ragione» (I promessi sposi, c. 38). Per questo la comitiva è più spensierata il sabato sera, la vigilia della gita, che la domenica sera, al ritorno, quando i più sono annoiati e brontoloni. I desideri recano sempre con sé qualcosa di smisurato e di irrealizzabile. Lo costatava già Plinio: «I desideri per loro natura tendono alle cose più difficili e impossibili, tanto che quando diventa facile la loro conquista il desiderio subito si intiepidisce» (Epist. 8, 20, 1).
I desideri, poi, si susseguono l'un l'altro in una ridda frenetica che turba e lascia sempre insoddisfatti. Ottenuta la cosa, se ne immagina subito un'altra maggiore, s'intende. Ci pare che il più gran bene sia quello che ci manca; se riuscissimo ad averlo cesserebbe subito di essere quel gran bene immaginato e aspireremmo ad altro con lo stesso ardore. Ma dove la delusione si fa più viva è al contatto con la realtà, quando possiamo misurare la netta sproporzione tra il desiderio e l'oggetto ottenuto. Quante volte abbiamo esclamato dentro noi stessi: «Tutto qui?... Ne valeva proprio la spesa?». Supposto pure che si sia conseguito l'intento e l'auspicato benessere, noi rimaniamo ancora insoddisfatti: si ha la salute, la bellezza, un'intelligenza portentosa, posizione sociale invidiabile, stabilità economica solida, eppure ci manca ancora qualche cosa!

Ci manca quello che gli altri possiedono...

Se non avessimo uno spirito immortale ci potremmo dire soddisfatti, ma è proprio questo spirito che turba la nostra presunta felicità.
Esso ci presenta cose quaggiù irraggiungibili, beni inalienabili, situazioni stabili e sicure per dimostrarci chiaramente che essi non sono tali, che noi siamo fatti soltanto per Dio.
Così, misurando nel nostro intimo la sproporzione tra ciò che siamo e quello che vorremmo essere, sentiamo più distintamente quello che di Vero e di Grande ci manca.
«La vostra anima ha una certa infinità di desiderio, perché spirituale. Il vostro corpo, invece, e l'universo intorno a voi, sono materiali, limitati, circoscritti, stretti da limiti. Potete immaginare un palazzo con centomila stanze e una stanza colma di diamanti e un'altra colma di smeraldi e una terza colma di perle, ma un simile palazzo non lo vedrete mai. Similmente potrete vagheggiare taluni godimenti terrestri, oppure taluna posizione sociale o condizione di vita; ma una volta raggiunti, comincerete subito a sentire la tremenda sproporzione che passa fra l'ideale immaginato e la realtà posseduta. La delusione segue sempre, perché ogni ideale terrestre col solo essere posseduto resta perduto. Quanto più materiale è il vostro ideale, tanto più grande è la vostra delusione. Quanto più spirituale è il vostro ideale, tanto minore è la delusione. Ecco perché coloro che si dedicano alla ricerca di interessi spirituali, come l'investigazione della verità, non si svegliano mai al mattino con la bocca amara e con la sensazione di essere sfiniti e abbattuti» (F. Sheen, Vi presento la religione, 12-13). L'insoddisfazione del desiderio è l'agguato di Dio per il quale il nostro cuore è stato fatto. E' Lui il Bene, la somma di tutti i beni che l'uomo possa bramare. Quando lo avrai scoperto, avrai concluso l'unico affare importante della tua vita e abbandonerai spontaneamente le altre operazioni secondarie, felice di possedere quanto lo spirito immortale andava cercando.
          Si placherà la lotta nella più smagliante conquista.
          Si ridurrà la sproporzione che ti separava dal bene, perché nel Bene sarai immerso.
          Si stabilirà la tua situazione nell'Immutabile.
          Si fisserà la tua vita nell'Eterno.

