martedì 31 gennaio 2017

DIVENTO PRETE... DIVENTO FRATE... O TUTTI E DUE ?

«Se qualcuno di voi sente la vocazione sacerdotale nel cuore, 
è Gesù che l’ha messa lì!» 
Papa Francesco


Cari amici in cammino e in ricerca vocazionale, 
il Signore vi dia pace.

Nelle varie lettere che ricevo, molte sono le domande che riguardano, ovviamente, la vita di noi frati. Una richiesta frequente è : "i frati francescani possono diventare anche preti e sacerdoti e dunque celebrare l'Eucarestia e amministrare i Sacramenti? E come vivono questi frati/sacerdoti? Restano sempre religiosi e francescani?..ecc..ecc.". 

La risposta è senza dubbio positiva! Nell' Ordine francescano infatti, moltissimi frati sono anche sacerdoti e prestano il loro servizio prezioso nelle nostre comunità, in tante parrocchie e opere e missioni sempre francescane. Io stesso, fra Alberto, sono frate e sacerdote. 
Già vivente san Francesco, del resto, accorsero e si unirono a lui, moltissimi "chierici" (preti) chiedendo di poter condividere la sua vita. E' nota la grande stima e devozione che Francesco sempre ebbe per i sacerdoti. 

Naturalmente l'essere preti, non toglie nulla al nostro carisma francescano, ma anzi, per certi aspetti, ne diventa un completamento prezioso e una possibilità ulteriore di aiutare tante persone, di guidare (come nel mio caso) i giovani con il sostegno santo dei Sacramenti e una più profonda vicinanza spirituale. Questo non significa però in nessun modo un nostro assimilarci ai sacerdoti diocesani o uno svendere la nostra identità francescana. 

Cosa distingue un frate/prete francescano da un sacerdote diocesano? 
(vedi altri POST al riguardo)

Il frate e prete francescano ha naturalmente tutte le responsabilità connnesse alla sua Ordinazione sacerdotale (celebrazione dell'eucarestia, sacramenti, predicazione...), ma vive questa grande chiamata sempre all'interno della dimensione francescana. Ecco alcune sue caratteristiche:  
  • Ancora prima di diventare prete, egli è innanzitutto un frate che con la professione religiosa ha emesso i voti di povertà e castità e obbedienza secondo la propria specifica vocazione francescana.
  • Anche il frate/sacerdote vive dunque in comunità; non opera e non sta mai da solo, ma sempre condivide la sua vita con altri fratelli: dai pasti, alla preghiera che scandiscono la giornata di ogni frate; alle normali quotidiane mansioni necessarie alla vita di un convento, all'azione pastorale...
  • E' sempre legato agli altri frati da uno stile e da vincoli di fraternità semplice, di vita famigliare sincera ed essenziale, in una piena e paritaria condivisione di ideali e di scelte.
  • In comunità, l'essere sacerdote non garantisce certo privilegi di sorta o supremazie varie: tutti i frati sono uguali (pur nella diversità di compiti e ministeri)  e insieme si cammina cercando di seguire le orme del Signore Gesù e del suo servo san Francesco. 
  • Il frate e prete francescano non è esclusivamente a servizio di una Chiesa locale (diocesi e parrocchie), ma può svolgere il suo ministero in moltissimi altri ambiti extra diocesani o extra parrocchiali, in un'ottica di servizio e missione alla Chiesa universale e all'avvento del Regno di Dio  dovunque verrà inviato e vi è necessità.
Come un frate comprende la chiamata anche al sacerdozio?
  • La vocazione sacerdotale, all'interno del cammino formativo francescano, è naturalmente una chiamata specifica che chiede di essere vagliata e scrutata con uno specifico discernimento sotto la guida di attenti educatori e formatori.
  •  Non è raro che alcuni giovani si decidano semplicemente per la vita da frate e religioso senza accedere agli Ordini Sacri.
  • Per altri frati, invece, diventare sacerdote si presenta come un'esigenza e un dono prezioso da accogliere e vivere con gratitudine e gioia grande. Un percorso specifico di studi e preparazione spirituale li accompagnerà gradualmente all'Ordinazione sacerdotale.  

Cari amici, ecco pertanto alcune semplici note sulla nostra vita. 

Se qualcuno desiderasse ulteriori approfondimenti mi scriva pure, ma soprattutto se qualcuno si sente attratto contemporaneamente dalla vita francescana e sacerdotale, non tema: le due vie possono camminare insieme.

Benedico tutti. Al Signore Gesù sempre la nostra Lode. 
frate Alberto (fra.alberto@davide.it)

Celebrazione dell'Eucarestia nella Comunità Francescana
del Convento S. Antonio Dottore (Padova)
luogo di studio e formazione dei giovani frati del nord Italia


Ai frati sacerdoti...da san Francesco
"Prego poi nel Signore tutti i miei frati sacerdoti, 
che sono e saranno e desiderano essere sacerdoti dell'Altissimo, 
che quando vorranno celebrare la Messa, 
puri e con purezza compiano con riverenza il vero sacrificio 
del santissimo corpo e sangue del Signore nostro Gesù Cristo, 
con intenzione santa e monda, non per motivi terreni, 
né per timore o amore di alcun uomo, come se dovessero piacere agli uomini"
San Francesco

lunedì 30 gennaio 2017

QUAL E' IL SENSO DELLA VITA?

FRATI IN PREGHIERA
Padova: Convento "S. Antonio dottore", luogo di studio e formazione
per i giovani frati francescani del nord Italia.

Qual è il senso della vita?... 
In che cosa consiste la vita?
Gesù Cristo è l'unico interlocutore competente 

al quale potete porre le domande essenziali sul valore e sul senso della vita...
anche di quella gravata dalla sofferenza...
Lui interrogate, Lui ascoltate !

San Giovanni Paolo II

domenica 29 gennaio 2017

I FRATI DEVONO CAMBIARE NOME?

Cari amici in cammino e in ricerca vocazionale, il Signore vi dia Pace.
Mi giunge una domanda da Leonardo, un ragazzo di 16 anni di Rovereto:
"Buon giorno,  scusami se ti disturbo, ma i frati devono cambiare nome? E perchè qualcuno vi aggiunge il nome di Maria?"
Ecco di seguito alcuni pensieri al riguardo che aiutano a conoscere sempre meglio la vita religiosa e consacrata francescana.
Ringraziando di cuore Leonardo, auguro a tutti una buona domenica. 
Al Signore Gesù sempre la nostra lode.
fra Alberto (fra.alberto@davide.it)

