venerdì 27 giugno 2014

Sacro Cuore di Gesù

Pace e bene a voi, cari amici in cammino e in ricerca della vocazione divina per la vostra vita!
Si celebra oggi (venerdì dopo il Corpus Domini), la solennità del Sacro Cuore di Gesù. E' un invito ad appoggiare il nostro capo sul Suo cuore, sul Suo petto, è un invito a ricercare il Suo abbraccio, per sentirci sempre più discepoli amati, salvati, redenti e così diffondere nel mondo, a tutti, il Suo messaggio di bontà, mitezza, compassione, misericordia. Dal Suo cuore nasce infatti la forza della missione e dell'annuncio, dal suo cuore nasce la vocazione divina.
Al Signore Gesù sempre la nostra lode.
Fra Alberto
Salvador Dalì (1962): Sacro Cuore
Il Cuore di Gesù, simbolo dell’amore misericordioso e buono di Dio per l’uomo.
Dio ci ama con cuore di uomo!
Al centro del mistero del mondo c’è Gesù Cristo. 
Al centro del mistero di Gesù Cristo c’è la sua morte che si schiude nella risurrezione. Al centro del mistero della sua morte c’è il suo amore, il suo cuore. Per questo possiamo dire che la celebrazione della festa del Cuore di Cristo conduce all’essenza del cristianesimo: la persona di Gesù, Figlio di Dio e Salvatore del mondo, svelato fin nel mistero più intimo dei suo essere, fino alle profondità da cui scaturiscono tutte le sue parole e le sue azioni: il suo amore filiale e fraterno fino alla morte.
Il cuore ha simbolizzato per gran parte delle culture il centro vivo della persona, il luogo dove nell’intima unità della persona si fondano la complessità, la molteplicità delle facoltà, delle energie, delle esperienze. Il cuore, inoltre, è simbolo della profondità e dell’autenticità dei sentimenti e delle parole, quindi, della loro sorgente profonda: l’amore.

Il mistero dell’uomo abbandonato
Gesù, uomo perfetto, ha amato come nessun altro uomo. Alla sua scuola noi impariamo ad amare secondo dimensioni completamente nuove. L’amore di Gesù non è né stoico né platonico, ma sentito, tenero, delicato. Il suo cuore ha veramente provato sentimenti di gioia e ammirazione davanti allo splendore della natura, al candore dei bimbi, allo sguardo d’un giovane rimasto puro; sentimenti di misericordia verso tutti i «poveri»: peccatori, malati, vedove in pianto, folle erranti ed affamate; sentimenti di amicizia verso gli apostoli, i discepoli, Lazzaro e le sorelle; sentimenti di pietà per Gerusalemme che lo rifiuta e per Giuda che lo tradisce; d’indignazione contro i venditori del tempio e contro i suoi nemici, che volendolo perdere, rovinano se stessi e il popolo; sentimenti di terrore durante l’agonia, di fronte al mistero della morte e del male che sembra trionfare.

Amore e morte
Ma la rivelazione più decisiva dei cuore di Gesù è che l’amore non è totale se non passa attraverso la morte; non diviene portatore di vita se non accetta di attraversare la morte. Può trattarsi, talora, anche di morte fisica e sanguinosa, ma in ogni caso si tratta della morte a se stesso, dello spogliamento, della rinuncia, dei distacco, della perdita e oblio di se stesso. Da quando la sofferenza è stata assunta per amore da Cristo, è diventata portatrice di vita e di salvezza. Al centro del mistero redentore non sta tanto l’azione dell’uomo-Dio, quanto la sua passione. Il mistero del cuore di Gesù è il mistero di un uomo trafitto.

Credere e rispondere all’amore
Vari documenti della Chiesa insistono sullo scopo di questa devozione: riportare la vita cristiana all’essenziale, centrare la nostra vita e la nostra fede nel nucleo essenziale del cristianesimo. Il cristianesimo è dall’inizio alla fine un mistero di amore. Essere cristiano che cosa significa in definitiva se non «credere all’amore di Dio per noi» e consentire a questo amore di espandersi e di suscitare una risposta d’amore? (cf 1 Gv 4,16-19).
«Il cuore è la realtà intima e unificante che evoca il mistero che resiste a tutte le analisi, che è la legge silenziosa più potente di ogni organizzazione e utilizzazione tecnica dell’uomo. Cuore indica il luogo dove il mistero dell’uomo trascende nel mistero di Dio; là la vuota infinitudine che egli esperimenta dentro di sé grida e invoca la infinita pienezza di Dio. Evoca il cuore trafitto, il cuore angosciato spremuto morto. Dire cuore significa dire amore, l’amore inafferrabile e disinteressato, l’amore che vince nell’inutilità, che trionfa nella debolezza che ucciso dà la vita, l’amore che è Dio. Con questa parola si proclama che Dio e là dove si prega: “Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Con la parola cuore si nomina qualcosa che è totalmente corporeo e tuttavia è tutto in tutto, al punto che si possono contare i suoi battiti e ci si può fermare in un pianto beato perché non è più necessario andare avanti dal momento che si è trovato Dio.
Chi può negare che in questa parola noi ritroviamo noi stessi, il nostro destino e il modo proprio dell’esistenza cristiana che ci è imposto come peso o grazia insieme, e assegnato come nostra missione?» (K. Rahner).

Preghiera di Santa Faustina Kowalska (1905-1938), religiosa (Diario, § 1321)
« Io sono mite e umile di cuore »

Ti saluto, Cuore di Gesù misericordiosissimo,
viva sorgente di ogni grazia, 
unico rifugio ed asilo per noi,
in te ho la luce della mia speranza.

Ti saluto, Cuore pietosissimo del mio Dio,
illimitata e viva sorgente d’amore,
da dove sgorga la vita per i peccatori,
E sei fonte di ogni dolcezza.

Ti saluto, o ferita aperta nel sacratissimo Cuore,
dal quale sono usciti i raggi della misericordia,
da cui ci è dato attingere la vita,
unicamente col recipiente della fiducia.

Ti saluto, o imperscrutabile bontà di Dio,
sempre smisurata e incalcolabile,
piena d’amore e di misericordia, ma sempre santa,
e come una buona madre chinata verso di noi.

Ti saluto, trono della misericordia, Agnello di Dio,
che hai offerto la vita per me,
davanti a cui ogni giorno la mia anima si umilia,
vivendo in una fede profonda.

giovedì 26 giugno 2014

Si parte... con l'estate

Cari amici lettori e in ricerca,
il Signore vi doni pace!!

Noi frati del blog stiamo per partire per i vari campi, corsi e pellegrinaggi che ci vedranno impegnati con giovani e adolescenti quest'estate. Ne approfittiamo anche per dirvi che questo ci renderà un po' più difficile rispondere prontamente alle e-mail e a pubblicare nuovi post: cosa in realtà non facile anche negli altri momenti dell'anno, visto che non è poca la corrispondenza elettronica che ci inviate...

Ecco qui sotto un prospetto riassuntivo della maggior parte delle iniziative estive. Che potete trovare anche qui su www.riparalamiacasa.it & www.giovaniversoassisi.it. Per i giovani sottolineiamo soprattutto alcune belle possibilità.

