mercoledì 13 gennaio 2016

Qualche giorno in convento. Effetti collaterali

Cari amici e ragazzi,
pace a voi!

Dopo aver chiesto ai frati di quel convento, condivido anche qui sul nostro blog la bella narrazione  e analisi che un giovane uomo, Federico, fa dei giorni passati come ospite nella comunità di Treviso. Il suo sguardo attento e la sua sensibilità gli fanno cogliere e gli consentono di narrare aspetti e suggestioni, che per noi frati sono un po' "scontati" o, meglio, acquisiti e per cui non li notiamo più come qualcosa di stra-ordinario. Per questo forse le sue parole riescono a mettersi più dal 'vostro' punto di vista di molte delle nostre.
Per aggiungere un pizzico di realismo a questo piatto che sembra troppo buono per essere vero, forse bisogna aggiungere che, restando pochi giorni in convento e non avendo troppo coinvolgimento nelle relazioni, mansioni e responsabilità, è più facile godersi gli aspetti più belli e rigeneranti di questa nostra vita. Viceversa è pur vero che, se i frati vivono seriamente la loro vocazione, questi aspetti più faticosi cercano di portarli su di sé col sorriso e senza farli pesare ad altri.


Lascio la parola a Federico. E vi auguro ogni bene, ricordandovi nella preghiera con la mia comunità.
Ah...! Se anche a qualcuno di voi venisse l'idea di fare una piccola esperienza come Federico, potete provare a scriverci.

Ogni bene! Il Signore vi doni pace!

frate Francesco

*   *   *
Oasi in città
Sono Federico, 29 anni, praticante Avvocato a Catania. Sono stato ospitato dai Frati Minori conventuali di Treviso nelle due settimane che hanno preceduto il Natale 2015. Si trattava di prendersi qualche giorno di riposo e, conoscendo di persona il guardiano del Convento, ho chiesto loro ospitalità per quel periodo.
Il Convento è immerso nel centro cittadino trevigiano, un’oasi di pace nel cuore pulsante di un grosso ed opulento centro urbano. E sembra impossibile che in un tale contesto possa trovarsi un luogo di tale portata spirituale. Ma appena si è trascorso anche solo un giorno con i frati, si capisce che ciò è possibilissimo.
Sette frati più qualche ospite di passaggio come me. A tavola si è sempre una decina. E il momento di ritrovo quotidiano sono propri i pasti: pranzo e cena, tutti attorno allo stesso tavolo. Senza distanze, sebbene le età siano talvolta molto differenti; senza rigidismi di sorta, sebbene siamo pur sempre in un luogo di povertà, castità e obbedienza; senza distinzioni, sebbene loro indossino una saio sopra gli abiti ed io no.

Tutto cambia. Tutto è normale
Apri la porta del convento lasciandoti dietro la città e avverti già che qualcosa sta cambiando. Cosa ti succede non lo capisci bene subito, ma hai già chiaro che quelle pareti, quelle finestre, quei pavimenti, ti stanno cambiando: e pensi a tutti quelli che ci hanno vissuto dentro, e pensi che le vite sante di chi è passato da questo convento lo hanno segnato per sempre, al punto che le stesse pareti, finestre e pavimenti trasudano quella santità, quella sacralità. Questo lo capisci da subito.
Quello che succede dopo è inaspettato. La normalità della tua presenza lì ti disarma: basta mezza giornata perché ti senti trattato con una semplicità che “è” come se fossi lì da sempre. Da sempre lì con gli altri sette frati. Non sai bene come muoverti lì dentro: ci sono stanze, scale, saloni e porte un po’ dappertutto, eppure “sei” lì da sempre. Non è chiaro come il voler bene di cui sei il destinatario riesce a farti sentire a casa ancor prima che sia trascorsa la prima notte: eppure è così.

