giovedì 4 ottobre 2012

Solennità di San Francesco d'Assisi


...da te..Francesco..eccoci ancora pellegrini
Torniamo volentieri, Francesco, almeno con il cuore, ad Assisi, pellegrini alla tua tomba sulla nuda roccia del ‘colle del Paradiso’. Ci attira sempre la tua vita di povero di Gesù, di fratello di tutti, di uomo del Vangelo. Aiutaci Francesco ad essere cristiani, aiuta la nostra Italia che ti invoca suo Patrono in questi tempi non facili.
Ed oggi, festa di san Francesco, la nostra Famiglia Francescana è ancor più nella gioia perché, presso la Basilica del Santo in Padova, due giovani, fra Fabio e fra Michele, hanno pronunciato il loro SI'  (frati per sempre) nel seguire il Signore Gesù sulle orme del Poverello d’ Assisi e del suo discepolo, S. Antonio di Padova, entro la nostra Fraternità. Li affidiamo anche alla preghiera di ciascuno di voi.
Al Signore Gesù sempre la nostra Lode. frate Alberto da Padova

frate Michele e frate Fabio...frati per sempre!
Omelia del Provinciale, P. Gianni Cappelletto, alla Professione Solenne

Cari Fratelli e Sorelle, il Signore vi dia pace!
«Il Signore è mia parte di eredità e mio calice: nelle tue mani è la mia vita»: è l’espressione salmica (Sal 15/16,5) risuonata in questa liturgia come “salmo responsoriale”. I nostri due confratelli – fra Fabio e fra Michele – l’hanno collocata nell’invito a partecipare a questo giorno di festa: mi sembra che attraverso di essa abbiano sintetizzato il senso della scelta che stanno per fare con la professione solenne con la quale entrano definitivamente nella nostra Famiglia religiosa, l’Ordine dei Frati Minori Conventuali. Siamo frati che in San Francesco d’Assisi, patrono d’Italia, riconosciamo il nostro fondatore e la nostra guida nel cammino di consacrazione al Signore.

«Nelle tue mani è la mia vita», prima di tutto! Nell’ottica della nostra fede, infatti, siamo consapevoli che l’esistenza di ognuno di noi è “da sempre” nella mani del Signore: è Lui che ci ha creati e plasmati; è Lui che continuamente ci ri-crea e ci accompagna nel nostro cammino tenendoci per mano. A Lui, pertanto, il primo grazie perché – come specifica lo stesso Salmo – è Lui che ci indica, attraverso il suo Figlio Gesù, «il sentiero della vita» e ci fa gustare la gioia della sua presenza di Padre amoroso e misericordioso e la dolcezza di averlo come compagno di viaggio.
Il secondo grazie va a chi, nel concreto dell’esistenza, ha dato una mano al Signore per far crescere questi due nostri fratelli accompagnandoli con affetto a questo giorno: i genitori, i familiari e gli amici; l’ambiente parrocchiale e i gruppi di appartenenza; gli educatori che li hanno seguiti nel cammino all’interno delle nostre case formative francescane. Un insieme di tante mani che oggi consegnano con riconoscenza a Dio la vita di questi due giovani frati perché continui a plasmarli e a guidarli con le sue mani – senz’altro più delicate delle nostre nel porre attenzione alla loro storia personale, ma anche più esigenti nel condurli nel cammino della vita. Sia Fabio che Michele hanno già sperimentato, infatti, che qualche volta il Padreterno usa le mani anche per dare qualche sberla per svegliarli o qualche strattone per rimetterli in carreggiata!

«Il Signore è mia parte di eredità e mio calice», afferma la prima parte della citazione salmica: i nostri due confratelli hanno maturato la convinzione che si portano nel cuore «una sola passione: amare il Signore! Non cercano altro. Sono convinti che Dio sia l’unico bene per loro», l’unica eredità che hanno su questa terra. «Il Signore non è per loro il bene più grande fra tanti altri beni, ma l’unico bene», quel calice d’amore dal quale abbeverarsi quando desiderano gioia, amicizia, ospitalità. Come lo è stato per San Francesco che, in una sua preghiera, afferma: «Tu sei il bene, ogni bene, il sommo bene … Tu sei la nostra speranza, Tu sei la nostra fede, Tu sei la nostra carità. Tu sei tutta la nostra dolcezza, Tu sei la nostra vita eterna grande e ammirabile Signore, Dio onnipotente, misericordioso Salvatore» (FF 261).
Ma Fra Fabio e Fra Michele sanno pure, come il Salmista e tutti noi, che si sono messi alla ricerca di Dio vivendo «in una società idolatra»: proprio interesse, prestigio, dominio, denaro sono idoli ai quali non è facile sottrarsi «perché il loro fascino è forte». Un fascino che Fabio e Michele in qualche momento hanno sperimentato e al quale non si sottraggono una volta per tutte, nemmeno con la professione religiosa: «la tentazione dell’idolatria è sempre presente, perché il suo fascino è sottile e subdolo, e può sempre insinuarsi nell’animo dell’uomo, anche del credente». Per questo la nostra preghiera si fa più intensa e convinta: per loro, come per tutti noi, chiediamo al Signore che istruisca il nostro cuore anche di notte, che stia alla nostra destra perché non vacilliamo e che ci tenga per mano nel momento della tentazione che ci indurrebbe a lasciare la strada che abbiamo scelto di percorrere!
Perché noi cristiani – e non solo noi frati – continuiamo a ricercare Dio, nonostante ci siano voci che ci chiamano su altri sentieri, più facili e praticabili senza troppe fatiche? Le ragioni – almeno quelle addotte dal Salmista e che i nostri due confratelli sottoscrivono oggi con i voti religiosi – sono fondamentalmente due. «La prima è la convinzione che soltanto la ricerca e la comunione con Dio danno senso e sapore alla vita. L’uomo è fatto per Dio, le altre cose sono troppo piccole e lo deludono. E la seconda è la convinzione che soltanto chi si affida a Dio può trovare quella speranza che è necessaria per avere una visione positiva della vita, anche in mezzo alle tribolazioni» (cf. B. MAGGIONI, Davanti a Dio. I Salmi 1-75, Vita e pensiero, Milano 2001, pp. 53-55).

