venerdì 28 gennaio 2011

Vita da frati: Giacomo Bulgaro, il poverello di Brescia


L'ultima settimana di gennaio ricorrono gli anniversari di nascita (29/01/1879) e di morte (27/01/1967) del servo di Dio fra Giacomo Bulgaro, minore conventuale. Un umile fraticello che con la sua semplicità e povertà fece risplendere l'ideale francescano nella sua città, Brescia. In molti ancora lo ricordano nel suo ruolo di portinaio del convento: accogliente, mite e premuroso specie con gli ultimi e i più poveri che in tanti accorrevano a chiedere un sostegno (anche solo un piatto di minestra) specie negli anni del triste e tragico dopoguerra. Esperto ciabattino, lavoro che aveva svolto da laico, si ritroverà a sistemare le calzature di tanti ma, soprattutto come santo e devoto religioso, conforterà e sosterrà e darà speranza ai molti che necessitavano piuttosto di "riaggiustare" il cuore e lo spirito.
Autentico innamorato del Signore, la sua testimonianza di fede ancora attrae e stupisce così che numerosi devoti quotidianamente visitano la sua tomba, da dove continua a trasmettere ed ofrrire i segni della grazia e della misericrdia di Dio.
Nel suo diario sono state ritrovate delle preghiere splendide. Di seguito ne trascrivo una stupenda.

UN CUORE SOLO
O mio Dio, io ti amo, ti amo, ti amo. Tu sei la mia vita, la mia gioia, il mio conforto, sei mio sostegno, mia guida e mia luce: tutto tu sei per me, o mio dio. Fa che il mio piccolo cuore sia tutto tuo, tutto tuo, e che niente abbia mai a separarlo da te. Fa che il mondo sia un nulla per me e che solo tu sia tutto per me. O mio Signore Gesù, fa che il tuo cuore sia mio e il mio sia tuo; che io possa amarti d’un amore degno di te e che il mio cuore e il tuo siano un cuore solo, ora e nell’eternità. Così sia. 

Per altre informazioni circa fra' Giacomo Bulgaro visita il sito ufficiale.

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Se desideri un contatto personale con un frate francescano, scrivi a: fra.alberto@davide.it

mercoledì 26 gennaio 2011

Giornata della memoria. P.Placido, frate martire.

Risiera di S. Sabba dove P. Placido fu torturato ed ucciso- Trieste

Giornata della Memoria:
Padre Placido Cortese, un silenzio che gli costò la vita.


Frate francescano della Basilica del Santo in Padova, direttore del "Messaggero di S. Antonio" e impegnato nell'assistere ebrei e altre vittime del nazifascismo, venne arrestato e sottoposto a tortura. Preferì morire piuttosto che rivelare i nomi dei collaboratori.
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Nel dopoguerra usciva un libro, Anche i preti sanno morire, nel quale don Primo Mazzolari raccontava storie di sacerdoti uccisi da opposti fanatismi: nazifascista e comunista. Diverse le vicende, uno solo il risultato: il martirio. Mazzolari era consapevole che il suo martirologio non era completo, che altri martiri andavano aggiunti. Uno di essi è un francescano minore conventuale, dei frati del Santo: padre Placido Cortese. L'allora rettore della basilica, nel denunciare al questore di Padova l'assenza inspiegabile dal convento di padre Placido (era stato sequestrato dalle SS naziste l'8 ottobre 1944), lo descriveva così: "È una persona di media statura, corporatura piuttosto gracile e snella, storto negli arti inferiori, viso oblungo, capigliatura bionda, occhi celesti con occhiali a stanghetta, dall'incedere claudicante. Devo precisare che verso le ore 13 di ieri (domenica) due sconosciuti chiesero del suddetto padre con rozza insistenza. Uno era di media statura, faccia piena, carnagione bruna e giacca marrone scuro. L'altro, che si teneva in disparte, slanciato, magro e senza il braccio destro, con un impermeabile".
A consegnarlo alle SS, che attendevano oltre il sagrato della basilica (territorio pontificio), era stato un amico, che gli aveva teso una trappola facendolo chiamare dal portinaio del convento per prestare un soccorso d'urgenza ad alcuni rifugiati. Tra l'8 ottobre e il 15 di novembre di quell'anno, si consumava il dramma di padre Placido, martirizzato nella sede della Gestapo di piazza Oberdan, a Trieste. Interrogato, torturato, non svelò i nomi dei suoi collaboratori, pur sapendo che ciò gli sarebbe costato la vita.
Durante la guerra, il delegato pontificio della basilica del Santo, cardinale Francesco Borgongini Duca, gli aveva affidato l'incarico di assistere ebrei, profughi slavi (parlava bene il croato), giovani sloveni, fuggiti dal proprio Paese per sottrarsi al conflitto e internati nel campo di concentramento allestito alla periferia di Padova, in località Chiesanuova.

