venerdì 16 gennaio 2015

Martirio e Vocazione


I Protomartiri francescani
Pace a voi, cari amici in cammino e in ricerca della vocazione divina per la vostra vita.
Oggi nel "mondo" francescano si ricordano i primi martiri dell'Ordine, uccisi in Marocco (il 16 gennaio 1220) dal Sultano in persona a causa della loro predicazione in terra islamica e per la tenace fede in Gesù Cristo, mai venuta meno, nonostante le atroci torture che dovettero subire. Si chiamano Berardo, Pietro, Ottone, Accursio e Adiuto e sono tra i primi giovani che vollero unirsi a Francesco d'Assisi. Da questi, avevano ottenuto di poter andare a predicare il Vangelo fra i saraceni, in Marocco, dove erano giunti dopo un lungo viaggio attraverso l'Italia, la Francia, Spagna e Portogallo. La loro missione in terra d'Africa durò purtroppo, ben poco. Lo stesso Francesco quando apprese la notizia del loro martirio poté esclamare che da quel momento poteva veramente dire "di avere cinque Frati Minori". Ma la morte tragica dei 5 fraticelli non fu senza frutti...

La vocazione di S. Antonio di Padova
Queste primizie di testimonianza dell’Ordine Minoritico conquistarono, infatti, al francescanesimo un giovane e brillante portoghese, Ferdinando di Buglione, noto poi come S. Antonio di Padova. Egli aveva, infatti, visto giungere a Coimbra le reliquie dei religiosi uccisi restandone profondamente scosso. Il desiderio di una vita più evangelica e l'anelito al martirio per Cristo, lo spingono ad accogliere la vocazione francescana e ad imbarcarsi egli pure per il Marocco, rivestito di un povero saio. Ma nei suoi riguardi la Provvidenza ha già in serbo ben altri progetti per i quali, fra Antonio, giunge prima naufrago in Sicilia e poi ad Assisi e a Roma, in Francia... e a Padova secondo un itinerario di vita che certo mai avrebbe ipotizzato.
La chiesa di Santo Antonio dos Olivais a Coimbra, dove sostarono i protomartiri prima di partire per il loro destino finale, è abitata tuttora dai noi francescani conventuali, gli stessi frati del Santo di Padova che venne accolto nell'Ordine proprio in quella chiesetta.

Martirio e vocazione
Cari amici in ricerca, come avrete dunque potuto constatare dalle vicende dei Protomartiri e di Sant' Antonio, martirio e vocazione si richiamano e interpellano reciprocamente. Ma badate bene, l'abbinamento non riguarda straordinariamente solo i personaggi di cui abbiamo appena narrato e non è relegato a qualche episodio analogo particolarmente cruento!!! In realtà non c'è autentica chiamata alla consacrazione religiosa se manca la spinta e l'audacia mite e forte nello stesso tempo della testimonianza ("marturia"); se non si è guidati da un desiderio di consegna di sé al Signore e al Suo progetto. Al frate, come ad ogni religioso, è richiesto sempre, infatti, "di dare la vita" per Gesù, "di morire a sé stesso" per spendersi interamente per Lui, per gettarsi in Lui senza reticenze e confini.
Se dunque caro fratello, forse stai pensano a questa nostra strada francescana, chiediti se anche tu come S. Antonio o i 5 giovani frati Protomartiri, sei davvero disposto a rimettere in Gesù tutto di te: il tuo spirito, la tua intelligenza e volontà, i tuoi sogni, i tuoi desideri, il tuo corpo, persino i tuoi limiti e peccati per seguirLo dove Lui vorrà condurti... Se non è così, sarai soprattutto preoccupato di te e del tuo orticello, più che del Vangelo e del Regno di Dio! Se non è così, il convento si trasformerà presto in un accomodante rifugio; l'abito in un "soprabito" protettivo; i voti in una pennellata di vernice superficiale! Se non è così...lascia perdere!

Al Signore Gesù sempre la nostra Lode.
fra Alberto (fra.alberto@davide.it)


Ecco qui un bel documentario trasmesso dalla RAI sulla vocazione francescana e sui primi cinque frati martiri dell'Ordine Francescano degli inizi.

Qui sotto, invece, vi riporto la seconda lettura dell'Ufficio divino dal Breviario Francescano per la memoria del 16 gennaio. Si tratta di un resoconto della missione e della passione (con dovizia di particolari raccapriccianti) dei Protomartiri, comprese le lusinghe a cui furono soggetti i santi e il loro rifiuto di ogni compromesso. I santi missionari proclamano: "Gesù Cristo unico Salvatore universale e assoluto" - con qualche secolo di anticipo su "Dominus Iesus".

Dalla Cronaca dei Ministri Generali dell’Ordine dei Frati Minori 
(Analecta Franciscana, 111, pp. 15-19)
Il beato Francesco, per ispirazione divina, inviò nel Marocco sei degnissimi Frati perché predicassero coraggiosamente la fede cattolica agli infedeli.
Giunti nel regno d’Aragona, frate Vitale si ammalò gravemente e poiché tardava a rimettersi, non volendo che l’opera di Dio fosse ostacolata per motivo della sua infermità, ordinò agli altri cinque di adempiere il comando di Dio e del Serafico Padre. I santi Frati dunque obbedirono e, lasciato frate Vitale, proseguirono per Coimbra.
Continuando il viaggio giunsero travestiti a Siviglia, allora occupata dai Saraceni. Un giorno, animati da fervore, si spinsero fino alla moschea principale e volevano entrarvi; ma furono impediti dai Saraceni che fecero irruzione su di loro con grida, spinte e percosse Infine, avvicinatisi al portone del palazzo del sovrano dei Mori, cominciarono a dire che essi erano stati mandati al re come ambasciatori del Re dei re, cioè Gesù Cristo Signore.
Dopo che ebbero esposto al re molte cose intorno alla fede cattolica per indurlo alla conversione e a ricevere il battesimo, questi, pieno di furore, ordinò che venisse loro amputata la testa; ma poi sentito il parere degli anziani, li fece imbarcare per il Marocco come era loro desiderio.
Entrati nella capitale, cominciarono immediatamente a predicare il Vangelo alla gente che stava nelle piazze della città. Ma avendo il sultano risaputo la cosa, ordinò che venissero messi in prigione, dove restarono per venti giorni senza cibo e bevanda, nutriti solo delle consolazioni divine.
Poi il sovrano li fece convocare dinanzi a sé. Ma avendoli trovati fermissimi nella professione della fede cattolica, acceso di sdegno, ordinò che venissero torturati in vari modi e, in luoghi separati, sottoposti ai flagelli. Allora gli sgherri, legatili mani e piedi e con le funi al collo, cominciarono a trascinarli per terra con tanta violenza, che quasi ne apparivano al di fuori le viscere. Sulle loro ferite versarono aceto e olio bollente e infine li gettarono sui loro giacigli ricoperti di frammenti e di rottami, seguitando a tormentarli per tutta la notte.
Dopo di ciò il re del Marocco, pieno di furore, ordinò che venissero ricondotti davanti a lui.
Incatenati e seminudi furono condotti alla presenza del re. Questi, avendoli trovati ancora saldissimi nella fede, allontanate le altre persone, fece entrare alcune donne e cominciò a dire: «Frati, convertitevi alla nostra fede, vi darò queste donne per mogli e molto denaro, e sarete onorati nel mio regno». Ma i beati Martiri risposero: «Non vogliamo né le tue donne né il tuo denaro, ma tutto questo disprezziamo per amore di Cristo». Allora il sultano montò in furore e, afferrata una scimitarra e separati uno dall’altro i santi Frati, spaccò loro la testa, vibrando tre colpi sulla loro fronte: li uccise così di propria mano.

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