Ad Assisi i frati e le suore francescani propongono al Sacro Convento, sulla tomba di San Francesco:
- Corso "Credo?!?", per riscoprire la forza della fede nella vita di tutti i giorni;
- Campo maturandi, per ragazzi/e che hanno voglia di crescere... e crescere nella fede;
- Esercizi spirituali vocazionali, per orientarsi nelle scelte di vita verso il Vangelo.

Poi non manca la possibilità di offrire un po' del proprio tempo e delle proprie energie nel volontariato:
- ad Assisi, a servizio delle attività per giovani e adolescenti (contattare fr. Simone);
- al Villaggio San Francesco, nell'Appennino tosco-romagnolo condividendo fraternità, preghiera e lavoro con frati, suore e laici (contattare i responsabili).

L'estate "astronomica" è appena cominciata... il caldo va e viene con le piogge e il sole; gli esami per qualcuno e il lavoro per qualcun altro daranno da fare per un bel po' ancora.
Per tutti la nostra preghiera non mancherà, specialmente nei luoghi particolarmente benedetti come Assisi.

Il Signore vi benedica tutti!! A Lui sempre la nostra lode!

fra' Alberto e frate Francesco


martedì 24 giugno 2014

Perché i preti non si sposano?

Pace e bene, cari amici in cammino e in ricerca della vocazione divina per la vostra vita.
Fra i vari quesiti che mi giungono, frequente è la questione del celibato dei preti e perchè questi non possono sposarsi. Di seguito riporto parte di una lettera giuntami da Marco con la mia risposta.
Vi benedico. Al Signore Gesù sempre la sua lode.
fra Alberto

Cile: P. Tullio porta la comunione ad un anziana ammalata
DOMANDA DI MARCO
Caro fra Alberto, nel mio cuore mi trovo recentemente combattuto e in forte crisi. Sono molto attratto dalla vita sacerdotale e, quest'anno ho anche fatto un bellissimo cammino di discernimento vocazionale con la mia diocesi al riguardo. Ho anche pensato seriamente di entrare in seminario (avevo già deciso in tal senso e scritto la lettera di ingresso), ma proprio in questo ultimo mese ho conosciuto una ragazza verso la quale è nato un sentimento inaspettato. E' anche la prima esperienza affettiva vera per me. Così sono strattonato fra queste due opzioni. Vorrei diventare prete perché è quello che cerco e sogno da tempo; in relazione a questa strada, infatti, mi sono interrogato a lungo e con sincerità e sono convinto che il Signore mi abbia rivolto questo invito e chiamata! Ma non posso neppure negare questo nuovo sentimento che va a scompigliare però tutti i miei pensieri. Ancora non ho avuto il coraggio di parlarne con le mie guide del seminario: sembrava la mia, già una scelta fatta. Mi chiedo il perchè della scelta del celibato per i preti stabilita dalla Chiesa Cattolica. Che male ci sarebbe se un sacerdote si potesse sposare? Se così fosse entrerei subito in seminario, non avrei un attimo di esitazione! Non potrebbe essere che Papa Francesco, come qualcuno dice, possa rivedere questa norma? Sono molte le domande che si affollano in me. Che ne pensa? Grazie. Marco

RISPOSTA DI FRA ALBERTO
Pace a te fratello. Grazie per la fiducia e per avermi scritto di te aspetti molto intimi e riservati. Che dirti???!!
= La prima cosa che non mi meraviglia e non deve meravigliarti è questo sentimento che sta nascendo in te! Certo, guarda caso (!!!) questo giunge, proprio alla vigilia di un passo tanto importante. Direi che quanto stai vivendo è quasi una prassi normale!! Fa parte della dinamica dello scegliere; ogni scelta infatti implica necessariamente una rinuncia, un sì e un no.. Di fronte a una decisione per nulla facile (come entrare in seminario), può accadere che riemerga con forza e anche sofferenza, quanto si deve lasciare. Ma questo è una grazia e una verifica preziosa circa la tua vocazione. Se entrare in seminario non ti costasse nulla, dubiterei fortemente di te. E’ una scelta di vita a cui ti accingi!!! E' un SI’e un No che ti è chiesto!! Tu cosa vuoi per davvero??
= In secondo luogo, non mi perderei tanto in discussioni riguardanti il “Se” e i “ma” e i “però” in ordine alle scelte della Chiesa circa il celibato dei preti. Il dato di fatto da cui non puoi prescindere, resta comunque e in ogni caso, che un prete è chiamato al celibato e alla castità per il Regno: mi meraviglia un poco che nel tuo discernimento questo aspetto fondamentale non sia entrato prima. Oggi,(ma anche per il futuro, come ribadito in tantissimi documenti) il prete si connota per questa scelta di affidamento totale ed esclusivo al Signore e al Ministero, non dividendo il suo cuore con altri se non con Lui: Cristo è l'Amato, così la Chiesa è l'unica Sposa. Questa prassi nella Chiesa latina, non è una legge imposta senza un perché, ma trova da sempre ( fin dai primi secoli) un fondamento prima di tutto nella vita stessa di Gesù (anche egli celibe): bello e forte che i suoi preti gli somiglino, siano davvero "alter Christus" imitando così anche il suo modo di essere!! Se tutto quanto fa Gesù è "divino", allora anche il suo vivere da celibe e castamente è "divino", ed è "divino" imitarlo. 
Il fondamento è anche nella Tradizione millenaria della Chiesa ( vari Concili e Sinodi fin dal IV sec. fissano questa disposizione). Il celibato : questione di cuore indiviso, di imitazione totale, di una vita consegnata a Gesù e alla sua Chiesa! E’ un “rinnegare se stessi”(Lc9,18-24), è farsi eunuchi per il Regno (Mt19,12), è lasciare beni e affetti per LUI (Lc14,26-27). Sei disposto a fare questo per Gesù?
= Che poi tu possa provare affetto e dei bei sentimenti per una ragazza, credimi, è una benedizione! Il mondo clericale, infatti, a volte è così sterile e incapace di sentimenti! Ringrazia dunque il Signore che in tal modo ti sta confermando che sei un giovane normale e sano (di sentimenti e di orientamento), che ti fa misurare il cuore e la vocazione con una persona concreta (non un'idea astratta). Il Signore non chiama a seguirlo più da vicino persone incapaci di innamorarsi o problematiche nel volere bene (c'è chi pensa questo!). In realtà egli vuole che i suoi preti siano dei veri uomini, delle persone autentiche che sappiano diffondere gratuitamente amore, nel suo nome, ad ogni persona, senza reclamare nulla per sè. Che misura ha il tuo cuore al riguardo?
= Infine, di questo passaggio difficile, direi che è bene tu ne parli assolutamente con il tuo padre spirituale e che non lo affronti da solo. E' bene anche che tu ti dia tutto il tempo necessario per un ulteriore discernimento nel confronto con la tua guida, nella preghiera e nell'ascolto attento di quanto si muove nel tuo animo: non è mai fruttuoso giungere a delle decisioni di vita sull'onda di emozioni e turbamenti e confusioni interiori. Sei disposto a questo dialogo sincero? 
Ecco carissimo alcune indicazioni dirette e schiette…che riassumo in una brevissima frase: Se vuoi fare il prete caro fratello, devi essere disposto a dare la vita, tutta intera per Gesù, a lasciarti "trafiggere il cuore" solo da Lui!!! E’ a questo che ti senti chiamato?
Ti benedico e ricordo al Signore.
fra Alberto