L'Italia divisa e preda del caos

Nell'autunno del 1944, l'Italia era nel caos. Due i governi, la Repubblica sociale di Salò, al Nord, e il governo di unità nazionale (Roma era stata liberata) al Centro Sud: due eserciti in lotta fra loro, tedeschi contro gli alleati. Inevitabile la lacerazione del tessuto civile. Ci fu chi combatté a fianco degli alleati, chi scelse la montagna come partigiano, e chi preferì continuare a credere al duce. La maggioranza degli italiani fu attendista, zona grigia (l'espressione è di Primo Levi, adottata dagli storiografi), stette, cioè, a guardare, atterrita dall'orrore nazista e dal furore partigiano. Una specie di resistenza sommersa, ha detto Riccardo Chiaberge nel suo recente lavoro: Salvato dal nemico, 1944: una strage nazista nell'Italia divisa dall'odio (Ed. Longanesi).
Padre Cortese, allora anche direttore del Messaggero di sant'Antonio - che a causa della guerra aveva limitato le uscite - non si allineò mai con i più forti. Non era un rivoluzionario, ma nemmeno neutrale. Come dice il Vangelo, condivise la sorte di sbandati, ricercati e perseguitati. A Padova, all'indomani dell'Armisitizio (8 settembre 1943), egli faceva parte di quei preti che consigliavano le ragazze della città a presentarsi nelle caserme, dichiarandosi, per sottrarli alla deportazione, sorelle o fidanzate dei soldati reclusi, che poi ospitavano nelle proprie case, vestendoli con gli abiti dei fratelli o dei papà di-spersi o morti in guerra.
I tedeschi consideravano padre Placido un protettore dei perseguitati politici. Egli, soprannominato frate zoppino, sotto la tonaca - racconta un suo collaboratore, oggi farmacista in pensione - nascondeva il pane per i poveri. La coscienza lo spingeva a disattendere i rischi.
Di che cosa lo accusavano? Dice Lidia Martini Sabbadin, testimone e sua collaboratrice: "Era accusato di aver protetto ebrei in fuga verso la Svizzera, via Milano; di solidarizzare con il gruppo Fra-Ma, Franceschini-Marchesi, due noti professori dell'Università di Padova (Concetto Marchesi era anche Rettore magnifico), sorto nel giugno del 1944 per soccorrere i prigionieri alleati e aiutare i rifugiati sloveni, croati... che i tedeschi consideravano partigiani comunisti. Fingevo, in basilica, di accostarmi al suo confessionale per confessarmi, invece era un modo per chiedere denaro e fotografie utili a contraffare i documenti. Usavo slogan convenzionali: Abbiamo bisogno di dodici rami... di dodici scope.... E così usciva dal confessionale e mi accompagnava alla Tomba di sant'Antonio per individuare dodici foto esposte fra gli ex voto".

L'arresto, le torture, il martirio

Padre Placido rischiava ogni giorno di essere catturato e ucciso. Le autorità religiose e alcuni confratelli gli consigliavano di andarsene, lontano da Padova. Ma lui, clandestino in convento, continuava nella sua opera, nonostante i più stretti collaboratori fossero stati arrestati o, per timore del peggio, avessero lasciato il terreno della solidarietà. Inviava messaggi agli alleati perché salvassero prigionieri: "Furono centinaia - scrive il suo biografo Apollonio Tottoli - a salvarsi attraverso la linea Padova-Milano-Svizzera.
All'inizio dell'autunno del 1944, la basilica del Santo fu oggetto di visite improvvise da parte di commandi nazifascisti, per arrestare il frate o per scoprire rifugiati sospetti. Li tratteneva, dicono gli storici, il timore di uno scandalo diplomatico con il Vaticano. Dell'esenzione territoriale si era servita anche una giovane intellettuale ebrea, che si nascondeva in uno dei chiostri del convento. Ma fu arrestata dalle SS in abito civile, vanificando il tentativo di padre Cortese di sottrarla alle leggi razziali.
Janez Ivo Gregorc prigioniero, testimone dell'agonia di padre Cortese, scrive: "Padre Placido era terribilmente malridotto: l'avevano bastonato, picchiato; il vestito lacerato e la faccia rigata di sangue. Ho ancora presenti le sue mani deformate e giunte in preghiera. Ci siamo riconosciuti. Mi incoraggiava a rimanere fedele, a confidare in Dio, a non tradire nessuno".
Il celebre pittore sloveno Anton Zoran Music, per un mese prigioniero nelle celle delle torture della Gestapo a Trieste, poi deportato nel campo di concentramento di Dachau, rievocando la figura del Cortese, confidò al compagno di campo Janez Ivo Gregorc: "Mi ricordo che nel bunker di piazza Oberdan c'era un sacerdote, un certo padre Cortese. Erano visibili sul suo corpo i segni delle torture. Lo vidi per la prima volta quando ci portarono tutti in Questura per le fotografie di rito. Sulla giacca era vistosa una grande macchia di sangue. L'avevano picchiato duramente. Era una persona squisita. Teneva un comportamento da mite e pieno di speranza. Pregava sempre, a mezza voce. Gli avevano spezzato le dita. Mi colpiva la sua tenace volontà di resistere. La fermezza e la fede di quel piccolo e fragile padre, che non si arrese e non tradì nulla".
I frati del Santo lo ricordano come un religioso di grande spessore spirituale, umile, coraggioso, vero testimone di amore al prossimo. Interpellato, il santo padre Pio rispose, tramite suor Giustina Fasan: " Dica ai padri del Santo che non facciano ricerche su padre Cortese, perché è in paradiso per la sua grande carità."
Il padre Placido, da novizio, aveva scritto ai genitori: "Il cristianesimo è un peso che non ci si stanca mai di portare, che sempre più innamora l'anima verso maggiori sacrifici, fino a morire tra i tormenti come i martiri". Era stato profeta. Infatti, riferisce Vladimir Vauhnik, colonnello sloveno, capo della rete informativa pro-alleati: "Al religioso Placido Cortese la Gestapo cavò gli occhi, tagliò la lingua e lo seppellì vivo".
Aveva 37 anni e otto mesi! Padova ha dedicato una via alla sua memoria.