Hai fatto il nostro cuore per Te

Per il resto che non è Lui, sentirai vivamente ch'è tutto «fuggevol nulla» e ripeterai con san Francesco di Sales: «Io ho pochi desideri e questi pochi li desidero pochissimo».
II divino Poeta scopre appunto nell'assenza del desiderio l'essenza della Beatitudine: «Oh gioia! oh ineffabile allegrezza! oh vita integra d'amore e di pace! oh senza brama sicura ricchezza!» (Paradiso 27, 7-9). «Senza brama»: ecco la ricchezza stabile, perché il desiderio, scrive lo stesso Dante nel Convivio, «esser non può con la beatitudine, acciò che la beatitudine sia perfetta cosa e lo desiderio sia cosa difettiva; che nullo desidera quello che ha, ma quello che non ha, che è manifesto difetto» (III, 15,3). Solo in Dio cessa l'irrequietezza dell'uomo che scopre la Gioia, l'Amore, la Pace e la sicura Ricchezza. «O Signore hai fatto il nostro cuore per Te e resterà inquieto finché non riposerà in Te!» (S. Agostino, Confessioni).

http://dimensionesperanza.it/
autore: fra Antonino Rosso

martedì 25 agosto 2015

Professioni dei novizi di Assisi e di Padova



Foto di gruppo dei novizi di Padova ed Assisi ai recenti esercizi spirituali.
Pace e bene,
cari amici in cammino e in ricerca della vocazione divina per la vostra vita.
Davvero il Signore continua ad operare meraviglie e a riempirci di gioia benedicendo l'Ordine Francescano di nuovi frati!!
Infatti, ricordiamo con trepidazione e partecipazione in questi giorni, in attesa della loro ormai imminente prima Professione religiosa, i Novizi che hanno trascorso l'anno della prova ad Assisi e a Padova.
Di seguito vi segnalo le date delle celebrazioni e i nomi dei professandi di quest'anno. Si tratta di un bel gruppo di giovani che, con audacia e "pazzia" hanno deciso di affidarsi completamente al Signore Gesù e di costruire su di Lui la loro vita, lasciandosi guidare e ispirare da due santi incredibili: san Francesco e sant'Antonio.
Il loro esempio e la loro testimonianza guidi anche voi e vi sproni nelle vostre scelte.
Al Signore Gesù sempre la nostra lode. fra Alberto (fra.alberto@davide.it)

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Emetteranno la professione dei voti temporanei:

Venerdì 28 agosto 2015, ore 11.00
alla Basilica di Sant'Antonio, Padova

fra Diego Canino
Custodia di Calabria

fra Andrea Antonio D'Alessandro
fra Giuseppe Paolo Maria Vantaggiato
fra Michele Massimiliano Locritani
Provincia di Puglia


fra Davide Ferdico
fra Filippo Rosario Scarcella
Provincia di Sicilia


fra Máté János Takács
Provincia di Ungheria - Transilvania


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Sabato 29 agosto 2015, ore 11.00
alla Basilica di San Francesco, Assisi

fra Flavio Agostini
Provincia Umbra

fra Gianluca Catapano
fra Pasquale Dello Iacovo
Provincia di Puglia

fra Thierry-Marie Dubrez
fra Jérémie-Marie Macè
Custodia di Francia

fra Anicet Ngendanaconwe
fra Simone Pagnoni
fra Andrea Porceddu
fra Alberto Tonello
Provincia Italiana di S.Antonio di Padova

