venerdì 31 gennaio 2020

FRATE A 15 ANNI? Troppo giovane per decidersi, ma non troppo per pensarci.

Assisi - Basilica di san Francesco: ragazzi ai campiscuola estivi organizzati dai frati 
"Ma un ragazzo di 15 anni  può diventare frate francescano?" Certamente è troppo giovane per decidersi, ma non troppo per pensarci.

DOMANDA DI NICOLA
Ciao fra Alberto. Sono Nicola, un ragazzo di 15 anni e vivo a Milano. Dalla scorsa estate, dopo un campo adolescenti ad Assisi con il mio gruppo e i frati della Basilica di san Francesco, sto sempre a pensare di diventare frate. Ho già accennato qualcosa a mamma e papà,  ho parlato con il mio parroco e anche con alcuni frati di Assisi; tutti  mi hanno detto però di aspettare almeno l'età di 18 anni. Io capisco che è così! Ma piu ci penso più mi esalto e mi entusiasma l'idea e vorrei poter fare subito dei passi. Mi pongo anche tante domande (...) Cosa posso fare?

RISPOSTA DI FRA ALBERTO
Pace e bene caro Nicola. E' molto bello il tuo entusiasmo e il tuo desiderio di diventare presto frate francescano. Però, come bene ti hanno già indicato i tuoi cari, il tuo parroco e  i frati che conosci, questo non è possibile se non con la maggiore età e dopo un cammino di discernimento. Perché questo? Perché la scelta di diventare frate è un po' come quella di sposarsi, è una scelta di vita impegnativa e definitiva; per tutta la vita sarai chiamato a spenderti per Dio e per il prossimo.  Questa scelta è dunque bene metterla in atto quando si ha raggiunto una più ampia maturità umana (anche anagrafica e civile) e spirituale; quando si sono terminati almeno gli studi di scuola superiore e, se necessario, anche l'università; quando nella fede  sono stati fatti dei passi di verifica e discernimento vocazionale. 

Mi chiedi cosa puoi fare. Nei prossimi anni potrai custodire (e anche mettere alla prova) questo grande sogno con la preghiera, con il tuo donarti a chi ha bisogno, il tuo renderti per es. disponibile per qualche servizio in parrocchia o anche in casa, il tuo fare bene quello che sei chiamato a fare. Per es. è molto importante che tu ti dedichi con impegno ai tuoi studi; se tu li trascurassi non sarebbe certo un bel segno vocazionale. In realtà sei chiamato a vivere bene e nella gioia e in pienezza tutto il tempo della tua giovinezza, coltivando amicizie e relazioni leali e belle, mettendo in gioco i tuoi affetti e il tuo cuore, appassionandoti a qualche hobbies ( es. la musica..),  facendo sport come fa ogni ragazzo e anche non trascurando l'ipotesi di poter cambiare idea, di indirizzarti ad altro,  di farti per es. una famiglia. La nostra vocazione più autentica, infatti, si rivela solo nella libertà e anche nella fatica di scegliere, mai dove si manifesta una direzione a senso unico! 

Sempre importante sarà che tu possa farti guidare spiritualmente da qualche bravo religioso o sacerdote, per crescere nella fede e nella dimensione interiore; così come dovrà continuare  il confronto con i tuoi genitori. Ti sarà anche molto utile approfondire con letture la vita e l'esperienza di san Francesco così da conoscere sempre meglio la sua vita e il suo carisma. 

Dunque, caro Nicola, sei certamente troppo giovane per giugere ora ad una decisione, ma non troppo per pensarci e coltivare ed approfondire questo tuo desiderio, questa tua domanda  .
Come vedi, la strada è lunga. Ma non scoraggiarti! Il tempo passa in fretta e  questi anni saranno davvero preziosi per comprendere fino in fondo la volontà del Signore per te. 

 Ti abbraccio e benedico ricordandoti nella preghiera.
ciao. fra Alberto

mercoledì 29 gennaio 2020

VERSO LA FESTA DELLA VITA CONSACRATA

Giovani frati francescani in allegria
Il 2 febbraio celebreremo la Festa della Vita Consacrata: la festa di tutti i religiosi, dei frati, delle suore, dei monaci e delle monache, di tanti uomini e donne che hanno consegnato totalmente la loro vita al Signore Gesù.  Oggi più che mai, vocazioni affascinanti, alternative, provocanti e quasi "provocatorie" nei riguardi di un mondo che almeno aparentemente, se ne va per altre vie. Prepariamoci ad entrare nella gioia di questa celebrazione!

San Francesco ci aiuta a scoprirne il senso e il nucleo centrale:

Dalla vita di San Francesco (vita Prima di Tommaso da Celano - FF356)
"Un giorno in cui in chiesa si leggeva il brano del Vangelo relativo al mandato affidato agli Apostoli di predicare, il Santo Francesco, che ne aveva intuito solo il senso generale, dopo la Messa, pregò il sacerdote di spiegargli il passo.
Il sacerdote glielo commentò punto per punto, e Francesco, udendo che i discepoli di Cristo non devono possedere né oro, né argento, né denaro, né portare bisaccia, né pane, né bastone per via, né avere calzari, né due tonache, ma soltanto predicare il Regno di Dio e la penitenza (Mt 10,7-10; Mc 6, 8-9; Lc 9,1-6), subito, esultante di spirito Santo, esclamò:
" Questo voglio, questo chiedo, questo bramo di fare con tutto il cuore! ".

Possa la nostra vocazione essere sempre una risposta d'amore al grande Amore che ci ha chiamato!

martedì 28 gennaio 2020

COS'E' LA VITA?

Se cerchi, bussa alla porta del convento. Un frate francescano ti aprirà...
La vita è il progetto di Dio con noi
(Dietrich Bonhoeffer)

lunedì 27 gennaio 2020

GIORNATA DELLA MEMORIA - P. PLACIDO CORTESE frate francescano "martire del silenzio"

Trieste: Risiera di san Sabba - campo di concentramento nazista
Pace e bene a voi tutti cari giovani «in ricerca vocazionale»: ricerca che, per essere genuina e autentica, è sempre anche «di senso», ricerca di una vita «spesa bene» e soprattutto segnata dal desiderio di comprendere e compiere in primo luogo la volontà di Dio.

In questo mese di gennaio  in cui si celebra la «Giornata della memoria» (il 27 genn 1945 ci fu la liberazione di Aushwitz) , mi piace riproporvi la testimonianza provocante di un francescano, un "frate minore conventuale", un frate della Basilica del Santo (Pd), padre Placido Cortese (1907-1944), già direttore del Messaggero di sant’Antonio, morto martire per avere salvato la vita a centinaia di ebrei e rifugiati durante la Seconda guerra mondiale. Anche il presidente della Repubblica Mattarella l'ha ricordato in un suo discorso dedicandogli una medaglia d'oro al merito civile.

Con uno stratagemma ingegnoso, padre Placido, per anni, aveva preso le foto degli ex voto che i fedeli affidavano alla tomba di sant’Antonio per confezionare documenti falsi e consentire così a tanti di passare la frontiera e mettersi in salvo in Svizzera.
Ma il prezzo da pagare alle SS fu atroce. «Morì sotto tortura e il suo corpo fu disperso nelle cosiddette fauci di Trieste a San Sabba» ci raccontano i testimoni. Nonostante le torture, padre Cortese non rivelò mai i nomi delle persone che proteggeva, autentico «martire del silenzio»  . E oggi del frate resta un busto in bronzo nel chiostro della Magnolia della basilica di Sant'Antonio a Padova, oltre che un posto tra gli eroi silenziosi che «salvando una vita – come recita il Talmud – salvano il mondo intero».