di Luigi Francesco Ruffato
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martedì 25 gennaio 2011

Considerando che l'amore non ha prezzo



Considerando che l'amore non ha prezzo

Voi sapete che non a prezzo di cose corruttibili, come l’argento e l’oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta ereditata dai vostri padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, (dalla prima lettera di Pietro. cap 1, 18)
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Dopo aver sbancato con i due singoli "A te" e "Baciami" ancora è tornato con "Tutto l’amore che ho" che precede l’album Ora in uscita il 25 gennaio 2011. Sto parlando di Lorenzo Cherubini in arte Jovanotti.
Dal 2 dicembre 2010 il video e la canzone sono stati disponibili in anteprima sulla pagina ufficiale di Jovanotti su Facebook. La canzone è stata trasmessa per la prima volta dalle radio il 3 dicembre 2010 e dopo alcune ore è stata disponibile anche su iTunes, dove ha raggiunto in poche ore la prima posizione. Anche questo nuovo singolo farà molto parlare come i precedenti e segna un punto importante nella carriera artistica del cantautore romano.
“Nel video c’è uno che è disposto a tutto – dice Jovanotti – per conquistare quella che il grande scrittore Alvaro Mutis chiama ‘una goccia di splendore’ che fa molto rima con amore”. L’idea di questa canzone è nata da una parola pronunciata in un comizio di un partito, e il cantautore ha sentito forte il bisogno di riprendersela e di trasformarla in canzone. “Il video racconta proprio questo attraverso le immagini. C’è uno che si riprende il senso di questa parola – continua il cantautore italiano – andando contro ogni tipo di ostacolo che si mette nel suo cammino, mantenendo un passo di danza, una visione ritmica della vita, a costo di farsi molto male. Abbiamo fatto il mio video più impegnativo in tutti i sensi, ma anche uno dei più divertenti mai realizzati”.
Nel video si vede Jovanotti contrastato nel suo cammino dalle cose più brutte che possano capitare ad un uomo (aggressori, animali feroci, terroristi, esplosioni), ma lui continua a conservare un passo di danza per dimostrare che qualunque cosa accada la vita va vissuta ballando nel segno dell’amore che deve sempre essere presente nella vita di ognuno di noi. Jovanotti, infatti, è disposto a tutto per avere un po’ d’amore e per offrirlo tutto. Con questa canzone Lorenzo vuole dimostrare come nella vita nonostante le difficoltà e i problemi di ogni genere c’è sempre qualcosa per cui vale sempre lottare: L'AMORE. E si vede anche che Jovanotti è maturato: la differenza più evidente rispetto alle prime canzoni (ad es. L’ombelico del mondo) sta proprio nel titolo che parla d’amore.

Le meraviglie in questa parte di universo,
sembrano nate per incorniciarti il volto
e se per caso dentro al caos ti avessi perso,
avrei avvertito un forte senso di irrisolto.

Un grande vuoto che mi avrebbe spinto oltre,
fino al confine estremo delle mie speranze,
ti avrei cercato come un cavaliere pazzo,
avrei lottato contro il male e le sue istanze.

I labirinti avrei percorso senza un filo,
nutrendomi di ciò che il suolo avrebbe offerto
e a ogni confine nuovo io avrei chiesto asilo,
avrei rischiato la mia vita in mare aperto.

Considerando che l'amore non ha prezzo
sono disposto a tutto per averne un po',
considerando che l'amore non ha prezzo
lo pagherò offrendo tutto l'amore,
tutto l'amore che ho.

Un prigioniero dentro al carcere infinito,
mi sentirei se tu non fossi nel mio cuore,
starei nascosto come molti dietro ad un dito
a darla vinta ai venditori di dolore.

E ho visto cose riservate ai sognatori,
ed ho bevuto il succo amaro del disprezzo,
ed ho commesso tutti gli atti miei più puri.

Considerando che l'amore non ha prezzo...
Considerando che l'amore non ha prezzo,
sono disposto a tutto per averne un po',
considerando che l'amore non ha prezzo
lo pagherò offrendo tutto l'amore,
tutto l'amore che ho,
tutto l'amore che ho.

Senza di te sarebbe stato tutto vano,
come una spada che trafigge un corpo morto,
senza l'amore sarei solo un ciarlatano,
come una barca che non esce mai dal porto.

Considerando che l'amore non ha prezzo,
sono disposto a tutto per averne un po',
considerando che l'amore non ha prezzo
lo pagherò offrendo tutto l'amore,
tutto l'amore che ho,
tutto l'amore che ho,
tutto l'amore che ho,
tutto l'amore che ho,
tutto l'amore che ho.