Frate inginocchiato al momento della Professione Religiosa
emessa nelle mani del Ministro Provinciale
Nella tradizione giudaico-cristiana 
Dare il nome a qualcuno o darsi un nome, non era e non è mai stato una cosa banale o casuale. Nella Bibbia significa esercitare una signoria, un mandato; è votarsi ad una missione o a un compito specifico cui il nome richiama.
  • Dio cambia il nome ad Abram e lo chiama Abramo (Gn17,5); così Sarai, moglie di Abramo, la chiama Sara (Gn17,15) per dire che i due divenivano suoi consacrati e strumenti per realizzare il suo progetto di salvezza. 
  • Nei vangeli lo stesso Gesù dice all'apostolo Simone che il suo nome sarà d'ora innanzi Pietro (Cefa - roccia-pietra) e su di lui sarà così fondata la Chiesa (Mt 16,18-19). 
  • Ai bambini, il nome viene affidato nel rito del Battesimo, quando a pieno titolo essi diventano "figli di Dio" e membri della Comunità cristiana, 
Nella tradizione della vita consacrata francescana
La prassi di cambiare il nome per chi diventava frate non fu mai obbligatoria e prescritta dalle norme ( lo stesso san Francesco mantenne il proprio nome!), ma venne adottata nei secoli da molti religiosi che così volevano sottolineare in modo netto ed evidente il taglio con la vita precedente (da laico o altre forme di vita) e l'adesione radicale ad un nuovo e alternativo stato di vita, come è la consacrazione, in un totale affidamento e abbandono a Dio. 
  • L'esempio più eclatante del passato è S. Antonio di Padova che assunse tale nome solo quando, affascinato dalla testimonianza di alcuni frati uccisi in Marocco a causa del Vangelo, da giovane monaco agostinano qual'era decise di abbracciare la regola di san Francesco. Recatosi dai frati che stavano a Coimbra nella chiesetta di s. Antonio (abate) dos Olivais, dimise così l'abito bianco degli agostiniani indossando il rude sacco con corda ai fianchi e un cappuccio dei francescani; abbandonò il suo nome Fernando della nobile casata dei Buglione, per diventare semplicemente frate Antonio; lasciò per sempre la ricca e colta Abbazia di Santa Cruz e i suoi amati studi per avviarsi verso una nuova missione da evangelizzatore e missionario, prima in terra d'Africa e poi in Italia, Francia.. e su mille altre strade dove il Signore volle condurlo. Dunque un nuovo abito, una nuova missione, un nuovo ordine a cui appartenere, un nuovo nome, un cuore nuovo, un uomo nuovo in tutto...
  • In tempi più recenti, penso a san Padre Pio, il cui vero nome era Francesco Forgione, oppure a san Padre Leopoldo al secolo Bogdan Ivan Mandić . Anche san Padre Massimiliano Kolbe era stato battezzato col nome di Raimondo .
Dal Concilio Vaticano II
Questa prassi di cambiare nome ebbe nei secoli davvero tanto successo e seguito fra i religiosi fino ad essere largamente diffusa almeno fino al Concilio Vaticano II quando anche la riflessione teologica aiutò i frati a comprendere meglio la propria consacrazione all'interno della prima e fondamentale chiamata e vocazione, quella battesimale, quella della santità che riguarda tutti i cristiani. Oggi pertanto, si preferisce ed è molto bello mantenere il nome ricevuto nel giorno del battesimo da cui scaturisce ogni chiamata e vocazione, compresa la consacrazione religiosa.

E il nome di Maria che più di qualche frate porta? 
Anche in questo nostro tempo , se il nome non viene più cambiato preferendo mantenere quello ricevuto nel giorno del battesimo, più di qualche frate, al momento della Professione (quando si emettono i voti di catità, povertà e obbedienza) ama aggiungervi il nome di MARIA, in segno di devozione alla santa Madre di Dio e di totale affidamente a Colei che è la Patrona dell'Ordine francescano.

giovedì 26 gennaio 2017

La giornata della memoria con P. Placido Cortese, frate francescano "martire del silenzio"

Pace e bene a voi tutti cari giovani «in ricerca vocazionale»: ricerca che, per essere genuina e autentica, è sempre anche «di senso», ricerca di una vita «spesa bene» e soprattutto segnata dal desiderio di comprendere e compiere in primo luogo la volontà di Dio.

In questo mese di gennaio in cui si celebra la «Giornata della memoria», mi piace riproporvi la testimonianza provocante di un francescano, un "frate minore conventuale", un frate della Basilica del Santo, padre Placido Cortese (1907-1944), già direttore del Messaggero di sant’Antonio, morto martire per avere salvato la vita a centinaia di ebrei e rifugiati durante la Seconda guerra mondiale. Recentemente anche il presidente della Repubblica Mattarella l'ha ricordato in un suo discorso.

Con uno stratagemma ingegnoso, padre Placido, per anni, aveva preso le foto degli ex voto che i fedeli affidavano alla tomba di sant’Antonio per confezionare documenti falsi e consentire così a tanti di passare la frontiera e mettersi in salvo in Svizzera.
Ma il prezzo da pagare alle SS fu atroce. «Morì sotto tortura e il suo corpo fu disperso nelle cosiddette fauci di Trieste a San Sabba» ci raccontano i testimoni. Nonostante le torture, padre Cortese non rivelò mai i nomi delle persone che proteggeva, autentico «martire del silenzio»  . E oggi del frate resta un busto in bronzo nel chiostro della Magnolia della basilica di Sant'Antonio a Padova, oltre che un posto tra gli eroi silenziosi che «salvando una vita – come recita il Talmud – salvano il mondo intero».

Davvero stupenda cari fratelli questa «vocazione» segnata dal martirio, estremo segno di una vita totalmente consegnata al Signore e ai fratelli come frate e prete.
Se dunque anche tu che mi leggi forse pensi alla vocazione religiosa e francescana o sacerdotale... guarda a questi esempi, preparati a questa donazione totale!
Non saranno possibili infatti altre vie intermedie o mediocri, ma il Signore ti chiederà tutto!
Sei disposto a questo???

Ti benedico.
frate Alberto (fra.alberto@davide.it)

Il Servo di Dio p. Placido Cortese nel chiostro del Santo
Chi è p. Placido Cortese? E perché viene arrestato e ucciso?
Padre Placido Cortese è un frate della comunità francescana del Santo di Padova. Scompare senza lasciare traccia (8 ottobre 1944- ha 37 anni). L'allora Rettore della Basilica, nel denunciare al questore di Padova l'assenza inspiegabile dal convento di padre Placido (era stato sequestrato dalle SS naziste), lo descriveva così:
"È una persona di media statura, corporatura piuttosto gracile e snella, storto negli arti inferiori, viso oblungo, capigliatura bionda, occhi celesti con occhiali a stanghetta, dall'incedere claudicante. Devo precisare che verso le ore 13 di ieri (domenica) due sconosciuti chiesero del suddetto padre con rozza insistenza. Uno era di media statura, faccia piena, carnagione bruna e giacca marrone scuro. L'altro, che si teneva in disparte, slanciato, magro e senza il braccio destro, con un impermeabile".

L'infanzia e la vocazione
Nasce nell’isola bellissima di Cherso (in Istria) il 7 marzo 1907, una terra passata dopo la guerra, dall'Austria all'Italia (1918). Fin da bambino conosce i frati conventuali che a Cherso hanno un convento. A 13 anni decide di entrare in seminario affascinato dalla vita dei francescani !!! Parte da casa (un viaggio lunghissimo) per arrivare al seminario minore di Camposampiero (Pd) che accoglie i ragazzi che aspirano alla vita religiosa. Qui studia, gioca, prega…cresce.. e si conferma nel suo desiderio: diventare frate francescano!