fra Michele Brattoli
Provincia Romana

fra Emanuel Dorcu
Provincia di Romania

fra Petar Krasek
Provincia di Croazia 

fra Giacomo Mangano
fra Ciro Maria Angelo Virga
Provincia di Sicilia

sabato 15 agosto 2015

Maria, una pagina bianca nella mani di Dio

Giotto: la Visitazione
Cappella degli Scrovegni - Padova
Cari amici in cammino e in ricerca vocazionale, il Signore vi dia Pace! 
Il Vangelo di oggi (festa dell'Assunta) - Lc 1, 39-56ci propone la Visitazione di Maria alla cugina Elisabetta. Questa è grandemente sorpresa al vedere la Madre del suo Signore che viene ad aiutarla nell'imminente nascita del figlio, dopo avere intrapreso un lungo e faticoso viaggio. Ma del resto, Maria che qui si vuole fare serva, nel giorno dell’annunciazione aveva detto : «Eccomi, sono la serva del Signore» (Lc 1,38) ed ora si presenta nello stesso modo: «ha guardato l'umiltà della sua serva» (Lc 1,48). 
La Madre agisce come farà suo figlio Gesù: «Sono venuto per servire non per essere servito» (Mc 10,45). La grandezza e la vocazione di Maria sta nel suo rendersi umile e attenta alla chiamata del Signore, nel suo farsi serva, nel suo essere una "pagina bianca", una lettera in cui Dio potrà scrivere liberamente...
Cari amici, ecco come Maria vi mostra la via, vi rivela la strada per la vostra ricerca e il vostro discernimento. Vorrai anche tu "farti servo"?  Vorrai anche tu essere una "pagina bianca", una lettera dove il Signore potrà scrivere una storia bellissima con te?
Preghiamo la Vergine Immacolata di poter  rispondere, come Lei, con lo stesso sorriso, la stessa delicatezza, la stessa prontezza. Buona festa dell'Assunta. 
I vostri frati
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Preghiera alla Vergine Maria 
di sant'Antonio di Padova

Signora nostra,
unica speranza nostra,
ti supplichiamo di illuminare le nostre menti
con lo splendore della tua grazia,
di purificarci
con il candore della tua purezza,
di scaldarci
con il calore della tua visita
e di riconciliarci con il Figlio tuo,
perché possiamo meritare di giungere
allo splendore della Sua gloria.
Con il Suo aiuto,
Lui che, con l'annuncio dell'angelo,
assunse da te la gloriosa carne
e volle abitare per nove mesi nel tuo grembo.
A Lui l'onore e la gloria
per i secoli eterni.
Amen. 

venerdì 14 agosto 2015

16670 un tatuaggio di morte e di vita : P. Kolbe!

Cari amici in cammino e in ricerca, il Signore vi dia pace!
Ricordiamo oggi la testimonianza di un frate francescano, martirizzato dai nazisti durante la seconda guerra mondiale. Per essi era solo il numero 16670, tatuato sul braccio, (così come si marchiavano a fuoco le bestie e nell'antichità gli schiavi) e la sua morte terribile, una fra le tante, nell'orrore quotidiano del lager. Ma una luce vivissima di umanità e speranza, grazie al sacrifico di questo frate, brillò anche nel campo di concentramento!!!
Si tratta di San Massimiliano Maria Kolbe, frate Minore Conventuale (il ramo dell'Ordine Francescano a cui anch'io appartengo), polacco di nazionalità, che morì il 14 agosto del 1941 ad Auschwitz per essersi offerto al posto di una altro prigioniero, Francesco Gajowniczek, già destinato al bunker della morte. Una tremenda e tragica scelta, ma coerente con ciò che da sempre aveva creduto e annunciato. Dopo due settimane di indicibili sofferenze, nel porgere il braccio per la puntura di acido fenico che l'avrebbe finito, fra' Massimiliano serenamente dice: "Ave, Maria!". E' la vigilia dell'Assunta ed ha 47 anni.
Di lui ho già scritto varie volte: P. Kolbe resta infatti una figura eccezionale di religioso mai del tutto approfondita e compresa. Al riguardo riporto di seguito una bella riflessione di un caro confratello, P. Francesco Ruffato, da sempre suo appassionato studioso e cultore.
Cari amici, vi invito a guardare alla testimonianza audace e mite di P. Kolbe: la sua intercessione vi sostenga nella vostra ricerca vocazionale e nell'abbandonarvi con umiltà e gioia alla volontà di Dio per la vostra vita. La Vergine Immacolata, a cui P. Kolbe rivolse costantemente il suo amore e il suo Atto di Consacrazione, sempre vi protegga e custodisca.
fra Alberto (fra.alberto@davide.it)