Questa è la dimostrazione che l’amore vince su tutto. Ricordate l’inno alla carità di San Paolo ai Corinzi? “Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi l'amore, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi l'amore, non sono nulla.
E ancora: “A che cosa serve la vita?” è la prima domanda che Pinocchio fa a mastro Geppetto che riesce a dare una risposta solo quando si trovano entrambi nella pancia della balena:  
LA VITA SERVE AD AMARE. 
cfr. - www.cogitoetvolo.it - donboscoland -
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E....TU...? Come spenderai la tua vita nell'AMARE?? Il tuo cuore... che misura di AMORE ha?
Se pensi che il Signore ti chiami ad un AMORE senza confini, "senza prezzo", nella vita religiosa e francescana..scrivimi.Ti risponderò volentieri: fra.alberto@davide.it

domenica 23 gennaio 2011

L'età per diventare frate

FINO A QUALE ETA' E' POSSIBILE CHIEDERE DI DIVENTARE FRATE?



Cari amici,

spesso ricevo simili domande: soprattutto molti giovani-adulti (dai 35/37anni in su) mi interpellano sui "limiti di età" per entrare in convento. Di seguito cerco di spiegare alcune nostre scelte in merito, pur consapevole della parzialità di una risposta. Resto a disposizione per chi vorrà scrivere personalmente.




Che limiti di età?
Secondo le nostre consuetudini e la nostra esperienza (non è pertanto una "legge divina"!) il tempo ottimale per un discernimento vocazionale e di una scelta di consacrazione religiosa nella vita francescana è la GIOVINEZZA (35-37 anni massimo). Questo infatti ci pare il momento più adatto e naturale verso un orientamento di vita tanto radicale.  Pur consapevoli che i criteri per definire "giovane" una persona siano oggi molto diversi rispetto a qualche anno fa, i limiti di età sopra indicati (con le dovute eccezzioni che sempre ci sono state), costituiscono dunque un nostro orientamento nei riguardi dei candidati alla vita religiosa francescana .
Come si spiega tale decisione? 
I motivi sono in realtà vari e tutti sgorgati e suggeriti dalla viva esperienza di questi anni con persone concrete e storie vere e sono mossi da un profondo senso di rispetto e di responsabilità verso gli adulti che si rivolgono a noi, benchè i tempi di "magra" vocazionale vorrebbero indurre talvolta soluzioni più accomodanti e facilone. Abbiamo potuto constatare infatti come, al di là di ogni migliore e retta intenzione (che è fuori discussione!), sia in genere molto difficile per degli adulti (parlo di quarantenni, cinquantenni ed oltre.. che chiedono),  intraprendere il nostro cammino: spesso troppi condizionamenti e legami dalla vita precedente, troppe abitudini ormai radicate (per es. di autonomia personale, economica.. lavorativa..), spesso troppe "storie" molto forti e talvolta dolorose (in ambito affettivo e sessuale o relazionale..) da essere veramente superate o integrate...Si aggiunga poi il lungo iter formativo, i molti passi necessari per diventare frate e per entrare a pieno titolo nella comunità francescana, i molti anni di studio (circa 9 anni di formazione e studio per chi  anche diventa sacerdote!) con pertanto una sorta di "parcheggio forzato" (per nulla facile da gestire e spesso alquanto scoraggiante per il candidato adulto) in un periodo della vita, quello della maturità, che dovrebbe essere invece il più fruttuoso e generativo. Altri nostri motivi di perplessità sono dettati dalla difficile situazione lavorativa contemporanea....; se un adulto infatti, dopo avere lasciato il proprio lavoro per entrare in convento poi scopre che questa non era la sua strada...che si fa?
Quali cammini di discernimento?
* Ai giovani (fino ai 35/37 anni max) che chiedono di intraprendere un discernimento vocazionale indichiamo solitamente di partecipare al cammino del "GRUPPO SAN DAMIANO"; un'opportunità molto bella di verifica della chiamata, di crescita spirituale, di fraternità e di conoscenza della dimensione francescana. 
*  Ai più adulti (dai 37 in su) che pure ci chiedono un discernimento vocaz., sempre e comunque riserviamo attenzione e ascolto e accoglienza, valutando con essi con pacatezza e disponibilità questi nostri orientamenti insieme al loro vissuto, all'intensità e alla veridicità di una chiamata  e di una possibilità vocazionale, che comunque non viene esclusa a priori. E in questi anni anche per alcuni di essi, devo dire, si è giunti  all'ingresso nella vita religiosa, anche se altri , hanno invece preferito orientarsi a diverse forme di impegno laicale nella chiesa o in  realtà francescane (come l'O.F.S.).
Alcuni di questi fratelli più maturi in età e che comunque sono entrati nell'Ordine francescano sono passati attraverso un'esperienza di fraternità e comunità molto singolare e specifica attivata da tempo presso un nostro convento in diocesi di Vicenza. Si tratta dell'Eremo Ss. Felice e Corona di Cologna Veneta (VR) , dove i tre frati che gestiscono questo luogo di ritiro e preghiera si sono un poco specializzati in questo tipo di accoglienza e accompagnamento vocazionale. Per approfondire, puoi leggere il post: Diventare frate a 40 anni?
Con riferimento ad adulti molto maturi e comunque divenuti francescani, non posso qui non ricordare il grande esempio di santità che qualcuno ci ha lasciato, primo fra tutti, frate Giacomo Bulgaro, che entrò nell'ordine a 50 anni (!!!). Restano questi però percorsi abbastanza rari e non usuali nella nostra tradizione.
Un invito ai giovani
I nostri cammini di discernimento sono pertanto rivolti prima di tutto ai giovani (pur restando comunque sempre aperti a valutare qualsiasi altra richiesta), convinti che la loro sia l'età naturalmente privilegiata delle scelte e per decidere una direzione di vita, anche alla luce della fede e della volontà del Signore !  
Invitiamo pertanto sempre e in ogni occasione tutti giovani che incontriamo a ricercare la propria strada senza continuamente dilazionare o rimandare (come vorrebbe il sentire del nostro tempo) ; sempre sproniamo i ragazzi a pensare al loro futuro...; continuamente li sollecitiamo ad un assunzione di responsabilità verso la propria esistenza, ma anche la Chiesa, i poveri...Costante è l'invito alla preghiera anche nelle nostre comunità perchè il Signore li illumini e guidi nella Sua Volontà.
La vita passa in fretta ed è importante "spenderla" bene.
Ci auguriamo che la domanda che spinse nel suo cammino di ricerca S. Francesco, "Signore cosa vuoi che io faccia" sgorghi nel cuore di tutti i giovani.. perchè la giovinezza come la vita...passano in fretta!!
Caro giovane, c'è dunque "un tempo per ogni cosa"...come ci ricorda la Bibbia; spendi dunque bene il tuo tempo, spendi bene la tua vita! 

