mercoledì 17 dicembre 2014

Venite, vedete e andate!


Cari amici in cammino e in ricerca vocazionale, il Signore vi dia pace.
Vi propongo oggi un articolo tratto dal "Messaggero di S. Antonio" (la rivista di noi frati della Basilica del Santo - Pd -) che ogni mese presenta una comunità francescana, in Italia e nel mondo. Qui si narra di un piccola, ma significativa presenza dei frati nel sud dell'Albania. E' un piccolo germoglio certo, ma carico di speranza e di luce in una terra arida e un pò acerba: un bel segno per questo prossimo Natale.
Vi benedico. Al Signore Gesù sempre la nostra Lode. Maranathà vieni Signore!
fra Alberto (fra.alberto@davide.it)

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Venite, vedete e andate!

A Fier, nel Sud dell’Albania, operano da sette anni fra Jaroslav e fra Ireneo. In una terra a maggioranza musulmana, questi due missionari cercano, con umiltà, di far maturare una fede spesso un po’ acerba.

di fra Fabio Scarsato
Celebrazione dell'eucaristia nel villaggio di Shtyllas. <br> Foto: Andrea Semplici.
Celebrazione dell'eucaristia nel villaggio di Shtyllas.
Foto: Andrea Semplici.
A un’ora d’aereo. O, se preferite, a una notte di traghetto, umore del mare permettendo. Senza bisogno di attraversare oceani. Il nostro immaginario «missionario» ne esce un po’ ridimensionato e rivisitato: ai confini della nostra vecchia Europa, poco distante da qui, in Albania, sei già in terra di missione. Dal 2007, a Fier, nel Sud, vivono e operano due frati, Jaroslav, originario della Slovacchia, e Ireneo, polacco. Mi trasmettono l’entusiasmo ma anche le difficoltà di essere missionari in questa terra. È l’antica Illiria, che già san Paolo cita: «In tutte le direzioni fino all’Illiria, ho portato a termine la predicazione del Vangelo di Cristo» (Rm 8,19).

Percorsa da eserciti stranieri, che parlavano un’altra lingua ma talvolta credevano anche in un altro dio, smembrata e ricomposta al tavolo dei grandi di turno, di volta in volta democratica, monarchica e, infine, sotto il giogo di una feroce e assurda dittatura comunista. Per cinque secoli, a partire dalla conquista del 1385, fu sotto la dominazione ottomana e perciò musulmana: molti preferirono scappare in Italia, dove formarono comunità, dette Arbëreshë,tutt’ora attive soprattutto in Calabria, Sicilia e Lucania. Questa dominazione incise significativamente sulla composizione religiosa dell’Albania, ancora oggi di maggioranza musulmana. Ma contribuì non poco a definire l’identità degli stessi cristiani, ortodossi e cattolici (questi ultimi circa il 10 per cento della popolazione, soprattutto al Nord del Paese), con una forte accentuazione identitaria. Il resto dei guai lo fece la dittatura comunista, che durò fino alle elezioni del 1992: a parte i diritti umani inesistenti e la povertà, passò come una pialla sul popolo albanese, chiudendo il Paese al proprio interno, senza alcun contatto con il resto del mondo, e facendone per legge, nel 1967, il primo stato ateo del mondo.

Il famoso santuario dedicato a sant’Antonio di Padova, «Kisha e Shna Ndout», sulla montagna alle spalle della cittadina di Laç, venne raso al suolo e al suo posto fu costruita una base militare. Anche questo estremo gesto persecutorio, tuttavia, non impedì agli ostinati pellegrini di salire notte tempo, di nascosto, al luogo santo per pregare. Finché il 13 giugno 1990, spinta da un prepotente desiderio di libertà, vi s’incamminò una massa di pellegrini spontaneamente giunta da ogni parte del Paese. Erano circa 60 mila e questa volta nessuno poté fermarli (il santuario, ricostruito dai frati francescani nel 1992, è meta ininterrotta di pellegrini, cristiani e musulmani, che spesso trascorrono la notte nella chiesetta).

Vera vita di fede
Il vento sta nuovamente cambiando nella «Terra delle aquile»: scorrerà ancora sangue, molti scapperanno in Italia, sui gommoni. Ma questa è storia che conosciamo anche troppo bene, per averla vista molte volte sfilare in televisione o per le strade dei nostri paesi. Non ci vuole molto a immaginare che fine abbia fatto la fede degli albanesi in tutte queste vicende.