lunedì 23 giugno 2014

San Giuseppe da Copertino: patrono degli studenti

Pace e bene, cari amici in ricerca e in ascolto della vocazione divina per la vostra vita.
Vi propongo di seguito la storia vocazionale di un famosissimo frate francescano Minore Conventuale: San Giuseppe da Copertino. Rileggendo la sua vicenda ancor più mi colpisce come la vocazione religiosa sia un dono misterioso, unico e assolutamente gratuito che il Signore offre a chi vuole, come vuole e quando vuole, indipendentemente da ogni criterio e logica puramente umana. L'affidarsi, la consegna di sè, è l'unica cosa che chiede al chiamato; tutto il resto è dato poi in sovrappiù e con abbondanza straordinaria. San Giuseppe ci insegna dunque questo atteggiamento di fiducia e abbandono alla volontà del Signore, che così sa operare meraviglie anche là dove tutto parrebbe impossibile e sterile. Vi invito pertanto a confrontarvi con questo santo, soprattutto in relazione alle fatiche e ai timori e agli ostacoli che vi sembrano frapporsi ad una vostra scelta per la vita consacrata. Vi benedico. 
Al Signore Gesù sempre la nostra Lode.
Fra' Alberto


Famoso come “il santo dei voli” per il dono della levitazione che caratterizzò miracolosamente la sua vita, è noto pure per essere il “santo protettore degli studenti”. Stiamo parlando di san Giuseppe da Copertino, che fu frate francescano minore conventuale. Giuseppe Maria Desa nacque il 17 giugno 1603 a Copertino (Lecce) in una stalla del paese. Il padre fabbricava carri. Rifiutato da alcuni Ordini per “la sua poca letteratura” (aveva dovuto abbandonare la scuola per povertà e malattia), venne accettato dai Cappuccini e dimesso per “inettitudine” dopo un anno.

Alla Grottella: Grazie all’interessamento dello zio materno, riuscì dopo molte insistenze ad essere accolto di nuovo come Terziario e inserviente nel conventino della “Grotella” dei Frati Minori Conventuali. Giuseppe ben presto espresse il desiderio di diventare sacerdote, sapeva appena leggere e scrivere, ma intraprese gli studi con volontà e difficoltà; quando dovette superare l’esame per il diaconato davanti al vescovo, accadde che a Giuseppe, il quale non era mai riuscito a spiegare il Vangelo dell’anno liturgico tranne un brano, il vescovo aprendo a caso il libro domandò il commento delle frase: “Benedetto il grembo che ti ha portato”, che era proprio l’unico brano che egli era riuscito a spiegare.

Gli studi: Quando trascorsi i tre anni di preparazione al sacerdozio, bisognava superare l’ultimo e più difficile esame, i postulanti conoscevano il programma alla perfezione, tranne Giuseppe; il vescovo ascoltò i primi che risposero brillantemente all’interrogazione e convinto che anche gli altri fossero altrettanto preparati, li ammise tutti in massa, era il 4 marzo 1628.
Per quanto poco propenso agli studi, era talmente desideroso di completare la scuola di teologia e così poter diventare sacerdote, che sempre, pur accanto all'impegno fedele e faticoso sui libri, volle confidare nel Signore con una preghiera intensa e fervente affinché si realizzasse questo sogno. Il Signore mai gli fece mancare il suo aiuto, sostenendolo ogni volta.
Si definiva fratel Asino, ma possedeva il dono della scienza infusa. Ad un grande teologo francescano che chiedeva come conciliare gli studi con la semplicità del francescanesimo, rispose: “Quando ti metti a studiare o a scrivere ripeti: Signor, tu lo Spirito sei / et io la tromba. / Ma senza il fiato tuo / nulla rimbomba”.

Le levitazioni: La sua povertà, ma soprattutto la fama dell’indiscutibile carica umanitaria, la sua eccezionale fede religiosa e i suoi prodigi superarono i confini cittadini e quelli provinciali. La sua prima levitazione è documentata il 4 ottobre 1630 al rientro in chiesa della processione di San Francesco. Giuseppe, infatti, si sollevò da terra fino all’altezza del pulpito, immobile sotto gli occhi di una folla in delirio. Da allora la sua vita cambiò. Le estasi divennero sempre più frequenti. Bastava un ragionamento su Maria o su Gesù perchè restasse inerte o cadesse a terra come un cadavere. Anche gli episodi di sollevamento da terra durante la celebrazione della messa divennero frequenti.
Il santuario della Madonna della Grottella, quindi, divenne ben preso un porto di mare soprattutto nei giorni festivi. Chi esclamava, chi piangeva, chi chiedeva misericordia all’Onnipotente. Tutti circondavano l’altare, toccavano il “santo”, lo osservavano da ogni lato, facevano esperimenti delle sue sensibilità con spilli e con candele accese, finchè non interveniva il padre guardiano a riportare la calma. San Francesco era divenuto il punto fermo della vita di fra Giuseppe. 

La prova: A Giuseppe obbedivano non solo gli uomini, ma anche gli animali. Ma la diffusione dei suoi miracoli e le frequenti levitazioni non tardarono a richiamare l’attenzione del Sant’Offizio. Iniziò così il suo calvario. In attesa di nuove prove e verifiche di santità fu deciso di tenerlo segregato e fu mandato esule e triste ad Assisi. Era il 1643 e i suoi miracoli si susseguivano anche in Assisi dove gli fu consegnata la cittadinanza onoraria. Era il 4 agosto del ’43. Ad Assisi padre Giuseppe visse quattordici anni e rivelò anche in quella città le sue doti profetiche tra cui la morte di Urbano VIII anticipata tre giorni prima. Ultimo carisma fu quello della scienza. Semplice di lingua, zoppicante in calligrafia, trepido nella lettura, ma quando parlava di Dio “aveva tanta fecondia nei discorsi teologici che pareva dotto e intelligente”.
Una scienza infusagli da Dio, sostennero i suoi dotti uditori. Le sue messe continuavano ad essere stracolme di fedeli in attesa dei suoi prodigi. Sicchè, dinanzi a tale fenomeno non potè restare immobile la Santa Inquisizione che dettò severe disposizioni circa la sorveglianza di padre Giuseppe.

La morte. Nel 1657 Giuseppe fu tra i Conventuali di Osimo dove visse fino al 1663 per essersi ammalato. Pazientemente si sottopose alle scelte del cerusico. La febbre lo divorò. L’8 settembre gli fu somministrata la comunione sotto forma di viatico. Verso sera implorò l’estrema unzione. La sera del 18 il suo volto cominciò a risplendere. Un quarto d’ora prima di mezzanotte chiuse la vita terrena con un lungo ineffabile sorriso.