Benedico tutti, restando disponibile per ogni chiarimento o domanda.

frate Alberto di Padova - fra.alberto@davide.it

PS: ti interessa un test francescano? Clicca qui per rispondere al questionario «Che tipo di francescano saresti?» e ottenere, se vuoi, una risposta da frate Alberto.


giovedì 20 gennaio 2011

E tu...chi dici che io sia?

Essendo giunto Gesù nella regione di Cesarèa di Filippo, chiese ai suoi discepoli: «La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti». Disse loro: «Voi chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». (Mt 16,13-16)


Gesù è in un certo senso un antesignano dei sondaggisti, come dimostra l’episodio riportato da tutti e tre i vangeli sinottici (Mt 16,13-16, Mc 8,27-30; Lc 9,18-21), nel quale interpella gli apostoli per sapere cosa la gente pensasse di lui. Non è che gli prema di misurare il livello della sua “audience”, ma piuttosto di verificare quanto i discepoli hanno colto della sua identità. In effetti i Dodici ne hanno sentite tante sul loro Maestro: c’è chi lo ritiene Giovanni Battista, chi Elia, chi un altro dei profeti. Non si può dire che egli non sia popolare, visto che tutti si sono fatti un’opinione su di lui...Ma c’è un “ma”, perché a questo punto Gesù chiede: «Ma voi chi dite che io sia?». Gesù provoca i suoi ad una risposta che sia diversa rispetto a quella dell’opinione pubblica, una risposta più intima, più personale, non condizionata dal sentito dire, ma frutto della loro conoscenza e del loro amore. E in effetti la risposta di Pietro, che si fa portavoce di tutti, va in controtendenza ed è un vero salto mortale nel mistero: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Egli fa una sintetica professione di fede, che coglie non solo la straordinarietà di Gesù, ma anche la sua unicità, lasciandosi guidare da un’illuminazione divina. Dopo Pietro tanti si sono lasciati interpellare da questa domanda, perché il cammino di fede non può prescindere da essa. Non si può essere cristiani senza un rapporto personale con il Signore, senza dirsi chi è Lui per me, e chi sono io per lui. Ogni risposta, però, suona vuota, se non tocca la mia vita, se non esprime quanto mi sono messo in gioco con lui e per lui. Perciò, non si tratta tanto di consultare il catechismo, o altri libri (anche se questo mi aiuta ad approfondirne sempre più la conoscenza), ma ciò che di Lui porto scritto dentro di me. Infatti Cristo non è ciò che dico di lui, ma ciò che vivo di lui; non le mie parole, ma la mia passione...
Lasciamoci, dunque, interpellare oggi dalla domanda di Gesù: «Ma tu, chi dici che io sia?»
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P.S. San Francesco chiedeva spesso nella preghiera: «Chi sei tu, Signore? E chi sono io?». Dopo l’esperienza delle stimmate sul monte della Verna, dal suo cuore innamorato, uscirà questa splendida risposta:
Tu sei santo, Signore solo Dio, che compi meraviglie.
Tu sei forte, Tu sei grande, Tu sei altissimo, 
Tu sei onnipotente, Tu, Padre santo, re del cielo e della terra.
Tu sei trino e uno, Signore Dio degli dèi, 
Tu sei il bene, ogni bene, il sommo bene, 
Signore Dio vivo e vero.
Tu sei amore e carità, Tu sei sapienza, 
Tu sei umiltà , Tu sei pazienza, 
Tu sei bellezza, Tu sei sicurezza, Tu sei quiete.
Tu sei gaudio e letizia, Tu sei la nostra speranza, 
Tu sei giustizia e temperanza, 
Tu sei tutto, ricchezza nostra a sufficienza. 
Tu sei bellezza, Tu sei mansuetudine. 
Tu sei protettore, Tu sei custode e difensore, 
Tu sei fortezza, Tu sei rifugio.
Tu sei la nostra speranza, Tu sei la nostra fede, 
Tu sei la nostra carità, Tu sei tutta la nostra dolcezza, 
Tu sei la nostra vita eterna, 
grande e ammirabile Signore, 
Dio onnipotente, misericordioso Salvatore.


tratto da www.giovani.org - di suor Nella Letizia

venerdì 14 gennaio 2011

Ai sordi e ai muti...di cuore....