16670
Il dono di Padre Kolbe ad Auschwitz

In un dialogo d’arte il lagerfurher Rudolf Hoss, a seguito dell’episodio “Kolbe” accaduto ad Auschwitz, verso la fine di luglio 1941, rimprovera il suo vice con amara acutezza: “Ricordati che i preti sono come le anguille. Ti sfuggono di mano facilmente, per diventare eroi. Auschwitz non ha bisogno di martiri. Grosso errore accettare la proposta del Kolbe. Qui si deve morire lentamente. Notte e nebbia!” Ad Auschwitz, Padre Kolbe si donò, non per nulla, ma per l’altro e per sempre, cioè per l’eternità. Era sicuro di non fallire, anzi godeva di un legame nuovo con Dio, grazie a Maria di Nazareth, che lui invocava affettuosamente come “Immacolata”. Il suo ultimo gesto è stato un seme di nuova umanità. Padre Kolbe era un uomo coraggioso, che onorava la sua libertà credendo in Dio, sperando sulla intercessione di Maria, madre di Gesù e amando il prossimo fino all’inverosimile. Più di così Auschwitz non poteva ricevere da un francescano, numero tatuato 16670, ridotto a un verme, senza identità. Né di più egli poteva donare per stupire, perfino le SS: ”Un uomo simile qui non l’abbiamo mai visto!”. Nemmeno sua madre poteva sognarlo, per quanto lo stimasse capace di cose grandi. Qualcuno ha scritto che “la logica del dono è onorata e tradotta lì dove la dignità umana è rispettata”. E quando il dono è proibito e imprevedibile? Alludo al Padre Kolbe che si donò per sostituire un padre di famiglia, condannato a morire di fame e di sete, con altri 9 prigionieri, nel bunker della morte ad Auschwitz, il 14 agosto 1941. Quel gesto non era concesso dalla criminale disciplina del Lager. Per il sergente polacco Francesco Gajowniczek, l’uomo salvato dal Kolbe, fu un’opportunità, preparata da atti generosi quotidiani del suo benefattore. Questi, al campo, donava il proprio “rancio” ai giovani dicendo: “Voi dovete sopravvivere, siete il futuro della libertà di molti.” Tre giorni prima (28 agosto 1939) dell’invasione della Polonia (1 settembre c.a.), durante una conferenza, prevedendo la tragedia, disse: “ Non voglio morire di una morte comune”. Ne abbiamo conferma due anni dopo, il 31 gennaio 1941, 17 giorni prima dell’ultimo arresto, in una lettera a un suo confratello missionario in Giappone: “Io sognavo di deporre le mie ossa a fondamento della ‘Città dell’Immacolata’ giapponese, ma lei (Maria) ha voluto diversamente. Chissà dove vorrà che io le deponga un giorno”. Verso la fine di maggio 1941, dal duro carcere Pawiak di Varsavia fu tradotto ad Auschwitz, assieme ad altri preti, intellettuali e ebrei polacchi. Il vice comandante del Campo li avvertì subito: “ Siete arrivati in un campo di concentramento tedesco. L’unica uscita è il forno crematorio. Qui gli ebrei non vivono più di due settimane, i preti un mese, gli altri tre mesi.” Il primo lavoro: portare con un altro (Giuseppe Stemler, testimone sopravvissuto) i morti al forno crematorio. L’ultima espressione per ognuno era: “E il Verbo (Gesù) si fece carne e venne abitare in mezzo a noi”. Anche l’ultima lettera a sua madre (15 giugno 1941) fa presagire il sublime progetto: “ Amata mamma, stai tranquilla. Dio c’è in ogni luogo e con grande amore pensa a tutti e a tutto. Sarebbe bene che non mi scrivessi prima che io ti mandi un’altra lettera, perché non so quanto tempo rimarrò qui”. Una pattuglia lo trovò un giorno sotto un cumulo di foglie, gettato là dai guardiani, dopo averlo picchiato. Era in preda alla febbre, aveva il viso tumefatto. Fu necessario ricoverarlo in infermeria. Gli fu assegnato l’ultimo posto libero, esposto alla corrente d’aria. Era contento, perché gli permetteva di accogliere i malati con una parola buona e di pregare al passaggio dei morti. “Viveva la sua detenzione come fosse un incarico di fiducia, temendo di non essere all’altezza del compito”(A. Frossard). E poi, racconta Gajowniczek, “quando il padre si avvicinò per prendere il mio posto, non potevo parlargli, ma ci siamo fissati negli occhi. Poi lo associarono agli altri sventurati. Dopo alcuni giorni venimmo a sapere che erano morti tutti. Mi sento di aver ricevuto una consegna: andare per il mondo e dire che io sono vivo perché Padre Massimiliano Kolbe è stato più forte della paura di morire per me”. Jean Guitton, accademico di Francia, disse di lui: “Ai miei occhi è il più grande santo del Novecento”. Dopo il dono di Padre Kolbe, non si osi dire che “ad Auschwitz tutti siamo stati vittime e colpevoli”. 