Fra Jaroslav mi spiega bene la difficoltà di passare da un’appartenenza sociologica, di tradizione cattolica piuttosto che ortodossa, trasmessa da padre in figlio assieme al resto delle tradizioni proprie di quel villaggio o clan, a una vera vita di fede, dove si coniughi ciò in cui si crede con uno stile di vita. Dove spesso è misconosciuto persino ciò che ti rende tale: per cui puoi definirti, con orgoglio e senza possibilità di discussione, cattolico. Ma non essere neppure battezzato, e non frequentare per nulla la chiesa. O dirti cattolico senza minimamente interrogarti se ciò sia coerente con l’antichissimo kanun, raccolta di norme che, tra l’altro, fissa in maniera rigorosa il diritto di vendicare, anche oggi, l’uccisione di un parente, colpendo i parenti maschi dell’assassino fino al terzo grado. O come mettere d’accordo Vangelo e maschilismo imperante nelle famiglie.

Un poeta albanese del XIX secolo, Pashko Vasa, scrisse: «Non guardate chiese e moschee / la religione degli albanesi è l’albanesità». È divenuto il motto dell’Albania, rappresentandone lo spirito laico e nazionalista. Ateismo? Indifferenza, dice piuttosto fra Jaroslav, e forse è anche peggio. Per tutto ciò, la presenza dei frati è delicata e complessa. Non ci sono le masse entusiaste a cui siamo abituati nelle missioni in giro per il mondo. Anche il cosiddetto «risveglio religioso» o i bisogni spirituali sono difficili da cogliere e da suscitare, lì dove «entrare a far parte della Chiesa cattolica» è, nell’immaginario di tanta povera gente –cattolici tanto quanto musulmani o senza religione alcuna –, assicurarsi l’appartenenza a un’organizzazione forte e ricca.

Fra Jaroslav lungo le vie di Jaru mentre si reca a benedire le case. Foto: Parrocchia Nostra Signora dell'Immacolata.
Fra Jaroslav lungo le vie di Jaru mentre si reca a benedire le case. Foto: Parrocchia Nostra Signora dell'Immacolata.
I frati, con tanta pazienza, in semplicità e povertà, accostano le singole persone, le famiglie, cercano di incrinare le supposte sicurezze di chi si considera già pienamente cattolico. Visitano e benedicono le case, offrono incontri di catechesi ogni qual volta se ne presenti l’occasione, soprattutto con i numerosi e vivaci bambini. Celebrano la santa messa ovunque: nel bunker eredità dell’ossessione comunista, in una minuscola stanza nella scuola materna del villaggio di Shtyllas, nato come luogo di deportazione per i nemici del regime. Ora anche nella nuova chiesetta dedicata a Santa Maria degli Angeli, nel vicino villaggio di Jaru.

Talvolta, e nel limite del possibile, aiutano anche economicamente: come quella ragazza che desidera finire i suoi studi.

Spuntano anche i segni di speranza. L’entusiasmo di Marsela per il suo gruppo di terziari francescani. Elia, che si fa anche due Messe alla domenica pur di fare il chierichetto. Antonio, maestro in pensione, che organizza in parrocchia rappresentazioni sacre con i ragazzi. Ma onore anche alla piccola Jessica che, vista l’aria che tira, decide di protestare a suo modo, radendosi i capelli e vestendosi da ragazzaccio.

Una comunità non s’inventa, nemmeno quella cristiana. E tanto più se manca qualsiasi esperienza in tal senso anche dal punto di vista sociale. Penso allora a suor Paola, che fra Ireneo chiama «fra Vento», conosciuta mentre fa le pulizie davanti alla chiesa di Fier. Senza accorgermene, mi ritrovo in mano una scala e un secchio d’acqua. E penso che sì, è così che bisogna fare. Rimboccarsi umilmente le maniche per servire anche questa gente.

Nella foto, la chiesa di Jaru consacrata l'8 novembre scorso. Foto: Andrea Semplici.
Nella foto, la chiesa di Jaru consacrata l'8 novembre scorso. Foto: Andrea Semplici.



INFO

Kisha Katolike e Zonjës së Papërlyer
(Chiesa cattolica Nostra Signora dell’Immacolata)

rruga (strada) Jani Bakalli
lagjja (quartiere) 1 Maji
9300 Fier, Albania
e-mail fier@minoriti.sk



 

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