lunedì 11 giugno 2018

SANT'ANTONIO INEDITO

Cari amici in ricerca e in ascolto della vocazione francescana, pace e bene.
Oggi vi propongo un bel contributo di un anziano, ma sempre vivacissimo e colto confratello, frate del Convento del santo (Pd): fra Francesco Ruffato.  Scrive di sant'Antonio, ormai vicini alla sua grande festa.
Al Santo che il mondo ama affido ciascuno di voi...ci affidiamo.
Fra Alberto (fra.alberto@davide.it)

Giovani davanti alla reliquia del Santo
SANT'ANTONIO INEDITO 
Qualcuno mi ha detto che “se fosse per i padovani attuali non ci sarebbe il via-vai attorno alla tomba di S. Antonio. I frati custodi favoriscono la superstizione. Ai cristiani dovrebbe bastare Gesù Cristo e non ricorrere al Santo dei miracoli”.

Qualche giorno dopo leggo su “Il Mattino di Padova” un intervento in merito di Don Marco Pozza, una firma padovana: “Quando penso a lui, penso a una trasfusione di sangue. Dico lui e intendo sant’Antonio di Padova. Quest’uomo dal doppio passaporto, quello portoghese e quello italo-veneto…arde così forte nel cuore di Padova che se qualcuno, spinto dal fastidio della sua nascita foresta, volesse separarlo dalla storia della città somiglierebbe a uno che, dopo aver ricevuto sangue da un donatore, chiedesse che nelle vene lo tenessero distinto dal suo. Un medico, capace del fatto suo, riderebbe di quest’idiota: entrati in contatto, i due sangui si fondono assieme. E’ mescolandosi che aiutano la vita a rialzarsi. Lo è anche di Antonio di Padova: lui, nella
città ospitale, ha portato il dono della parola divampante. Lei, la nobildonna Padova, l’ha reso così santo-subito che in tutto il mondo s’è reso persino inutile il nome: Il Santo. Per antonomasia, punto e a capo. I padovani, che è tutta gente col fiuto della cultura sotto il naso, quell’incontro mai l’hanno scordato: in tutto il mondo dici Padova e rispondono Il Santo. Sarà più facile separare la luce dal sole, piuttosto che Antonio da Padova. Che ironia della divinità, nella città sufficientemente allergica alle presenze straniere, è uno straniero –foresto come si ama dire quassù- quello per il quale ancor oggi si fanno pazzie”.
Complimenti Don Marco! Ma dobbiamo dire la verità: anche ad alcuni padovani manca la devozione autentica per imparare a testimoniare la fede cristiana ai pellegrini che sostano in preghiera davanti alla tomba del Santo.

Tuttavia mi pare di scorgere un Antonio inedito, di cui si sono accorti, soprattutto, i più colti, i più tentati dal mercato delle ideologie scadute, uomini e donne di ogni parte del mondo alla ricerca di risposte agli interrogativi della coscienza. Non scartano il Santo dei miracoli o il referente della devozione popolare, ma si interessano del perché di tanto fervore attorno ad un uomo, santo sì, ma così diverso da altri virtuosi canonizzati dalla chiesa.
C’è l’Antonio che esce dalle mura della tomba, come otto secoli fa dalle mura del convento e presta voce ai poveri, gridando al Palazzo del Comune: Liberate dalle vostre leggi gli oppressi che tenete in prigione, costringendo le loro famiglie alla miseria, alla morte di fame ….. Commutate il durissimo carcere nell’esilio dalla città. A Padova fu ascoltato e il notaio comunale lasciò scritto in testa alla delibera:”ad postulacionem venerabilis fratris Antonii de ordine fratrum minorum”(“su richiesta del
venerabile frate Antonio dell’Ordine dei frati minori”). Meno fortunato il tentativo di Antonio presso il crudele tiranno Ezzelino da Romano perché liberasse i prigionieri guelfi.

In ogni caso un Antonio sempre impegnato nella difesa dei diritti umani a fianco dei poveri, prigionieri o guelfi che fossero. Ma c’è anche un Antonio dalla visione profetica nei riguardi degli eretici e degli infedeli del suo tempo, che “non spende una parola di sostegno sulle crociate promosse contro l’Islam e contro i movimenti ereticali. Antonio è non-violento e un impolitico, che alla forza delle armi e alla crudeltà dei roghi sostituisce l’arma dell’amore e la fiamma della carità sull’esempio stesso di Cristo: rispetto del diverso, riconoscimento della libertà di pensiero e di coscienza di tutti, anche se di fede e pratica religiosa diverse.

Temi vivi, molto vivi, anche ai nostri giorni. Kemeng Wang, un’artista cinese convertita al cattolicesimo con il nome di Antonia, studiosa delle biografie antoniane, mi racconta il suo stupore di fronte a Sant’Antonio: “Un santo sempre in cammino sulla via della verità. Un santo appassionato della natura, perché il Creatore fa belle tutte le cose. Un Discepolo di San Francesco umile, semplice e originale. Un santo da imitare nel concreto quotidiano.” “Quando lavoro, o cammino, o salgo sui monti o passo tra le piante dei boschi, mi chiedo come vedrebbe e penserebbe lui, il Santo che tutti amano”. Kemeng mi dice che Antonio è un esempio per molti giovani e non solo per i frati.

Sono i giovani dell’Antonio inedito, i nuovi devoti, i devoti che lo invocano non per chiedere qualcosa, ma per essere migliori, per lasciare un mondo migliore di come l’hanno trovato. Non è un caso che questi giovani onorino Antonio come l’hanno onorato i suoi contemporanei: il “Pater Paduae” (il padre di Padova), il “defensor civitatis”(il difensore della città, dei diritti umani,civili e politici). Padova, senza S. Antonio, non sarebbe Padova. E a Padova, se gli dessimo retta, nessuno si sentirebbe straniero, inedito. 

Chi lo invoca, si esprime così. Un politico: “Aiutami a superare la tentazione di lasciarmi corrompere”. Un ex-carcerato: “Sono ancora senza lavoro aiutami a non rubare”. Un padre di famiglia: “Se mi aiuti, non tornerò ai giochi d’azzardo”. Un bambino: “Fammi crescere bene”. Un adolescente: ”Fammi diventare un bravo predicatore come te”. Un prete : "Aiutami a essere santo”.

Le persone che sostano nei pressi della tomba di S. Antonio vivono sorprese dentro e fuori di sé.

P. Francesco Ruffato, frate del Santo

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