Qual è l’approdo di tali convinzioni che oggi diventano per Fabio e Michele scelte di vita “per sempre”? Quello di incarnare e testimoniare, ognuno con le proprie peculiarità e caratteristiche, “il volto umano di Dio” «vivendo in obbedienza, senza nulla di proprio e in castità» – come professeranno tra poco. Certo, non è facile oggi comprendere che chi emette i voti religiosi si impegna a testimoniare “il volto umano di Dio” dal momento che i voti richiedono anche una rinuncia a qualcosa che ha a che fare con la nostra umanità! L’obbedienza chiede di rifiutare l’idolatria di se stessi e della propria volontà; la povertà va vissuta nella prospettiva di non fare dei beni il proprio dio; la castità chiede che non ci siano relazioni affettive preferenziali al di fuori di quella con il Signore.
Ma sarebbe riduttivo intendere e vivere i voti solo in quest’ottica di rinuncia perché essi sono, prima di tutto, delle strade che portano a maggior vita; anzi a dare un volto umano al volto di Dio avendo come icona di riferimento Gesù Cristo: Dio nessuno l’ha mai visto – afferma l’evangelista Giovanni – ma proprio il Figlio unigenito che è sempre rivolto verso il Padre, è lui che ce lo ha rivelato (cf. Gv 1,18). Ogni cristiano – e in modo particolare le persone consacrate – continua, in quanto discepolo del Signore Gesù, a testimoniare il volto di Dio Padre nell’oggi storico in cui vive.
Infatti, l’obbedienza è prima di tutto dire di sì al Signore che parla e chiama attraverso le mediazioni umane, attraverso la storia; soprattutto mediante la sua Parola consegnata nella Sacra Scrittura: come Gesù è stato obbediente al Padre fino alla morte e alla morte in croce, così il cristiano consacrato è disposto ad accogliere come “senso della propria esistenza” quanto il Signore di volta in volta gli fa comprendere pur sapendo che c’è comunque un “prezzo” da pagare!
La povertà richiede a tutti noi consacrati – ma pure ad ogni credente in Cristo – di vivere con sobrietà la relazione ai beni della terra, sapendosi accontentare del “pane quotidiano” senza accumulare troppo; anzi: praticando, come raccomanda il Serafico Padre San Francesco, la restituzione quale forma di solidarietà che genera vita e speranza in chi la riceve (cf. FF 49).
La castità è un invito, non solo per noi consacrati, a investire positivamente il dono della sessualità e dell’affettività perché altri abbiano la vita, e una vita piena di senso, sapendo integrare ogni passione umana nell’ottica del dono di sé, di una relazione che – come affermava papa Paolo VI – stringe tante mani senza lasciarsi afferrare da alcuna.
Vivendo con gioia tali scelte di vita, pertanto, ogni frate diventa capace di dare volto umano a Dio: un Dio che rivolge ancor oggi una Parola di fiducia e speranza a chi è sfiduciato e senza più avvenire: ecco l’obbedienza come ascolto della vita che pulsa nelle persone e chiede ancora spazio per esprimersi; un Dio che si prende cura dei poveri e dei sofferenti: ecco la povertà come segno dell’amore del Padre verso i più deboli e indifesi; un Dio che ama fino alle estreme conseguenze, dare la vita per gli amici”: ecco la castità come disponibilità a donare tutto di sé senza appropriarsi di nulla, nemmeno della propria vita!

