mercoledì 21 maggio 2014

Frati in ogni stagione

Pace e bene a voi tutti, 
cari amici in ricerca e in ascolto della vocazione divina per la vostra vita.
Fra le varie lettere che quotidianamente ricevo mi ha colpito il richiamo di Emma, una gentile signora di Milano che mi invitava a parlare ogni tanto anche della realtà dei frati anziani e malati. "Nel vostro blog vocazionale", scrive, "appaiono per lo più giovani frati. Mi piacerebbe che qualche volta comparissero anche i frati anziani e malati. Ricordo con amore un vecchio zio, fra Silvestro, ormai morto anni fa, che ci edificò tutti per come seppe affrontare la sua malattia e il decadere delle forze fisiche: i suoi occhi sempre brillavano di Vangelo e la sua preghiera fu interamente dedicata all'incremento delle vocazioni. So che alcuni giovani sono entrati in convento grazie alla sua testimonianza"Ringrazio di cuore la sig.ra Emma per questa sollecitazione che mi consente di parlare di una nostra bella e speciale realtà conventuale: la comunità di San Pietro di Barbozza (TV) che accoglie frati anziani e malati. Al riguardo, riporto un articolo apparso recentemente sul "Messaggero di S. Antonio" (la rivista dei frati), che parla proprio di loro. Questi confratelli, infermi e attempati e ridotti nella mobilità e inabili per tante normali funzioni, in realtà, fanno parte a pieno titolo dell'equipe vocazionale e anzi, sono i primi promotori della pastorale giovanile e vocazionale!! Proprio così! Con i loro sacrifici e il dono al Signore della loro sofferenza per le vocazioni, infatti, offrono un grandissimo sostegno a noi frati impegnati in questo servizio e costituiscono con la loro incessante preghiera, una risorsa e una miniera di "grazia" incredibile per tutti i giovani in ricerca. So per es. che ci sono vicini sempre con il ricordo ad ogni uscita del Gruppo san Damiano. Sempre chiedono e sono interessati alla realtà giovanile che seguiamo. Ad essi sempre affidiamo i ragazzi che accompagniamo nel discernimento: dalla preghiera, infatti, sgorgano e fioriscono le vocazioni (non da altre iniziative..neppure dal blog!!). Solo la preghiera è quanto infatti ci chiede Gesù, perché il Padre mandi operai nella sua messe! 
Ringraziando di cuore questi confratelli, chiedo anche da parte vostra un ricordo al Signore per loro: siamo, infatti, insieme in cammino, gli uni gli altri in reciproca comunione e unità.
Al Signore Gesù sempre la nostra lode.
fra Alberto

P. Alessandro Brentari (a sinistra), per anni animatore vocazionale,
ed ora ricoverato presso la nostra infermeria, continua ancora la sua opera
con la preghiera e il dono di sè.
FRATI IN OGNI STAGIONE (Messaggero di Sant'Antonio, maggio 2014)

Sperimentare nella malattia e nella vecchiaia che tutto è di Dio. Nella comunità di San Pietro di Barbozza, il limite sia per i frati sani che per i malati è un nuovo orizzonte. E lo stare assieme è pienezza di vita fraterna. Di fra Fabio Scarsato
«Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?/Mio Dio, grido di giorno e non rispondi; di notte, e non c’è tregua per me»: preghiera dell’Ora media, per l’esattezza di «sesta» (mezzogiorno, per intenderci), venerdì della terza settimana del salterio. L’incipit di un Salmo «tosto», il 22, urlato più che cantato da un credente che sta male. Scandalosamente abbandonato da quel Dio che pur aveva promesso di esser vicino all’uomo. Gli evangelisti Matteo e Marco lo mettono in bocca a Gesù in croce, ed è tutto dire.
Parole già difficili in sé da pregare. Ti si strozzano in gola. Le declami cercando di pensare ad altro. O almeno ad altri. Non saprei se in un coro ligneo intarsiato, sotto severe volte basilicali, con decine di voci monastiche all’unisono, in gregoriano, la cosa riesca più digeribile. Io lo sto pregando assieme alla comunità francescana di San Pietro di Barbozza (TV), e l’effetto è per lo meno un tantino straniante e improbabile: tra il frate sordo che segue un suo spartito, e quello che per poter leggere le parole stampate sul breviario ha bisogno dell’ausilio di una voluminosa lente d’ingrandimento, quello che sa di covare dentro di sé un «brutto male», e quello che invece non sa farsi una ragione della stanchezza che l’opprime; tra quello che ha «parcheggiato» all’entrata della cappella il girello ormai indispensabile per un pur minimo di autonomia, e quello che ormai ha inanellato la sua novantesima primavera. Solo Dio può capircene qualcosa e cogliere l’armonia di questa preghiera disarmonica che sale verso Lui!
Se poi pensi ai frati che sono rimasti nella loro stanza, un paio di piani sopra di te, perché inchiodati a letto da malattie degenerative o comunque gravissime, il boccone si fa ancor più amaro. Come fra Stefano e fra Erminio – per noi confratelli semplicemente «Nini» –, che non sai se siano più di qua o di là o chissà in che altra dimensione a te inaccessibile.

