sabato 23 febbraio 2013

Affettività e verginità - Solo chi ama trova l'amore

Cari amici,
il Signore vi dia pace.

Qual'è il significato del celibato oggi nella vocazione religiosa o sacerdotale? E come viverlo? Vi presento oggi, al riguardo, un articolo un po' impegnativo, ma molto bello; l’autore, sacerdote e psicologo e rettore di un grande Seminario in Germania (da me conosciuto qualche anno fa, entrambi pellegrini sul Cammino di Santiago), ci offre un'interessante riflessione che spero possa esservi di aiuto.
Vi benedico. Al Signore Gesù sempre la nostra Lode.

Frate Alberto

Frati, suore e giovani al Meeting International; Assisi 2012
Realizzazione umana e celibato
Mi capita qualche volta di parlare con un seminarista e sentirmi porre la domanda: «Può il celibato essere veramente un modo umano di vivere?». Chi domanda così si pone – giustamente – la questione: «Ma diventerò felice se rinuncio al rapporto di coppia e ad una famiglia? Mi realizzo come uomo se non esprimo la mia sessualità?».
Al riguardo credo sia necessario ribadire da subito quanto sia importante  non ridurre la scelta del celibato o della verginità ad una questione di sessualità e cogliere invece che si tratta di una vocazione, un cammino, un progetto di vita e – soprattutto – una chiamata ad una relazione.
La questione non è tanto se mi realizzo o no scegliendo la via del celibato, quanto come faccio a realizzarmi in questa chiamata.
Mi chiedo da un punto di vista più psicologico: «Ma cosa significa realizzarsi?». In fondo è facile rispondere a questa domanda. Pensate un momento ad una persona che vi piace perché la considerate umanamente realizzata, riuscita. Sono convinto che la persona che vi è venuta in mente ha due qualità centrali: è una persona libera ed è una persona che ama. Una persona ci pare realizzata, cioè umanamente riuscita, quando è libera, non dipendente da cose, persone, idee, capace di ridere su se stessa…, e quando ama, quando cioè sa accorgersi degli altri, sa mettersi a disposizione, ascolta, si dona, aiuta.
Tutte e due le qualità – libertà e amore – sono poi strettamente legate l’una all’altra. Solo chi è libero sa amare e solo chi ama diventa veramente libero.
Una sessualità che si trascende
Se Dio che è Amore chiama una persona a vivere per lui e a donarsi nella verginità, non lo fa certamente per renderla infelice (sarebbe un Dio sadico), ma per portarla al massimo delle sue potenzialità e a realizzarla umanamente in pieno. La verginità e il celibato non possono perciò essere forme di vita ridotte, non piene, nelle quali uno rinuncia all’amore. Sono piuttosto una via a realizzare la vocazione all’amore che è iscritta nel più intimo di ogni essere umano.
Quando uno sceglie di vivere il celibato rinuncia certamente ad un rapporto di coppia, ad avere dei figli e ad esprimere la sua sessualità in gesti intimi. Ma non rinuncia per questo ad essere una persona che ama. Infatti, lui rimane sempre una persona sessuata. Io posso rinunciare a certe espressioni della mia sessualità, ma non alla sessualità stessa, perché la sessualità fa parte del mio essere nel modo più profondo e assoluto. Io esisto solo in quanto uomo o donna, quindi come un essere sessuato.
Ma è anche vero, che è la stessa sessualità che mi chiama a trascendermi, essendo essa il desiderio/bisogno che mi trascina oltre me stesso. Mi fa sentire bisognoso dell’altro e del suo amore e allo stesso tempo capace di donarmi e di amare.
Ora la persona celibe non può rinunciare a questo bisogno di essere amato e a questa capacità di amare. Ma essa vive un tipo di amore che è diverso da quello che si vive nella coppia o nella famiglia naturale. Al centro dell’amore di coppia/famiglia ci sta il partner; è un amore più focalizzato su una persona; ha delle espressioni intime, segrete, molto personali. Certamente anche il rapporto di coppia non può chiudersi agli altri e al mondo. Ma il primo luogo nel quale avviene il dare e ricevere dell’amore è il rapporto dei due.
L’amore del celibe è diverso: è un amore più grande, più aperto, per così dire universale, cioè disposto ad accogliere tutti, uno per uno. Chi vive così dona un altro tipo di amore, ma riceve anche una risposta diversa, più ampia, più universale, anche se forse meno intima. Ovviamente anche il celibe deve realizzare questo tipo di amore in rapporti concreti, in gesti concreti, ma rimane sempre chiamato ad essere aperto, universale e libero di andare dove Dio lo chiama.