“Ha fatto bene ogni cosa;

fa udire i sordi e fa parlare i muti! ”.

Gesù, di ritorno dalla regione di Tiro, passò per Sidone, dirigendosi verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli. E gli condussero un sordomuto, pregandolo di imporgli la mano. E portandolo in disparte lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e disse: “Effatà” cioè: “Apriti! ”. E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente. E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo raccomandava, più essi ne parlavano e, pieni di stupore, dicevano: “Ha fatto bene ogni cosa; fa udire i sordi e fa parlare i muti! ”.

(Mc 7, 31-37)

Essere sordi è proprio un bel guaio perché ti senti isolato dal mondo che ti circonda, vorresti sentire, capire quello che gli altri dicono, vorresti partecipare con loro a un dialogo che ti toglie dal tuo isolamento e invece non puoi. Diventi anche sospettoso perché spesso non riesci a decifrare nel volto, nei sorrisi o nei disappunti le reazioni di chi ti si rivolge. Ma ci sono molte altre sordità nella nostra vita: c’è un non voler ascoltare che è peggio dell’essere sordi. E’ la decisione di non permettere a nessuno di entrare nella nostra vita. Bastiamo a noi stessi e non vogliamo che nessuno ci disturbi. Sordi e muti lo siamo sempre tutti e sempre di più nonostante l’aumento vertiginoso di strumenti per la comunicazione: cellulari, ipod, face book, messenger, Sky, programmi di telefonia internet. Mai abbiamo avuto così facilità di comunicare, ma stiamo diventando mummie. Invece di ascolto e dialogo preferiamo cuffie e immagini da bere e far bere. Soprattutto ci accorgiamo che se non ascoltiamo non riusciamo nemmeno a parlare. La fatica del comunicare è dovuta al loculo in cui ci siamo costretti. Ci siamo chiusi nel nostro io dorato, va più di moda il single che lo sposato, l’uomo che si fa i fatti suoi che colui che cresce in un tessuto di relazioni. Invece la vita è proprio fatta di dialogo: di gente che sa ascoltare e di gente che parla, che apre la sua vita e di gente che ascolta, che offre il suo sostegno. Non possiamo passare la vita a fare i sordi e a fingere di essere muti.
In questo cimitero di loculi irrompe il comando perentorio di Gesù: apriti. Gesù incontra un giorno un sordo muto, una persona che non può comunicare, che è costretta a vivere nel suo isolamento; parla con gli occhi, ma non sempre c’è gente che lo sta a guardare e soprattutto lui non può dire pienamente la pienezza dei suoi sentimenti e del suo cuore. E Gesù gli grida quel perentorio “apriti”, toccandogli labbra e orecchie con la sua saliva. Per Gesù è sempre bello toccare, avere un contatto fisico con le persone, far loro sentire che si immedesima, si mescola, si accomuna. E Gesù ci urla ancora oggi quell’apriti che ogni prete che battezza dice al bambino incapace di parlare e di ascoltare: Apriti la tua vita ora è nuova, c’è una parola da ascoltare che ti indica le strade vere della vita è la Parola di Dio e c’è una parola che devi far sgorgare dalla tua vita che è la lode di Dio. Quando ti alzi al mattino non cominciare a maledire la giornata e magari anche Dio, ringrazialo. C’è gente che si aspetta da te anche solo una parola e tu non rispondere con due grugniti o con qualche monosillabo.
Ascolta e parla, mettiti a disposizione e offriti. Sei troppo sordo ai bisogno degli altri, non imparerai nemmeno a parlare, dirai solo parole vuote che ritorneranno ancora su di te, prigioniero della tua eco. Apriti alla bellezza del sorriso di chi con semplicità chiede compagnia. Apriti all’urlo di chi muore di solitudine e aspetta di sentirsi anche solo chiamare per nome. Apriti alle sorprese della vita, c’è un mondo al di fuori di te, più grande di te, per il quale sei fatto e che aspetta di esplodere anche per te. Apriti alla voce di Dio che si modula con tutte le voci dei poveri e degli sconfitti. Apriti a chi ti vuol donare il suo cuore per un amore senza fine. Apriti a chi cerca una direzione per trovare assieme la strada della felicità. Soltanto allora potrai parlare, potrai dire parole che si sono rimodulate dentro di te, che permettono alla tua bontà di consolare, alla tua intelligenza di capire, al tuo cuore di donarti.
Questo è il segreto della vita di tutti. Gesù questo lo sa fare sa far parlare i muti e udire i sordi, sa togliere tutte le nostre chiusure egoistiche per ascoltare e offrire speranza a tutti.