Novizio al Santo di Padova
La sua vocazione francescana cresce e si rafforza tanto che a 16 anni (ottobre del 1923), entrando in Noviziato, veste per la prima volta l’abito religioso e l’anno dopo, a 17 anni, diventa frate ufficialmente professando i voti di povertà, castità, obbedienza. E'davvero splendida la lettera che in tale occasione scrive ai famigliari:
Carissimi (...)venerdì 10 ottobre è la data tanto desiderata e ormai raggiunta. Alla tomba di S. Antonio di Padova giurerò di osservare la Regola di San Francesco, coi tre voti: di Obbedienza, Povertà e Castità. Potete credere quanto sia contento!! Ho sempre pensato a questo giorno che credevo lontano, ma con grande gioia è arrivato. La vita da frate francescano è impegnativa , ma è un peso che non ci si stanca mai di portare, ma che sempre innamora l’anima verso maggiori sacrifici, fino anche a dare la vita per la difesa della fede e della religione cristiana, fino a morire fra i tormenti come i martiri del cristianesimo in terre lontane e straniere (Padova 7 ottobre 1924)
Incredibile e profetico!! A 17 anni si consacra al Signore con tanto fervore da scrivere di essere pronto "a dare la vita" per la fede, “fino morire fra i tormenti come i martiri”.
In un’altra lettera scriverà alla sorella di pregare per lui perché "diventi buono, ma buono sul serio". Colpisce questa determinazione in un ragazzo e spero provochi anche voi che leggete queste righe!!

Roma - Milano - Padova
A Roma si reca per proseguire gli studi. Il 6 giugno del 1930 diventa sacerdote (ha soli 23 anni). Ritorna quindi al Nord Italia dove si impegna fra i giovani come cappellano dell'Oratorio/patronato in una nostra parrocchia di Milano in viale Corsica. Di quella prima esperienza pastorale e di vita in comunità, così scrive: “sono contentissimo; qui ho due compagni d’oro. Ci divertiamo, non ci offendiamo mai!
Nel 1937 torna a Padova come direttore del Messaggero di S. Antonio, la storica rivista dei frati della basilica. Sono anni di grande impegno, in cui con grande abilità (è un uomo molto intelligente e preparato) fa arrivare il giornale ad un numero incredibile di copie (800.000).

Frati al lavoro in tipografia
La guerra - Il campo di Chiesanuova
Il 1 settembre del 1939, Hitler invade la Polonia dando così inizio alla seconda guerra mondiale e ad anni terribili per l'intera Europa. Anche l’Italia fascista di Mussolini, il 10 giugno 1940, dichiara guerra agli alleati: é  il conflitto totale, una guerra che causerà circa 50 milioni di morti.
A Padova arrivano migliaia di prigionieri (di guerra, prigionieri politici, soldati alleati catturati dai nazifascisti..) Molti sono Sloveni e Croati dopo che Hitler e Mussolini hanno invaso quei territori.
In località Chiesanuova (ex caserma Romagnoli) vi era un enorme campo per questi prigionieri (3000-3500). Tra questi, ben presto p. Placido diventa conosciuto e ricercato: P. Placido li visita spesso con la sua bicicletta.., parla la loro lingua (molti provengono dalla sua terra, l’Istria); porta indumenti, cibo , pane.. lettere e pacchi dei famigliari, nascondendo tutto sotto la tonaca.

La svolta dell’armistizio
L'8 settembre 1943, l'Italia si ritira dal patto con la Germania e firma l'armistizio con gli anglo americani. E’ un' Italia divisa e in preda del caos. Due i governi, la Repubblica sociale di Salò al Nord (con i fascisti e i tedeschi), e il governo di unità nazionale (Roma era stata liberata) al Centro Sud. Due eserciti in lotta fra loro, tedeschi e fascisti contro gli alleati e i partigiani. Inevitabile la lacerazione del tessuto civile. Ci fu chi combatté a fianco degli alleati, chi scelse la montagna come partigiano, e chi preferì continuare a credere al duce. La maggioranza degli italiani fu attendista, zona grigia: stette, cioè, a guardare, atterrita dall'orrore nazista e dal furore partigiano.
Padre Cortese, anche come direttore del Messaggero di sant'Antonio non si allineò mai con i più forti (tutti i giornali erano invece schierati!). Non era un rivoluzionario, ma nemmeno neutrale. Segue semplicemente il Vangelo condividendo la sorte di sbandati, ricercati e perseguitati: non può far finta di niente!!

Cosa fa P. Placido?
In modo assolutamente SEGRETO (anche molti frati non sapevano della sua azione) si dedica a salvare Ebrei (Hitler ne voleva lo sterminio); fa fuggire i soldati che lasciano l’esercito per non essere catturati dai nazisti; soccorre i civili prigionieri di guerra e i militari alleati evasi dai campi di prigionia, protegge i rifugiati sloveni, croati... che i tedeschi consideravano partigiani comunisti.
Fra tutti i perseguitati dai nazisti di Padova ormai si è sparsa la voce che una via di salvezza è possibile grazie a P. Cortese della Basilica del Santo (zona relativamente protetta perchè considerata extraterritoriale e territorio vaticano). P. Placido (grazie a S. Antonio!!) sa come recuperare i soldi per dare un aiuto a queste persone, sa come trovare e falsificare i documenti, sa come ottenere i timbri della questura, sa farsi aiutare da collaboratori e collaboratrici spesso giovanissimi (le sorelle Martini) che accompagnano questi prigionieri (per non dare sospetti) alla stazione e nel viaggio in treno sulla linea Verona, Milano, verso la Svizzera. E’ in contatto per questo con la Resistenza, in particolare con un’organizzazione partigiana detta FRA-MA (Franceschini- Marchesi), dal nome di due illustri professori universitari antifascisti che l’avevano fondata.
Il tutto si svolge con la massima segretezza: p. Placido sa di correre enormi rischi! Sa di rischiare ogni giorno di essere catturato e ucciso. Le autorità religiose e alcuni confratelli gli consigliano di andarsene, lontano da Padova. Ma la coscienza lo spinge ad affrontare anche questi rischi: non può tirarsi indietro!! Così dal convento, continua nella sua opera, nonostante alcuni fra i più stretti collaboratori siano stati arrestati, mentre altri, per paura l’abbiano abbandonato .

P. Placido con alcuni giovani collaboratori
Una rete segreta
Alcuni testimoni suoi collaboratori, in particolare le sorelle Martini ( Lidia e Carla, Liliana e Teresa, queste due saranno poi arrestate e portate in campo di concentramento a Mathausen) hanno raccontato (salvatesi dalla guerra) gli stratagemmi, e i trucchi che con tanta intelligenza e furbizia p. Placido sapeva ideare. L’appuntamento era in basilica al confessionale dove Placido stava in alcune ore fisse. Fingendo dunque la confessione, comunicavano in codice.: "padre…ci sono 12 scope, oppure padre avrei bisogno di cinque uova, o tre chili di farina e altre frasi simili". E p. Placido capiva che c’erano 12 prigionieri, oppure 5 o 3 persone da accompagnare in Svizzera e che dunque servivano per loro denaro, vestiti, ma soprattutto documenti.

