domenica 26 dicembre 2010

Noi francescani nel mondo: FRANCIA

Cari amici, in "regalo" per voi, in questi giorni di festa, ecco un bellissimo video realizzato dai nostri frati in Francia, una terra segnata da un forte laicismo , ma ancora e nonostante tutto assetata di Dio e di senso..Qui, come Frati Minori Conventuali cerchiamo di portare il nostro carisma, vivendo il Vangelo secondo la Regola di san Francesco, in un'intensa vita di preghiera , in uno stile di missionarietà caratterizzato dalla fraternità.
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chi desidera avere ulteriori notizie o informazioni, mi scriva pure:
fra.alberto.@davide.it

sabato 25 dicembre 2010

Buon Natale


Preghiera di S. Antonio

Sorridiamo

ed esultiamo

insieme

con la beata Vergine,

perché Dio

ci ha dato il sorriso,

cioè il motivo di sorridere

e di gioire con lei e in lei:

"Oggi vi è nato il Salvatore".




Dio è più grande del nostro cuore (1Gv3,20-21)


IO FOLGORATO

DA DIO

SULLE VIE

DI PARIGI:

storia di una conversione



Il famoso critico francese

narra la sua conversione




Nato nel 1951 a Parigi, Patrick Kéchichian è stato per 25 anni giornalista e critico letterario di «Le Monde». Ora esce in italiano, per San Paolo, il suo «Elogio del cattolicesimo» (pp. 146, euro 12) in cui – oltre a segnalare «le parole chiave della tradizione cristiana» – l’autore narra anche la sua conversione, avvenuta negli anni Ottanta; ne riproponiamo in questa pagina il brano relativo. Oggi Kéchichian (nella foto qui sopra) collabora con «La Croix» e «Art Press». Ha scritto vari libri, tra cui un recente testo sulla conversione di san Paolo, insieme al teologo Stanislas Breton e il critico d’arte Philippe Morel.

Per lungo tempo ammalato e depresso, ma ugualmente tronfio di orgoglio, e di un orgoglio al rovescio, sono arrivato a pensare che non ero altro che polvere, una quantità infinitesimale di polvere. ridipingevo la realtà, o almeno la sua rappresentazione, con i colori cupi e opachi della mia anima. Era per me un punto d’onore tenere costantemente pieno fino all’orlo il calice amaro di ogni giorno. Con un’ostinazione cronica e inconsapevole mi lasciavo precipitare nel baratro di una aberrazione negativa e morbosa, ripromettendomi di accrescerla, di perfezionarla, di trovarvi agio e conferme, sforzandomi, talvolta senza riuscirci (la mia tristezza non era finta), di trovare gioia nello scetticismo e nella tristezza. Leggevo Cioran con passione, ripetendo a me stesso le sue massime tragiche sull’inconveniente d’essere nati.

