mercoledì 12 novembre 2014

Frati di Periferia

Cari amici, in ricerca e in cammino vocazionale, il Signore vi dia pace.
Molti di voi mi scrivono chiedendomi : "cosa fa nella vita un frate?". Ebbene, fra le più svariate occupazioni di un francescano, vi è senz'altro un filo conduttore comune: lo stare accanto ai poveri e nelle situazioni di frontiera. Riporto di seguito un articolo del "Messaggero di Sant'Antonio", la rivista di noi frati della Basilica del Santo (Pd) che parla dell'esperienza di alcuni confratelli in una zona degradata e difficile di Taranto. Qui i frati hanno avuto il coraggio di costruire per la propria gente "di periferia" una bellissima chiesa e un centro per la vita della comunità: un grande segno di speranza e di amore. Benedico e incoraggio tutti voi in cammino e in discernimento, ricordandovi che se sognate di seguire san Francesco, questa è la via! Al Signore Gesù sempre la nostra Lode. fra Alberto

PERIFERIA AL CENTRO
Nel quartiere Paolo VI di Taranto, a pochi chilometri dallo stabilimento siderurgico dell’Ilva, sorge la nuova chiesa della parrocchia di San Massimiliano Kolbe. Una «casa» accogliente, un nido di speranza.

di fra Fabio Scarsato
San Francesco sembra proprio benedire tutti i condomini del quartiere. Foto: Andrea Semplici.
San Francesco sembra proprio benedire tutti i condomini del quartiere. Foto: Andrea Semplici.
«Ti piace la chiesa?». È la litania di questi giorni, qui al quartiere Paolo VI, a Taranto. Fra Salvatore, giovane parroco della parrocchia di San Massimiliano Kolbe, fresca di chiesa nuova inaugurata solennemente lo scorso 5 ottobre, lo domanda a bruciapelo a chiunque. Perché è orgoglioso di ciò che, frati e gente, hanno realizzato, e grato a Dio per quel piccolo miracolo che sta avvenendo sotto i suoi occhi. Ma gli interlocutori non lo sono di meno. A partire dalla vecchietta, che nean­che frequenta tanto la chiesa, ma che attraversa la strada per regalarci la sua speranza: «Dobbiamo continuare a sognare!». Risposta dello stesso tono anche dal giovane che fa footing, dall’operaio dentro l’Apecar e dal commerciante di cozze.

E dove le parole sono carenti, bastano gli sguardi delle persone alla Messa domenicale. Dagli sguardi dei chierichetti, che neppure il servizio nella Basilica di San Pietro avrebbe emozionati così tanto. A quelli dei giovani che animano con il canto la celebrazione. A quelli di tutti i fedeli presenti. Ora, finalmente, nella «loro» chiesa: casa di Dio, ma subito anche casa dei suoi figli e figlie!

L’hanno sognata tutti assieme la loro chiesa, prima ancora che diventasse progetto e cantiere. L’hanno osservata trepidanti mentre si innalzavano i primi muri, ancora troppo vaghi per lasciar trapelare il risultato finale, ma sufficienti per scaldare già il cuore. Ci hanno messo dentro le loro offerte, oboli dell’evangelica vedova, che nella fiducia del dono richiamano altri doni. Molti di loro anche fatica e sudore, soprattutto negli ultimi mesi di lavoro. Ma il risultato ora è lì, concreto, davanti a loro.

Ripartire dalle relazioni
E se una nuova chiesa è già di per sé un evento di questi tempi nei quali le schiere dei fedeli si vanno assottigliando sempre più anche nella nostra cattolicissima Italia, a fronte di tante chiese e conventi che vengono chiusi e parrocchie che vengono accorpate, questa lo è in modo particolare.

«Qui la situazione è difficilissima! Negli anni ’80 era un far-west, con sparatorie per strada. Ma ora ci stiamo tutti chiudendo in noi stessi, non c’è alcuna forma di socializzazione, manca tutto: non c’è un bar, un negozio, niente – mi racconta appassionato Paolo, figlio di un operaio in pensione dell’acciaieria Ilva –. Le famiglie dei giovani sono a carico della pensione dei genitori. Non c’è famiglia che non abbia “un tumore” in casa, ma per mia nipote, morta purtroppo a 18 anni, siamo dovuti salire fino a Milano per trovare un ospedale attrezzato».