Ma come provvedere a tutto questo, specie ai documenti?
S. Antonio e la Provvidenza divina davvero facevano miracoli: le offerte in basilica servivano per avere dei soldi da dare; qualche abito si rimediava, ma soprattutto grazie ai macchinari grafici con cui si stampava il Messaggero di S. Antonio (di cui era il direttore) ecco che p. Placido riusciva a riprodurre perfettamente passaporti falsi, carte d’identità, permessi. I timbri giungevano dalla questura dove aveva amici segreti. Ma per le fotografie? Sapete che alla tomba del Santo anche oggi molti fedeli mettono la foto dei propri cari! Già allora era così (la gente portava una candela, la foto di un famigliare, una piccola offerta). Ebbene succedeva che andando alla tomba di s. Antonio, con le sorelle Martini e altri collaboratori, che già avevano incontrato questi prigionieri da far fuggire, P. Placido cercava fra le tante fotografie (in bianco e nero) quelle che più si potevano avvicinare al volto di quei poveretti e così i documenti risultavano completi e quasi perfetti. Ed allora, ecco che le scope, o le uova o i tre chili di farina, diventavano dei volti concreti di persone da portare in salvo. Con i documenti falsi poi organizzava per essi un viaggio verso Milano e poi dal lago di Como ( grazie all’aiuto dei contrabbandieri, ben pagati per questo), attraversavano le Alpi verso la Svizzera. Queste sorelle Martini, allora ragazze giovanissime, e altri della sua rete di amici (fingendosi ora mogli, o sorelle o figlie o figli), con tanto coraggio accompagnavano i fuggiaschi cercando di tutelarli e aiutarli il più possibile (questi prigionieri infatti spesso non parlavano italiano, erano americani o canadesi o sloveni…). Un rischio enorme!!!

I sospetti dei tedeschi e il rapimento
Per molti mesi le cose filano lisce e centinaia sono i prigionieri fatti fuggire. I tedeschi però, scoprono e arrestano due delle sorelle Martini (prima condannate a morte e poi inviate in Germania in campo di concentramento) e ormai hanno capito che p. Cortese è la mente di questa organizzazione segreta. La sorte di p. Placido, soprannominato dalle SS con disprezzo "frate zoppino", per una disabilità che lo rendeva un poco claudicante, è ormai segnata: è un traditore del Reich e va eliminato e tutti i suoi collaboratori vanno scoperti e puniti. E così domenica 8 ottobre, verso le ore 13,00, si presentano al convento del Santo, due persone misteriose, soprabito scuro, cappello, occhiali neri. A consegnarlo alle SS, che attendevano oltre il sagrato della basilica (territorio pontificio), era stato un amico, che gli aveva teso una trappola facendolo chiamare dal portinaio del convento per prestare un soccorso d'urgenza ad alcuni rifugiati.

Le torture,  il silenzio, il martirio
Trieste: Sede della Gestapo
Tra l'8 ottobre e il 15 di novembre di quell'anno (1944), si consuma il dramma di padre Placido, martirizzato nella tristemente famosa sede della Gestapo di piazza Oberdan, a Trieste. Interrogato, torturato, non svelò i nomi dei suoi collaboratori, pur sapendo che ciò gli sarebbe costato la vita.

Janez Ivo Gregorc prigioniero, compagno di cella e testimone dell'agonia di padre Cortese, scrive: "Padre Placido era terribilmente malridotto: l'avevano bastonato, picchiato; il vestito lacerato e la faccia rigata di sangue. Ho ancora presenti le sue mani deformate e giunte in preghiera. Ci siamo riconosciuti. Mi incoraggiava a rimanere fedele, a confidare in Dio, a non tradire nessuno". 

Il celebre pittore sloveno Anton Zoran Music, per un mese prigioniero nelle celle delle torture della Gestapo a Trieste, poi deportato nel campo di concentramento di Dachau, rievocando la figura del Cortese, confidò al compagno di campo Janez Ivo Gregorc: "Mi ricordo che nel bunker di piazza Oberdan c'era un sacerdote, un certo padre Cortese. Erano visibili sul suo corpo i segni delle torture. Lo vidi per la prima volta quando ci portarono tutti in Questura per le fotografie di rito. Sulla giacca era vistosa una grande macchia di sangue. L'avevano picchiato duramente. Era una persona squisita. Teneva un comportamento da mite e pieno di speranza. Pregava sempre, a mezza voce. Gli avevano spezzato le dita. Mi colpiva la sua tenace volontà di resistere. La fermezza e la fede di quel piccolo e fragile padre, che non si arrese e non tradì nulla". Anche il noto scrittore Boris Pahor ha ricordato la figura di padre Placido in un brano nel suo ultimo libro edito in Italia: "Piazza Oberdan", (Nuova Dimensione, 2010).

P. Placido, da giovane novizio, aveva scritto ai genitori: "Il cristianesimo e la vita francescana sono un peso che non ci si stanca mai di portare, che sempre più innamora l'anima verso maggiori sacrifici, fino a morire tra i tormenti come i martiri". Era stato profeta! Infatti, così riferisce Vladimir Vauhnik, colonnello sloveno, capo della rete informativa pro-alleati: "Al religioso Placido Cortese la Gestapo cavò gli occhi, tagliò la lingua e lo seppellì vivo". Aveva 37 anni e otto mesi!

Servo di Dio
I frati del Santo, dopo la guerra, per vario tempo non seppero più nulla di questo loro confratello scomparso misteriosamente, così come era loro pressoché ignota l'opera segreta da lui compiuta. Interpellarono al riguardo persino san Pio da Pietralcina; questi tramite un'amica suora padovana, suor Giustina Fasan così rispose profeticamente: "Dica ai padri del Santo che non facciano ricerche su padre Cortese, perché è in paradiso per la sua grande carità". E infatti, la Provvidenza volle che senza particolari indagini, via via giungessero e fossero raccolte negli anni seguenti innumerevoli e incredibili testimonianze sul suo operato di carità, rendendo così possibile uno squarcio sul silenzio e sul "segreto" che aveva accompagnato da sempre la vicenda di questo frate umile e coraggioso, vero testimone dell'amore a Dio e al prossimo. Da allora la sua figura è sempre più studiata e conosciuta ed anche la causa di beatificazione iniziata nel 2002 ha terminato la fase diocesana che ha riconosciuto p. Cortese "Servo di Dio", ed ora sta velocemente proseguendo il suo iter a Roma.
Per tenere viva la sua memoria in Basilica del Santo è stato da alcuni mesi restaurato il confessionale di P. Placido, visitato con devozione da molti fedeli. 
Basilica del Santo: confessionale di P. Placido Cortese
Vedi altri post su P. Placido:

lunedì 23 gennaio 2017

CILE: Una famiglia missionaria accanto ai nostri frati

Cari amici in cammino e in ricerca vocazionale, il Signore vi dia pace. 
Come più volte ho scritto, la dimensione missionaria è parte del carisma e della vocazione di ogni frate ed anche per tale motivo l'Ordine Francescano è presente in quasi tutte le nazioni del mondo. In questa nostra opera, è bellissimo però vedere il coinvolgimento anche di volontari e famiglie e associazioni della più vasta realtà francescana. In particolare, in Cile, è da poco ritornata una famiglia missionaria, che già vi aveva operato qualche anno fa e che così riprende il suo percorso accanto ai nostri frati, cooperando con loro  per l'evangelizzazione e la crescita della comunità cristiana di quel lontano paese. Auguriamo a questa famiglia ogni bene nel Signore con la speranza che il loro esempio sia presto imitato anche da altre.  Fa bene a noi frati e fa bene alla Chiesa  avere accanto laici e coppie e famiglie e volontari con i quali condividere la medesima esaltante missione.  
Al Signore Gesù sempre la nostra lode. 
Fra Alberto (fra.alberto@davide.it)
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CILE: torna a Copiapò la famiglia missionaria con i nostri frati

I frati del Cile comunicano la loro gioia per il ritorno in missione della famiglia siciliana che ha già per qualche anno condiviso la vita pastorale dei nostri confratelli.