Non si dirà mai abbastanza del fascino seducente del nichilismo – più sorriso incantatore che dottrina, più orizzonte notturno che spettacolo del dolore –, soprattutto quando ci si ritrova ad ammannirselo da sé e a crogiolarsi in esso; rovina che prende posto fra le rovine; creatura ombrosa, rantolante, indecente e ansimante che sposa tutte le oscenità della notte. In quel periodo confuso, le notti di Parigi mi divennero amiche. Mi sentivo a casa in quelle notti, solo, senza amici, lontano dalle feste, dai rumori e dalle luci. Camminavo errabondo, sfinendo il mio corpo, credendo di sottrargli lo spirito, in un gioco puerile e sinistro. Mi sentivo inattaccabile e innocente. (Nessuna ragione saggistica giustifica l’esercizio autobiografico. Inutile, dunque, prolungare questo racconto per giungere al proposito che mi sono fissato). Questo era il mio stato abituale prima della conversione al cattolicesimo. E fu forse quello stato psicofisico che costituì per lungo tempo un ostacolo alla svolta. L’ostacolo reale non erano tanto le passeggiate errabonde della notte, né la solitudine, né la mia ombra proiettata sui marciapiedi dalla pallida luce dei lampioni parigini e neppure la mia innocenza gettata alle ortiche (innocenza più credibile dei miei tentativi di dannarmi)..., era piuttosto quella percezione di un mondo perduto generata dal mio sé malato e dal mio sguardo pessimista, era la percezione di un mondo senza redenzione. Il mio peccato non «mi sta sempre dinanzi» (Sal 51,5), ma era come sospeso sopra di me, invisibile, inconoscibile, inaudito. Ho la sfrontatezza di pensare che la mia colpa reale, appurata e da me conosciuta, non fosse più grande della punta di uno spillo. Semplicemente, mi struggevo in essa, e mi compiacevo a ingigantirla un milione di volte al microscopio della melanconia. Una «nube d’inconoscenza» nascondeva la luce che, ogni mattina, si offriva di guarirmi, di purificarmi. Ogni mattina la respingevo, preferendo i miei fantasmi notturni, e attendendo da essi non so quale rivelazione. Una dialettica perversa mi teneva prigioniero negli antri più sordidi del mio animo, simile a quella descritta da Charles Du Bos: «Un sentimento d’indegnità personale aveva preso dimora in me, e anziché condurmi a cercare un Dio compassionevole, sensibile alla mia miseria, mi revocava il diritto a credere in Lui». Tuttavia, un mattino, che nulla annunciava di nuovo, una luce si fece largo, e si aprì un varco, lentamente, senza strepiti. Nel grigiore ordinario di un giorno ordinario, fu come il primo raggio di sole della prima alba del mondo. Ero capitato per caso su una frase della prima Lettera di san Giovanni (3,20-21) e questa frase mi fulminò: se il tuo cuore ti condanna, «Dio è più grande del nostro cuore». L’avevo letta molte volte quella frase, senza mai comprenderla, come se non fosse stata scritta per me, come se fossi destinato a fermarmi alla superficie, al suo involucro più esterno, a rimanere estraneo al suo reale significato e al suo invito potente, accecato dalla condanna che mi ero inflitto da me stesso. Non appena mi arresi, accettando di andare più in profondità, quelle parole incendiarono la mia notte. Prima non lo credevo possibile, non me ne curavo, ma davvero quel versetto ebbe la meglio su di me. Fu questione di un attimo, divenne un’intuizione da cui fui assolutamente e definitivamente conquistato. Furono per sempre fissati in quell’attimo un prima e un dopo – un dopo definitivo. Non sto parlando di una illuminazione. Piuttosto di un salto; un salto oltre la linea dell’orizzonte... Già da tempo mi ero accorto di questa linea di demarcazione tracciata con il gesso sul terreno, quasi cancellata dal mio calpestìo e da quello dei miei simili. Da questo lato della linea c’era la mia infanzia, poi i miei favolosi anni di abbrutimento, di oscurità; era già scritto l’uomo vecchio che sarei diventato. Dall’altro lato della linea, si estendevano non certo verdi pascoli, ma quel territorio che Chesterton chiamava, opponendolo al semplice «piacere», il «privilegio eccentrico» della vita ( Ortodossia, IV). Avevo circa trent’anni. Eravamo agli inizi degli anni 80. La frase di san Giovanni mi trasmetteva la sensazione che la «retta via» (espressione da intendersi libera da ogni moralismo) era infinitamente più larga e accogliente degli spazi messi in fila in tanti anni dai miei patetici vagabondaggi notturni. E soprattutto che questa «via» non mi era preclusa, non era una strada proibita per me, anche se mi ritenevo indegno. La questione non era, o non era più, quella di inebriarsi della propria carenza d’amore o della caricatura d’uomo sulla quale bisognava riversare questo amore! Ora potevo finalmente divorziare dalla mia notte, congedare i miei spettri! Dio mi amava senza mercanteggiare, senza pretendere da me una contropartita, mi amava anche se mi consideravo poco amabile! Poiché «Dio non cessa mai di amare quei disorientati, quegli storditi che si lasciano cadere rotolando e precipitando di male in peggio, dal tramonto fino al buio più assoluto» (Max Jacob, Meditazioni, XXIII). Inoltre, questo mi liberò definitivamente dalla pretesa di giudicare me stesso e gli altri. Nel bene e nel male. Convertirsi è anche svincolarsi dall’ossessione del giudizio. All’amore, all’amore di cui parla san Giovanni, spetta tutto. Davvero tutto. Tutto divenne improvvisamente chiaro, di una chiarità soprannaturale, che fondeva carità e giudizio. Tutto – il mondo, gli altri e me stesso – si trasfigurava, per grazia di una luce universale di cui non coglievo ancora la natura, la potenza, gli effetti... In quella luce, colsi immediatamente le primizie di una dolcezza infinita e di un’intelligenza superiore. Tutto era cambiato e tutto restava al suo posto. Ogni pensiero, parola e gesto assumevano tuttavia il loro vero valore. Da quel momento, ogni pensiero, parola e gesto avrebbero avuto la loro reale portata, il loro peso.

Avvenire, 21 dicembre 2010

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giovedì 23 dicembre 2010

Il Gruppo San Damiano a Brescia



Il 7-8 Novembre i giovani del Gruppo san Damiano si sono ritrovati a Brescia presso il convento san Francesco ( foto sopra), sede del Postulato, per il terzo incontro del cammino vocazionale francescano proposto per il Nord-Italia, caratterizzato in particolare dalla veglia di preghiera con la croce, che andrà poi a Madrid per la GMG, e dalla mattinata di spiritualità e formazione.
Alleghiamo di seguito la testimonianza di Luca del Gruppo san Damiano...