da Giovani.org . di Domenico Sigalini

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Caro giovane

Se hai domande per la tua vita...se desideri un confronto...se cerchi un di più

scrivimi: fra.alberto@davide.it

giovedì 6 gennaio 2011

Epifania: festa di chi cerca


6 gennaio: Epifania del Signore
Nei Magi intravediamo tutti i pellegrini, i cercatori di Dio e della Sua volontà (che sempre si lascia incontrare).
Buona festa e buon cammino in particolare a tutti quei giovani che fidandosi hanno deciso di seguire la Stella e di intraprendere un viaggio forse non facile di discernimento e ricerca vocazionale.
frate Alberto
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Prostratisi lo adorarono
Fratelli, seguiamo i magi, lasciamo le nostre abitudini pagane. Andiamo ! Facciamo un lungo viaggio per vedere Cristo. Se i magi non fossero partiti lontano dal loro paese, non avrebbero visto Cristo. Lasciamo anche noi gli interessi della terra. Finché restavano nel loro paese, non vedevano nulla se non la stella ; quando invece hanno lasciato la loro patria, hanno visto il Sole di giustizia (Mt 3,20). Diciamo meglio : se non avessero intrapreso generosamente il loro viaggio, non avrebbero nemmeno visto la stella. Anche noi alziamoci dunque, e anche se a Gerusalemme tutti restano turbati, corriamo là dove si trova il Bambino...
« Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono i loro doni ». Quale motivo li ha spinti a prostrarsi davanti a quel bambino ? Nulla di particolare nella Vergine o nella casa ; nessun oggetto in grado di colpire lo sguardo e di attirarli. Eppure, non contenti di prostrarsi, aprono i loro tesori, con doni che non si offrono se non a Dio - l'incenso e la mirra simboleggiano la divinità. Quale motivo li ha spinti ad agire in questo modo ? Lo stesso motivo che li aveva decisi a lasciare la patria, e a partire per quel lungo viaggio : È la stella, cioè la luce con la quale Dio aveva riempito il loro cuore e li conduceva poco a poco in una conoscenza più perfetta. Se questa luce non li avesse illuminati, come avrebbero potuto rendere tali omaggi mentre ciò che vedevano era così povero e umile ? Non c'è grandezza materiale, ma soltanto un presepio, una stalla, una madre priva di tutto, perché tu possa vedere più chiaramente la sapienza dei magi, perché tu possa capire che essi sono venuti non verso un uomo, ma verso un Dio, loro benefattore.
San Giovanni Crisostomo (circa 345-407), vescovo d'Antiochia- Omelie su Matteo, 7-8
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mercoledì 5 gennaio 2011

Vocazione è Amare


Cari amici, riporto di seguito, parte del diario di un Direttore spirituale (figura su cui sempre insisto per un buon discernimento vocazionale). Si narra dell'esperienza di un giovane e del suo cammino di ricerca: può certo essere utile ad altri giovani. Da parte mia, colgo l'occasione per invitarvi alla preghiera per i sacerdoti e i religiosi che svolgono il difficile e delicato compito di Padri e Guide Spirituali
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La Vocazione è Amare
Mi è capitato di accompagnare in questi anni un giovane in ricerca vocazionale : davvero un ragazzo eccezzionale sotto molti aspetti, ricco di doti morali e intellettuali e mosso da un vivo desiderio di compiere la volontà di Dio nella sua vita. A prima vista, poteva essere definito come il giovane ideale che ogni animatore vocazionale desidera incontrare: buono, bravo, devoto, intelligente, ...ecc...ecc...ecc. !!! Il suo cammino però, se da un lato mi appariva sincero e genuino, eppure dall'altra, mi colpiva ogni volta per l'alone di tristezza e di "dovere" che lo circondava ..Fatto sta che, terminato l'anno di discernimento (un paio di anni fa), da lui assolto ovviamente con frequenza e partecipazione scrupolosa, non me la sentii di incoraggiarlo all'ingresso in postulato. Lo invitai invece ad aspettare, ad attendere per accogliere dalla vita ulteriori indicazioni..Come in un flash, me l'ero immaginato per un istante, uno dei vari preti o religiosi a volte incontrati: precisi, scrupolosi, coerenti, non di rado colti e preparati...eppure tristi, spesso in difficoltà nell'avere un contatto semplice e famigliare con i fedeli, lontani dal gioire e dal soffrire insieme ai loro fratelli; uomini qualche volta senza lacrime e senza sorriso; numi tutelari di una religione dell'obbligo!! Lo Spirito per la verità mi aveva già suggerito più volte di dirgli durante il cammino di "ascoltare il suo cuore", di "lasciare spazio al suo cuore", di abbandonare una fede del "dovere" per gustare piuttosto l'Amore del Signore.. Si era infatti via via fatta più chiara in me la percezione di un suo modo veramente "compresso" e coartato di vivere la fede e il suo rapporto con il Signore e in definitiva ogni altra relazione: un giovane così tanto bravo e "ricco", ma forse proprio per questo incapace di accogliere un'autentica proposta d'amore del Signore. Per altri due anni, pregando anche molto per lui, abbiamo continuato i nostri dialoghi più o meno frequenti, dove non ho fatto altro che ripetergli: "hai un cuore grande...ama! Ricorda che quanto di più bello ti appartiene è nel tuo cuore, è il tuo cuore; non temere a "voler bene", rischia l'Amore....!!!"
Da parte mia, avevo preso l'impegno interiore di continuare a restargli accanto per come potevo , soprattutto per trasmettergli un messaggio di continuità, disponibilità e fedeltà alla relazione che si era instaurata..(e più di qualche volta non è stato facile)...e osservando, da vicino eppure da lontano, il suo percorso e le sue fatiche...in attesa della primavera.

