mercoledì 3 ottobre 2012

Il testamento di S. Francesco

Il 4 ottobre si celebrerà in tutta la Chiesa e in particolare nelle comunità francescane la solennità del nostro padre e fratello SAN FRANCESCO. In preparazione a tale festa, vi propongo la lettura del cosi detto “Testamento di Siena” o “Piccolo Testamento” . Secondo la "Leggenda Perugina" (un’antica biografia), il "Piccolo Testamento" fu dettato da S. Francesco a frate Benedetto nella primavera del 1226 (aprile-maggio), quando il santo è già gravemente malato. (Francesco scriverà nello stesso anno, in settembre, a pochi giorni dalla morte, un più "grande" e articolato Testamento).

Mentre dunque S. Francesco si trovava nella città di Siena, cominciò a sentirsi male con continui sbocchi di sangue, e lancinanti dolori allo stomaco, come già avveniva da tempo. Tutta la notte penò in tale situazione fino all’alba, tanto che i suoi fratelli, vedendolo sfinito, in lacrime gli dissero: "Padre, che cosa possiamo fare? Benedici noi e gli altri tuoi fratelli e indicaci quali siano le tue ultime volontà. " Ed egli disse: "Chiamatemi Fra Benedetto di Piratro". Quando arrivò, il beato Francesco disse: "
 
"Scrivi che benedico tutti i miei frati che sono ora nell'Ordine e quelli che vi entreranno fino alla fine del mondo.
Siccome non posso parlare a motivo della debolezza e per la sofferenza della malattia, brevemente manifesto ai miei frati la mia volontà in queste tre esortazioni.
Cioè: in segno di ricordo della mia benedizione e del mio testamento,
=sempre si amino tra loro,
=sempre amino ed osservino la nostra signora la santa povertà,
=sempre siano fedeli e sottomessi ai prelati e a tutti i chierici della santa Madre Chiesa".


S. Francesco, nel Testamento di Siena, riassume e ci ricorda tre valori fondanti della vocazione francescana e della vita di noi frati francescani:
- l’amore fraterno;
- l’amore e l’osservanza di nostra signora la santa povertà;
- la fedeltà e la sottomissione alla santa madre Chiesa.

La Fraternità: «Sempre si amino tra loro».
E' la prima indicazione. Ma che cosa significa: amare i fratelli? Amare i fratelli -tra altri molti aspetti- secondo Francesco significa: accoglierli come dono del Signore: “Il Signore mi diede dei fratelli” (S. Francesco - Test. 14). Chi accoglie il fratello come dono, lo amerà gratuitamente: “Beato quel servo che saprà amare il suo fratello malato, che non può compensarlo, tanto quanto ama il sano che può compensarlo” (S. Francesco -  Adm 24, 1). Amare il fratello significa, inoltre, non solo: non mormorare di lui, ma correggerlo per amore quando questo sbaglia: “Beato il servo che saprà amare e temere il suo fratello quando è lontano come se fosse presso di sé, e non dirà dietro le spalle niente che con carità non possa dire in faccia a lui” (S. Francesco -  Adm 25, 1). Amare il fratello significa, infine, scoprire ed accogliere tutto il positivo, che il Signore ha messo in lui (Cf. Spc 85) e scusare i suoi peccati: “Beato l’uomo che sostiene il suo prossimo nelle sue debolezze come vorrebbe essere sostenuto dal medesimo, se fosse in caso simile”(S. Francesco -  Adm 18).

La Povertà. «Sempre amino ed osservino nostra signora la santa povertà».
Che cosa significa amare ed osservare  la povertà? Un primo aspetto è quello di restituire a Dio tutto quello che di buono abbiamo e mai vantarsi di ciò che il Signore opera in noi e per mezzo di noi, più di quanto non ci vanteremo di ciò che il Signore opera negli altri e per mezzo degli altri (cf. S. Francesco -  Adm 17). Significa, anche, amare, con amore di predilezione, gli ultimi e gli esclusi. Significa, infine, farsi povero con i poveri, condividendo la loro stessa sorte, per amore di colui che per noi, pur essendo ricco, si è fatto povero.

L’Obbedienza e la Minorità. «Sempre siano fedeli e sottomessi ai prelati e a tutti i chierici della santa Madre Chiesa».
Sappiamo bene della decadenza del clero ai tempi di san Francesco e come la Chiesa attraversasse una grave crisi morale e di fede . Eppure S. Francesco, a differenza di altri riformatori evangelici e “pauperistici” del suo tempo, non punta mai il dito, non sbatte la porta per andarsene o accusare, ma sempre farà suo l’invito ascoltato dalle labbra del Crocifisso di San Damiano: “Va e ripara la mia casa che cade in rovina”. Francesco ci insegna questo amore alla Chiesa, accettando i suoi membri più deboli, anche se sacerdoti: “e non voglio in loro considerare il peccato” (Test 11). La ragione è molto semplice: Anche se peccatori, in loro Francesco vede “il Figlio di Dio” (Test 11). Per questo suo amore alla “Madre” Chiesa, nessuno riuscirà a riformarla così profondamente, senza ricorrere a critiche o condanne, ma solo testimoniando con umiltà, mitezza e fedeltà il Vangelo.

Il Signore, che a San Francesco concesse di “uscire dal mondo” e di “fare penitenza”(Test 3-4), conceda anche a noi di vivere “fedelmente il Vangelo” e di seguire sempre più da vicino le orme di Gesù Cristo secondo la vita e la Regola del “Poverello”. 
Vi benedico. frate Alberto

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