TESTIMONIANZA DI LUCA
Mi chiamo Luca, ho 33 anni, vengo dalla provincia di Bergamo e a settembre di quest'anno ho cominciato a frequentare gli incontri del gruppo San Damiano.
Vorrei richiamare l'attenzione di tutti quei giovani che sono in ricerca di Gesù, ma faticano con le sole proprie forze ad incontrarlo.Sto per giungere alla 3^ tappa del cammino che già, dopo soli due incontri, ha messo un po' di ordine dentro di me, chiarendomi alcuni aspetti, ma anche suscitandomene altri.Prima di vivere di persona un week-end vocazionale presso un convento di frati (come ho appena vissuto lo scorso novembre nel convento di Brescia) ho sempre pensato di trovarmi davanti persone un po' tristi, sofferenti per la scelta che avevano fatto.Invece ho dovuto ricredermi! Vivendo a stretto contatto con loro per 2 giorni ho notato una luce uscire dai loro occhi, una gioia trasparire dalla loro anima, che mi ha fatto sin da subito sentire a casa, una nuova casa... abitata dall'amore verso il Signore, nel Signore.Paradossalmente il mio mondo, che avevo lasciato chiuso fuori, l'ho riscoperto in quel convento, tra quei giovani, attraverso i loro formatori.Mi hanno colpito questi giovani che LIBERAMENTE decidono di lasciare tutte le sicurezze che potevano avere prima di questa scelta, per qualcosa, o meglio, QUALCUNO di molto importante: Gesù.E mi riallaccio anche al tema della vocazione che abbiamo trattato in questo incontro insieme ad altri ragazzi del gruppo, che come me si stanno interrogando, o meglio stanno cercando di accogliere questa voce.Abbiamo meditato il brano della vocazione del profeta Isaia (vedi Isaia 6,1-13): nella sua risposta alla chiamata di DIO ha avuto le sue difficoltà, ma nonostante le fatiche ha scelto, dentro la sua libertà.Anche io devo dire che ho avuto difficoltà a comprendere il valore della libertà, soprattutto da tutti quei beni che mi attaccano al mondo, per esempio un lavoro sicuro, un'indipendenza quindi anche economica, inoltre il poter avere una autovettura con la quale poter andare ovunque si vuole...ma ho compreso che la vera ricchezza non sta nell'avere tante cose ma nell'essere vicini a Gesù così come Lui ci vuole, cioè ricchi, ma nello spirito.Infatti come Gesù stesso dice, non si può servire sia Dio che la ricchezza, o si serve l'una, o l'altra, a noi la LIBERTA' di scegliere.Per essere più preciso vorrei sottolineare che il mio è un lavoro stabile che non conosce crisi, infatti sono un appartenente alle forze dell'Ordine, l'autovettura per esempio e' nuova, di ultima generazione, e privarmene significherebbe non poter andare dove vorrei, tuttavia ciò mi farebbe essere meno dipendente da quel oggetto di uso comune.L'episodio del profeta mi ha fatto riflettere in modo più profondo sul valore della libertà che il Signore dona ad ogni sua creatura, specialmente nelle scelte importanti di una vita, come per esempio quella di rispondere ad una chiamata per una vita consacrata.Ringrazio i postulanti di Brescia per la loro testimonianza, i frati formatori per la loro disponibilità, per l'accoglienza ricevuta e per l'ascolto che hanno donato alla mia persona in cammino verso questa voce che chiama ma che non si vede, e che mi lascia libero di rispondere o meno al Suo invito... SEGUIMI.

Buon Cammino.
Luca

sabato 18 dicembre 2010

S. Giuseppe, modello dei chiamati

19 dicembre 2010
Quarta domenica di Avvento, anno A.

Giuseppe, figlio di Davide,
non temere di prendere con te, Maria, tua sposa.
Infatti il bambino che è generato in lei
viene dallo Spirito Santo…”. (Mt 1,20)

Giuseppe è il modello dell’autentico credente, vero modello per ogni chiamato. È colui che più di tutti si fida. La sua fiducia si fonda sul messaggio misterioso ma reale di Dio, ricevuto nel sogno e nelle promesse. Giuseppe testimonia che la vita è vocazione in ogni suo momento e che la vita va affrontata come pellegrinaggio e non come vagabondaggio. La vita come vocazione significa che ogni circostanza è l’avvenimento di Dio che interpella la persona e questa risponde. Chi è educato a vivere ogni rapporto in questa prospettiva, si accorge che ad un certo punto si verificano dei segni che, con naturalezza, portano a scegliere la propria strada. Quando si vive la vita come vocazione e si cammina nella semplicità, dentro l’oggettività data, i segni arrivano da soli e si supera la paura di donare se stessi.

Per le notti di dubbi e turbamenti,
ti sentiamo vicino, Giuseppe.
E vorremmo assomigliarti nell’attenzione
e nel rispetto
che porti per le persone,
per la tua delicatezza nei confronti di Maria.
Ancor più per la tua pronta adesione di fiducia
al progetto del Signore
che ha scompigliato il tuo.
Nei nostri silenzi, nel sonno provvidenziale delle nostre sicurezze,
ci parli ancora l’angelo
per accogliere il Dio che i vostri sì, quello di Maria e il tuo,
hanno reso per sempre “Dio-con-noi”.

Buona ultima domenica d’Avvento!

Con quali mezzi vivono i frati?



Cari amici,
riporto di seguito il "botta e risposta"
con un giovane circa la povertà dei frati
e il loro sostentamento.
Non ho la pretesa di esaurire qui il discorso,
ma certo, sono domande molto comuni che spesso tanti giovani e meno giovani mi fanno...






DOMANDA

Salve fra Alberto,
mi chiamo Federico, sono un ragazzo di Bitonto , 26enne, da un anno laureato in economia e commercio. In seguito ad alcuni avvenimenti personali è spuntato dentro di me un seme che mi ha portato a contatto con i frati francescani vicini alla mia residenza.
Ho partecipato al primo week-end vocazionale presso il convento deputato all'accoglienza nella mia regione e sicuramente continuerò questo cammino per scoprire il progetto che il Signore ha in serbo per me.
L'unica mia preoccupazione, (sarà perchè sono laureato in Economia ed ho una piccola fissazione per costi e ricavi) riguarda il sostentamento personale di un frate: mi spiego...
Dato che si fa il voto di povertà e si rinuncia ad avere dei beni personali, da dove derivano le fonti di sostentamento (cibo, effetti personali, eventuali medicine e altro...).
C'è un fondo della chiesa destinato a mantenere i conventi francescani? Se un frate non dovesse lavorare e percepire un reddito, come si mantene?
Grazie. Pace e bene! Federico.
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RISPOSTA