Tutto questo, per noi francescani, sull’esempio di Francesco d’Assisi che, con le sue scelte anche molto radicali, ha testimoniato – e per questo è affascinante pure oggi – il “volto umano” di Dio Padre e di suo Figlio Gesù Cristo. Il modo consueto di pensare e proporre Dio era, al tempo di Francesco, quello del Signore inteso come Altissimo (e pertanto “lontano” dalla storia) e Dominatore del mondo (e perciò giudice). Un Dio distante, quindi, che «non raggiunge la vita quotidiana» dei cristiani. «Il portale della nuova chiesa di San Rufino (in Assisi) lo raffigura come dominatore del mondo, che, servito dal sole e dalla luna, alto, troneggia sulla terra e sugli uomini» (N. KUSTER, Francesco d’Assisi maestro di spiritualità, EMP 2004, p. 20). A san Damiano, il giovane Francesco sperimenta, nel Crocifisso, un volto diverso di Dio: non il Pantocrator «nella sua maestà imperiale su un trono d’oro, ma nudo sulla croce (…) Non il Dominatore del mondo, ma l’Incarnato; non il Signore, ma il Solidale (…). Non il Signore dei signori, ma l’Amico dei piccoli, dei traviati, dei ripudiati» (ID., p. 27). Tutta l’esistenza di Francesco è riassunta in questo proposito: seguire le orme di nostro Signore Gesù Cristo per testimoniare un nuovo volto di Dio:
- è l’«Altissimo, onnipotente buon Signore», amico dei poveri e degli ultimi, al quale va l’obbedienza del cuore, quell’atteggiamento di umiltà che fa dire al giovane Francesco: “Signore, cosa vuoi che io faccia?” (FF 1401);
- è il Cristo «nudo, povero e morto in croce», da seguire con scelte radicali che, per il Poverello di Assisi, sono: povertà nei vestiti (Rb II), lavoro senza rivendicazione del salario (Rb V), vita itinerante come pellegrini e forestieri (Test 28);
- è lo Spirito Santo che fa vivere la castità come semplicità e trasparenza nelle relazioni, come comportamento pacifico e pacificante, come amore verso i nemici … come chiede il Serafico Padre nelle Ammonizioni a noi, suoi Frati (FF 158; 164; 167-168; 172; …).
«Chiunque osserverà queste cose afferma il Serafico Padre al termine del suo Testamento –, sia ricolmo in cielo della benedizione dell’altissimo Padre, e in terra sia ricolmo della benedizione del suo Figlio diletto col santissimo Spirito Paraclito e con tutte le potenze dei cieli e con tutti i santi» (FF 131).

Troppo difficile tale proposta di vita oggi? Chi può viverla in pienezza e alla perfezione? E poi, non è un po’ troppo “fuori moda”? Domande inquietanti alle quali noi cristiani possiamo rispondere ricorrendo alla pagina evangelica ascoltata in questa liturgia: è una proposta di vita che Dio Padre ha tenuto nascosta ai sapienti e agli intelligenti per rivelarla ai piccoli! E per viverla in pienezza ci vuole – afferma lo stesso Gesù – una vera “umiltà di cuore” che si impara alla sua sequela, di Cristo crocifisso e risorto venuto per fare la volontà di Colui che lo ha mandato (cf. Lc 22,42; Gv 4,34). Ce ne offre un vivo esempio il Serafico Padre per il quale l’umiltà è il fondamento della vita spirituale sua e dei suoi frati (FF 1783). Afferma, infatti, un suo biografo che «sentendosi trasformato in Cristo principalmente per la virtù della santa umiltà», Francesco «desiderava nei suoi fratelli l’umiltà sopra tutte le altre virtù, e li incoraggiava senza sosta e affettuosamente, con le parole e l’esempio, ad amarla, desiderarla, acquistarla e conservarla» (FF 1768)

È questo l’augurio che – a nome degli altri Frati della Provincia Patavina e della Provincia di Bologna con i quali dall’aprile prossimo condivideremo lo stesso cammino – esprimo a fra Fabio e a Fra Michele: possiate, cari fratelli, con le scelte concrete della vostra esistenza, dare volto umano al volto di Dio, nella sequela di Gesù Cristo e sull’esempio di san Francesco d’Assisi e del suo fedele seguace Antonio di Padova. Anche se tale cammino non sarà sempre facile perché soggetto a varie tentazioni, come accennato poco fa, … non resterete delusi se accetterete di imparare da Cristo l’umiltà del cuore che vi permetterà di riprendere sempre di nuovo il cammino facendo riecheggiare in voi la domanda: Signore, cosa vuoi fare ancora di me?”. Ve lo garantiamo noi, vostri Fratelli maggiori: oggi vi accogliamo definitivamente nella nostra Famiglia francescana. Non sempre siamo stati e saremo per voi “perfetti testimoni del volto umano di Dio”, ma sempre ci troverete al vostro fianco – desiderosi di riprendere con voi il cammino di consacrazione al Signore!
E insieme a voi diremo ancora con convinzione: «Il Signore è nostra parte di eredità e nostro calice: nelle sue mani è la nostra vita»!

Fra Gianni Cappelletto
Ministro provinciale

1 commento:

  1. Complimenti a Fra Fabio e Fra Michele.
    Che Dio li Benedica.

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