Due forme dello stesso amore
Sono due le forme per realizzare l’amore, quella di coppia/famiglia e quella della persona celibe. Ognuna ha la sua bellezza e le sue sfide. Ma per ognuna delle due vale che solo chi ama trova l’amore. Chi vuole rimanere nel suo guscio e non rischia di uscire da se stesso, rimane solo, non dà amore e non lo trova.
Forse viene spontaneo pensare alle parole di Gesù «Chi cercherà di salvare la propria vita la perderà, chi invece la perde la salverà» (Lc 17,33). Vorrei sottolineare una cosa che considero fondamentale. Quando Gesù parla di questa legge fondamentale della vita, che è la legge del seme che deve morire per portare frutto, lui non pronuncia una verità puramente spirituale. Invece ci dice qual è la via alla realizzazione anche umana: mi trovo quando mi dono; mi realizzo quando non devo più pensare a me stesso, ma sono talmente libero da poter vivere per l’altro. Gesù stesso è questo uomo pienamente realizzato che ha vissuto nella propria vita questa legge. Proprio perché ama così, Gesù è libero: «Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso» (Gv 10, 17s).
La verità teologica che l’autorealizzazione si attua attraverso l’autotrascendenza, è allo stesso tempo una verità psicologica. Solo chi è capace di andare oltre se stesso e fare dono di sé diventa in pienezza se stesso – anche come persona.
Uscire da noi, dal nostro guscio narcisistico che provoca solitudine e tristezza, è quello di cui più abbiamo bisogno e che in fondo più desideriamo. Perciò dicevo che è proprio la nostra sessualità la forza (anche nel celibe) a spingerci oltre il nostro limite, verso l’altro. Allo stesso tempo però ci fa paura dover uscire da noi stessi. Andare verso l’altro è sempre un rischio perché non posso essere mai sicuro se l’altro corrisponde all’offerta che gli faccio. Devo sempre superare un limite, allargare il cuore e farmi capace di alterità.
Chi riesce ad avere in questo senso un cuore largo, con il desiderio di un amore grande, aperto a tanti, non raggiunge solo l’altra persona umana, ma può fare un’esperienza di Dio stesso. Dice, infatti, il Papa nella sua enciclica Deus caritas est, che l’amore è «l’esodo permanente dell’io chiuso in se stesso verso il ritrovamento di sé, anzi verso la scoperta di Dio» (n. 6).
Spesso mi domando cosa gli altri si aspettano oggi da un sacerdote. Cosa cercano in lui? Saranno tante cose: un ministro dei sacramenti, uno capace di parlare delle cose di Dio, un amministratore ecclesiastico, e tante altre. Ma in fondo il desiderio più profondo nel cuore di ogni essere umano è quello di essere amato e di poter amare e – aggiungerei – di trovare un amore capace di attraversare i cieli, di raggiungere l’eternità, un amore che mi fa toccare il mistero di Dio. Per me il sacerdote è uno che vive questo amore. Uno che cerca di realizzare nella propria carne l’amore universale che Gesù ha vissuto per primo. Il sacerdote è nel mondo il testimone di questo amore perché cerca di amare come Gesù, perché cerca di avere un cuore dilatato alla misura del Suo.

p. Andreas Tapken

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