Santo. Il 16 luglio 1767, anniversario della canonizzazione di San Francesco d’Assisi, Clemente XIII lo proclamò Santo. E' da allora anche il protettore degli studenti e degli esaminandi.


Preghiera dello studente

Mio Dio, ti ringrazio di tutti i doni che mi fai.
Concedimi di usarne sempre per la tua gloria,

per la mia santificazione, per il bene degli altri.
Dammi un cuore lieto, benedici la mia famiglia,
proteggi i miei studi, illumina i miei insegnanti,
assisti i miei compagni.
Per i meriti e l'intercessione
di San Giuseppe da Copertino, che, pur provando
la fatica dello studio e l'ansia degli esami,
ebbe la gioia della promozione invocando
la materna assistenza di Maria,
guida la mia mente, rendi tenace la  mia volontà
e generoso il mio impegno perché
adempia il mio dovere e meriti la promozione.
Padre nostro, Ave Maria, Gloria al Padre


domenica 22 giugno 2014

Corpus Domini

Solennità del Corpus Domini



Per la solennità del Corpus Domini che oggi si celebra, vi proponiamo una riflessione di Enzo Bianchi, sul Vangelo di Gv 6,51-58.

La chiesa celebra la festa del Corpus Domini, un’altra festa teologico-dogmatica, istituita nel XIII secolo per affermare la dottrina eucaristica contro quanti la interpretavano in modo non conforme alla chiesa romana. Il nuovo ordo liturgico ha mantenuto questa festa, che diventa così l’occasione per comprendere maggiormente il mistero grande dell’eucaristia e per adorare il corpo e il sangue del Signore, quel corpo che egli ha dato e quel sangue che ha versato per tutta l’umanità, avendola amata fino all’estremo (cf. Gv 13,1). Il brano del vangelo secondo Giovanni proclamato nella liturgia è tratto dal capitolo 6, un intero capitolo dedicato al racconto della moltiplicazione dei pani, alle parole di Gesù che spiegano quell’evento e rispondono alle domande e alle contestazioni dei suoi ascoltatori. La pericope è breve ma densa, come emerge dalle cinque parole che in essa ricorrono a più riprese: mangiare (8 volte), bere/bevanda (4 volte), carne (6 volte), sangue (4 volte), vita/vivere (9 volte). 

Ascoltiamo innanzitutto una dichiarazione di Gesù: “Io sono il pane vivo, disceso dal cielo”. Gli ascoltatori sono rimandati da Gesù non a qualcuno o a qualcosa con carattere di grandezza, forza, sapienza, ma all’umile realtà del pane che ognuno mangia quotidianamente per sostentarsi e che molti devono cercare, a volte addirittura mendicare nella loro povertà. Il pane, questo cibo umile e semplice, ma che è il simbolo della vita, del cibo “necessario” per vivere: Gesù va proprio a questa realtà necessaria all’uomo, ma semplice e umile, per rivelare qualcosa di sé. Gesù dice che lui stesso è pane, un pane per la vita, un pane che non viene dagli uomini, che gli uomini non possono darsi, ma viene dal cielo, da Dio. 

Sono parole che dobbiamo contemplare, non spiegare, perché non riusciamo ad accoglierle in pienezza. Se noi vogliamo vivere della vita vera, non solo della nostra vita biologica che va verso la morte, dobbiamo mangiare il pane che Gesù ci offre, se stesso. Tutta la sua vita, tutta la sua azione, tutte le sue parole, dalla nascita a Betlemme fino alla morte di croce, tutto è innestato nella vita del Figlio da sempre e per sempre nel seno del Padre, e perciò è vita eterna che viene offerta a noi, se siamo in ricerca, affamati di questa vita. Attenzione: questa vita non è solo vita divina, in vista di una divinizzazione, ma è anche la vita umana di Gesù, la vita da lui vissuta nella carne fragile e mortale che aveva assunto nascendo dalla vergine Maria. Quella vita umana vissuta per amore di noi uomini in questo mondo, vita di un uomo che l’ha spesa, consumata fino alla morte di croce, è per noi cibo di vita per sempre. 

Anche noi, come quegli ascoltatori giudei, siamo perlomeno turbati di fronte a una tale affermazione: come è possibile che un uomo ci dia la sua carne come cibo? Questa è una follia! Eppure Gesù non ha paura di scandalizzare con un’affermazione così forte; anzi, commentandola la rende ancor più scandalosa: “Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita”. Linguaggio duro, ma con il quale cerca di rivelarci che mangiare il pane eucaristico e bere al calice della benedizione è ricevere la realtà misteriosa (cioè nel mistero, nel sacramento) di Cristo, umanità trasfigurata nella resurrezione e vita divina del Figlio nel seno del Padre. Così nell’eucaristia la vita di Cristo diventa nostra vita e noi diventiamo corpo di Cristo, sue membra viventi, per lo stesso soffio che è lo Spirito santo. Questo è il “pane” che non si corrompe e che ci fa vivere per la vita eterna. 

Non dobbiamo però dimenticarlo: tutto questo lo viviamo sacramentalmente, avendo davanti a noi pane spezzato e vino da bere. Ma il nostro occhio, se è abilitato dallo Spirito santo, discerne in quel pane e in quel vino il corpo e il sangue di Cristo. Noi ce ne cibiamo ed essi, entrati in noi, nel metabolismo eucaristico ci fanno diventare corpo del Signore. Questo è il grande mistero che noi innanzitutto adoriamo: “la Parola si è fatta carne” (Gv 1,14) in Gesù; la carne di Gesù si è fatta pane (cf. Gv 6,51); il pane ci dà la vita eterna (cf. Gv 6,58). 
Enzo Bianchi 

   
 O Sacrum Convivium (Bartolucci) - Cappella Sistina

sabato 21 giugno 2014

Vivrà per me

Domenica 22 giugno 2014
 Solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo



“Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda” (Gv 6, 54-55).

Nella piccola cappella di un convento è da poco conclusa la Santa Messa del mattino. Dopo l’Ite, missa est (Andate, la messa è finita), i frati hanno iniziato la loro giornata di lavoro, nutriti del Pane di Gesù, del suo amore per affrontare con lui l’intera giornata. 
E’ una mensa particolare quella cui il Signore Gesù ci invita: quella in cui egli non ci da cose, pur grandi e belle, ma dona se stesso, la sua vita! Per questo, in ogni eucarestia cui partecipiamo lo riceviamo come “vero cibo e vera bevanda”. Ci nutriamo di Lui per diventare Lui, per vivere come Lui. Superato da tanto eccesso di amore, Francesco d’Assisi, ripeteva ai suoi frati: “Guardate, frati, l’umiltà di Dio. Nulla di voi trattenete perché tutto vi accolga colui che tutto a voi si dona”.

Buona domenica dai vostri frati



foto e testo di fra Giovanni Voltan

venerdì 20 giugno 2014

Sei liberoooooooooo!!