La giornata
La scoperta, che lascia (almeno me) senza parole, la fai però la mattina seguente. Il guardiano o chi per lui, con una docilità che non può lasciare indifferenti e che impone la più gradevole delle obbedienze, ti invita a seguire in piena libertà tutti i momenti di preghiera comunitaria, e così l’indomani mattina di buona lena ti svegli e alle 7.00 sei già pronto in chiesa per l’Ufficio e le Lodi. Affascinante, come poche altre cose io abbia visto, è trovarli tutti lì: sparsi sulle panche, inginocchiati o col capo chino sul breviario o, ancora, con gli occhi chiusi e la testa in sù, in meditazione. Qualcuno ti prende subito un breviario indicandoti la pagina, e il resto viene da sé.
Finite le lodi, si parte. Chi prepara la Messa, chi corre in confessionale, chi va in cucina, chi prepara il presepe, chi parte per qualche commissione da svolgere fuori: e non passa troppo tempo prima che qualcuno ti dica “Allora Federico, hai un minuto per darmi una mano??”. E certo che ho un minuto: anzi di minuti ne ho tutti quelli che vuoi.
Le mattine scorrono così senza che te ne accorgi, e se del tempo libero ti resta allora non fatichi a trovarti il da fare, girando per il convento, fermandoti davanti il Santissimo, leggendo un libro, scrivendo una cartolina.
Hanno tanto da fare, ma mai è frenetico. Al punto che non fai alcuno sforzo ad accodarti ai loro ritmi: il senso delle tue giornate si dispiega da sé ed è bellissimo. E alle 12.00, al richiamo del rintocco delle campane, si prega con l’Ora Media un po’ più raccolti nella cappella al primo piano: si ferma tutto, distaccandosi da ogni lavoro si stesse facendo.
Il pomeriggio segue sempre in piena attività sino alla Santa Messa delle 17.30, a cui seguono i Vespri e l’Adorazione del Santissimo Sacramento. E dopo succede qualcosa che (a parere di chi scrive) è uno spettacolo meraviglioso: la gente si ferma per salutarli, per scambiare due battute con loro. E ogni frate ha sempre questo o quel giovane che lo cerca, questa o quella coppia che chiede un colloquio, questa o quella signora che porta in dono qualcosa. Una gioia si sprigiona da dentro al vedere quelle anime spendersi fino a fine giornata e continuare a rassicurare, sorridere di una bella notizia, abbracciare, riflettere insieme, dolersi insieme quando le notizie non sono così belle. Sempre, sera dopo sera, fatica dopo fatica, servizio dopo servizio. I frati sono lì.
La cena è il suggello della giornata: la tavolata è quadrata e ci si riesce a vedere tutti. Ci si racconta della giornata, snocciollando storielle divertenti o immagini buffe che si sono vissute nell’arco del giorno. E anche tu ti inserisci senza difficoltà in quel “racconto comunitario”: e non ci si accavalla, mai. Il parlare di uno è sempre il pieno ascolto di tutti gli altri, mentre si prende dell’insalata, mentre si finisce la pasta o mentre si versa un po’ di vino. Poi il guardiano condivide il programma del giorno dopo, dando qualche avviso e controllando i vari turni dei servizi in chiesa. Ed è già tempo per ritrovarsi nella sala giornali o nella sala tv, o magari fare due passi in centro, facendo due chiacchiere, e poi a letto.

Ritrovare senso
Vai letto e ripensi alla diversità di ognuno di quei frati: tutti diversi, nei comportamenti, negli accenti. Ognuno un mondo a sé, ma in piena comunione. E non ci si omologa, non ci appiattisce su formule o stereotipi, no. Ci si vuole bene, e si fa la propria parte. A modo proprio, senza ansie, senza stress. Una pagina di Vangelo vissuto che ti insegna che costruire il Regno di Dio e vivere per Lui non preoccupa né stressa, ma solo orienta, offre un senso, dà la pace.
Senza accorgetene la tua mente è meno ansiosa, e il tuo volto più disteso. E così ripensi al tuo primo ingresso in Convento, e a quei pavimenti e a quelle pareti che trasudavano sacralità. E comprendi che non è la vita chi di è passato da questi luoghi a renderli tali. Anche. Ma piuttosto che sono i rapporti che si vivono quotidianamente, anche mentre ci sei tu, che fanno di quell’aria, di quelle finestre, di quei pavimenti, di quelle pareti un posto che rimanda ad Altrove. Ad un Altrove che ti fa brillare gli occhi.
Sentirsi a casa è quello che ti resta dentro, come il retrogusto forte ma dolce di un vino pregiatissimo. E vorreste berne ancora di quel vino. Di andar via non ne hai proprio voglia. Poi, però, si deve tornare a casa, quella d’origine, ripartire per il mondo, il tuo mondo, fatto di studio, lavoro e fatiche varie. Ma ormai è successo: casa tua è anche lì. E anche se non vedi l’ora di tornarci, sai che te la porti già dentro con te, sempre. Grazie frati di Treviso.


1 commento:

  1. Si è più sereni, è vero: anche quando sono stata una settimana in una comunità di francescane chi mi sentiva al telefono mi diceva che avevo una bella vocetta serena... e pensare che io neanche ci avevo fatto caso!

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