Davvero stupenda cari fratelli questa «vocazione» segnata dal martirio, estremo segno di una vita totalmente consegnata al Signore e ai fratelli come frate e prete.
Se dunque anche tu che mi leggi forse pensi alla vocazione religiosa e francescana o sacerdotale... guarda a questi esempi, preparati a questa donazione totale!
Non saranno possibili infatti altre vie intermedie o mediocri, ma il Signore ti chiederà tutto!
Sei disposto a questo???

Ti benedico. Al Signore Gesù sempre la nostra lode.
frate Alberto (fra.alberto@davide.it)



Il Servo di Dio p. Placido Cortese nel chiostro del Santo
Chi è p. Placido Cortese? E perché viene arrestato e ucciso?
Padre Placido Cortese è un frate della comunità francescana del Santo di Padova. Scompare senza lasciare traccia (8 ottobre 1944- ha 37 anni). L'allora Rettore della Basilica, nel denunciare al questore di Padova l'assenza inspiegabile dal convento di padre Placido (era stato sequestrato dalle SS naziste), lo descriveva così:
"È una persona di media statura, corporatura piuttosto gracile e snella, storto negli arti inferiori, viso oblungo, capigliatura bionda, occhi celesti con occhiali a stanghetta, dall'incedere claudicante. Devo precisare che verso le ore 13 di ieri (domenica) due sconosciuti chiesero del suddetto padre con rozza insistenza. Uno era di media statura, faccia piena, carnagione bruna e giacca marrone scuro. L'altro, che si teneva in disparte, slanciato, magro e senza il braccio destro, con un impermeabile".

L'infanzia e la vocazione
Nasce nell’isola bellissima di Cherso (in Istria) il 7 marzo 1907, una terra passata dopo la guerra, dall'Austria all'Italia (1918). Fin da bambino conosce i frati conventuali che a Cherso hanno un convento. A 13 anni decide di entrare in seminario affascinato dalla vita dei francescani !!! Parte da casa (un viaggio lunghissimo) per arrivare al seminario minore di Camposampiero (Pd) che accoglie i ragazzi che aspirano alla vita religiosa. Qui studia, gioca, prega…cresce.. e si conferma nel suo desiderio: diventare frate francescano!

Novizio al Santo di Padova
La sua vocazione francescana cresce e si rafforza tanto che a 16 anni (ottobre del 1923), entrando in Noviziato, veste per la prima volta l’abito religioso e l’anno dopo, a 17 anni, diventa frate ufficialmente professando i voti di povertà, castità, obbedienza. E'davvero splendida la lettera che in tale occasione scrive ai famigliari:
Carissimi (...)venerdì 10 ottobre è la data tanto desiderata e ormai raggiunta. Alla tomba di S. Antonio di Padova giurerò di osservare la Regola di San Francesco, coi tre voti: di Obbedienza, Povertà e Castità. Potete credere quanto sia contento!! Ho sempre pensato a questo giorno che credevo lontano, ma con grande gioia è arrivato. La vita da frate francescano è impegnativa , ma è un peso che non ci si stanca mai di portare, ma che sempre innamora l’anima verso maggiori sacrifici, fino anche a dare la vita per la difesa della fede e della religione cristiana, fino a morire fra i tormenti come i martiri del cristianesimo in terre lontane e straniere (Padova 7 ottobre 1924)
Incredibile e profetico!! A 17 anni si consacra al Signore con tanto fervore da scrivere di essere pronto "a dare la vita" per la fede, “fino morire fra i tormenti come i martiri”.
In un’altra lettera scriverà alla sorella di pregare per lui perché "diventi buono, ma buono sul serio". Colpisce questa determinazione in un ragazzo e spero provochi anche voi che leggete queste righe!!

Roma - Milano - Padova
A Roma si reca per proseguire gli studi. Il 6 giugno del 1930 diventa sacerdote (ha soli 23 anni). Ritorna quindi al Nord Italia dove si impegna fra i giovani come cappellano dell'Oratorio/patronato in una nostra parrocchia di Milano in viale Corsica. Di quella prima esperienza pastorale e di vita in comunità, così scrive: “sono contentissimo; qui ho due compagni d’oro. Ci divertiamo, non ci offendiamo mai!
Nel 1937 torna a Padova come direttore del Messaggero di S. Antonio, la storica rivista dei frati della basilica. Sono anni di grande impegno, in cui con grande abilità (è un uomo molto intelligente e preparato) fa arrivare il giornale ad un numero incredibile di copie (800.000).

Frati al lavoro in tipografia
La guerra - Il campo di Chiesanuova
Il 1 settembre del 1939, Hitler invade la Polonia dando così inizio alla seconda guerra mondiale e ad anni terribili per l'intera Europa. Anche l’Italia fascista di Mussolini, il 10 giugno 1940, dichiara guerra agli alleati: é  il conflitto totale, una guerra che causerà circa 50 milioni di morti.
A Padova arrivano migliaia di prigionieri (di guerra, prigionieri politici, soldati alleati catturati dai nazifascisti..) Molti sono Sloveni e Croati dopo che Hitler e Mussolini hanno invaso quei territori.
In località Chiesanuova (ex caserma Romagnoli) vi era un enorme campo per questi prigionieri (3000-3500). Tra questi, ben presto p. Placido diventa conosciuto e ricercato: P. Placido li visita spesso con la sua bicicletta.., parla la loro lingua (molti provengono dalla sua terra, l’Istria); porta indumenti, cibo , pane.. lettere e pacchi dei famigliari, nascondendo tutto sotto la tonaca.

La svolta dell’armistizio
L'8 settembre 1943, l'Italia si ritira dal patto con la Germania e firma l'armistizio con gli anglo americani. E’ un' Italia divisa e in preda del caos. Due i governi, la Repubblica sociale di Salò al Nord (con i fascisti e i tedeschi), e il governo di unità nazionale (Roma era stata liberata) al Centro Sud. Due eserciti in lotta fra loro, tedeschi e fascisti contro gli alleati e i partigiani. Inevitabile la lacerazione del tessuto civile. Ci fu chi combatté a fianco degli alleati, chi scelse la montagna come partigiano, e chi preferì continuare a credere al duce. La maggioranza degli italiani fu attendista, zona grigia: stette, cioè, a guardare, atterrita dall'orrore nazista e dal furore partigiano.
Padre Cortese, anche come direttore del Messaggero di sant'Antonio non si allineò mai con i più forti (tutti i giornali erano invece schierati!). Non era un rivoluzionario, ma nemmeno neutrale. Segue semplicemente il Vangelo condividendo la sorte di sbandati, ricercati e perseguitati: non può far finta di niente!!

Cosa fa P. Placido?
In modo assolutamente SEGRETO (anche molti frati non sapevano della sua azione) si dedica a salvare Ebrei (Hitler ne voleva lo sterminio); fa fuggire i soldati che lasciano l’esercito per non essere catturati dai nazisti; soccorre i civili prigionieri di guerra e i militari alleati evasi dai campi di prigionia, protegge i rifugiati sloveni, croati... che i tedeschi consideravano partigiani comunisti.
Fra tutti i perseguitati dai nazisti di Padova ormai si è sparsa la voce che una via di salvezza è possibile grazie a P. Cortese della Basilica del Santo (zona relativamente protetta perchè considerata extraterritoriale e territorio vaticano). P. Placido (grazie a S. Antonio!!) sa come recuperare i soldi per dare un aiuto a queste persone, sa come trovare e falsificare i documenti, sa come ottenere i timbri della questura, sa farsi aiutare da collaboratori e collaboratrici spesso giovanissimi (le sorelle Martini) che accompagnano questi prigionieri (per non dare sospetti) alla stazione e nel viaggio in treno sulla linea Verona, Milano, verso la Svizzera. E’ in contatto per questo con la Resistenza, in particolare con un’organizzazione partigiana detta FRA-MA (Franceschini- Marchesi), dal nome di due illustri professori universitari antifascisti che l’avevano fondata.
Il tutto si svolge con la massima segretezza: p. Placido sa di correre enormi rischi! Sa di rischiare ogni giorno di essere catturato e ucciso. Le autorità religiose e alcuni confratelli gli consigliano di andarsene, lontano da Padova. Ma la coscienza lo spinge ad affrontare anche questi rischi: non può tirarsi indietro!! Così dal convento, continua nella sua opera, nonostante alcuni fra i più stretti collaboratori siano stati arrestati, mentre altri, per paura l’abbiano abbandonato .