DSCN1404Credo sia la prima volta che i loro volti compaiono sul sito "ufficiale" della nostra Provincia Presentarli e dire  qualcosa di loro mi sembra piú che doveroso e...assai  bello per noi frati cileni.
 Ma chi sono? Un papà, una mamma e due fratellini:  Salvatore e Angela, José e Soave. Siciliani DOC i genitori,  Cileni i due bimbi perché nati in Cile (anche se con doppia  nazionalità, cilena e italiana). Una giovane coppia arrivata  nel deserto di Atacama nel febbraio 2014 (dopo un tempo  di formazione con il CEMIOFS) con il primo bimbo già in  cammino.

E subito inizia la loro avventura in mezzo a noi: vissuti tre  mesi nel nostro convento in attesa di trasferirsi nella loro  casetta situata nella "hacienda san Pedro", a fianco di una  delle nostre cappelline a 20 km circa da Copiapó. Questo  é il posto scelto dove sviluppare la loro esperienza pastorale di tre anni, in mezzo a gente semplice e povera.
Quello stesso anno nasceva José mentre papà e mamma iniziavano a lavorare con piccoli e grandi del settore, accompagnati da noi frati. Sono partiti "in sordina" e non senza difficoltà, ma hanno imparato ben presto ad accogliere le varie sfide con coraggio e perseveranza grazie a una bella, semplice e sempre piú solida fede in Lui!

DSC06918E arriva il 2015. Al rientro da un primo momento di vacanze in Italia arrivavano anche due prove assai dure: la terribile alluvione di marzo e la notizia di una malattia seria della mamma di Salvatore. E tutto questo con Angela già in attesa della bellissima Soave. Momenti difficili vissuti però sempre con fiducia in Dio e dando a tutti noi frati e amici laici una testimonianza forte e quanto mai significativa.
E il tempo passa, inizia il 2016 e la malattia della mamma di Salvatore si aggrava ulteriormente: ad aprile i nostri missionari decidono di rientrare. Il lasciare amici e frati li fa soffrire tantissimo, però sanno che torneranno per riprendere e portare a termine la loro esperienza. Un momento doloroso anche per noi frati assai affezionati e grati a loro.
E ad ottobre la mamma di Salvo (così ci siamo abituati a chiamarlo) lascia i suoi cari: un momento durissimo per i nostri amici. Sono passati sette mesi dal loro rientro in Italia. Cosa faranno? Torneranno? Potranno farlo?

DSC06921 E sono tornati! Sul finirei di novembre Angela, Salvatore,  Soave e José ripartivano per il Cile per continuare e  portare a termine la loro esperienza. Grande la loro gioia    e  grande la nostra! Ci erano davvero mancati tantissimo  così  come alla gente di san Pedro! E hanno ripreso  senza  indugiare il loro lavoro pastorale in mezzo a  bambini e  adulti con la passione di sempre. Vederli  lavorare cosί e continuamente disponibili ad ascoltare,        accompagnare,  ideare, giocare....ci piace tantissimo e ci     fa....pensare!
  
Carissimi Angela, Salvatore, Soave e José, adesso sì  che  vi vedranno tutti o quasi i frati della Provincia! E a voi   da  parte di noi tutti: Buon Lavoro!

 I frati cileni
www.francescaninorditalia.net

Cile : foto di gruppo dei frati

domenica 22 gennaio 2017

TI INTERESSA?

22 Gennaio 2107
III DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
Dal Vangelo di Matteo ( 4, 19-23)

Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa: «Terra di Zàbulon e terra di Nèftali, sulla via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti! Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce, per quelli che abitavano in regione e ombra di morte una luce è sorta». Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino».
Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. E disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedeo loro padre, riparavano le loro reti, e li chiamò. Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono.
Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo.


Pace e bene caro amico in ricerca vocazionale. Gesù ci invita oggi a credere e scommettere la nostra vita nel Vangelo, nella buona notizia che Dio è venuto a visitare il suo popolo e che si è fatto nostro fratello, che Lui comprende le nostre fatiche e ci assiste nel nostro cammino in questo mondo. È una notizia molto bella, è una grande consolazione: non siamo soli! Dio, nella sua fedeltà, è con noi per risollevarci dalle nostre cadute e darci una nuova speranza di vita e di pace. Per portare questo annuncio e questa speranza a tutti gli uomini, ha bisogno di noi, ha bisogno anche di te. "T'interessa ?"
Incontrare Gesù è molto più facile dì quanto tu non creda, e questo per un semplice motivo: in realtà è Lui stesso che ti viene incontro nella tua quotidianità, nel tuo studio o lavoro di tutti i giorni, in mezzo a quelle occupazioni che sembrano non riservarti proprio niente di nuovo. Il Signore viene a guardarti e cercarti per le strade della normalità e dell’ ordinarietà, ed è proprio lì che semina un germe di eternità, la Sua chiamata, la tua e Sua vocazione. È stata questa l’esperienza dei primi discepoli: semplici pescatori,  poveri uomini, ma sedotti da quello sguardo che li ha resi innamorati  e accesi da una promessa abbagliante  "vi farò pescatori di uomini". Non sono certo eroi, eppure spetterà loro una vertigine: annunciare a tutti la vicinanza del Regno di Dio. Da allora, dopo quello sguardo, in ogni sguardo di Gesù abita una chiamata, ci attende una rivelazione e una possibilità di vita dietro a Lui: "T'interessa?".    

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Sveglia francescana : Commento al vangelo di fra Thomas, giovane frate francese studente a Roma

venerdì 20 gennaio 2017

IL CORAGGIO DI UNA SCELTA

Cari amici in cammino e in ricerca vocazionale, il Signore vi dia pace. 
Fra i molti ragazzi che mi scrivono emerge spesso una paura tremenda ( nei riguardi di una possibile vocazione religiosa, ma anche matrimoniale e non solo...) : la paura di scegliere, quella di rischiare una decisione e insieme naturalmente l'angoscia di fare dei passi rischiosi, di poter sbagliare. Si tratta di un sentimento che paralizza, immobilizza, congela e devasta la vita, togliendole ogni orizzonte e energia. Scegliere è crescere, scegliere è andare avanti, scegliere è diventare adulti, scegliere è aprire nuove strade, scegliere è darsi la possibilità anche di sbagliare, ma anche di ripartire..  