Pace bene, cari fratelli in ricerca e in ascolto della vocazione divina per la vostra vita.
Oggi vi presento parte della corrispondenza intercorsa con D., un giovane di (...), che mi scrive dicendomi di sentirsi "incastrato" e quasi "costretto" nella vocazione religiosa (diventare prete), nonostante non sia quello che lui desideri veramente. Mi chiede come fare e come comportarsi! Di seguito la mia risposta, mi auguro, liberante e "liberatoria".
Al Signore Gesù sempre la nostra Lode.
Fra' Alberto
DOMANDA DI (D...)
Buongiorno caro fra Alberto, grazie del suo blog che seguo da tanto tempo. Finalmente prendo il coraggio di scriverle. Sono un ragazzo di 19 anni e mi chiamo D. , sono studente in medicina. Ho letto più volte le sue risposte sul discernimento di una vocazione. È da quando sono bambino che il pensiero della vocazione (diventare prete) mi tormenta, mi attrae e insieme mi fa star male. Sono sempre stato (per formazione e anche ora per scelta convinta) il così detto "bravo ragazzo", prima chierichetto, poi catechista, ora animatore, responsabile AC vicariale; questa mia buona disponibilità ha sempre però suscitato commenti nei miei riguardi della serie: "che bravo..magari da grande diventerai prete" e frasi simili. Anche recentemente il mio vescovo, mi ha invitato a pensare al seminario. Nel mio cuore so che non è la mia strada e che il mio desiderio è farmi una famiglia e fare il medico, ma talvolta, questi messaggi che ho sentito spesso rivolti a me da animatori, sacerdoti (persone comunque brave e che stimo) e persino dal Vescovo, sembra ritornino con prepotenza. E così ritorna anche forte in me un dubbio inquietante e che mi toglie il sonno e la gioia: e se davvero fossi chiamato dal Signore a diventare prete? E se avessero ragione tutte queste persone? E se non seguissi questa strada, forse che il Signore mi punirà? Rischio di sbagliare tutto a non ascoltare questi inviti? Allora mi capita di piangere, sentendomi tirato da una parte e dall'altra. In realtà il pensiero di diventare prete (vocazione che, sia chiaro, ammiro moltissimo) mi fa sentire come "incastrato" e costretto e mi rende triste, perché non lo accetto per me, mi fa soffrire, mi fa andare in paranoia. So qual'è la mia strada (farmi una famiglia), ma ogni tanto l'idea del prete rispunta e mi inquieta e mi blocca anche con le ragazze (non ho mai avuto una storia seria) e mi chiedo: e se davvero fosse questo che devo fare? Mi dia un consiglio per favore.
La ringrazio e prego per lei! D.

RISPOSTA DI FRA ALBERTO
Carissimo D., grazie per la fiducia e gli apprezzamenti al blog. Vorrei da subito tranquillizzarti e aiutarti a vivere con maggiore serenità. 
Sei figlio amato. Ricorda sempre: il DONO più grande che ci ha dato il Padre, è la libertà! La libertà di essere e sentirti pienamente figlio amato e rispettato e ascoltato, non certo uno schiavo costretto  a fare della tua vita un qualche cosa che non ti appartiene e non senti. La vocazione religiosa, la chiamata divina nasce infatti sempre da un invito dolce e rispettoso " se vuoi", mai da una costrizione, da un obbligo.  Inoltre, non basta certo essere dei bravi ragazzi perché ci sia la vocazione sacerdotale; questa è invece sempre un qualche cosa di gratuito, mai legata al "dover essere" o ai meriti personali. Il Signore, chiama invece (per fortuna), chi vuole Lui, come vuole e quando Lui vuole e basta!! E spesso..la chiamata, non è rivolta ai migliori, ai bravi, ai buoni..anzi!!
W la libertà. Questa libertà mi pare sia una conquista difficile oggi anche per tanti altri ragazzi come te che in modo analogo, si vedono talvolta costretti e inquadrati fin da piccoli (spesso figli unici e soffocati d'amore) in percorsi già precostituiti e programmati dai loro genitori: tu diventerai ingegnere, sarai un grande calciatore, il più grande pianista, il miglior giocatore di basket.. E giù corsi su corsi, aspettative altissime, stress da prestazione, ansie e paranoie, fughe e disincanti, spesso con tante fatiche e sofferenze per tutti. Che bella invece la libertà! Penso spesso con gratitudine ai miei cari genitori (semplici contadini), che consentirono a noi figli (siamo in nove fratelli) di fare i giochi e gli studi che volevamo oppure anche di andare a lavorare; li ringrazio perché ci permisero a 16 anni di fare l'inter-rail e viaggiare in libertà con lo zaino in spalla; li ringrazio perché ci consentirono sempre spazi fisici e mentali di autonomia senza stressarci la vita. Da questa libertà nacque anche poi la mia vocazione francescana e di frate ( "fai quello che vuoi", mi dissero i miei) così come la vocazione matrimoniale dei miei fratelli ( tutti con bellissime famiglie). Ascolta dunque il tuo cuore: lì il Signore ti parla come un Padre buono, non come un dittatore. 
No alla tristezza. Inoltre, ricorda, che la tristezza nei confronti di una scelta vocazionale, non è mai un bel segnale. Don Bosco indicava a san Domenico Savio un criterio di discernimento importantissimo: "tutto ciò che turba o porta via la pace non viene da Dio".
Ugualmente il padre spirituale (un gesuita) di Madre Teresa così l'aiutò a discernere la sua vocazione tra i poveri: "se pensandoti suora e in India sentirai una gioia sempre più grande, potrai ritenere quello come un segno della tua vocazione". Sarà dunque la gioia a guidarti e indirizzarti, non certo la mestizia e la tristezza: un prete triste è un triste prete!!
No all'indecisione. Carissimo, spero di averti detto qualche parola rasserenante. Mi permetto un ultimo consiglio: esci da limbo dell'indecisione (dove mi pare un pò ti sei cacciato). Se davvero in cuor tuo desideri farti una famiglia è ora di "darti da fare" e avviare qualche bella relazione e sperimentarti negli affetti e in un legame con qualche ragazza. Questo ti aiuterà molto nel rafforzarti e darti stabilità e sarà il vero banco di prova vocazionale. Finchè non ti metti in gioco rispetto a ciò che senti e desideri, finchè non rischi, sarai sempre in preda degli assalti del dubbio e dei tuoi tormenti e non crescerai mai. Ora è il tempo di farlo!
Ti benedico e ti seguo con la preghiera. Al Signore Gesù sempre la nostra Lode.
fra Alberto

giovedì 19 giugno 2014

Frati di periferia

Cari amici in ricerca, il Signore vi dia Pace. Molti di voi mi scrivono spesso chiedendomi: "ma cosa fanno i frati?". Di seguito vi parlo di un bellissimo progetto che i frati della Basilica del Santo (Pd) stanno portando avanti in una delle tante "periferie" del mondo, là dove sono impegnati come missionari. Ce lo descrive p. Giancarlo Zamengo, direttore del Messaggero di S. Antonio, la rivista antoniana che noi frati realizziamo qui presso la basilica (forse arriva anche in casa tua!) e che ogni anno si fa promotrice di progetti di sostegno in favore delle opere di carità dove come frati lavoriamo e operiamo accanto ai più poveri. Del resto così dice la Regola di San Francesco
[29] Tutti i frati si impegnino a seguire l’umiltà e la povertà del Signore nostro Gesù Cristo, e si ricordino che nient’altro ci è consentito di avere, di tutto il mondo, come dice l’apostolo, se non il cibo e le vesti, e di questi ci dobbiamo accontentare. [30] E devono essere lieti quando vivono tra persone di poco conto e disprezzate, tra poveri e deboli, tra infermi e lebbrosi e tra i mendicanti lungo la strada. (capitolo IX Regola non Bollata). 
Caro amico, se dunque pensi alla vita francescana, chiediti quanto il tuo cuore sia aperto e disponibile ai poveri: è un buon test di discernimento!
Al Signore Gesù sempre la nostra lode. fra Alberto