Luigi Francesco Ruffato, frate della Basilica del Santo (Pd)

giovedì 13 agosto 2015

Perchè preti e frati non si sposano?

Pace e bene, cari amici in cammino e in ricerca della vocazione divina per la vostra vita.
Fra i vari quesiti che mi giungono, frequente è la questione del celibato dei preti e dei religiosi e perchè questi non possano sposarsi. Di seguito riprendo parte di una lettera giuntami tempo fa da Marco, insieme alla mia risposta che spero vi possa aiutare a fare maggiore chiarezza sull'argomento.
Vi benedico. Al Signore Gesù sempre la sua lode.
fra Alberto (fra.alberto@davide.it)


DOMANDA DI MARCO
Caro fra Alberto, nel mio cuore mi trovo recentemente combattuto e in forte crisi. Sono molto attratto dalla vita sacerdotale e, quest'anno ho anche fatto un bellissimo cammino di discernimento vocazionale con la mia diocesi al riguardo. Ho anche pensato seriamente di entrare in seminario (avevo già deciso in tal senso e scritto la lettera di ingresso), ma proprio in questo ultimo mese ho conosciuto una ragazza verso la quale è nato un sentimento inaspettato. E' anche la prima esperienza affettiva vera per me. Così sono strattonato fra queste due opzioni. Vorrei diventare prete perché è quello che cerco e sogno da tempo; in relazione a questa strada, infatti, mi sono interrogato a lungo e con sincerità e sono convinto che il Signore mi abbia rivolto questo invito e chiamata! Ma non posso neppure negare questo nuovo sentimento che va a scompigliare però tutti i miei pensieri. Ancora non ho avuto il coraggio di parlarne con le mie guide del seminario: sembrava la mia, già una scelta fatta. Mi chiedo il perchè della scelta del celibato per i preti stabilita dalla Chiesa Cattolica. Che male ci sarebbe se un sacerdote si potesse sposare? Se così fosse entrerei subito in seminario, non avrei un attimo di esitazione! Non potrebbe essere che Papa Francesco, come qualcuno dice, possa rivedere questa norma? Sono molte le domande che si affollano in me. Che ne pensa? Grazie. Marco

RISPOSTA DI FRA ALBERTO
Pace a te fratello. Grazie per la fiducia e per avermi scritto di te aspetti molto intimi e riservati. Che dirti???!!  Mi limito a qualche passaggio fondamentale:

1) La prima cosa che non mi meraviglia e non deve meravigliarti è il  sentimento che sta nascendo in te! Certo, guarda caso (!!!) questo giunge, proprio alla vigilia di un passo tanto importante. Direi che quanto stai vivendo è quasi una prassi normale!! Fa parte della dinamica dello scegliere; ogni scelta infatti implica necessariamente una rinuncia, un sì e un no.. Di fronte a una decisione per nulla facile (come entrare in seminario), può accadere che riemerga con forza e anche sofferenza, quanto si deve lasciare. Ma questo è una grazia e una verifica preziosa circa la tua vocazione. Se entrare in seminario non ti costasse nulla, dubiterei fortemente di te. E’ una scelta di vita a cui ti accingi!!! E' un SI’e un No che ti è chiesto!! Tu cosa vuoi per davvero??