Alcuni giorni fa, di mattina presto, è venuto da me.. E' stato un incontro commovente! Mi ha ringraziato...anche per quel lontano consiglio di non entrare in postulato! Aveva una sua sintesi da proprormi, maturata al termine di una veglia di preghiera (in una uscita col gruppo giovanissimi di cui era animatore da poco) e di un breve dialogo con un sacerdote mai visto prima che gli aveva chiesto stupito e ammirato, osservando il suo modo di pregare e di stare con gli altri, che formazione avesse ricevuto. Costui, involontariamente, lo aveva aiutato a prendere consapevolezza di un cammino interiore maturato nel frattempo e di cui solo ora prendeva piena visione...Un Grazie era subito sgorgato dal suo cuore, rivolto al Signore: ora la strada percorsa appariva chiara e ben delineata. In questi due anni aveva finalmente potuto vivere alcune esperienze fondamentali per lui: aveva osato e cercato (pur con tanta fatica) delle relazioni affettive più profonde, con conseguenti successi e anche qualche provvidenziale insuccesso...specie con l'altra metà del cielo..la Donna; aveva finalmente provato a ridimensionare il ruolo preponderante e quasi tirannico dello studio, funzionale solo alla sua immagine di giovane "per bene e ligio", ma che gli impediva spesso di gustare la vita ; aveva scoperto di avere bisogno degli altri (lui così autonomo e bastante a sè stesso..), aveva intuito e sperimentato di poter amare e di avere bisogno di amare.....e che i legami non sono catene che schiavizzano, ma opportunità di vita bella e piena; aveva imparato a guardare e a convivere un poco anche con i propri limiti e insuccessi senza preoccuparsi più tanto di sè , scoprendo così che nel passato, non si era voluto troppo bene pur difendendo sempre in modo agguerrito la propria immagine di perfezione e di sufficienza..Aveva anche offerto un pò del suo tempo a qualcuno facendo dei servizi in parrocchia e nel volontariato (cose da sempre fatte in realtà)..., ma imparando ora finalmente a donarsi con generosità e gratutità , lui così calcolatore e un pò "taccagno" (come qualche volta mi divertivo a definirlo). Aveva pure imparato a coltivare dei momenti di preghiera cercando di viverli con fedeltà...nonostante il perenne desiderio di fuga.
Mentre mi parlava, persino il suo "mostrarsi" mi pareva finalmente "liberato": non avevo più davanti a me il giovane "compito" e "a modo" di prima, ma un ragazzo per la verità, ora un pò "disarticolato" (non saprei definirlo meglio) e un pò buffo, quasi goffo nel suo cercare però ora di essere sè stesso, rifuggendo ogni maschera di perbenismo!
Compresi che via via si era fatto strada in lui un nuovo orizzonte e la percezione di un "cuore nuovo" e rinnovato: un CUORE CAPACE di AMARE nella libertà e pure una immagine di Dio nuova, diversa: DIO E' AMORE!
Ora era contento e voleva comunicarmelo!

L'ho abbracciato! "La miniera del tuo tesoro interiore, gli dissi, è stata finalmente aperta, ora sta a te decidere che farne: è una tua ricchezza, piena di perle preziose e monete d'oro, ma anche una grande responsabilità. Ora potrai decidere di metterle a disposizione, potrai spezzare per altri i tanti Doni ricevuti, potrai condividere e sempre più amare..oppure ancora potrai decidere di riseppellire tutto, di tenerti stretta la tua vita invece di rischiare di perderla e donarla, ma anche, in tal modo,... ritrovarla. Chi vorrà salvare la propria vita , la perderà; chi la perderà per causa mia la troverà...; come sono vere queste tue parole Gesù!!!. E' la logica del seme, del chicco di grano che porta frutto solo se muore..; è la logica di pochi pani e pesci che, spezzati e condivisi, sfamano la moltitudine;è la logica Eucaristica del corpo spezzato e del sangue versato nel Dono di Sè; è la logica del Vangelo...: di te ..Gesù!"

Ci siamo guardati a lungo senza parlare...ma ci siamo intesi..

Non so cosa deciderà nella sua vita, per quale scelta di vocazione si incamminerà; ho però ora una certezza: la possibilità e la bellezza dell'Amare che ha intravisto, difficilmente saranno dimenticate!
Amare: Un percorso santo che potrà compiersi e realizzarsi per una donna e all'interno di una famiglia, con dei figli: un compito stupendo e benedetto da Dio! Oppure..., amare potrà ora significare (e solo ora è possibile...prima no!) anche un percorso in cui liberamente fare scelte più grandi, per un Amore rivolto e offerto a tutti senza distinzioni, ad una consegna di sè totale al Signore e per tutta l'umanità, nella vita religiosa e sacerdotale.

Signore Gesù donagli di comprendere la misura della sua capacità di amare...la misura alla quale Tu lo chiami.
Spirito Santo dona a me ogni giorno la grazia della Tua Luce, perchè mi guidi al bene...e così possa guidare a mia volta...AMEN

fra Angel de la Tour ("Chemins des Vocationes". Ed. Esprit et vie. Lyon 1985)
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