IL PROGETTO

Mi chiamo fra Giancarlo Zamengo e sono il direttore generale del «Messaggero di sant’Antonio». Mi trovo in Burkina Faso, presso la missione dei miei confratelli a Sabou, in una zona rurale a 100 chilometri dalla capitale Ouagadougou. Sono qui per il progetto 13 giugno 2014 della Caritas Antoniana. A Sabou, infatti, costruiremo un pronto soccorso, con tutte le attrezzature per la diagnosi e gli interventi d’urgenza.
Il progetto è il proseguimento di un precedente intervento. Nel 2005, grazie al sostegno della Famiglia Antoniana, i frati hanno fondato il Centro medico san Massimiliano Kolbe. A tutt’oggi è l’unico presidio sanitario nel raggio di 80 chilometri per una popolazione di 140 mila abitanti.
Il centro medico ha salvato in questi anni migliaia di vite, ma soffre lamancanza di un pronto soccorsoattrezzato per i casi d’urgenza. Molti i parti a rischio, le complicazioni di malattie endemiche come malaria e meningiti, i casi di fratture o di ustioni ma soprattutto di vittime d’incidenti stradali. Accanto al centro medico passa l’unica strada asfaltata che collega il Paese con la Costa d’Avorio. Qui sfrecciano pulmini strapieni di gente e camion sgangherati, caricati all’inverosimile. Ogni incidente è una strage perché non ci sono mezzi di soccorso e attrezzature diagnostiche.

La costruzione del pronto soccorso potenzierà i servizi dell’ospedale e consentirà di salvare moltissime vite. I poveri contadini che abitano la zona non saranno più costretti a recarsi in capitale per fare una lastra o un’ecografia. La maggior parte di loro non hanno un mezzo di trasporto, né la possibilità di pagarsi i servizi sanitari. Al nuovo pronto soccorso potranno fare esami specialistici, avere una diagnosi tempestiva, essere operati d’urgenza.
Ci sarà una sala di accoglienza, il reparto con le attrezzature di diagnostica e terapia intensiva, una sala operatoria. Fanno parte del progetto l’acquisto di tutti i macchinari, l’equipaggiamento di base, la formazione del personale specializzato.
Il costo complessivo previsto è di 360 mila euro.
Aiutaci a costruire il pronto soccorso.
Anche una piccola somma può fare la differenza.
Insieme salveremo moltissime vite.

martedì 17 giugno 2014

Ma sei fuori di testa?


Pace e bene 
a voi cari amici in ricerca della vocazione divina per la vostra vita.
Parlando ieri in basilica con un giovane francese, Vincent, della nostra vita di frati francescani, questi, pur restando sorpreso da un lato, dall'altra ha concluso che fare il frate "è da pazzi", ed è una scelta assurda e triste per un ragazzo. Ci siamo lasciati in amicizia; mi ha promesso però che verrà a trovarmi perché vuole capirci qualche cosa di più.

Ma...che la scelta di diventare frate, sia un pò "fuori di testa", è proprio la verità.
E il primo esempio di tale follia ci viene nientemeno che dal fondatore dell'ordine, San Francesco d’Assisi, travolto da un innamoramento “folle” nei confronti di Dio. Il suo modo di agire e di parlare , infatti, come poi quello dei suoi compagni, è da subito assolutamente nuovo e originale, caratterizzato dalla gioia del Vangelo e dalla forza pro­rompente di una nuova maniera di testimoniare e comunicare la fede, di stare fra le gente. Erano poveri e felici, erano lieti di avere scoperto nel Signore il te­soro più grande del mondo; erano contenti di vivere insieme e di comu­nicare a tutti, proprio a tutti, la gioia di un incontro con Gesù che aveva cambiato la loro vita ed esaltato la loro giovinezza. 

Per questo Francesco voleva che i suoi frati fossero sempre allegri e sereni. Li chiamava i "giullari di Dio" e li esortava ad evitare la "pessima malattia della malinconia" mostrandosi invece in ogni situazione "lieti e graziosi". Il Signore, infatti, ripeteva spesso Francesco, li aveva scelti "per andare nel mondo a rallegrare gli uomini e a muoverli a santa letizia". I frati sono dunque "i pazzi di Dio", chiamati nel suo nome a "rallegrare il mondo" e nulla deve essere loro di ostacolo o di impedimento nell'annunciare e testimoniare a tutti l'amore del Signore. E' questo amore debordante e folle che guida il Poverello d’Assisi a baciare e servire i lebbrosi, a vivere in povertà, a portare ovunque la pace, ad incontrare il Sultano ed ogni persona in mitezza, a proclamare la fratellanza universale, a mangiare con i briganti, a predicare anche agli uccelli, ovunque e in tutto e in tutti sempre riconoscendo l’azione amorevole di Dio.

Sulla scia di Francesco, innumerevoli saranno poi i suoi seguaci; alcuni famosi e amati come S. Antonio di Padova insieme a tanti altri fraticelli sconosciuti e semplici, ma sempre accomunati dalla comune follia per il Signore.

Se dunque caro giovane, anche tu , pensi di essere un poco "fuori di testa", non ignorare l'invito a dedicare la tua vita al Signore! Vieni..c'è posto anche per te. Si cercano giovani audaci e ardenti, appassionati e gioiosi. Si tratta di "andare nel mondo a rallegrare gli uomini e a muoverli a santa letizia".

Ti benedico. Al Signore Gesù sempre la nostra Lode. frate Alberto
fra.alberto@davide.it


Ad Assisi con i giovani

Ai mondiali !




lunedì 16 giugno 2014

Esercizi spirituali vocazionali - Estate 2014 - Giovani ad Assisi

PACE e BENE

a te caro giovane "in ricerca" della vocazione del Signore per la tua vita. Ti segnalo un' opportunità da vivere questa estate 2014 in Assisi e proposta dai nostri Frati Francescani della Basilica di S. Francesco . Si tratta degli:


ESERCIZI SPIRITUALI VOCAZIONALI 
(da Lunedì 28 Luglio 
a Sabato 2 Agosto)

Sono rivolti a quei giovani che desiderano mettersi umilmente in ASCOLTO del Signore e della Sua volontà ed anche verificare o approfondire una possibile chiamata alla vita consacrata e religiosa francescana. Possono partecipare ragazzi e ragazze nati tra il 1996 e il 1985. 