Il quartiere, la cui prima pietra era stata benedetta da Paolo VI nel 1968, si estende in una prateria, con vari lotti di classici condomini-colombaie disseminati pare a casaccio qua e là: grigi e anonimi edifici, brulicanti di umanità di tutti i generi, e non sempre dei migliori. Circa 40 mila abitanti, di cui 10 mila solo nella parrocchia di fra Salvatore: molte famiglie giovani e bambini, ma niente per loro. Tasso di situazioni sociali e di abbandono scolastico abbastanza alto. Nel percorrerli, ti paio­no anche troppo tranquilli, quasi oppressi dalla demotivazione e dall’apatia conseguente. Qualcosa di fatalistico vi aleggia sopra. Ti ci saresti aspettato la classica umanità colorata, caciarona e creativa tipica delle periferie del mondo. E invece di notte c’è persino più silenzio che in un eremo della valle reatina.

Da sinistra, fra Giuseppe, fra Giovanni e fra Salvatore all'entrata della nuova chiesa. Foto: Andrea Semplici.
Da sinistra, fra Giuseppe, fra Giovanni e fra Salvatore all'entrata della nuova chiesa. Foto: Andrea Semplici.
È in questa «periferia» umana e geografica che la diocesi di Taranto e la comunità francescana hanno accettato di scommettere e investire in speranza. Di starci dentro, con entusiasmo e fiducia in Dio e negli uomini, come tante volte papa Francesco ci esorta a fare. Invito che i frati, in tre – oltre a fra Salvatore ci sono fra Giuseppe e fra Giovanni –, hanno tutta l’intenzione di prendere alla lettera. «Compromessi» con la gente, organizzando assieme ai laici oratori estivi di strada, sante Messe, come quella della festa di sant’Antonio, in piazza, davanti ai casermoni e all’indifferenza di molti.


E posto francescano non si poteva forse scegliere meglio. Ma anche istituendo la Caritas parrocchiale, ospitata in una stanza dedicata al nostro sant’Antonio. Ora, neppure il tempo di togliere tutte le impalcature della chiesa, sognando già un campo da calcio parrocchiale…

Un porto per l’anima
La nuova chiesa, luminosa e «calda» nella sua semplicità francescana, è un susseguirsi apparentemente caotico di pieni e vuoti, bianco e colore, dentro e fuori. Per cui da dentro si vedono i palazzi circostanti e persino le lontane ciminiere dell’Ilva, e dai balconi la gente può assistere alle celebrazioni dentro la chiesa. Si presta così a diventare cuore e riferimento sicuro: luogo dove si approda, magari pure dopo perigliose navigazioni, e da dove si riparte (il soffitto della chiesa è una bianca conchiglia, allusione certo al mare lì vicino, ma anche alla conchiglia iacopea dei pellegrini). L’altare conserva gelosamente nel suo cuore le reliquie di due santi francescani: Massimiliano Kolbe, martire della carità ma anche intraprendente missionario, e Antonio di Padova, innamorato di Dio e degli uomini, soprattutto dei poveri. Una chiesa in buone mani! «È un segno profetico per tutti», chiosa don Franco Semeraro, rettore della maestosa Basilica di San Martino a Martina Franca. Tornati da un gelato «mancato», ci fermiamo con i frati ad ammirare la chiesa avvolta dal buio della notte, la sola croce sul tetto pallidamente illuminata. Incombe all’orizzonte lo skyline della fabbrica «odiata e amata», che si rammenta ogni tanto agli smemorati sbuffando dalle sue ciminiere inquietanti vapori, candidi quanto a colore, fantasiosi a forme, ma chissà cosa a salute. Contrapporre alle alte ciminiere dell’Ilva un umile e per ora ancora silenzioso campanile, una fioca luce per arginare il buio, è forse la forza della scommessa di questi fratelli e sorelle.
Un simpatico e coloratissimo tau, con i bambini e i ragazzi che hanno frequentato l'oratorio estivo.<br> Foto: Parrocchia San Massimiliano Kolbe.
Un simpatico e coloratissimo tau, con i bambini e i ragazzi che hanno frequentato l'oratorio estivo.
Foto: Parrocchia San Massimiliano Kolbe.


Il mattino dopo, fra Salvatore mi presenta calorosamente Valentin: in mano un cappello lacero con dentro ben in vista due santini, uno della Madonna e uno di sant’Antonio, chiede la carità alla porta della chiesa. Segno che ancora mancava perché potesse essere davvero e pienamente chiesa: dei poveri, che richiama altri poveri! Gli chiedo se gli piace la nuova chiesa. Lui sorride, e scaglia con uno schiocco sonoro un bacio verso il cielo.



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