pace a te fratello,
grazie intanto per la fiducia e anche ti incoraggio nel cammino di ricerca che stai facendo..
Circa l'interrogativo che mi poni..be..ecco solo alcune indicazioni molto sintetiche...Ma..credo che di questa questione comunque ne potresti parlare tranquillamente con i frati con cui fai il tuo discernimento.
I francescani sono detti da sempre un "Ordine mendicante": si vive infatti di offerte...di elemosina della gente..e soprattutto del frutto del proprio lavoro, (come raccomandava San Francesco!) svolto nelle molteplici attività in cui siamo impegnati (parrocchie, santuari, scuole.....predicazioni..opere di carità e di assistenza...)..
Tutto viene messo in comune e condiviso cercando sobrietà e essenzialità, con uno stile di vita il più possibile semplice e libero e dunque senza attaccamenti (alle cose....agli affetti..alla carriera..al potere...ecc..). Un criterio ispiratore fondamentale è non certo la scelta di una vita povera in sè e per sè, quanto piuttosto, l'aderire con cuore puro e indiviso al Signore Gesù; la condivisione e la comunione tra fratelli e con chi è piccolo e povero...Si è poveri dunque principalmente nella consegna di sè stessi al Signore e al suo Regno..
I frati, come tutti i religiosi, non rientrano nel sistema dell 8x1000 che vige in Italia, che garantisce invece uno stipendio ai soli preti diocesani..., così come sono escluse da questo regime le chiese e le opere francescane.
La Provvidenza, anche tramite la bontà di tanta gente, non ha mai fatto mancare ai frati, un tetto, un vestito, del pane...e quanto necessita per vivere e svolgere il proprio ministero.
Il Signore non ha forse promesso il centuplo a chi lascerà tutto per seguire solo Lui?!!
Va anche detto che la povertà è anche e prima di tutto un atteggiamento interiore e spirituale da coltivare e custodire, per nulla scontato: si può essere infatti poveri di beni materiali, addirittura si possono scegliere forme rigidissime di vita (come alcune congregazioni di nuova fondazione che si "vantano" per questo e accusano altri di "rilassamento"!!!!) , ma essere appunto "ricchi" di superbia e di orgoglio e di potere e dunque per nulla poveri di spirito come ci chiede il Vangelo. L'umiltà è sempre un'altra declinazione della vera povertà...che mai addita, mai si gonfia..
Caro fratello...spero di esserti stato utile in qualche modo..Ti incoraggio nel tuo cammino e ti auguro un Santo Natale.
frate Alberto


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sempre a dispozione per chiarimenti o richieste: fra.alberto@davide.it

lunedì 13 dicembre 2010

La vocazione? tabù o...opportunità?


Cerchiamo di infrangere il tabù che sta dietro la parola vocazione. Nella vocazione sta il senso della nostra vita. È vivendo in essa che possiamo raggiungere il massimo delle nostre potenzialità e della nostra capacità di dono. Nella realizzazione del progetto che Dio ha pensato per noi sta il segreto della felicità...

Cerchiamo di infrangere il tabù che sta dietro la parola vocazione.
Nella vocazione sta il senso della nostra vita. È vivendo in essa che possiamo raggiungere il massimo delle nostre potenzialità e della nostra capacità di dono. Nella realizzazione del progetto che Dio ha pensato per noi sta il segreto della felicità.La vocazione è una realtà molto ricca e complessa. Potrebbe essere rappresentata come punto di sintesi e d'equilibrio fra varie componenti. Espressione del dialogo tra la volontà di Dio e quella dell'uomo si realizza nell'incontro tra le ricchezze della persona e gli appelli che la vita fa a ciascuno, tra il proprio desiderio di libertà e il proprio senso di responsabilità, tra i bisogni dell'individuo e le attese della comunità, tra esperienza passata e progetto di sé. Tutto ciò fa della vocazione una realtà relazionale e dinamica che si sviluppa grazie alla capacità di autodeterminazione del soggetto. Essa muta al mutare delle situazioni pur seguendo un filo logico, provvidenzialmente tracciato, che diviene comprensibile all'individuo solo ad una lettura retrospettiva, profonda ed illuminata, della propria storia.

La sofferenza di una vita senza senso
La parola vocazione viene dal latino e significa chiamata. E' Dio che chiama l'uomo: ad ogni persona affida una missione, un progetto da realizzare. All'individuo spetta il compito di rispondere all'appello di Dio. Solamente chi «centra la propria vocazione» realizza a pieno la sua vita spendendola per l'obiettivo per cui è stato creato. A questo proposito è interessante notare come l'etimologia della parola peccato in ebraico significhi proprio «sbagliare mira», «non centrare l'obiettivo», «camminare fuori strada»: in altre parole, essere fuori dal progetto di Dio.(…) Viceversa anche tu avrai potuto sperimentare quanto sia pacificante vivere accanto a persone che hanno centrato in pieno la loro vocazione, che con equilibrio sanno mettere a frutto le proprie potenzialità ed accettare i propri limiti. Sono individui profondamente in pace con se stessi e con gli altri perché «al proprio posto». Anche la psicologia, utilizzando la categoria della significatività, ci offre una riflessione assai interessante. Victor E. Frankl, psicoterapeuta viennese, afferma «Ogni epoca ha la sua nevrosi. In realtà, noi oggi non siamo di fronte, come ai tempi di Freud, ad una frustrazione sessuale, quanto piuttosto ad una frustrazione esistenziale. Il paziente di oggi soffre di un abissale sentimento di insignificanza, intimamente connesso a un senso di vuoto esistenziale». Chi non scopre il senso della propria vita o, in altre parole, la propria vocazione, è condannato alla frustrazione e al vuoto interiore. Un vuoto che si fa sempre più strada anche tra i giovani. I tentativi di fuga da questo sentimento sono vari (stressarsi in mille attività, ubriacarsi, drogarsi, stordirsi con la musica, fare sesso ecc.) ma tutti inefficaci.

A tutti è data una vocazione da realizzare
Non è facile parlare oggi ai giovani di vocazione a causa dei tanti preconcetti che nel tempo sono venuti a formarsi su questo tema. Per questo prima di entrare nel vivo dell'argomento sono obbligato a fare un lavoro previo per sgombrare il campo dai tanti pregiudizi. L'idea più pericolosa è che la vocazione non interessi tutti, ma solo alcuni: quelli che sono chiamati a diventare preti o suore. (…)Fortunatamente il Concilio Vaticano II si è opposto a questo modo di pensare asserendo che tutti siamo chiamati, a tutti Dio affida una voca zione, tutti Dio chiama alla santità, alla radicalità evangelica. È interessante come Giovanni Paolo II, nell'enciclica sui laici(Christifideles lai ci, 16), parlando della vocazione di tutti alla santità, affermi che «questa è stata la consegna primaria affidata dal Concilio [...] alla Chiesa». Capisci, il Papa dice che la cosa più importante che ha detto il Concilio è che tutti siamo chiamati a farci santi.

Tutti siamo chiamati alla santità
Questo è il sogno che Dio nutre per ciascuno di noi. La santità, come abbiamo visto, non è un privilegio per i più belli o i più simpatici. Dio vuole tutti santi, anche te!Sei stato creato per questo. Questo stesso è il desiderio più profondo che portiamo dentro di noi. È il desiderio verso il quale è protesa la tua stessa natura. Come non puoi chiedere ad una mucca di darti del vino se è stata creata per fare il latte, così non puoi chiedere a te stesso una vita di compromessi se sei stato creato per la santità. Questa è l'unica via che può darti quella felicità alla quale aneli. Per tutto questo è opportuno vincere la paura di confrontarsi con essa. Occorre quindi fare chiarezza.

Una premessa: Dio non gioca a nascondino!
Occorre subito sfatare un'idea sbagliata secondo la quale scoprire la propria vocazione è veramente difficile. È vero, Dio non ti telefonerà per comunicarti quanto vuole da te. Per comprendere la tua vocazione hai bisogno di impegno e discernimento. Allo stesso modo, però, è ridicola l'idea di un Dio che giochi a nascondersi. Non è così! La vocazione prima di essere il nostro problema è quanto Dio stesso ci vuol comunicare. Dio vuol farci conoscere qual è il senso della nostra vita, molto di più di quanto noi stessi lo desideriamo.Così fa di tutto per comunicarcelo. Il problema non sta in Lui, ma in noi che non vogliamo ascoltarlo. Lo sappiamo benissimo: non c'è peggior sordo di chi non vuoi sentire!Mettiti allora in ricerca della tua vocazione animato da questa certezza: Dio vuol parlarmi! Alla domanda se è difficile conoscere la propria vocazione, Giuseppe Lazzati, ha dato questa risposta: «Direi che in fondo non è difficile, se noi non complichiamo le cose, se cioè abbiamo volontà per conoscerla e la lealtà per riconoscerla» (1990). Mantieni quindi vivo il desiderio di sapere qual è la volontà di Dio su di te e non porre resistenza.

Alcune domande che ti aiutano ad avviare la tua riflessione vocazionale:
1. A proposito della mia ricerca vocazionale, ho qualche elemento di chiarezza? Qualcosa che mi è già chiaro, qualche mia sensibilità particolare, qualche amicizia o conoscenza significativa che mi aiuta a crescere in tal senso, qualche aspirazione profonda, qualche esperienza significati va, ecc.
2. A proposito della mia ricerca vocazionale, quali sono gli ostacoli che incontro? Quali sono le mie paure, i miei problemi, i miei dubbi, le mie resisten ze, i miei limiti ecc.
3. A proposito della mia ricerca vocazionale, cosa è opportuno che io faccia? Quali sono gli aspetti positivi da consolidare, i limiti da superare? Quali strumenti o quali scelte mi possono essere di aiuto?

Se lo desideri, per chiarimenti o domande, mi puoi scrivere e contattare, ti risponderò personalmente: fra.alberto@davide.it

martedì 7 dicembre 2010

Le "6 LEGGI" della ricerca vocazionale


SOLENNITA' DELL’ IMMACOLATA (Lc 1,26‑38)
Maria: una porta aperta alla chiamata

La liturgia per la solennità dell'Immacolata, propone il racconto dell'Annunciazione: la storia della vocazione di Maria, modello di ogni vocazione cristiana. Vediamo alcuni tratti di questa vicenda che può toccare da vicino chiunque si consideri "in ricerca" e aperto alla volontà di Dio. Vi scopriremo alcune indicazioni davvero utili, in particolare le 6 LEGGI a fondamento di ogni ricerca vocazionale.
1)«Dio mandò l'angelo Gabriele»: Dio prende l'iniziativa, è Lui che sceglie Maria fra tutte le fanciulle d'Israele, è Lui che le invia il suo messaggero.
=Prima "legge vocazionale". Ogni chiamata è sempre frutto dell'amore libero, gratuito e preveniente di Dio. Così fu anche la chiamata di Abramo, di Mosè, di tutti i profeti. Così la chiamata di Maria. Alle volte si può avere l'impressione di essere noi a porci in ricerca di Dio. Ma non è mai così: è sempre Dio che fa il primo passo. Se noi lo cerchiamo è perché Lui, per primo, suscita in noi il desiderio di incontrarlo(forse ne è la prova anche il fatto che siamo qui...a leggere questa pagina). Di fronte a un Dio che si comporta così, che mantiene sempre l'iniziativa, c'è posto soltanto per la disponibilità, l'accoglienza e il ringraziamento. Le qualità di Maria che possiamo imitare..
RIFLETTO: L’annuncio di Dio, il suo angelo, entra oggi anche nella mia vita, è davanti a me e mi parla. Sono pronto a riceverlo, a fargli spazio, ad ascoltarlo con attenzione? Chissà quante volte è già successo questo, quante volte sono stato scelto e visitato, senza che io vi facessi attenzione. Oggi, però, è diverso; lo sento che Lui è qui, che mi ha trovato, che mi sta parlando al cuore. Cosa decido di fare? Rimango o fuggo via? Mi metto le cuffie del CD player? Cambio pagina nel PC? Mando un SMS a qualcuno? Oppure apro la porta e mi siedo proprio davanti a Lui, faccia a faccia con Lui?
2) Maria è una fanciulla ebrea, che conduce una vita normale nella più semplice quotidianità, una vita che ad occhi superficiali per nulla si distingue da quella di tutte le altre ragazze della sua età. Come ogni pio ebreo attende il Messia. Le Scritture le conosce veramente bene. L'angelo, rivolgendole il messaggio di Dio, usa un linguaggio pieno di reminiscenze bibliche, e Maria lo comprende. E’ un linguaggio che le è familiare. Maria vive a Nazareth, un paese sconosciuto e senza importanza, al punto che l'Antico Testamento non lo nomina neppure una volta. E’proprio questa fanciulla, semplice e sconosciuta, che Dio sceglie per farne la madre del Messia.
=Seconda "legge vocazionale": Dio non segue i nostri criteri per chiamare qualcuno. Gli uomini giudicano secondo le valutazioni degli uomini. La legge di Dio è l'amore gratuito.
RIFLETTO: da questa situazione di Maria siamo invitati ad uno sguardo positivo su noi stessi, il nostro ambiente famigliare, la nostra storia..per quanto normale e forse “banale”; per quanto segnato anche da mediocrità…: è storia amata e conosciuta da Dio e in questa mia storia il Signore vuole entrare . Ripenso ai molti doni ricevuti…gratis dal Signore e da tante persone..
3) «Gioisci, Maria, gratuitamente amata da Dio, il Signore è con te». Secondo il testo greco, la prima parola dell'angelo non è un semplice saluto, ma un invito alla gioia. È la gioia per il Signore vicino, per il compimento delle antiche promesse. Dio sceglie Maria per una missione. Ma prima la invita alla gioia.
=Terza "legge vocazionale" : Le chiamate di Dio sono prima di tutto una chiamata alla Gioia.
RIFLETTO: Davvero un annuncio sconcertante; Dio mi parla di gioia, di grazia, di presenza. Tutte cose che io sto cercando da tanto tempo, da sempre. Chi potrà mai farmi felice veramente? Chi potrà salvarmi dalla solitudine con la sua presenza guaritrice? Mi raggiunge il ricordo di tanti miei tentativi di trovare felicità. L’amore, il divertimento, lo sport a livello agonistico, la velocità, il look, l’impiego importante… Quante illusioni ho anche sperimentato! Per un po’ funzionava, poi crollava tutto. Oggi, qui, il Signore mi sta proponendo una gioia diversa, una grazia piena, una presenza assoluta. Solo Lui può fare questo, può dire queste parole con verità. Decido di fidarmi? Voglio fidarmi della sua felicità, della sua presenza?
4) « il Signore è con te…non temere…nulla è impossibile a Dio». Il cammino che Maria è chiamata a intraprendere accanto al Figlio Gesù è un cammino difficile. Ma c'è una sicurezza: «Il Signore è con te…non temere». Dio non toglie le difficoltà, ma si fa presente nelle difficoltà. Dio non si limita ad affidarci un compito: cammina con noi per svolgerlo.
=Una quarta "legge vocazionale": Quando il Signore chiama e ti suggerisce una strada, ti concede anche la forza e il sostegno per intraprenderla: non ti abbandona, ma cammina con te!
RIFLETTO: Queste parole così semplici, così luminose, dette dall’angelo a Maria, sprigionano una forza onnipotente; mi rendo conto che basterebbero, da sole, a salvarmi la vita, a risollevarmi da qualunque caduta e abbassamento, da qualunque smarrimento. E’ il Padre che mi ripete di non avere paura, di Fidarmi, perché Lui è con me, non mi abbandona, non mi dimentica, non mi lascia in potere dei nemici. Maria sa ascoltare in profondità questa Parola e sa credervi con fede piena, con assoluto abbandono e mi invita a credere con Lei.
5) Nel racconto dell'annunciazione troviamo tre nomi (Maria, piena di grazia, serva) . L'evangelista la chiama Maria: «Il nome della vergine era Maria». È il suo nome umano, il nome che le avevano dato i genitori. Ma l'angelo la chiama «piena di grazia - Amata gratuitamente e per sempre da Dio- colei che ha trovato grazia presso Dio». E’ il suo nome profetico, il nome che le assegna Dio e che dice la sua vera identità, e manifesta il senso profondo della missione che le viene affidata: essere nel mondo il segno dell'amore generoso, gratuito e fedele di Dio. Maria è il luogo in cui l'amore di Dio verso l'uomo si è come concentrato in tutta la sua pienezza. Maria è la prova che Dio ama gratuitamente.
=Quinta "legge vocazionale" : La chiamata di Dio è per rivelarci la nostra vera identità, chi siamo veramente, il nostro vero nome (Pietro, Francesco…Paolo, Gesù/Emmanuele) insieme alla nostra missione, al nostro compito ..
RIFLETTO: Anche a me oggi il Signore dice: “Hai trovato grazia ai miei occhi”. Dunque io piaccio a Dio? Lui mi trova piacevole, amabile? Sì, è proprio così. Perché non ci ho mai voluto credere prima? Perché non gli ho mai dato ascolto? Mi ritrovo davanti agli occhi, in questo momento, tutta la mia stoltezza e la mia cocciutaggine; credevo di dover cercare questo amore, questa accoglienza altrove, presso qualcun altro! Mi sbagliavo. Oggi, adesso, voglio fare questa esperienza: sentire che io sono importante, unico, desiderabile, degno per Dio. Mi lascio raggiungere fino in fondo da questa Parola; mi ripeto all’infinito che io ho trovato grazia presso Dio, come Maria. Lo ringrazio! Gli chiedo di svelarmi il mio vero nome. Gli chiedo come fece San Francesco la missione che ha in serbo per me: “Signore cosa vuoi che io faccia?
6) « Ecco la serva del Signore; si faccia di me come tu hai detto». L'angelo l'ha chiamata "piena di grazia", e Maria chiama se stessa "serva". Piena di grazia e serva: in questi due nomi è racchiuso tutto il progetto di Dio, tutta l'esistenza cristiana. Tutto ciò che sei e che hai è dono di Dio (grazia), di conseguenza tutto ciò che sei e che hai, deve farsi dono (servizio). La chiamata di Dio è stata da Maria accolta e vissuta secondo questo schema semplicissimo: grazia e servizio. Delicato ed attento e già di servizio il primo gesto di Maria dopo l’annuncio dell’angelo: visita la cugina Elisabetta che pure attende un figlio!
=Sesta "legge vocazionale": Un’autentica chiamata del Signore, non mira principalmente alla nostra autorealizzazione, ma chiede l’abbandono alla volontà di Dio (non la nostra) e sempre ha come stile il servizio, il donarsi.
Eccomi: E ora non posso fuggire, né sottrarmi alla conclusione. Sapevo fin dall’inizio che proprio qui, dentro questa parola, così piccola, eppure così piena, così definitiva, Dio mi stava aspettando. L’appuntamento dell’amore, dell’alleanza fra Lui e me era fissato precisamente su questa parola. Rimango sconvolto dalla ricchezza di presenza che sento in questo “Eccomi!”; non devo sforzarmi molto per ricordare le innumerevoli volte in cui Dio stesso per primo l’ha pronunciato, l’ha ripetuto. Lui è l’Eccomi fatto persona, fatto fedeltà assoluta, incancellabile. Dovrei solo mettermi sulla sua onda, solo trovare le sue impronte nella polvere della mia povertà, del mio deserto; dovrei solo accogliere questo suo amore infinito che non ha mai smesso di cercarmi, di starmi appresso, di camminare con me, dovunque io sia andato. L’Eccomi è già stato detto e vissuto, è già vero. Quanti prima di me e quanti anche oggi, insieme a me! No, non sono solo. Faccio ancora silenzio, mi pongo ancora in ascolto, prima di rispondere…“Eccomi eccomi!” (Is 65, 1) ripete Dio; “Eccomi, sono la serva del Signore” risponde Maria; “Ecco, io vengo per fare la tua volontà” (Sal 39, 8) dice Cristo…
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Se hai delle domande sulle "6 REGOLE" della ricerca vocazionale scrivimi...ti risponderò: fra.alberto@davide.it

lunedì 6 dicembre 2010

L'Immacolata e P. Massimiliano Kolbe



L'IMMACOLATA
centro e cuore della vita di San Massimiliano Kolbe

Il centro della riflessione teologica del padre Massimiliano Maria Kolbe, il cuore che pulsò, con grande intensità, lungo tutta la sua vita terrena fu il mistero dell' Immacolata Concezione della Vergine Maria. Certamente non dall'inizio Massimiliano visse con tale intensità e forza la sua unione con Maria Immacolata, dalla prima giovinezza, però, le accordò una fiducia e una venerazione veramente grandi.

Le due Corone
Fin dai primi anni di vita lo sguardo di Maria divenne per lui una forte esperienza. Le notizie circa la visione avuta nell'infanzia non ci sono state trasmesse direttamente dal santo, ma da sua madre e questo, solo dopo la sua morte. Nella lettera che Maria Kolbe indirizzò a Niepokalanów alla notizia della morte per martirio di suo figlio, ella descrive innanzitutto come, un giorno, perdendo la pazienza dinanzi al ragazzo, gli disse con rammarico: «Monduccio, io non so che cosa sarà di te!».E proseguiva: «Avevamo, in casa, un piccolo altarino nascosto davanti al quale, spesso, si rifugiava a pregare. In tutto il suo comportamento si mostrava al di sopra della sua età, sempre raccolto e serio. Mi preoccupai, che, per caso, non fosse malato e cominciai a chiedergli che cosa gli stava succedendo. Presi dunque ad insistere: "Alla mammina devi raccontare tutto". Tutto tremante e in lacrime mi disse: "mamma quando, mi dicesti: cosa sarà di te? Io pregai molto la Madonnna che me lo dicesse; quando poi, sono andato in Chiesa, di nuovo la pregai per questo motivo; allora, la Madre di Dio mi si è mostrata con due corone in mano, una bianca e una rossa. Mi guardava con amore e mi chiedeva se volevo queste corone. La bianca significa che vivrò nella purezza e la rossa che sarò martire. Risposi che le volevo... allora la Vergine mi ha guardato con dolcezza e poi è scomparsa"».Le due corone nelle mani di Maria durante l'apparizione al piccolo Raimondo simboleggiano, efficacemente, questo modo di donarsi da parte di Dio. La corona bianca esprimeva il dono dell'amore puro e disinteressato per mezzo del quale Dio ha creato il mondo e lo mantiene in esistenza; la corona rossa, invece, esprimeva la tensione dell'amore, una tensione simile al colore del fuoco divampante, il quale brucia e purifica tutto ciò che ancora non è completamente buono. L'amicizia con Dio è, dunque, vita in un amore di tipo creativo, pronto anche ad assumere la sofferenza.
Massimiliano ha sempre ricordato l'insegnamento scaturito dalla sua apparizione privata. L'apparizione di Maria possedeva un significato importante nella sua vita spirituale. Essa fu fondamentale anche per il suo sviluppo teologico indicando, in certo qual modo, la via della sua futura mariologia. Da qui, l'intuizione teologica gli suggerì che, la verità dell'Immacolata Concezione, non la si deve vedere tanto come semplice libertà dal peccato, quanto, piuttosto, come sovrabbondanza d'amore, sia d'amore di Dio per l'uomo sia anche d'amore di Maria per Dio, amore pronto anche all'assunzione della sofferenza. Padre Kolbe vedeva in Maria ciò che era: «l'opera più perfetta e la più santa» (Scritti Kolbe, 1232), totalmente resa a Dio, Colei che, in umiltà, compì sempre il suo Santo Volere.