Ci guideranno i frati del Sacro Convento e soprattutto la testimonianza viva di San Francesco che potremo "toccare" con mano. Avremo infatti la grazia di vivere questi giorni accanto alla sua TOMBA e in un luogo davvero unico al mondo, autentico "CUORE" dell'Ordine Francescano.  

Le giornate saranno caratterizzate da forti momenti spirituali, dalla preghiera personale e comunitaria, dal silenzio come da momenti di condivisione fraterna e letizia francescana. Ciascuno avrà così la possibilità di aprirsi al Signore che ci vuole parlare e vuole incontrarci.
Vi benedico. Al Signore Gesù la nostra Lode. Frate Alberto


Vedi il programma delle giornate al sito del 

Se sei interessato 
Per il Nord Italia scrivi a :

Fr. Alberto Tortelli, fra.alberto@davide.it
Fr. Francesco Ravaioli, francesco.ravaioli@gmail.com
Convento del Santo 
Piazzetta del Santo, 11
35123 PADOVA

Tel.: 049 8242811 

 Per le altre regioni centro sud, vedi contatti



sabato 14 giugno 2014

Lode a Dio e al suo servo Antonio!

Cari amici!
Abbiamo vissuto una giornata di gioia intensa!!

Un grande grazie e una sentita lode al Signore è stato elevato ieri da Padova e da tanti angoli del mondo per il dono di sant'Antonio! Noi frati abbiamo vissuto questa intensa giornata, impegnati su vari fronti: dalle moltissime confessioni, alle celebrazioni, a diversi servizi logistici (con l'aiuto di tanti amici e volontari), all'accoglienza dei pellegrini...
Un momento molto forte è stato quello della processione... Antonio continua a camminare sulle strade di Padova e del mondo. L'afflusso incessante di devoti, pellegrini, padovani e stranieri alla Basilica e ai Chiostri dalle 5.30 del mattino alle 22.30 è stato un continuo canto di lode e una forte supplica di intercessione.

Lode a Dio... e al suo servo Antonio!

 Il Ministro Provinciale, fr. G. Voltan, esce dalla Basilica...
(photo: Ag. Bianchi, via ilMattinoPD)
... preceduto dai frati...
... di Padova e non solo...
... portava la reliquia del dito di sant'Antonio.

giovedì 12 giugno 2014

Frate Antonio di Padova: il Santo!

Venerdì 13 giugno 2014 - Solennità di Sant'Antonio di Padova


Pace e bene, cari amici in cammino e in ricerca vocazionale.
Qui alla Basilica del Santo fervono i preparativi  per accogliere le migliaia di pellegrini che domani giungeranno, da tutto il mondo, per la festa di Sant'Antonio. E' una grazia, come frati di questa grande comunità francescana, poter "respirare" ed essere provocati ogni giorno dalla forza del suo enorme carisma, dalla sua straordinaria santità.
Per voi tutti mettiamo la mano alla sua tomba, accompagnando questo gesto del pellegrino, con una preghiera di affidamento al caro Santo, nostro fratello ed intercessore.

Ti preghiamo, signora nostra,
tu, stella del mattino,
fuga con il tuo splendore
la caligine delle suggestioni del male
che ricopre le nostre menti.
Tu, che sei come la luna nel suo splendore,
riempi la nostra vacuità
e dissipa le tenebre dei nostri peccati,
perché possiamo giungere
alla pienezza della vita eterna
e alla luce della gloria che non vien mai meno.
Con l’aiuto di colui che ti fece nostra luce
e che, per poter nascere da te,
ti diede la vita.
A lui onore e gloria nei secoli dei secoli. Amen”.

E’ una delle preghiere di S. Antonio alla Vergine Maria cui era intitolata la chiesetta del convento di Padova ove il Santo desiderava morire. E’ ora inglobata nella Basilica, dedicata per questo a S. Maria Mater Domini. 
Di seguito, vi proponiamo una breve biografia del Santo più venerato nel mondo, ma forse anche ben poco conosciuto. Con la sua intercessione e il suo aiuto, sempre innalziamo al Signore Gesù la nostra Lode.
fra' Alberto e frate Francesco

LA VITA DEL SANTO

LA VOCAZIONE FRANCESCANA
Nasce a Lisbona in Portogallo nel 1195, ed è battezzato col nome di Fernando. Di nobile famiglia (dei Buglione) è predestinato ad essere cavaliere e un uomo d’arme. Giovanissimo (ha solo 15 anni) dà invece ascolto ai suoi desideri più profondi. Non segue pertanto la carriera militare voluta per lui dal padre, ma entra in monastero, tra i Canonici Agostiniani. La sua ricerca pare già conclusa in una vita di solitudine, interamente dedita alla preghiera e allo studio assiduo della Parola di Dio. Nel cuore del giovane e dotto Fernando diventa però sempre più grande il desiderio di andare ad annunciare e testimoniare il Vangelo; le mura sicure del monastero non riescono più a contenere il suo amore per Cristo. L’occasione gli è data dall’incontro con i frati francescani. Alcuni di essi si sono spinti come missionari fino al Marocco, fra gli infedeli; ma dopo qualche tempo fanno ritorno in Portogallo soltanto i loro corpi martirizzati a colpi di scimitarra con barbara ferocia. Il Santo ne resta tremendamente colpito e provocato! Dopo un periodo di difficile crisi, a venticinque anni, lascia l’ordine agostiniano per diventare frate francescano, mosso dal sogno di dare anche egli la vita per il Signore e il suo Vangelo.

L’IMPREVISTO DI DIO
Lasciando il quieto monastero di Coimbra per avventurarsi ormai su mille strade incerte e sconosciute (in Africa, in Italia e Francia) egli è davvero un “uomo nuovo”. Nuovo nel nome che assume: Antonio. Nuovo nell’abito che ora indossa: l’umile saio francescano. Nuovo nella sua missione di Apostolo del Vangelo e testimone di carità fra i poveri e fratello di ogni uomo. Nuovo nello spirito di provvidenza e povertà e letizia francescana che lo sostiene e lo sospinge. Anelando al martirio, subito chiede ed ottiene di partire missionario in Marocco. È verso la fine del 1220 che s'imbarca su un veliero diretto in Africa, ma giunto in Marocco è ben presto colpito da febbre malarica e costretto a letto. La malattia si protrae e in primavera i compagni lo convincono a rientrare in patria per curarsi. Ma la nave su cui si imbarca è spinta da una terribile tempesta direttamente a Messina, in Sicilia. Il giovane Antonio, giunge straniero, profugo e naufrago in una terra lontana e sconosciuta e non farà mai più ritorno in Portogallo.