Come a casa
Nella foto, fra Claudio in cucina con fra Tommaso. Foto: Nicola Bianchi.
Nella foto, fra Claudio in cucina con fra Tommaso. Foto: Nicola Bianchi.
Passando successivamente, come sempre succede in questi casi nei conventi, dalla cappella al refettorio, dal pane eucaristico a quello della tavola, si ripropone lo stesso fotogramma. Tra posti a tavola apparecchiati con cura ma senza corrispettiva sedia – e, infatti, verranno occupati da commensali in carrozzella –, e il cibo adatto, più che a una mensa di affamati ragazzi, a persone che a tal proposito devono piuttosto avere tutte le attenzioni del caso. E anche qui con un flash per i frati dei piani alti, che mentre tu armeggi tra forchette e coltelli, si stanno cibando a sondino, flebo o Peg.
Sì, perché vocazione – che vuol dire allo stesso tempo impegno e grazia – di questo convento è proprio quella dell’accoglienza e della compagnia ai frati anziani o malati. Troppo anziani o malati per poter continuare ad abitare dignitosamente nelle loro rispettive fraternità in giro per il mondo. Ma mai sufficientemente anziani o malati da non essere più… frati!

Qui trovano alcune attenzioni sanitarie al loro precario stato di salute, curate da personale specializzato laico. Ma, soprattutto, si sentono «a casa»: riconoscono i segni e si ritrovano nel linguaggio che li ha accompagnati per tanti anni. Sperimentano la possibilità di continuare a sentirsi parte della grande famiglia francescana, per la quale in altri tempi hanno dato il meglio di sé. Che è cosa vitale tanto quanto le medicine o gli esami specialistici. Perché si è parroci, professori, predicatori o quant’altro solo per alcuni anni della vita. Ma si rimane fratelli per sempre.
Ognuno ha diritto a sentirselo dire. Anche se poi tace, frustrando il nostro bisogno di risposta. Ed è una delle «fatiche» che i frati, che qui svolgono questo prezioso servizio, sperimentano cocentemente. Perché, mi confida fra Mario, padre guardiano della fraternità, stare accanto a questi fratelli ti mette in discussione. Incassi lo scontro con il tuo limite.


Fra Mario, il guardiano, all'interno della chiesa.<br> Foto: Nicola Bianchi.
Fra Mario, il guardiano, all'interno della chiesa.
Foto: Nicola Bianchi.
Ma in modo particolare, prosegue fra Mario, perché scopri che, se fintantoché eri nel pieno delle tue forze potevi pur sempre illuderti che tutto fosse nelle tue di mani, ti accorgi alfine che tutto è in realtà nelle mani di Dio. Le vicende personali dei frati anziani o malati, non sempre del tutto edificanti – in quanto, fa notare fra Angelo, vecchiaia e malattia tirano fuori con verità anche le tue debolezze o fragilità –, ciononostante relativizzano tante aspettative umane, di successo o realizzazione di sé. Mentre alla fine rimane ciò che davvero conta: se con gioia ti sei lasciato amare e se a tua volta hai provato a donare tutto te stesso con amore.
La periferia che tanto piace a papa Francesco, nella cui direzione uno si è tante volte avviato o da cui forse ha cercato di stare alla larga, improvvisamente diventa molto vicina a te. Diventa te, nel peso degli anni o della malattia.


I frutti del dolore
È perciò inevitabile che nei frati nascano tante domande: che significa vita dignitosa? Dove passa il confine? E la morte, che cos’è? È mai possibile che una volta si pregasse: «A subitanea et improvisa morte, libera nos Domine!», mentre ora si assiste con sgomento a lunghe agonie? Domande dignitosissime, che possono sopravvivere anche senza risposte, lasciate a teologi e moralisti.
Qualche volta resta solo da rifugiarsi nella preghiera. Non per niente il piccolo, bello e frequentato santuario accanto al convento è dedicato alla Madonna di Lourdes. Che di queste cose, e dei rispettivi atroci dubbi, se ne intende. Soprattutto per «sentito dire»: nelle confidenze e nelle suppliche di tanti devoti. Anche frati.
La bellezza del posto, adagiato sulle pendici delle Prealpi trevisane, circondato di vigneti da cui si ricava un famoso spumante, ci mette del suo per rappacificare gli animi. Così ci sta anche che fra Ivano dipinga coloratissimi quadri, soprattutto di tema religioso. Usando, con i colori acrilici, materia povera: pezzi di sacco o di legno vecchio, ché pure essi entrano dignitosamente in un’Ultima Cena. E ci sta che i giovani frati in formazione salgano fin quassù con gioia a dare il loro aiuto.
Così possiamo pregare anche l’ultima parte del Salmo da cui abbiamo preso le mosse: «Lodate il Signore, voi suoi fedeli, / perché egli non ha disprezzato / né disdegnato l’afflizione del povero, / il proprio volto non gli ha nascosto / ma ha ascoltato il suo grido di aiuto».

1 commento:

  1. Ciao Frate Alberto, bello, bello veramente il post!
    Spero tu stia bene ci siamo incontrati a Settembre, continuo a Cologna Veneta e a Casa Santa Chiara.
    Propio dal volontariato in quest'ultima e da ciò che io stesso sperimento come malato in merito alle lunghe malattie mi sono fatto questa idea, forse difficile da assimilare, che il buon Dio voglia darci un'opportunità di conversione perchè la malattia, piaccia o no, porta a fare un esame di coscienza sul propio vissuto ed aiuta a far maturare la persona.
    Il ritorno all'umiltà nell'uomo è, nel contesto della malattia, l'effetto benefico a livello spirituale.

    Ciao!

    Nicola Frasson

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