Per molti giovani, questo sembra davvero un passaggio impossibile, una montagna insuperabile!! Poi, in realtà, mi conforta pensare ad alcuni nostri Novizi in Assisi che, giovanissimi e poco più che ventenni, già vestono l'abito francescano e che ricordano a tutti, la bellezza di una scelta di vita... 
Vi propongo di seguito una breve riflessione sul "decidersi" e in particolare sulle trappole e i pericoli che vi si frappongono, invitandovi a chiedere schiettamente qual'è la vostra posizione e la vostra modalità al riguardo!!! Ne va della vostra vita!!! 
Spero vi aiuti verso passi più arditi e audaci e determinati. Al Signore Gesù sempre la nostra lode.
fra Alberto (fra.alberto@davide.it)
Assisi-Basilica di san Francesco
GIOVANI FRATI- ILCORAGGIO DI UNA SCELTA ! 
IN CHE TIPO DI SCELTA MI COLLOCO ?
La scelta è un momento strategico della vita umana, è il momento nel quale l’evidenza del mistero nella vita umana si dà in maniera particolare: quando l’uomo sceglie è inevitabilmente posto dinanzi al mistero, anche se non lo sa, al mistero di sé, dell’altro, della vita, di Dio se è credente, ma anche se non lo è. E, scegliendo manifesta quel che ha in cuore, soprattutto se la scelta è ponderata e rappresenta una decisione rilevante per la vita. Se a livello razionale questo è sicuramente condiviso da tutti, in realtà oggi, operare una scelta, non pare un processo così facile o scontato. 
Cultura dell’indecisione (o paura di scegliere)
Oggi viviamo, infatti, potremmo dire, addirittura in una cultura dell’indecisione, e i giovani d’oggi, figli di genitori, o con educatori, insegnanti, preti… indecisi, sono esattamente una generazione d’indecisi. Tale atteggiamento assume forme variegate e interessanti, ma tutte, senza distinzione di sorta, prive della dimensione del mistero e caratterizzate da una crescente paura, la paura di scegliere. Vediamo alcune di queste forme partendo dal livello più povero e inconsistente.
  • La non scelta
È il livello zero, tipico di chi vorrebbe non scegliere mai, se potesse, e quando proprio deve fare una scelta (da quella dell’indirizzo scolastico a quella delle vacanze) la rimanda all’ultimo momento, o traccheggia all’infinito, assalito da dubbi e conflitti o semplicemente tranquillo e adattato allo status dell’homo indecisus. Di fatto, queste persone scelgono pochissimo nella vita, e rischiano soprattutto di non prender mai posizione dinanzi ai grandi problemi dell’esistenza, restando sempre in una posizione amorfa e neutra, senza mai il coraggio e l’intelligenza di mente e di cuore di porsi dinanzi al mistero. Per giungere magari al termine della vita senz’aver ancora deciso di vivere. Si nasce, infatti, per una scelta altrui, ma la qualità della vita, e normalmente anche della morte, è legata a una decisione propria!
  • Scelta delegata e del “così fan tutti”
In realtà è impossibile non scegliere nella vita; chi pretende viver così si ritrova a dover subire, magari senza accorgersene, scelte fatte da altri al suo posto, come avesse dato la vita (e il cervello) in appalto a qualcun altro. È il caso di giovani, anzitutto, che sembrano subire i propri istinti e sentimenti, divenendone succubi, anche senza saperlo, come dei primitivi adoratori di entità sconosciute o enigmatiche; o che non fanno un’opzione di valori né hanno il coraggio di dare un senso originale alla loro storia, ma assorbono la cultura circostante, bevendo tutto e mai scoprendo il gusto della ricerca personale; o ragazzi che sono psicologicamente “costretti” a seguire la logica del branco, costretti a fare i bulli e farsi schifo alla fine, miseramente schifo; o giovani che non scelgono assolutamente il proprio futuro, perché già programmato da più o meno occulte agenzie di collocamento (i genitori, il mercato, la convenienza economica, l’opinione dominante…). C’è tanto “pappagallismo” in giro oggi, o “neo-pecoronismo”, come un rischio che incombe su tutti in questa società dalla comunicazione imperiosa e imperante, condizionante ogni scelta ed escludente – è ovvio – ogni idea di mistero.
  • Scelta contraddittoria e …infedele
È la decisione di chi in ogni scelta si lascia sempre aperta la possibilità di fare marcia indietro, in qualche modo lasciandosi sempre una porta aperta o smentendo quel che ha deciso, la parola detta o l’impegno preso (così se ci sposiamo lasciamo sempre aperta la possibilità di lasciarci, anzi, conviviamo semplicemente allora, è più semplice; o se t’ingravido e non ti garba basta una pillola e addio bebè; o se intraprendo una strada, se poi non mi piace più ne inizio un’altra…, e tutto diventa fragile e inconsistente, leggero e liquido, proprio come la modernità odierna). È scelta che teme il “per sempre”, finendo però per contraddire il mistero della libertà umana, e rendendo banale l’esistere, inaffidabile la parola e incerto il rapporto. Ma anche pretendendo di cancellare il dramma della vita umana: l’uomo può decidere d’abbandonare la sua vita a un ideale, a un affetto, a un progetto…, può consegnarsi a tutto ciò, e in definitiva, a un Altro, o a qualcosa che lo supera e di cui si fida. Anzi, non solo può, ma lo deve fare, , naturalmente decidendo lui e solo lui a chi o che cosa consegnarsi, ma rimanendovi poi fedele anche quando c’è un prezzo da pagare. Ogni scelta autentica esprime, implicitamente o esplicitamente, questo dramma che dice assieme la dignità umana e la piena accoglienza della sua dimensione misteriosa.
  • Scelta ripetitiva e sterile
C’è chi teme la novità della scelta e le possibilità che certe scelte aprono davanti al soggetto, e allora decide di non correre alcun rischio: sceglie, ma è come non scegliesse, sceglie infatti di fare solo ciò che è sicurissimo di saper fare, sta ben attento a non fare il passo più lungo della gamba, è superprudente e pretende tutte le garanzie, preferisce battere la strada vecchia, più sicura e senza sorprese, e non s’accorge che si sta ripetendo o che il suo futuro è troppo simile al passato, quasi in un processo di clonazione a ripetere, mentre la vita diventa sempre più noiosa e incolore. In prospettiva vocazionale questo sarebbe il caso di chi decide il suo futuro semplicemente in base a quel che è, alle sue doti, a ciò in cui riesce, a quanto ha già scoperto di sé, e non è disposto ad accogliere alcuna provocazione che lo spinga ad andare oltre se stesso, a rischiare l’inedito, a buttarsi in avventure un po’ ardite, ove non ha garanzie precise. D’altronde è solo così che uno scopre la propria identità, e soprattutto scopre che essa è sempre al di là di quel che uno pensa di sé, del suo io attuale o dei suoi test attitudinali.
  • Scelta egoista e cieca
Infine esiste anche la decisione di chi vede solo se stesso e i propri interessi, e decide in base a essi, senz’accorgersi degli altri, del bisogno o del dolore altrui. Scegliere vuol dire aprirsi, accogliere la provocazione che viene dai volti incrociati, tener vigilanti i propri sensi, lasciarsi intercettare da appelli e domande. L’egoista non sa scegliere, poiché vede solo se stesso; e chi non sceglie il “tu” ha già scelto la propria morte.
  • Scelta imbecille e odiosa
Infine c’è la scelta di chi non sa più cosa fare per occupare il tempo, ovvero per sentirsi vivo, reattivo, capace di godere della vita, o che forse ha esaurito varie possibilità in tal senso, andando a cercare felicità nei santuari moderni, e ricevendo in cambio solo illusione di gioia, e si ritrova che non sa più cosa fare davvero per “ammazzare il tempo”. Un po’ come quei giovani assolutamente normali che, negli anni passati, non trovavano niente di meglio che “divertirsi” gettando sassi dal cavalcavia, giovani “vuoti”, come ebbe a giudicarli Andreoli; o come quegli altri di Rimini, giovani di buone famiglie, che una notte di qualche mese fa decidono di dar fuoco a un povero barbone che sta tentando di difendersi in qualche modo dal freddo pungente notturno, ovvero decidono che la loro voglia di provare un’emozione diversa sia più importante della dignità e della vita di quest’uomo. Per poi giustificarsi dicendo che non volevano fargli del male, ma solo spaventarlo, così, “per gioco”; e i genitori a difendere “teneramente” i loro pargoli ventenni perché… “mica l’han fatto per cattiveria”. Forse, il vuoto mentale forse è ereditario… In quale vuoto, in quale educazione al nulla sono cresciuti questi ragazzi “normali”? Che cos’è un uomo e chi ci sia dietro al volto d’ognuno, è mistero per qualcuno perduto, memoria colmata dal nulla…
(tratto da una riflessione di Amedeo Cencini )
dal sito Frati Treviso