ALL'EREMO
Accolto e curato dai frati, a Pentecoste è inviato al Capitolo generale di Assisi, dove ha modo di ascoltare Francesco, ma non di conoscerlo personalmente. Nessuno per altro intuisce la straordinaria personalità di questo giovane frate straniero. Gli propongono pertanto di trasferirsi in un luogo sperduto sull’Appennino, a Montepaolo presso Forlì, dove serve un sacerdote che dica la messa per i sei frati residenti nell'eremo composto da una chiesina, qualche cella e un orto. Per circa un anno e mezzo vive in contemplazione e penitenza, svolgendo per desiderio personale le mansioni più umili, finché deve scendere con i confratelli in città, per assistere nella chiesa di San Mercuriale all'ordinazione di nuovi sacerdoti dell'ordine e dove predica alla presenza di una vasta platea composta anche dai notabili. Fu l’occasione predisposta dalla Provvidenza per rivelare al mondo la santità e l’ardore del Santo. Da quel momento frate Antonio non avrà più quiete.

PREDICATORE APPASSIONATO
Frate Antonio è un giovane appassionato del Signore! Per questo non può sottrarsi all’urgenza di annunciare il Vangelo con forza, coraggio e una dedizione assoluta. Lo stesso S. Francesco gli assegna il ruolo di predicatore e insegnante, scrivendogli una lettera deferente (lo chiama “mio Vescovo”) dove gli raccomanda, però, di non perdere lo spirito della santa orazione e della devozione. Comincia a predicare nella Romagna, prosegue nell'Italia settentrionale; usa la sua parola per combattere l'eresia (è chiamato anche il martello degli eretici), catara in Italia e albigese in Francia, dove risiede dal 1225 al ‘27. Qui assume un incarico di governo come custode di Limoges. Mentre si trova in visita ad Arles, si racconta gli sia apparso Francesco che aveva appena ricevuto le stigmate. Come custode partecipa nel 1227 al Capitolo generale di Assisi dove il nuovo ministro dell'Ordine, (S. Francesco nel frattempo è morto), è fra Giovanni Parenti, quel provinciale di Spagna che lo accolse anni prima fra i Minori e che lo nomina Provinciale dell'Italia settentrionale. 

VANGELO E CARITA'
Antonio apre nuove case, visita i conventi per conoscere personalmente tutti i frati, controlla le Clarisse e il Terz'ordine, va a Firenze, finché fissa la residenza a Padova. Qui, in due mesi scrive i Sermoni domenicali; i suoi temi preferiti sono i precetti della fede, della morale e della virtù, l'amore di Dio e la pietà verso i poveri, la preghiera e l'umiltà, la mortificazione e si scaglia contro l'orgoglio e la lussuria, l'avarizia e l'usura di cui è acerrimo nemico. A Padova ottiene la riforma del Codice statutario repubblicano facendo introdurre norme a tutela dei debitori insolventi a causa della piaga dell’usura che strozzava la città. Non solo, tiene testa al feroce tiranno Ezzelino da Romano, soprannominato il “figlio del diavolo” e che in un solo giorno aveva fatto massacrare undicimila padovani che gli erano ostili: Antonio va da lui perché liberi i capi guelfi incarcerati. 
In città forte e incisiva è la sua azione per riconciliare fazioni divise, condurre a pace famiglie lacerate, curare e tutelare i più poveri e sfruttati. La sua predicazione, è talmente potente da guarire molti cuori. Antonio sana ferite, Antonio conforta e porta a conversione, Antonio sempre parla di Dio, Antonio è un uomo di Dio e annuncia Colui che ama! Ovunque è ricercato per la sua sapienza, come per l’intensa vita spirituale. 
Su richiesta di papa Gregorio IX nel 1228 tiene le prediche della settimana di Quaresima e da questo papa è definito "arca del Testamento". Si racconta che le prediche furono tenute davanti ad una folla cosmopolita e che ognuno lo sentì parlare nella propria lingua. Per tre anni viaggia senza risparmio; è stanco, soffre d'asma ed è gonfio per l'idropisia. Quando torna a Padova memorabili sono le sue prediche per la quaresima del 1231. 

LA MORTE 
Per riposarsi si ritira a Camposampiero, vicino Padova, dove il conte Tiso, che aveva regalato un eremo ai frati, gli fa allestire una stanzetta tra i rami di un grande albero di noce. Da qui Antonio predica, ma scende anche a confessare e la sera torna alla sua cella arborea. Una notte che si era recato a controllare come stesse Antonio, il conte Tiso è attirato da una grande luce che esce dal suo rifugio e assiste alla visita che Gesù Bambino fa al Santo.
A mezzogiorno del 13 giugno, era un venerdì, Antonio si sente mancare e prega i confratelli di portarlo a Padova, dove vuole morire. Caricato su un carro trainato da buoi, alla periferia della città le sue condizioni si aggravano al punto che si decide di ricoverarlo nel vicino convento dell'Arcella dove muore in serata. Si racconta che mentre stava per spirare ebbe la visione del Signore e che al momento della sua morte, nella città di Padova frotte di bambini presero a correre e a gridare che il Santo era morto. Aveva solo 36 anni.
Nei giorni seguenti la sua morte, si scatenano "guerre intestine" tra i frati, le monache presso le quali era spirato, il clero e i maggiorenti della città che si contendevano le spoglie. Durante la disputa si verificano persino disordini popolari; infine, tutti ancora si accordano nel nome di Antonio affinchè la salma sia portata a Mater Domini, piccolo convento dove il Santo abitualmente risiedeva. 

I MIRACOLI
Non appena il corpo giunge a destinazione iniziano i miracoli, documentati da testimoni. Anche in vita Antonio aveva operato miracoli quali esorcismi, profezie, guarigioni, compreso il riattaccare una gamba, o un piede reciso; aveva fatto ritrovare il cuore di un avaro in uno scrigno; ad una donna riattaccò i capelli che il marito geloso le aveva strappato; rese innocui cibi avvelenati; predicò ai pesci; costrinse una mula ad inginocchiarsi davanti all'Ostia; fu visto in più luoghi contemporaneamente, da qualcuno anche con Gesù Bambino in braccio. Poiché un marito accusava la moglie di adulterio, fece parlare il neonato "frutto del peccato" secondo l'uomo, per testimoniare l'innocenza della donna. I suoi miracoli in vita e dopo la morte hanno ispirato molti artisti fra cui Tiziano e Donatello.

IL SANTO
Antonio fu canonizzato l'anno seguente, a soli 10 mesi dalla sua morte, dal papa Gregorio IX: il santo “più rapido” della storia! La grande e meravigliosa Basilica a lui dedicata sorse ben presto, con il contributo entusiasta dell’intera città di Padova. Trentadue anni dopo la sua morte, durante la traslazione delle sue spoglie, San Bonaventura da Bagnoregio trovò la lingua di Antonio incorrotta, ancora conservata miracolosamente nella cappella del Tesoro presso la basilica della città patavina di cui è patrono.
Nel 1946 Pio XII lo ha proclamato Dottore della Chiesa. Il suo culto è diffusissimo nel mondo intero ; venerato e invocato non solo dai cristiani, per tutti è “il Santo”.
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Vi propongo di seguito 3 stupendi video consequenziali sulla vita del Santo: