lunedì 20 febbraio 2017

QUALE RISPOSTA ALLA NOSTRA INESAURIBILE SETE DI LIBERTA', DI INFINITO, DI SENSO?

Cari amici in cammino, il Signore vi dia pace.

Ricevo molte mail in cui ritornano alcune domande di fondo: qual è il senso della vita? E come dare risposta alla nostra inesauribile sete di libertà, di infinito, di senso.  Spesso questi interrogativi si accompagnano ad una profonda sofferenza  dove non si intravedono sbocchi, nè orizzonti possibili di salvezza: solo un vicolo oscuro e cieco. Talvolta, invece, queste domande, conducono a porte socchiuse, aprono ad una nuova luce e a nuove inaspettate risposte, ma ancora inevitabilmente a nuove domande e fatiche e sfide.

Al riguardo vi propongo oggi una lettera giunta alla redazione del "Messaggero di sant'Antonio" (il giornale della basilica del Santo) a cui risponde il direttore della rivista, P. Fabio Scarsato, con parole che, sono certo, toccheranno il cuore di molti. 
"La strada, resta in salita. La scoperta di poter contare su Dio sembrava un traguardo, ma resta il male con cui fare i conti… «Bisogna saper sopportare i Tuoi misteri» dice Etty Hillesum. Una presa di posizione per il bene, non una resa".

Vi benedico. Al Signore Gesù sempre la nostra lode. 
fra Alberto (fra.alberto@davide.it


Dalla conversione ai dubbi della sofferenza

LETTERA 
«Gentile padre, le scrivo per condividere il mio percorso. Un percorso tormentato, accidentato, doloroso. Lavoro, fatica, sacrifici, relazioni personali drammatiche, depressione, Dio sullo sfondo. Leggevo molto su Lui e di Lui, ma non frequentavo la chiesa e amavo il mio approccio molto intellettuale, chiusa in quella che, ora lo capisco, era solo superbia.
Qualche giorno prima della Pasqua del 2011 mi ammalai e una mattina, non lo dimenticherò mai, ebbi la sensazione che una presenza fosse accanto a me, che stesse scrivendo insieme a me la mia storia. La notte del Sabato santo, dopo aver pianto tutte le mie lacrime, decisi che non più i libri, ma il ritorno sarebbe stato la mia strada. Da allora vado in chiesa, mi accosto alla santa Comunione, prego tutti i giorni.
Non le nascondo, tuttavia, che la strada continua ad essere in salita: il problema del male, di questa presenza avversa che Dio permette, mi ossessiona. Molte volte, quando la violenza contro l’infanzia e gli animali e la natura mi devasta, gli dico: “Vedi? Hai voluto che fossimo liberi – liberi di fare anche questo, liberi di scegliere anche di offenderti, anzi di ucciderti in noi –; ti rendi conto che il Tuo non intervenire fa di Te un complice?”.
So che dalla notte di Sabato santo 2011 io tornai a Lui e sento che, se solo voglio veramente, non Lo perderò mai. Pure, tale è la mia amarezza, la rabbia per i molti rifiuti, il terrore per un avvenire incerto e confuso, la consapevolezza di aver fallito su molti fronti, che non posso non citare le splendide parole di Ivan Karamazov: “Hanno fissato un prezzo troppo alto per l’armonia; non possiamo permetterci di pagare tanto per accedervi. Pertanto mi affretto a restituire il biglietto d’entrata. E se sono un uomo onesto, sono tenuto a farlo al più presto. E lo sto facendo. Non che non accetti Dio, Alëša, gli sto solo restituendo, con la massima deferenza, il suo biglietto”.
Ecco, oggi è uno di quei giorni in cui, se solo ne avessi il coraggio, io restituirei il biglietto d’ingresso».

Lettera firmata

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RISPOSTA DI P. FABIO
Cara lettrice, grazie per la sua intensa lettera, tagliata di alcune sue parti per le consuete ragioni di spazio. Personalmente, quanto descrive mi ha riportato alla memoria l’itinerario di tanti uomini e donne che hanno scoperto nella loro storia le tracce del passaggio di Dio, e non hanno più potuto farne a meno. Mi viene in mente Francesco d’Assisi, mi viene in mente Etty Hillesum, figure che cito non a caso, perché entrambi hanno conosciuto l’innamoramento di Dio, ma anche la difficoltà di stargli vicino, la domenica delle palme e i giorni della croce.

Anche lei è passata da un Dio «per sentito dire», impersonale, metafora del sé, a un Dio finalmente «personale», al quale dare confidenzialmente del «tu». Così pure è accaduto a Etty Hillesum, giovane scrittrice olandese di origine ebraica vittima della Shoah, che ci ha lasciato nel suo Diario pagine di grande profondità e impatto. Etty evita nel suo rapporto con Dio scorciatoie e addomesticamenti, continuando ad accettare che egli resti ciò che, anche nella sua alterità, è e comporta: credergli non è scontato né banale, ma addirittura un atto di coraggio! Anche se poi, ed è solo apparentemente in contraddizione con quanto appena detto, egli ci si impone con estrema naturalezza, quale fosse la cosa più ovvia della nostra vita, come se vi ci abitasse da sempre, almeno clandestinamente, fino a che noi l’abbiamo scoperto.

Il miracolo quotidiano che Etty Hillesum riesce a far succedere nella sua vita è riuscire a tenere assieme la fede in questo Dio «personale» con il dramma della sua storia personale, senza con ciò degradarlo a una compagnia rassicurante o a facile e disincarnata risposta alle sue domande vitali; ma nemmeno abdicando alla propria dignità e responsabilità. Per Etty ne deriva che la sua fede si poggia sul fatto che entrambi, il Dio personale e la propria vita, costituiscono un mistero incomprensibile: «Se tu affermi di credere in Dio devi anche essere coerente, devi abbandonarti completamente e devi avere fiducia».

In un altro passaggio del Diario poi si legge: «Mi metti davanti ai Tuoi massimi enigmi, mio Dio. Ti sono riconoscente per questo, ho anche la forza di affrontarli, di sapere che non c’è risposta. Bisogna saper sopportare i Tuoi misteri». Non è una resa, ma uno schierarsi, caricandosi di responsabilità. Di fronte al male del mondo possiamo – e dobbiamo – prenderci l’impegno di non sprecare quanto di buono il Signore ha fatto nella nostra vita e nel creato.

Uno dei primi compagni di san Francesco, il beato Egidio, soleva dire che «i cattivi fanno questo mondo orribile, i buoni lo fanno meraviglioso». Sta anche a noi decidere da che parte stare, ma solo una di queste parti vale la pena di essere presa in considerazione, solo una di queste parti è risposta piena alla nostra inesauribile sete di libertà, di infinito e di senso.

P. Fabio Scarsato
Messaggero di Sant'Antonio

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