P. Placido con alcuni giovani collaboratori
Una rete segreta
Alcuni testimoni suoi collaboratori, in particolare le sorelle Martini ( Lidia e Carla, Liliana e Teresa, queste due saranno poi arrestate e portate in campo di concentramento a Mathausen) hanno raccontato (salvatesi dalla guerra) gli stratagemmi, e i trucchi che con tanta intelligenza e furbizia p. Placido sapeva ideare. L’appuntamento era in basilica al confessionale dove Placido stava in alcune ore fisse. Fingendo dunque la confessione, comunicavano in codice.: "padre…ci sono 12 scope, oppure padre avrei bisogno di cinque uova, o tre chili di farina e altre frasi simili". E p. Placido capiva che c’erano 12 prigionieri, oppure 5 o 3 persone da accompagnare in Svizzera e che dunque servivano per loro denaro, vestiti, ma soprattutto documenti.

Ma come provvedere a tutto questo, specie ai documenti?
S. Antonio e la Provvidenza divina davvero facevano miracoli: le offerte in basilica servivano per avere dei soldi da dare; qualche abito si rimediava, ma soprattutto grazie ai macchinari grafici con cui si stampava il Messaggero di S. Antonio (di cui era il direttore) ecco che p. Placido riusciva a riprodurre perfettamente passaporti falsi, carte d’identità, permessi. I timbri giungevano dalla questura dove aveva amici segreti. Ma per le fotografie? Sapete che alla tomba del Santo anche oggi molti fedeli mettono la foto dei propri cari! Già allora era così (la gente portava una candela, la foto di un famigliare, una piccola offerta). Ebbene succedeva che andando alla tomba di s. Antonio, con le sorelle Martini e altri collaboratori, che già avevano incontrato questi prigionieri da far fuggire, P. Placido cercava fra le tante fotografie (in bianco e nero) quelle che più si potevano avvicinare al volto di quei poveretti e così i documenti risultavano completi e quasi perfetti. Ed allora, ecco che le scope, o le uova o i tre chili di farina, diventavano dei volti concreti di persone da portare in salvo. Con i documenti falsi poi organizzava per essi un viaggio verso Milano e poi dal lago di Como ( grazie all’aiuto dei contrabbandieri, ben pagati per questo), attraversavano le Alpi verso la Svizzera. Queste sorelle Martini, allora ragazze giovanissime, e altri della sua rete di amici (fingendosi ora mogli, o sorelle o figlie o figli), con tanto coraggio accompagnavano i fuggiaschi cercando di tutelarli e aiutarli il più possibile (questi prigionieri infatti spesso non parlavano italiano, erano americani o canadesi o sloveni…). Un rischio enorme!!!

I sospetti dei tedeschi e il rapimento
Per molti mesi le cose filano lisce e centinaia sono i prigionieri fatti fuggire. I tedeschi però, scoprono e arrestano due delle sorelle Martini (prima condannate a morte e poi inviate in Germania in campo di concentramento) e ormai hanno capito che p. Cortese è la mente di questa organizzazione segreta. La sorte di p. Placido, soprannominato dalle SS con disprezzo "frate zoppino", per una disabilità che lo rendeva un poco claudicante, è ormai segnata: è un traditore del Reich e va eliminato e tutti i suoi collaboratori vanno scoperti e puniti. E così domenica 8 ottobre, verso le ore 13,00, si presentano al convento del Santo, due persone misteriose, soprabito scuro, cappello, occhiali neri. A consegnarlo alle SS, che attendevano oltre il sagrato della basilica (territorio pontificio), era stato un amico, che gli aveva teso una trappola facendolo chiamare dal portinaio del convento per prestare un soccorso d'urgenza ad alcuni rifugiati.

Le torture,  il silenzio, il martirio
Trieste: Sede della Gestapo
Tra l'8 ottobre e il 15 di novembre di quell'anno (1944), si consuma il dramma di padre Placido, martirizzato nella tristemente famosa sede della Gestapo di piazza Oberdan, a Trieste. Interrogato, torturato, non svelò i nomi dei suoi collaboratori, pur sapendo che ciò gli sarebbe costato la vita.

Janez Ivo Gregorc prigioniero, compagno di cella e testimone dell'agonia di padre Cortese, scrive: "Padre Placido era terribilmente malridotto: l'avevano bastonato, picchiato; il vestito lacerato e la faccia rigata di sangue. Ho ancora presenti le sue mani deformate e giunte in preghiera. Ci siamo riconosciuti. Mi incoraggiava a rimanere fedele, a confidare in Dio, a non tradire nessuno". 

Il celebre pittore sloveno Anton Zoran Music, per un mese prigioniero nelle celle delle torture della Gestapo a Trieste, poi deportato nel campo di concentramento di Dachau, rievocando la figura del Cortese, confidò al compagno di campo Janez Ivo Gregorc: "Mi ricordo che nel bunker di piazza Oberdan c'era un sacerdote, un certo padre Cortese. Erano visibili sul suo corpo i segni delle torture. Lo vidi per la prima volta quando ci portarono tutti in Questura per le fotografie di rito. Sulla giacca era vistosa una grande macchia di sangue. L'avevano picchiato duramente. Era una persona squisita. Teneva un comportamento da mite e pieno di speranza. Pregava sempre, a mezza voce. Gli avevano spezzato le dita. Mi colpiva la sua tenace volontà di resistere. La fermezza e la fede di quel piccolo e fragile padre, che non si arrese e non tradì nulla". Anche il noto scrittore Boris Pahor ha ricordato la figura di padre Placido in un brano nel suo ultimo libro edito in Italia: "Piazza Oberdan", (Nuova Dimensione, 2010).

P. Placido, da giovane novizio, aveva scritto ai genitori: "Il cristianesimo e la vita francescana sono un peso che non ci si stanca mai di portare, che sempre più innamora l'anima verso maggiori sacrifici, fino a morire tra i tormenti come i martiri". Era stato profeta! Infatti, così riferisce Vladimir Vauhnik, colonnello sloveno, capo della rete informativa pro-alleati: "Al religioso Placido Cortese la Gestapo cavò gli occhi, tagliò la lingua e lo seppellì vivo". Aveva 37 anni e otto mesi!

Servo di Dio
I frati del Santo, dopo la guerra, per vario tempo non seppero più nulla di questo loro confratello scomparso misteriosamente, così come era loro pressoché ignota l'opera segreta da lui compiuta. Interpellarono al riguardo persino san Pio da Pietralcina; questi tramite un'amica suora padovana, suor Giustina Fasan così rispose profeticamente: "Dica ai padri del Santo che non facciano ricerche su padre Cortese, perché è in paradiso per la sua grande carità". E infatti, la Provvidenza volle che senza particolari indagini, via via giungessero e fossero raccolte negli anni seguenti innumerevoli e incredibili testimonianze sul suo operato di carità, rendendo così possibile uno squarcio sul silenzio e sul "segreto" che aveva accompagnato da sempre la vicenda di questo frate umile e coraggioso, vero testimone dell'amore a Dio e al prossimo. Da allora la sua figura è sempre più studiata e conosciuta ed anche la causa di beatificazione iniziata nel 2002 ha terminato la fase diocesana che ha riconosciuto p. Cortese "Servo di Dio", ed ora sta velocemente proseguendo il suo iter a Roma.
Per tenere viva la sua memoria in Basilica del Santo è stato da alcuni mesi restaurato il confessionale di P. Placido, visitato con devozione da molti fedeli. 
Basilica del Santo: confessionale di P. Placido Cortese

domenica 26 gennaio 2020

Bibbia Francescana a portata di mano


Buona Domenica della Parola di Dio a tutti!

Oggi, domenica 26 gennaio 2020, si celebra in tutta a Chiesa la "Domenica della Parola", voluta da papa Francesco.
Noi frati francescani viviamo di "Parola di Dio":
"la Vita e la Regola dei frati minori è questa:
seguire il Santo Vangelo del Signore nostro Gesù Cristo"
così inizia Francesco nel dettare la regola ai suoi frati. Questa domenica ci aiuta a ricordare che davvero la nostra vita parte da lì. Ogni giorno.

Per poterlo fare, concretamente, ci sono tanti strumenti che la Chiesa di propone. Oggi voglio mostrarvene uno. Conoscete il portale bibbiafrancescana.org? Si tratta di un blog creato e guidato da noi frati francescani in cui si legge la Parola di Dio dentro la spiritualità francescana, ricco di spunti, testimonianze, approfondimenti, ecc., tutti curati da frati, suore e laici della nostra grande famiglia francescana.

Proprio da oggi, in occasione di questa "Domenica della Parola", cliccando qui è possibile accedere ad un indice pratico e sempre aggiornato di tutti i commenti biblici pubblicati sul portale in questi anni di attività. Davvero un'occasione unica per avere un aiuto alla preghiera personale, e al tuo cammino di ricerca della Sua volontà.

Buona esplorazione degli orizzonti che solo la Sua Parola sa aprire.
E buon cammino fratello.

fr. Nico - nico.melato@gmail.com



SENTIRSI CHIAMATI - SENTIRSI AMATI !


Domenica 26 gennaio 2020
Dal Vangelo di Matteo (4, 18-22)

Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. E disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono

Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedeo loro padre, riparavano le loro reti, e li chiamò. Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono. 

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Chi di noi la mattina, non riaccende lo smartphone (ma forse non l'abbimao mai neppure spento!)  per controllare se è stato chiamato? Se ha ricevuto una telefonata o gli è arrivato un messaggio? Tutti (ammettiamolo),  attendiamo e ci aspettiamo di essere cercati, desiderati, ricordati. A ciascuno fa piacere interessare a qualcuno, sentire pronunciare il proprio nome, essere riconosciuti, in definitiva essere amati.

Se nessuno ti chiama, è come se non esistessi!
Non c'è nulla di più bello, invece, che percepirsi desiderati e degni di attenzione e cura, che poter udire il proprio nome sulle labbra dell'altro. 
  • Cosa avranno provato Pietro e Andrea, Giacomo e Giovanni, quando Gesù, passando sulla spiaggia, li ha cercati e guardati e chiamati per nome? 
  • Che forza d'amore hanno percepito in Lui e da Lui, a tal punto da lasciare tutto (affetti, lavoro, esperienze..) per seguire Lui, Gesù?
CHIAMATI .... AMATI
Frati in cammino

sabato 25 gennaio 2020

CHE SENSO HA LA VITA?

Frate francescano accanto ad un malato 
"LA VITA HA SENSO
QUANDO COMINCI A VIVERLA
 PER QUALCUNO"

giovedì 23 gennaio 2020

CASTITA' E CELIBATO : UN CAMMINO D'ALTA QUOTA!


Oggi riporto la corrispondenza con Luca, un giovane (25 anni) angustiato da tentazioni circa la castità e interrogativi inerenti la vocazione sacerdotale e il celibato. Come sempre, spero che quanto scritto possa essere utile a tutti. Al Signore Gesù la nostra lode.
fra Alberto (fra.alberto@davide.it)

LETTERA DI LUCA 
Caro P. Alberto, mi chiamo Luca (25 anni). Finalmente mi decido a scriverle anche per ringraziarla del suo blog e delle sue risposte sempre cosi utili e incoraggianti. Spero abbia una risposta anche ad un quesito che mi assilla da tempo. Durante l’anno passato ho seguito con grande entusiasmo e serietà un corso di discernimento vocazionale nella Diocesi di (...). Nel mio cuore credo di avere intravisto la strada del sacerdozio e vorrei rispondere sinceramente a questa chiamata. Nel frattempo, ho pure concluso l'università e mi pare sia giunto il tempo per una decisione verso il seminario. "Ma"....., c' è ogni volta un "ma" che si ripresenta e mi frena: ho avuto in passato una lunga relazione affettiva (terminata due anni fa), ma vivo e sento in me ancora grande attrazione per le ragazze anche se poi concretamente non ho più voluto cercare un legame avendo la prospettiva della consacrazione. La "castità personale" non è però ancora una meta che posso dire di avere raggiunto, anzi vivo momenti di forte pulsionalità in cui mi trovo senza alcuna difesa e cado miseramente non riuscendo a controllarmi (...) Pensando al celibato, mi chiedo spesso se sarei in grado di sostenerlo con rettitudine. Quando mi scopro debole e peccatore su questi aspetti, mi scoraggio moltissimo e così temo per il mio futuro come seminarista ancor prima che da sacerdote e mi viene da rimettere tutto in discussione. Poi però, ogni volta ripenso al mio cammino di conversione (dopo un pellegrinaggio a Lourdes) e al cammino di fede e vocazionale di questi anni e vi scopro anche tanti segni del Signore che mi indicano questa direzione ed è la preghiera a donarmi l'unico conforto possibile e ancora a suggerirmi il desiderio di continuare.  Però intanto resto fermo e non mi decido a far nulla! Cosa ne pensa? Cosa mi può aiutare? Grazie di tutto. Luca

RISPOSTA DI FRA ALBERTO
Caro Luca, grazie per la fiducia e per avermi raccontato almeno in parte la tua storia e le tue fatiche: un bel dono per me. (...)  Riguardo alle preoccupazioni di natura affettiva e sessuale che ti angustiano, ti rinnovo sopra ogni cosa l'invito ad un dialogo schietto con il tuo padre spirituale; solo nella relazione personale si possono, infatti, affrontare serenamente temi così delicati e intimi. Nella tua lettera non parli di questa figura di riferimento che spero però tu abbia. Non illuderti di camminare da solo!!! Mi permetto in ogni caso qualche breve considerazione. 

Circa le difficoltà (pulsionalità) in ordine alla "castità personale" di cui mi scrivi, da un lato, queste non vanno enfatizzate né super demonizzate: si tratta di un cammino di crescita e di auto dominio di sé che non è per nulla scontato o automatico in un giovane (specie in questa società iper sessualizzata)! Dall'altra, queste non vanno neppure sottovalutate, sostenendoti al riguardo sempre con la preghiera e una vita sacramentale assidua (confessione, eucarestia) e..tanta pazienza e umiltà. In esse andrebbe però colto anche il malessere che esprimono, il bisogno e il richiamo profondo che in qualche modo manifestano sia pure in modo disordinato. Si tratta dunque di andare all'origine di questo disagio, di questa pulsionalità irrazionale e senza confini che pare ogni tanto destabilizzarti. Vanno al riguardo evitati volontarismi e spiritualismi depistanti, scoprendo invece ciò che genera e favorisce in te certi comportamenti che poi ti addolorano e scoraggiano. La gioia sarà il primo segnale di questo cammino di conversione che per altro ti sarà molto utile anche se sceglierai di fidanzarti e farti una famiglia: la castità infatti non è solo prerogativa dei consacrati!!

Circa l'attrazione per le ragazze, ringrazia il Signore per la tua normalità! In questa tendenza infatti non c’è nulla di straordinario o di terribilmente peccaminoso. Questa tendenza, inoltre, non illuderti, anche se diventerai prete, non verrà mai meno e non è che scomparirà con la tua consacrazione. Non sta dunque qui la questione seria dove capire se potrai diventare o meno prete o religioso. I consacrati, infatti, scelgono il celibato, non perché non attratti o incapaci di amare una donna, ma nella consapevolezza che il loro cuore, la loro persona, la loro affettività e fisicità, ha già un'appartenenza, ha già nel Signore un amore ancora più grande e assoluto, così che tutta la loro vita è per Dio e per il Regno. 

Per diventare prete, devi dunque chiederti cosa significhi il Signore per te, che spazio abbia nella tua vita, che forza di seduzione eserciti su ti te. Sarà solo, infatti, una vocazione "divina" a consentirti una fedeltà nel celibato e conseguentemente una grande apertura di cuore e insieme la sua custodia; a permetterti una capacità di relazione e di dono verso ogni persona (donne o uomini) senza alcuna pretesa di possessività o esclusività. La castità e il celibato, nella consacrazione religiosa, dunque come via di libertà e di amore gratuito verso chiunque e ovunque. 

La castità e il celibato del sacerdote come "un cammino d'alta quota"; un cammino certo per "iniziati" (la vocazione religiosa non è per tutti!) esigente e affascinante, prossimo al Cielo, ma anche ben ancorato alla Terra, alla Vita dell'uomo... Qui sta il vero discernimento da operare...!!

Carissimo Luca, non ti conosco personalmente e quindi mi scuso se le mie parole sono state un poco generiche. Posso però dirti che da quanto scrivi, emerge la figura di un giovane retto e sincero; in te, mi pare sia presente un genuino desiderio di seguire il Signore e fare la sua volontà ( che tu diventi prete o no). Sono sicuro che questo tempo di prova e fatica saprà mostrati la strada che Lui ha in serbo per te. Ti sono vicino e ti ricordo nella preghiera. Al Signore Gesù sempre la nostra Lode.
fra Alberto
Assisi: frate Fabio e la sua vita donata fra i giovani 
Vietnam: frate con i lebbrosi


mercoledì 22 gennaio 2020

Ci hanno trattati con rara umanità



Piccola risonanza sulla Settimana di preghiera per l'Unità dei Cristiani di p. Paolo Floretta.
Buona settimana di preghiera a tutti, e buon cammino.

fr. Nico - nico.melato@gmail.com
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Il testo di Atti che titola la Settimana di preghiera per l'Unità dei cristiani è tanto negletto e quanto ricchissimo, eversivamente umanizzante. Secoli di distanze, anche odiose e odianti, morti, sangue in nome di dio (il minuscolo è d'obbligo) e di un Cristo accaparrato e deformato.
In realtà Gesù ci ha resi tutti fratelli: d'ufficio, de iure divino direbbe anche un canonista.
«Ci hanno trattati con rara umanità» è il constatare che essere umani è possibile, è cristiano, è Vangelo. Finalmente. Dopo secoli, dopo odii, dopo sangue, tristemente inutile. E' difficile lasciarsi umanizzare. E' più facile coltivare e gestire paranoie, anche e ancora in nome di dio (sempre minuscolo). Trattare in modo umano è eversivo, sempre, perché avremo sempre a che fare con le nostre paure arcaiche. Lo Spirito Santo lo sa; è lì per noi e con noi per diventare fratelli. Un mestiere infinito e possibile.

p. Paolo Floretta

martedì 21 gennaio 2020

PERCHE' PRETI E FRATI NON SI SPOSANO?

Frate francescano che contempla il Crocifisso
Fra i vari quesiti che mi giungono, frequente è la questione del celibato dei preti e dei religiosi e perchè questi non possano sposarsi. Di seguito riprendo parte di una lettera giuntami tempo fa da Marco, insieme alla mia risposta che spero vi possa aiutare a fare maggiore chiarezza sull'argomento.
Vi benedico. Al Signore Gesù sempre la sua lode.
fra Alberto (fra.alberto@davide.it)

DOMANDA DI MARCO
Caro fra Alberto, nel mio cuore mi trovo recentemente combattuto e in forte crisi. Sono molto attratto dalla vita sacerdotale e, quest'anno ho anche fatto un bellissimo cammino di discernimento vocazionale con la mia diocesi al riguardo. Ho anche pensato seriamente di entrare in seminario (avevo già deciso in tal senso e scritto la lettera di ingresso), ma proprio in questo ultimo mese ho conosciuto una ragazza verso la quale è nato un sentimento inaspettato. E' anche la prima esperienza affettiva vera per me. Così sono strattonato fra queste due opzioni. Vorrei diventare prete perché è quello che cerco e sogno da tempo; in relazione a questa strada, infatti, mi sono interrogato a lungo e con sincerità e sono convinto che il Signore mi abbia rivolto questo invito e chiamata! Ma non posso neppure negare questo nuovo sentimento che va a scompigliare però tutti i miei pensieri. Ancora non ho avuto il coraggio di parlarne con le mie guide del seminario: sembrava la mia, già una scelta fatta. Mi chiedo il perchè della scelta del celibato per i preti stabilita dalla Chiesa Cattolica. Che male ci sarebbe se un sacerdote, o anche voi che siete frati, vi poteste sposare? Se così fosse entrerei subito in seminario, non avrei un attimo di esitazione! Non potrebbe essere che Papa Francesco, come qualcuno dice, possa rivedere questa norma? Sono molte le domande che si affollano in me. Che ne pensa? Grazie. Marco

RISPOSTA DI FRA ALBERTO
Pace a te fratello. Grazie per la fiducia e per avermi scritto di te aspetti molto intimi e riservati. Che dirti???!!  Mi limito a qualche passaggio fondamentale:

1) La prima cosa che non mi meraviglia e non deve meravigliarti è il  sentimento che sta nascendo in te! Certo, guarda caso (!!!) questo giunge, proprio alla vigilia di un passo tanto importante. Direi che quanto stai vivendo è quasi una prassi normale!! Fa parte della dinamica dello scegliere; ogni scelta infatti implica necessariamente una rinuncia, un sì e un no.. Di fronte a una decisione per nulla facile (come entrare in seminario), può accadere che riemerga con forza e anche sofferenza, quanto si deve lasciare. Ma questo è una grazia e una verifica preziosa circa la tua vocazione. Se entrare in seminario non ti costasse nulla, dubiterei fortemente di te. E’ una scelta di vita a cui ti accingi!!! E' un SI’e un No che ti è chiesto!! Tu cosa vuoi per davvero??

2) In secondo luogo, non mi perderei tanto in discussioni riguardanti il “Se” e i “ma” e i “però” in ordine alle scelte della Chiesa circa il celibato dei preti. Il dato di fatto da cui non puoi prescindere, resta comunque e in ogni caso, che un prete è chiamato al celibato e alla castità per il Regno: mi meraviglia un poco che nel tuo discernimento questo aspetto fondamentale non sia entrato prima. Oggi, (ma anche per il futuro, come ribadito in tantissimi documenti) il prete si connota per questa scelta di affidamento totale ed esclusivo al Signore e al Ministero, non dividendo il suo cuore con altri se non con Lui: Cristo è l'Amato, così la Chiesa è l'unica Sposa. Questa prassi nella Chiesa latina, non è una legge imposta senza un perché, ma trova da sempre (fin dai primi secoli) un fondamento prima di tutto nella vita stessa di Gesù (anche egli celibe): bello e forte che i suoi preti gli somiglino, siano davvero "alter Christus" imitando così anche il suo modo di essere!! Se tutto quanto fa Gesù è "divino", allora anche il suo vivere da celibe e in modo casto è "divino", ed è "divino" imitarlo. O no???
Il fondamento è anche nella Tradizione millenaria della Chiesa (vari Concili e Sinodi fin dal IV sec. fissano questa disposizione). Il celibato? Una questione dunque di cuore indiviso, di imitazione totale, di una vita consegnata a Gesù e alla sua Chiesa! E’ un “rinnegare se stessi”(Lc 9,18-24), è farsi eunuchi per il Regno (Mt 19,12), è lasciare beni e affetti per LUI (Lc 14,26-27). Sei disposto a fare questo per Gesù?