giovedì 19 gennaio 2017

Lettera di Papa Francesco ai giovani

Cari amici in cammino e in ricerca vocazionale, il Signore vi dia pace. 
Di seguito ecco la lettera che Papa Francesco ha scritto ai giovani, in vista del prossimo Sinodo dei Vescovi, in programma per l’ottobre 2018, sul tema “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”. Con le sue parole ha voluto fin da subito  toccare il cuore di tanti giovani, aprire le braccia verso tutti i ragazzi, invitarli alla scoperta dell'amore del Signore e alla bellezza del fare la Sua volontà. 
Grazie Papa Francesco! Ci fidiamo di te! Vogliamo lasciarci guidare da te!
Al Signore Gesù sempre la nostra Lode. Fra Alberto (fra.alberto@davide.it)


Lettera del Papa ai giovani
Carissimi giovani,
sono lieto di annunciarvi che nell’ottobre 2018 si celebrerà il Sinodo dei Vescovi sul tema «I giovani, la fede e il discernimento vocazionale». Ho voluto che foste voi al centro dell’attenzione perché vi porto nel cuore. Proprio oggi viene presentato il Documento Preparatorio, che affido anche a voi come “bussola” lungo questo cammino.

Mi vengono in mente le parole che Dio rivolse ad Abramo: «Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò» (Gen 12,1). Queste parole sono oggi indirizzate anche a voi: sono parole di un Padre che vi invita a “uscire” per lanciarvi verso un futuro non conosciuto ma portatore di sicure realizzazioni, incontro al quale Egli stesso vi accompagna. Vi invito ad ascoltare la voce di Dio che risuona nei vostri cuori attraverso il soffio dello Spirito Santo.
Quando Dio disse ad Abramo «Vattene», che cosa voleva dirgli? Non certamente di fuggire dai suoi o dal mondo. Il suo fu un forte invito, una vocazione, affinché lasciasse tutto e andasse verso una terra nuova. Qual è per noi oggi questa terra nuova, se non una società più giusta e fraterna che voi desiderate profondamente e che volete costruire fino alle periferie del mondo?
Ma oggi, purtroppo, il «Vattene» assume anche un significato diverso. Quello della prevaricazione, dell’ingiustizia e della guerra. Molti giovani sono sottoposti al ricatto della violenza e costretti a fuggire dal loro paese natale. Il loro grido sale a Dio, come quello di Israele schiavo dell’oppressione del Faraone (cfr Es 2,23).

Desidero anche ricordarvi le parole che Gesù disse un giorno ai discepoli che gli chiedevano: «Rabbì […], dove dimori?». Egli rispose: «Venite e vedrete» (Gv 1,38-39). Anche a voi Gesù rivolge il suo sguardo e vi invita ad andare presso di lui. Carissimi giovani, avete incontrato questo sguardo? Avete udito questa voce? Avete sentito quest’impulso a mettervi in cammino? Sono sicuro che, sebbene il frastuono e lo stordimento sembrino regnare nel mondo, questa chiamata continua a risuonare nel vostro animo per aprirlo alla gioia piena. Ciò sarà possibile nella misura in cui, anche attraverso l’accompagnamento di guide esperte, saprete intraprendere un itinerario di discernimento per scoprire il progetto di Dio sulla vostra vita. Pure quando il vostro cammino è segnato dalla precarietà e dalla caduta, Dio ricco di misericordia tende la sua mano per rialzarvi.

A Cracovia, in apertura dell’ultima Giornata Mondiale della Gioventù, vi ho chiesto più volte: «Le cose si possono cambiare?». E voi avete gridato insieme un fragoroso «Sì». Quel grido nasce dal vostro cuore giovane che non sopporta l’ingiustizia e non può piegarsi alla cultura dello scarto, né cedere alla globalizzazione dell’indifferenza. Ascoltate quel grido che sale dal vostro intimo! Anche quando avvertite, come il profeta Geremia, l’inesperienza della vostra giovane età, Dio vi incoraggia ad andare dove Egli vi invia: «Non aver paura […] perché io sono con te per proteggerti» (Ger 1,8).

Un mondo migliore si costruisce anche grazie a voi, alla vostra voglia di cambiamento e alla vostra generosità. Non abbiate paura di ascoltare lo Spirito che vi suggerisce scelte audaci, non indugiate quando la coscienza vi chiede di rischiare per seguire il Maestro. Pure la Chiesa desidera mettersi in ascolto della vostra voce, della vostra sensibilità, della vostra fede; perfino dei vostri dubbi e delle vostre critiche. Fate sentire il vostro grido, lasciatelo risuonare nelle comunità e fatelo giungere ai pastori. San Benedetto raccomandava agli abati di consultare anche i giovani prima di ogni scelta importante, perché «spesso è proprio al più giovane che il Signore rivela la soluzione migliore» (Regola di San Benedetto III, 3).

Così, anche attraverso il cammino di questo Sinodo, io e i miei fratelli Vescovi vogliamo diventare ancor più «collaboratori della vostra gioia» (2 Cor 1,24). Vi affido a Maria di Nazareth, una giovane come voi a cui Dio ha rivolto il Suo sguardo amorevole, perché vi prenda per mano e vi guidi alla gioia di un «Eccomi» pieno e generoso (cfr Lc 1,38).
Con paterno affetto,
FRANCESCO


Aprite le porte a Cristo

mercoledì 18 gennaio 2017

QUANDO SARO' CAPACE DI AMARE ...?


" SARO' VERAMENTE CAPACE 
DI AMARE IL MONDO 
QUANDO SARO' 
PIENAMENTE CONVINTO 
DI ESSERE AMATO BEN AL DI LA' 
DEI CONFINI DEL MONDO "
(Henri Nouwen)

martedì 17 gennaio 2017

SII TE STESSO..SENZA DI TE NON SI PUO' FARE !

Cari amici in cammino e in ricerca vocazionale, il Signore vi dia Pace. 
Tra i molti giovani che incontro o che mi scrivono, davvero mi colpisce talvolta la sfiducia, la tristezza, il non senso. Si tratta sempre di ragazzi splendidi che sembrano però avere già chiuso con la vita, spento ogni speranza, abbandonato ogni desiderio... In realtà il Signore chiama ciascuno a cose grandi e belle.. Il Signore per ognuno ha in serbo la gioia di vivere , bellezza e felicità...; solo ci invita a fidarci di lui, ad abbandonarci a lui...
Vi propongo al riguardo alcune parole tratte da una catechesi di un grande sacerdote, Don Flavio Rosini (ideatore del percorso dei Dieci Comandamenti) . Lasciamoci provocare e interrogare.., e non rinuciamo mai  a cercare.. a camminare, a contemplare, a sperare e amare. 
Vi benedico. Al Signore Gesù sempre la nostra lode.
fra Alberto (fra.alberto@davide.it)



SII TE STESSO... SENZA DI TE NON SI PUO' FARE !

Ogni persona che vuole fare qualcosa di prezioso nella vita, deve rompere con una tristezza, disobbedire con una tentazione di nulla che ha dentro di sè.

Quanti ragazzi state messi così ? Sgonfi ? Pensate male di voi stessi! 
Quanto vi sbagliate!

Il Signore nostro Gesù Cristo è morto ed è Risorto per noi… perchè lo ha fatto ? Così, perchè era una cosa bella ? O perchè ne valeva la pena ? 

Perchè ti ama Dio ?
Perchè ne vale la pena di amare te, vale la pena di amare te !
Tu sei importante ! Tu sei prezioso !

Giovanni XXIII credeva che si potesse parlare con tutti perchè in tutti c’è il bene.
Giovanni Paolo II ha lanciato iniziative perchè ogni uomo può essere Santo. Io ero a Santiago di Compostela quando disse per la prima volta quella frase: “Non abbiate paura di essere Santi !“, perchè ne ho paura, perchè ne hai paura, perchè abbiamo paura di andare fino in fondo… e VAI FINO IN FONDO!
Che c’hai da perdere! Abbiamo paura di credere alla bellezza che noi siamo!

Ma... CRISTO CI CREDE! CRISTO CI CREDE CHE TU SEI IMPORTANTE!
Dà la vita per te! Muore per amore tuo, per te risorge!
Ma ti tratti come una cosa da quattro soldi, mentre invece sei importantissimo!! Vali il sangue di Cristo!

Quanto valgo io ? Quanto vali tu ?
Il più triste che sta qui questa sera, il più sgonfio, il più scoraggiato che sta qui dentro sappia che non sta credendo alla verità.

Se la tristezza abita nel tuo cuore non è la verità quella lì, la Verità è CRISTO.
E la verità è che Cristo ha pensato che tu sei uno per cui vale la pena che la seconda persona della Santissima Trinità fosse torturato, flagellato, crocifisso, morisse, per amore tuo. Lui ritiene che si può fare. Lui ritiene che tu vali la pena.

Guarda che Dio non ti ama solo perchè è Amore.
Dio ti ama anche perchè ti ha creato Lui e sa che sei bello, sa che sei bella.
Sa che senza di te non si può fare.
Sai perchè ti ha creato Dio ? Perchè senza di te non si può fare.
Ci sono persone che solo tu puoi amare.
Ci sono cose che solamente tu potrai fare.
Cose che solamente tu potrai dire. Sentimenti che solo tu potrai provare.

In nome di Cristo, sii te stesso, davanti a Dio, al Suo Amore.
In nome di Cristo credi che tanto quanto Dio ha amato e operato in Giovanni Paolo II e in Giovanni XXIII, così Dio vuole operare in te.

Speriamo che ci sia qualcuno coraggioso qua dentro, qualcuno che apra il cuore a questa bellezza.
(Don Fabio Rosini, Catechesi tenuta da don Fabio Rosini nella Basilica di S.Giovanni in Laterano il 22 aprile 2014 in preparazione della canonizzazione di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II)

sabato 14 gennaio 2017

Beato Odorico da Pordenone, primo frate missionario in Cina

Arca del beato Odorico - particolare
"Ti prego, o Cristo buono, per le preghiere e i meriti di Maria, 
sostienimi ogni giorno per luoghi e strade sicuri ".
(Beato Odorico)
Cari amici in cammino e in ricerca vocazionale,
il Signore vi dia pace.

Alcuni di voi mi hanno scritto recentemente manifestandomi il desiderio e il sogno della missione: un ideale tipicamente francescano!! Ancora vivente Francesco e su suo specifico mandato, i frati si diffusero, infatti, in tutta Europa e furono anche inviati fra i così detti "infedeli" (i saraceni) in Terra Santa, Marocco e in tutto il medio Oriente e in regioni lontanissime come la Cina.
Sull'onda di questi primi invii, nei secoli, i frati si sono resi presenti in quasi tutte le nazioni del Mondo, come potete vedere nel sito dell'Ordine, con una serie innumerevole di opere, chiese, conventi, scuole, ambulatori... così da portare ovunque la bellezza del Vangelo con lo stile di letizia, di fraternità e minorità tipicamente francescani.  

Oggi, 14 gennaio, è la festa di uno dei più grandi missionari dell'Ordine Francescano: il Beato Odorico da Pordenone, che circa otto secoli fa peregrinò a lungo fino ad arrivare in Cina. Qui, infatti, vi fu inviato dai superiori verso il1320 alla veneranda età - per l'epoca - di 55 anni. Arrivato dopo un viaggio di 8 anni (!) a Pechino, rimane solo tre inverni nella capitale del Celeste Impero, per poi far ritorno, via Tibet, Persia e Armenia alle terre venete da cui era partito. Nel Convento di Sant'Antonio di Padova, nel 1330 detterà la relazione del suo viaggio missionario per terra e per mare, vero emulo di Marco Polo. I suoi diari di viaggio raccontano le fatiche  e le gioie dell'annuncio del Vangelo oltre ad essere una miniera di notizie su un mondo allora assolutamente sconosciuto. 

La mia Provincia dei Frati Francescani Conventuali del Nord Italia è impegnata da tempo a far conoscere questa figura francescana e, se vuole il Signore, a diffonderne la venerazione, perchè possa essere proclamato Santo per la Chiesa universale. Ecco le pagine della Postulazione per la sua causa di canonizzazione.

I viaggi e la predicazione di Odorico per piantare la Chiesa in Cina ci spingono anche a pregare per la non facile e complessa situazione dei cristiani cinesi, fino ad oggi privati (o alquanto limitati) della libertà di religione e di culto. Nonostante questo, non mancano però in Cina vocazioni alla vita sacerdotale e religiosa e molti sono gli aspiranti alla vita francescana!!!  Il  Signore, infatti,  continua a chiamare e a invitare alla sua sequela... e la risposta generosa spesso arriva là dove sembrerebbero più forti gli ostacoli se non addirittura la persecuzione !!

L'esempio del beato Odorico, susciti in noi una grande passione missionaria ed evangelizzatrice anche per le nostre stanche ed esauste terre d'Europa dove pure l'annuncio del Vangelo sembra sempre più difficile e segnato dall'indifferenza generale e dal rifiuto . 
Proprio per questo c'è  bisogno di frati ardenti di fede che percorrano ancora le nostre strade buie e tristi, di frati amanti che incendino i cuori aridi d'amore al Signore, di frati coraggiosi e umili per dialogare e incontrare tutti senza barrirere o pregiudizi, di frati audaci e miti che ancora sappiano prendersi cura e volere bene agli uomini  e alle donne e ai giovani... del nostro tempo.

Al Signore Gesù sempre la nostra Lode.
fra Alberto (fra.alberto@davide.it)

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