2) In secondo luogo, non mi perderei tanto in discussioni riguardanti il “Se” e i “ma” e i “però” in ordine alle scelte della Chiesa circa il celibato dei preti. Il dato di fatto da cui non puoi prescindere, resta comunque e in ogni caso, che un prete è chiamato al celibato e alla castità per il Regno: mi meraviglia un poco che nel tuo discernimento questo aspetto fondamentale non sia entrato prima. Oggi, (ma anche per il futuro, come ribadito in tantissimi documenti) il prete si connota per questa scelta di affidamento totale ed esclusivo al Signore e al Ministero, non dividendo il suo cuore con altri se non con Lui: Cristo è l'Amato, così la Chiesa è l'unica Sposa. Questa prassi nella Chiesa latina, non è una legge imposta senza un perché, ma trova da sempre (fin dai primi secoli) un fondamento prima di tutto nella vita stessa di Gesù (anche egli celibe): bello e forte che i suoi preti gli somiglino, siano davvero "alter Christus" imitando così anche il suo modo di essere!! Se tutto quanto fa Gesù è "divino", allora anche il suo vivere da celibe e in modo casto è "divino", ed è "divino" imitarlo. O no???
Il fondamento è anche nella Tradizione millenaria della Chiesa (vari Concili e Sinodi fin dal IV sec. fissano questa disposizione). Il celibato? Una questione dunque di cuore indiviso, di imitazione totale, di una vita consegnata a Gesù e alla sua Chiesa! E’ un “rinnegare se stessi”(Lc 9,18-24), è farsi eunuchi per il Regno (Mt 19,12), è lasciare beni e affetti per LUI (Lc 14,26-27). Sei disposto a fare questo per Gesù?

3) Che poi tu possa provare affetto e dei bei sentimenti per una ragazza, credimi, è una benedizione! Il mondo clericale, infatti, a volte è così sterile e incapace di sentimenti! Ringrazia dunque il Signore che in tal modo ti sta confermando che sei un giovane normale e sano (di sentimenti e di orientamento), che ti fa misurare il cuore e la vocazione con una persona concreta (non un'idea astratta). Il Signore non chiama a seguirlo più da vicino persone incapaci di innamorarsi o problematiche nel volere bene (c'è anche chi pensa questo!). In realtà egli vuole che i suoi preti siano dei veri uomini, delle persone autentiche che sappiano diffondere gratuitamente amore, nel suo nome, ad ogni persona, senza reclamare nulla per sè. Che misura ha il tuo cuore al riguardo?

4) Infine, di questo passaggio difficile, direi che è bene tu ne parli assolutamente con il tuo padre spirituale e che non lo affronti da solo. E' bene anche che tu ti dia tutto il tempo necessario per un ulteriore discernimento nel confronto con la tua guida, nella preghiera e nell'ascolto attento di quanto si muove nel tuo animo: non è mai fruttuoso giungere a delle decisioni di vita sull'onda di emozioni e turbamenti e confusioni interiori. Sei disposto a questo dialogo sincero? 

Ecco carissimo alcune indicazioni dirette e schiette…che riassumo in una brevissima frase: Se vuoi fare il prete caro fratello, devi essere disposto a dare la vita, tutta intera per Gesù, a lasciarti "trafiggere il cuore" solo da Lui!!! E’ a questo che ti senti chiamato?
Ti benedico e affido al Signore.
fra Alberto

p.s. Ma consentimi, caro Marco, un'ulteriore precisazione un pò provocatoria: è anche grazie al voto di castità che in questo momento, in un caldo e torrido Ferragosto, un frate e prete si sta occupando gratuitamente di te, invece che starsene al mare  e in spiaggia con sua moglie e i suoi figli e ugualmente stanno facendo tanti sacerdoti e religiosi e parroci o curati (e così anche tante religiose), nelle parrocchie, nei campi scuola, nel seguire i giovani e adolescenti, nel soccorrere i poveri, nell'accogliere i profughi...ecc.ecc...Il celibato, infatti, ti rende, fratello e sorella e padre e madre e famigliare di tutti...nessuno escluso, nessuno "esclusivo"!!! Ogni persona, infatti, ti appartiene in Gesù.