3) Che poi tu possa provare affetto e dei bei sentimenti per una ragazza, credimi, è una benedizione! Il mondo clericale, infatti, a volte è così sterile e incapace di sentimenti! Ringrazia dunque il Signore che in tal modo ti sta confermando che sei un giovane normale e sano (di sentimenti e di orientamento), che ti fa misurare il cuore e la vocazione con una persona concreta (non un'idea astratta). Il Signore non chiama a seguirlo più da vicino persone incapaci di innamorarsi o problematiche nel volere bene (c'è anche chi pensa questo!). In realtà egli vuole che i suoi preti siano dei veri uomini, delle persone autentiche che sappiano diffondere gratuitamente amore, nel suo nome, ad ogni persona, senza reclamare nulla per sè. Che misura ha il tuo cuore al riguardo?

4) Infine, di questo passaggio difficile, direi che è bene tu ne parli assolutamente con il tuo padre spirituale e che non lo affronti da solo. E' bene anche che tu ti dia tutto il tempo necessario per un ulteriore discernimento nel confronto con la tua guida, nella preghiera e nell'ascolto attento di quanto si muove nel tuo animo: non è mai fruttuoso giungere a delle decisioni di vita sull'onda di emozioni e turbamenti e confusioni interiori. Sei disposto a questo dialogo sincero? 

Ecco carissimo alcune indicazioni dirette e schiette…che riassumo in una brevissima frase: Se vuoi fare il prete o il frate caro fratello, devi essere disposto a dare la vita, tutta intera per Gesù, a lasciarti "trafiggere il cuore" solo da Lui!!! E’ a questo che ti senti chiamato?
Ti benedico e affido al Signore.
fra Alberto



domenica 19 gennaio 2020

LA VOCAZIONE COME GUARIGIONE

Frate francescano in preghiera e ascolto 
LA CHIAMATA DI LEVI
Dal vangelo di Marco (2,13-17)

In quel tempo, Gesù uscì di nuovo lungo il mare; tutta la folla veniva a lui ed egli insegnava loro. Passando, vide Levi, il figlio di Alfeo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì.
Mentre stava a tavola in casa di lui, anche molti pubblicani e peccatori erano a tavola con Gesù e i suoi discepoli; erano molti infatti quelli che lo seguivano. Allora gli scribi dei farisei, vedendolo mangiare con i peccatori e i pubblicani, dicevano ai suoi discepoli: «Perché mangia e beve insieme ai pubblicani e ai peccatori?». Udito questo, Gesù disse loro: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori».

LA VOCAZIONE COME GUARIGIONE
Il famoso racconto della vocazione di Levi è inserito in un contesto di guarigioni, e in fondo questo già dovrebbe suggerirci che le vocazioni che accogliamo nella nostra esistenza sono tutte occasioni di guarigione. Si pensi alla chiamata all’esistenza, alla vita. Se viviamo non è per un caso, non siamo frutto di una combinazione meccanica di elementi, di associazioni fortuite, ma abbiamo ricevuto una chiamata: qualcuno ci ha voluto, ha amato la nostra esistenza prima ancora che noi nascessimo. Ricordare questo è già guarigione, guarigione dal non senso, dal pensare che se perdiamo le persone amate, se perdiamo chi ci ama, perdiamo tutto. Siamo stati chiamati alla vita da Colui che ci ha amati per primo: “Sei tu che hai plasmato il mio profondo – dice il salmista a Dio –, mi hai tessuto nel grembo di mia madre” (Sal 139,13).
Ma poi, oltre alla vocazione alla vita, riceviamo altre vocazioni, altre chiamate. Qui c’è il racconto della chiamata di Levi. E anche la sua chiamata è in fondo una guarigione: guarigione dall’isolamento e dalla barriera che quell’uomo aveva dovuto costruirsi inevitabilmente per praticare un mestiere odiato dalla gente. Perché era un pubblicano, un funzionario incaricato di riscuotere le tasse imperiali, e quindi era considerato dai concittadini un collaborazionista, e associato ai peccatori. Gesù, con una sola parola, restituisce a quest’uomo la libertà di essere semplicemente se stesso, un uomo bisognoso, come tutti, di contatto e di comunione con gli altri, desideroso, come tutti, di essere accettato e accolto.
E questa nuova dinamica nella quale Levi entra si esprime a meraviglia in un pasto. Gesù e i suoi discepoli mangiano a casa di Levi, alla stessa tavola con pubblicani e peccatori. “Erano molti infatti quelli che lo seguivano”: questi “molti” sono i discepoli, certo, ma forse anche i peccatori e i pubblicani, che hanno trovato in Gesù uno che li accoglie e accetta per quello che sono, tant’è vero che accetta di mangiare alla loro tavola! (...)
Siamo “malati” che anelano alla guarigione, direbbe Gesù, e non “sani” autosufficienti. Siamo “ciechi”, tutti, ma alcuni coscienti di non vedere, altri che negano la propria cecità (cf. Gv 9). Tutti chiamati, invitati a un banchetto, a patto di riconoscere di non essere migliori degli altri, a patto di accettare di essere guariti.
sorella Laura (monastero di Bose)
Frate francescano che abbraccia il Crocifisso di san Damiano

sabato 18 gennaio 2020

POKOJ I DOBRO: gruppo musicale dei frati francescani polacchi


Pace e bene cari amici.
I frati francescani ovunque nel mondo esprimono fantasia e gioia e libertà. Vi segnalo oggi il gruppo musicale dei Pokój i Dobro, composto da giovani frati polacchi che, nel canto trasmettono a tanti giovani la bellezza del vangelo e della vocazione.

https://soundcloud.com/pokojidobro
https://pokojidobro.net/


giovedì 16 gennaio 2020

ALLA FONTE DELLA MISSIONE E VOCAZIONE FRANCESCANA: IL MARTIRIO!

un bel video con la storia dei protomartiri francescani
prodotto dai nostri frati portoghesi

I Protomartiri francescani
Pace e bene cari amici, in cammino e in ricerca vocazionale.
Noi frati francescani siamo ad oggi presenti in quasi tutte le nazioni del mondo con missioni, opere, attività di evangelizzazione e carità sparse ovunque, anche nei luoghi più sperduti. Ma come iniziò questa avventura, questa vocazione missionaria? Essa sgorga dal sangue dei primi cinque frati uccisi a causa del vangelo, per questo detti "i protomartiri francescani"

Ecco la loro storia: E' il 16 gennaio del 1219 quando presso la città di Marrakesch in Mauritania nell’odierno Marocco, avviene il martirio di fra Berardo, fra Ottone, fra Pietro, sacerdoti, fra Accorsio e fra Adiuto, religiosi, dell’Ordine dei frati Minori, mandati da san Francesco ad annunciare il Vangelo di Cristo ai musulmani. Qui per ordine del capo dei Mori furono a lungo torturati e trafitti con la spada. Francesco alla notizia del martirio dei suoi fratelli, disse: "Adesso posso dire di avere davvero cinque frati minori!".


La vocazione di S. Antonio di Padova
I 5 frati, tempo prima, a Coimbra avevano incontrato un giovane e brillante sacerdote dei canonici regolari, Ferdinando di Buglione. Questi, saputo della loro uccisione e scosso dalla loro forte testimonianza di fede, decise di abbracciare la regola e la vita di san Francesco desiderando egli pure il martirio, solo volendo offrire tutta la sua vita per il Signore e il Vangelo.