testo di Padre Zdzislaw J. Kijas ofmConv.
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Vuoi conoscere di più sull'Ordine dei Frati minori conventuali? Sei in ricerca e vuoi fare un cammino di discernimento francescano...., scrivimi: fra.alberto@davide.it


San Massimiliano Kolbe - frate minore conventuale

Cenni biografici

San Massimiliano Kolbe
San Massimiliano Kolbe


cari amici,

mi piace in occasione

dell'imminente solennità

di MARIA IMMACOLATA

presentarvi la figura di un santo

straordinario appartenente

alla nostra famiglia francescana

dei FRATI MINORI CONVENTUALI


P. MASSIMILIANO KOLBE









Massimiliano Kolbe - al battesimo Raimondo - nasce l'8 gennaio del 1894 a Zdunska Wola

non molto lontano da Lodz (Polonia), figlio di Giulio e Maria Dabrowska.


Ancora adolescente, fortemente affascinato dall'ideale di San Francesco d'Assisi, entra nel seminario
dei FRATI FRANCESCANI MINORI CONVENTUALI di Leopoli.
Dopo il
noviziato è inviato a Roma, al Collegio Internazionale dell'Ordine (Seraphicum), per gli studi ecclesiastici.
Nell'anno 1915 consegue il diploma in filosofia e nel 1919 in teologia.

Mentre l'Europa è sconvolta dalla Prima Guerra Mondiale, Massimiliano sogna una grande opera al servizio dell'Immacolata per l'avvento del Regno di Cristo.
La sera del 16 ottobre 1917, fonda con alcuni compagni la "Milizia dell'Immacolata". Il suo fine e la conversione e la santificazione di tutti gli uomini attraverso l'offerta incondizionata alla Vergine Maria.

Nel 1918 è ordinato sacerdote e nel 1919, completati gli studi ecclesiastici, ritorna in Polonia per iniziare a Cracovia un lavoro di organizzazione e animazione del movimento della Milizia dell'Immacolata. Come strumento di collegamento tra gli aderenti al movimento fonda la rivista "Il Cavaliere dell'Immacolata".

Nell'anno 1927 stimolato dal notevole incremento di collaboratori consacrati e dal crescente numero di appartenenti alla M.I., trasferisce il centro editoriale a Niepokalanow, o "Città dell'Immacolata", vicino Varsavia, dove saranno accolti più di 700 religiosi, che si dedicano all'utilizzodei mezzi di comunicazione sociale per evangelizzare il mondo.

Nell'anno 1930 con altri quattro frati, parte per il Giappone, dove fonda "Mugenzai no Sono" o "Giardino dell'Immacolata", nella periferia di Nagasaki, e stampa una rivista mariana. Questa "città" rimase intatta quando nel 1945 esplose, a Nagasaki, la bomba atomica.
Nel 1936, rientra in Polonia, sollecitato dalla crescita della comunità religiosa e dall'espansione dell'attività editoriale: undici pubblicazioni di cui un quotidiano di grande ripercussione nella classe popolare con una tiratura di 228.560 copie e il Cavaliere con un milione di copie.

Il primo settembre del 1939, scoppia la Seconda Guerra Mondiale. Anche Niepokalanow è bombardata e saccheggiata. I religiosi devono abbandonarla. Gli edifici sono utilizzati come luogo di prima accoglienza per profughi e militari.

Il 17 febbraio 1941 Padre Kolbe è arrestato dalla Gestapo e incarcerato nel carcere Pawiak di Varsavia.

Il 28 maggio dello stesso anno è deportato nel campo di sterminio di Auschwitz, nel quale gli viene assegnato il numero 16670. I frati lasciano Niepokalanow.

Alla fine di luglio avviene l'evasione di un prigioniero. Come rappresaglia il comandante Fritsch decide di scegliere dieci compagni dello stesso blocco, condannandoli ingiustamente a morire di fame e di sete nel sotterraneo della morte.
Con lo stupore di tutti i prigionieri e degli stessi nazisti, Padre Massimiliano esce dalle file e si offre in sostituzione di uno dei condannati, il giovane sergente polacco Francesco Gajowniezek.
In questa maniera inaspettata ed eroica Padre Massimiliano scende con i nove nel sotterraneo della morte, dove, uno dopo l'altro, i prigionieri muoiono, consolati, assistiti e benedetti da un santo.

Il 14 agosto 1941, Padre Kolbe termina la sua vita con un'iniezione di acido fenico.
Il giorno seguente il suo corpo è bruciato nel forno crematorio e le sue ceneri sparse al vento.

Il 10 ottobre 1982, in Piazza San Pietro, Giovanni Paolo II dichiara "Santo" Padre Kolbe, proclamando che
"San Massimiliano non morì, ma diede la vita...."