Vestendo il saio francescano si fece chiamare frate Antonio. Diventerà uno dei santi più venerati nel mondo: sarà SANT'ANTONIO DI PADOVA! La chiesa di Santo Antonio dos Olivais a Coimbra, dove sostarono i protomartiri prima di partire per il loro destino finale, è abitata tuttora dai francescani conventuali, gli stessi frati del Santo di Padova che entrò nell'Ordine proprio in quella chiesetta, spinto dal desiderio di imitare i fraticelli martirizzati a causa della loro fede cristiana.

Martirio e vocazione
Cari amici in ricerca, come avrete dunque potuto constatare dalle vicende dei Protomartiri e di S.Antonio, martirio e vocazione si richiamano e interpellano reciprocamente.

Ma badate bene, l'abbinamento non riguarda straordinariamente solo i personaggi di cui abbiamo appena narrato e non è relegato a qualche episodio analogo particolarmente cruento!!!
In realtà non c'è autentica chiamata alla consacrazione religiosa se manca la spinta e l'audacia mite e forte nello stesso tempo della testimonianza, del martirio ("marturia").

Se non si è guidati da un desiderio di consegna totale di sé al Signore e al Suo progetto, si sbaglia strada. Al frate, è richiesto sempre, infatti, "di dare la vita" per Gesù, "di morire a sé stesso" per spendersi interamente per Lui, per gettarsi in Lui senza reticenze e confini.

Qualche provocazione per te
Se dunque caro fratello, forse stai pensano a questa nostra strada e vocazione francescana, chiediti se anche tu, come S. Antonio o i 5 giovani frati Protomartiri, sei davvero disposto a rimettere in Gesù tutto di te: il tuo spirito, la tua intelligenza e volontà, i tuoi sogni, i tuoi desideri, il tuo corpo, persino i tuoi limiti e peccati per seguirLo dove Lui vorrà condurti...

Se non è così, sarai soprattutto preoccupato di te e del tuo orticello, di "salvare la tua vita" più che spenderla per il Signore e il Regno di Dio, per il Vangelo!

Se non è così, il convento si trasformerà presto in un accomodante e mediocre o insopportabile rifugio; l'abito in un "soprabito" protettivo; i voti in una pennellata di vernice superficiale, la tua vita insulsa e insignificante!
Se non è per Gesù, ...lascia perdere!

A Lui sempre la nostra Lode.
fra Alberto (fra.alberto@davide.it)

LA VOCAZIONE FRANCESCANA DI SANT'ANTONIO


(2020-2021) 
Un percorso biennale che ci porterà a ripercorrere i passi di sant'Antonio da quando nacque la sua vocazione francescana (1220) fino all’incontro con san Francesco (1221).

Nell’anno del Signore 1220, dalle parti della città di Coimbra, nel Centro-nord del Portogallo: probabilmente l’estate non ha ancora del tutto lasciato spazio all’autunno. Ma la regolare  e tranquilla vita nel monastero agostiniano di Santa Cruz, fatta di preghiera e studio della Bibbia, sta per avere un sussulto, un evento capace di turbare i monaci della comunità. Che neanche immaginavano che stavano assistendo a qualcosa di straordinario…

Uno di loro, tale Fernando, di nobile famiglia e grande intelligenza, comunica improvvisamente che avrebbe lasciato il monastero, per passare tra le fila dei frati minori. I resti mortali di alcuni di loro erano stati riportati proprio a Coimbra, dal Marocco dove avevano ricevuto il martirio giusto qualche mese prima, il 16 gennaio (i primi frati francescani uccisi a causa del Vangelo!). La qual cosa aveva toccato le emozioni profonde di tutti, scuotendo le coscienze e infervorando la tiepida fede di molti.

( vedi Post precedenti sul martirio dei primi frati francescani)

Fernando è un giovane in ricerca. Non ha dubbi su cosa fare della propria vita. Più o meno, almeno. Ma se il disegno generale c’è, sono i particolari a mancargli. L’introduzione e l’indice del libro della sua vita sono in buona parte già scritti, ma come proseguire? È vero che anche i primi capitoli, per restare nella metafora letteraria, sono abbozzati: Fernando ha da un pezzo lasciato casa e famiglia a Lisbona, per entrare giovanissimo in un’altra famiglia, quella agostiniana, nel monastero della sua città. Ma alla lunga questo «giro di pagina» non è sembrato poi così definitivo. C’era bisogno di mettere altro spazio tra lui e il mondo che si lasciava alle spalle? Non basta scegliere una sola volta, ma bisogna farlo più volte?

Ecco, allora, il trasloco a Coimbra. Fernando si rimette in cammino. Il monastero di Santa Cruz sembra una scelta azzeccata, giusto per una manciata di anni. Finché il calendario ci porta al giorno fatidico da cui siamo partiti anche noi qualche riga fa.

La strada sembra richiamare il nostro Fernando. Qualcuno davanti a lui si è rimesso in moto. Non fu soltanto lo choc dei protomartiri francescani ammazzati in "odium fidei" nelle terre degli infedeli. Non sarebbe bastato. Ma Fernando conosceva ormai bene anche un altro gruppetto di frati minori, che si erano accampati nella campagna di Coimbra, tra gli olivi, attorno alla chiesetta di Santo António dos Olivais. È proprio in mezzo a loro, vestito come loro di un grezzo saio, a piedi nudi, che Fernando si trasferisce. Tra lo stupore generale di chi non si raccapacita di come si possa lasciare chiostro, biblioteca, chiesa abbaziale, sicurezze e agi, per sorella povertà.

E fu così che per tutti noi nacque… sant’Antonio! Che dovrà da qui in poi percorrere ancora tanta strada prima di diventare per sempre «di Padova»: il buon Dio gli farà nel frattempo fare e disfare molte volte i bagagli!

Ma noi ( frati della sua basilica in Padova e custodi della sua tomba), prendendo le mosse da questo centenario che ricorda gli 800 anni del passaggio di Antonio dagli agostiniani ai francescani, vogliamo seguirlo passo dopo passo nel suo girovagare: fisico, persino pedestre, dal Portogallo natio alla Sicilia via Marocco, per approdare infine ad Assisi, nel maggio del 1221. Vogliamo interrogarlo, e farci accompagnare più che mai da lui lungo le spesso contorte strade delle nostre esistenze.

Per questo, le tradizionali pagine di catechesi ( sul Messaggero di sant'Antonio, il giornale dei frati del santo)  quest’anno saranno dedicate al Cammino di Antonio, e offerte in modo particolare ai nostri giovani. Non solo, attraverso molte altre pagine e varie iniziative ripercorreremo assieme le tappe della vita del nostro grande Santo: che in quel momento ancora non si esercitava nei miracoli, ma metteva in gioco tutta la propria umanità per rispondere alla chiamata di Dio. Chiamata a una vita piena e realizzata nell’amore.

frate Fabio Scarsato

martedì 14 gennaio 2020

ODORICO DA PORDENONE: FRATE e SACERDOTE, PELLEGRINO e MISSIONARIO, BEATO !

Arca del Beato Odorico a Udine
Cari amici in ricerca,
pace e bene!

Il 14 gennaio, noi frati francescani (soprattutto dell'Italia settentrionale) celebriamo la memoria del beato Odorico da Pordenone. Si tratta di una figura di frate e sacerdote e pellegrino e missionario davvero affascinante: agli inizi del XIV secolo parte alla volta della Cina per annunciare il Vangelo. Un viaggio di più di 50.000 Km che ha quasi dell'incredibile ai nostri occhi, facilitati come siamo a percorrere grandi distanze in tempi brevissimi.

Vi lascio alla lettura di questi tratti della sua vita, un avventura bella e difficile per annunciare Cristo e diffondere la sua Parola e i suoi doni di salvezza. Ogni vocazione è missionaria, nei modi più diversi. Ma confido che stimoli chi è chiamato dal Signore a donarsi per annunciare Cristo dove non è conosciuto: in terre lontane o... qui, appena fuori di casa.

Frati in Cina
Vi chiedo una preghiera per i nostri frati, che ultimamente stanno con fatica riavviando la presenza e il servizio apostolico dell'Ordine nel cuore della grande Cina, per riprendere l'opera a cui Odorico e tanti altri, prima e dopo, sono stati chiamati.

Al Signore Gesù sempre la nostra lode!

fra Alberto (fra.alberto@davide.it)


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BEATO ODORICO DA PORDENONE
Sacerdote francescano, missionario in Oriente, apostolo dei cinesi
Pordenone 1285 ca. – Udine 1331

ODORICO fu uno dei più grandi missionari, tutto intento a «guadagnare anime a Cristo». Nasce, secondo la tradizione, a Villanova presso Pordenone attorno l’anno 1285. Nulla si conosce della sua infanzia. Entra, sembra all’età di quindici anni, tra i frati minori del convento di San Francesco in Udine. Trascorre del tempo come eremita. E’ ordinato sacerdote. Insigne per spirito di penitenza, porta il cilicio e le catene di ferro alle braccia. Profonda è la sua umiltà: rifiuta incarichi nel convento e nella provincia dell’ordine. Fruttuosa è la sua predicazione; opera anche miracoli. A un certo momento, «frate Odorico di Friuli, d’una terra chiamata Porto di Naone» (come si definisce lui stesso) chiede di partire per il leggendario Catai, l’attuale Cina, allora sotto il dominio dei Mongoli. Non è il primo europeo a raggiungere quel lontano paese (il veneziano Marco Polo era salpato per la Cina nel 1271) e neppure il primo missionario. Il francescano Giovanni da Montecorvino vi era stato inviato dal papa Niccolò IV: era arrivato a Khanbaliq (la «città del re», attuale Pechino) nel 1294 e probabilmente nel 1313 era stato consacrato vescovo (patriarca di tutto l’Oriente). Giovanni aveva fondato poi diverse diocesi e in Cina erano giunti altri missionari

IN VIAGGIO VERSO LA CINA
Odorico arriva in Cina dopo un lunghissimo viaggio da lui descritto nell’Itinerarium. Imbarcatosi a Venezia nel 1318 insieme a frate Giacomo d’Irlanda e a Michele da Venezia, approda a Trebisonda (sul Mar Nero). Attraversa quindi via terra l’Armenia e la Persia salito su una nave ad Hormuz (Golfo Persico), sbarca alle foci dell’Indo, a Tana, nei pressi dell’odierna Bombay. Lì accoglie le ossa dei beati martiri francescani Tommaso da Tolentinoo, Jacopo da Padova, Pietro da Siena e Demetrio da Tiflis e le porta con sé a rischio della vita. Continua il viaggio lungo la costa occidentale dell’India, raggiunge Ceylon e quindi le isole Nicobre, Andamane, Sumatra e Giava. E’ il primo occidentale a mettere piede sul Borneo. Pare sia stato il primo sacerdote a toccare l’arcipelago filippino. Finalmente da Canton entra in Cina: prosegue per Zaiton, dove depone le reliquie dei martiri di Tana. Raggiunge Nanchino e, proseguendo verso Pechino, fonda una comunità cristiana nello Shandong, segno evidente che, durante il cammino, egli predica, battezza, organizza delle comunità: gli viene attribuita l’amministrazione di ventimila battesimi. Pericoli, torture e rischi di ogni genere costellano il suo procedere verso la meta.

IL RITORNO E LA MORTE 
Fra il 1325 e il 1328 è a Khanbaliq, sede di Giovanni da Montecorvino e capitale dell’impero, conquistando anche la simpatia del Gran Khan. Dopo tre anni di permanenza e apostolato, l’arcivescovo ordina a Odorico di tornare in Europa con il mandato di chiedere al papa l’invio di almeno cinquanta missionari. Frate Odorico percorre questa vota la via di terra: passa per la regione del Tibet, per il Turkestan, Pamir, Afghanistan, Persia settentrionale, Armenia, fino nuovamente a Trebisonda. Da qui, con una nave, giunge a Venezia nel 1330 e subito si dispone a proseguire per Avignone, dove risiede il papa. Giunto però a Pisa, si ammala: la tradizione riferisce di un’apparizione di San Francesco, che gli ordina di tornare al suo «piccolo nido», il convento di Udine, mentre avrebbe pensato lui ad avvertire il papa della richiesta di nuovi missionari. Il Beato Odorico, stanchissimo, si ferma a Padova, nel Convento del Santo: i cinquantamila chilometri percorsi pesano sul suo fisico. Il ministro provinciale frate Guidotto lo prega più volte e poi gli dà l’obbedienza di scrivere i ricordi del suo incredibile viaggio. Odorico, nel mese di maggio 1330, detta allora la confratello Guglielmo da Solagna l’Itinerarium o Relatio, che sarà noto poi, in diversi codici, anche con i titoli di De mirabilibus mundi, De Rebus incognitis, Novitates. Il beato arriva infine al convento della sua giovinezza, professione religiosa, studi e primo apostolato a Udine. Irriconoscibile per le fatiche e tribolazioni, muore poco dopo, il 14 gennaio 1331.

IL CULTO COME BEATO 
La salma rimane esposta per giorni nella chiesa di San Francesco e numerosi sono i miracoli attribuiti alla sua intercessione: il patriarca di Aquileia Pagano della Torre dispone che siano raccolti a annotati. Tutti ormai chiamano Odorico «beato». Il patriarca si adopera subito anche per la canonizzazione, ma – non giunta al papa o dispersa la documentazione – si deve attendere fino al 2 luglio 1755 per il riconoscimento, da parte di Benedetto XIV, del culto sempre tributatogli lungo i secoli e in particolare presso la stupenda arca marmorea voluta subito dal patriarca per la custodia del corpo e scolpita già l’anno seguente la morte (1332) da Filippo de Sanctis. Dal 1771 essa è conservata nella chiesa della Beata Vergine del Carmine, sempre a Udine. Sull’altare maggiore della chiesa di Villanova di Pordenone una statua, opera del 1520 del Pilacorte, mostra il beato nella iconografia tradizionale con il libro dei Vangeli nella mano sinistra e il crocifisso nella destra. Così pure lo raffigura Francesco Grillo in una tela del 1790 al Carmine di Udine, mentre nel santuario antoniano di Camposampiero Odorico è raffigurato nell’atto di battezzare. A Pordenone è intitolata a lui una chiesa parrocchiale, opera dell’architetto Mario Botta, consacrata nel 1998. Ancora nella città natale, un altare con statua del 1923 si trova nel santuario della Beata Vergine delle Grazie e un reliquiario è conservato nel duomo concattedrale. La causa di canonizzazione del Beato Odorico è ripresa nell’anno 2002, postulata dai Frati Minori Conventuali. Nel luglio 2002 si è proceduto alla ricognizione medico-canonica del corpo, parzialmente incorrotto. Conclusa a Udine l’inchiesta diocesana per la canonizzazione, gli atti sono stati trasmessi alla Congregazione delle cause dei Santi nell’aprile 2006. Le iniziative a sostegno della causa, di culto e divulgazione della figura del Beato Odorico, sono seguite da una commissione rappresentativa delle diocesi di Udine e Concordia-Pordenone e della Provincia del Nord Italia dei Francescani Conventuali.
don Giancarlo Stival
Testo tratto da qui.